sabato, ottobre 17, 2026

RESTARE UMANI sarà presente all'EcoFesta 2026 - Parco TOTI, via Serra - Paderno Dugnano

 

"Dario FO: quanto ci manca la sua voce di giullare in mezzo al rumore continuo dei social" di Roberto Saviano


Da “la Repubblica” del 13 Ottobre di Roberto Saviano

“Nel giugno del 2016 i medici gli danno meno di una settimana di vita. Due settimane dopo Dario Fo è su un palco a Roma, davanti a tremila persone, a recitare Mistero buffo. Comincia quasi senza voce, finisce lo spettacolo cantando. Voleva morire in scena, come Molière. Non ci riuscì. Morì il 13 ottobre, in un letto d’ospedale, mentre gli preparavano i muri della stanza per dipingerci sopra le allucinazioni del cortisone. Sono passati dieci anni.
Io l’ho conosciuto a Brera, il 10 dicembre 2009. Mi disse che l’arte è questo: organizzare la fantasia e il sapere contro ogni potere, contro qualsiasi forma di controllo sui corpi. Non per sentirsi migliori, ma per non sentirsi soli. Per stringere alleanze tra chi si sente sbagliato e, venendo a teatro, scopre di non essere l’unico a vedere quello che vede. Poi mi prese sottobraccio – Brera era casa sua, ci si era iscritto a quattordici anni – e mi regalò un giro della Pinacoteca. Si fermò davanti al Cristo morto di Mantegna, il suo quadro. «Lo vedi? Ha imbrogliato. I piedi sono troppo piccoli. Se li avesse dipinti giusti, gli avrebbero coperto la faccia. Ha mentito sulle proporzioni per dirti la verità sul dolore. Non ti fa vedere un Dio, ti mette davanti un morto, uno dei nostri, con le donne che piangono in un angolo come le vedove dei pescatori. Il giullare fa lo stesso: sbaglia di proposito, così vedi quello che non volevi vedere». Quel modo di guardare l’aveva imparato da bambino, sul Lago Maggiore, ascoltando i fabulatori: soffiatori di vetro, pescatori, mezzi matti per la silicosi, che in osteria raccontavano mondi capovolti dove i contadini prendevano a calci i padroni.
Da lì viene la sua idea dell’attore. «Rappresentare sempre, recitare mai». Recitare, per lui, era fingere, e fingere gli faceva schifo. Odiava la quarta parete, il buio in sala che trasforma lo spettatore in un guardone nascosto dietro una tenda. Lui il pubblico lo voleva dentro, complice, chiamato a fare l’amore con la scena, a entrare in quell’orgia di piacere e verità che può essere il teatro. Raccontava spesso dei giullari di Berna, che nel Cinquecento, sui trampoli e a cavallo dei maiali, sbeffeggiarono l’esercito nemico fino a fargli rompere le file. Ma aggiungeva sempre che giullare non vuol dire ribelle: ci sono stati anche giullari al servizio del potere. Il giullare deve scegliere da che parte stare. Lui aveva scelto, e l’aveva pagata cara.
Nel 1962 lui e Franca Rame conducono Canzonissima, davanti a quindici milioni di italiani. In uno sketch Franca è una donna siciliana che avvolge un lungo filo, come una Parca. Fuori scena si sentono spari, e lei spiega con calma a un giornalista arrivato dal continente cosa significa ognuno di questi: un infame che ha avuto la sua sentenza, un sindacalista che dava fastidio, una casa saltata in aria perché qualcuno non ha pagato il pizzo. Poi silenzio. «A chi andrà l’ultimo botto?» chiede il cronista. «A chiddu cchi fa troppe domanne, cioè a tia». Sparo, il giornalista cade, lei taglia il filo. È la prima volta che la televisione italiana parla di mafia. I liberali li attaccano duramente. Il cardinale di Palermo dichiara che la mafia non esiste. A casa arrivano lettere scritte col sangue, una piccola bara di legno e un avvertimento: «State attenti a vostro figlio Jacopo». Il bambino ha sette anni e per tutto l’anno va a scuola con due poliziotti, mentre la censura taglia perfino le parole: orfanotrofio, letto, libertà. All’ottava puntata bloccano uno sketch su un operaio caduto da un’impalcatura senza protezioni, proprio mentre in tutta Italia gli edili scioperano per la sicurezza nei cantieri. Fo e Rame decidono di andarsene, pochi minuti prima della diretta.
La Rai li denuncia per aver abbandonato la trasmissione, loro denunciano la Rai. Dopo anni di processi perdono l’ultima causa: pagano i danni e restano banditi dalla televisione per quattordici anni.

Poi arrivano gli anni Settanta.
Nel 1972 un avviso di reato per “attività sovversive”, poi archiviato. Un giudice di Milano li denuncia per oltraggio alla polizia a causa del manifesto di uno spettacolo, Pum pum! Chi è? La polizia!, che mostrava una famiglia con i vestiti insanguinati.
Nell’autunno del 1973 a Sassari recitano Guerra di popolo in Cile in un circolo privato. Una cinquantina di carabinieri entra nel pieno della rappresentazione. Il giorno dopo ci riprovano, gli spettatori fanno muro, Fo viene trascinato via e chiuso in cella per resistenza a pubblico ufficiale. I detenuti lo accolgono con un applauso. Intanto arrivano le bombe: nei teatri dove recitano, un ordigno incendiario contro la loro casa, e nel dicembre del 1974 una bomba ad alto potenziale contro la Palazzina Liberty, la loro sede a Milano. Nessun ferito, per miracolo.
E il 9 marzo 1973 Franca esce di casa, a Milano, verso sera. Un furgone si accosta, quattro uomini la caricano a forza. Lì dentro la torturano con le sigarette e le lamette, la violentano, poi la abbandonano in un parco. Erano neofascisti. Franca trasformò quell’orrore in un monologo, Lo stupro, e per anni disse che era la storia di un’altra donna.
Solo nel 1987, in prima serata, davanti a dodici milioni di spettatori, rivelò che era la sua. Sceglievano le città in cui recitare in base a quelle dove si celebravano i loro processi.
Perché non smettere? Perché per loro il teatro non era un monumento al bello né un intrattenimento per affinare le emozioni. Era un’arma di lotta civile, e insieme un servizio. «Un teatro al loro servizio», diceva Franca: al servizio di chi stava in platea per capire come funziona il potere e imparare a cambiarlo.
Recitavano nelle fabbriche occupate, nelle Case del Popolo, nei bocciodromi. Una volta la polizia entrò a forza in sala e Franca decise di recitare per i poliziotti. Alla fine molti di quei ragazzi in divisa trattenevano le lacrime.
Eppure c’è un’accusa che lo insegue ancora: Fo repubblichino.
Nel 1977 un settimanale scrisse perfino che aveva partecipato ai rastrellamenti contro i partigiani.
Non era vero, e l’inchiesta lo dimostrò. La storia vera è più umana.
A diciotto anni Salò lo chiama alle armi. Suo padre sta nella Resistenza e aiuta ebrei e partigiani a passare in Svizzera: se Dario scappa, i fascisti vanno a frugare in casa. Allora si presenta. Dopo qualche mese diserta. Non sale in montagna con i partigiani: resta nascosto nella soffitta di un cascinale. Io quel ragazzo non so giudicarlo. A diciott’anni la Storia non ti chiede da che parte stai: ti mette in mano una divisa e resta a guardarti. Dario visse l’ambiguità di una scelta che era una trappola, e la paura vera, quella che non ha niente di eroico, che ti tiene sveglio in una soffitta ad ascoltare ogni passo sul sentiero.
Poi c’è la scelta inaspettata. Fo aveva attraversato tutte le lotte sociali e politiche del suo tempo senza mai, da anarchico, militare in un partito.
Eppure negli ultimi anni salì sui palchi di Beppe Grillo e gridò ai ragazzi: «Noi non siamo riusciti a cambiare il mondo, per favore, fatelo voi!». Proprio lui, accanto a un movimento populista che cercava la sua forza nella folla, là dove lui aveva sempre difeso la libertà del singolo. Il mondo diviso in onesti e corrotti, il vaffanculo come programma, il dubbio come debolezza, il giornalista come un nemico da indicare alla piazza. Fo smontava le verità ufficiali con la parola articolata, il contrario dello slogan.
Il populismo le smonta con un grido e al loro posto ne mette altre più semplici, spesso altrettanto false. Mi sono chiesto spesso il perché di quella scelta. Credo che si sia innamorato dell’irriverenza, delle piazze piene, della risata usata come un sasso. Forse ci rivide i suoi giullari di Berna.
Ma è sulla censura che misuro la distanza tra il suo tempo e il nostro. Quella che colpì Fo aveva un volto, spesso un nome: era un funzionario, un prefetto, un giudice. Poteva tagliare uno sketch, non cancellare Dario e Franca. Li avevano tolti dalla televisione, non dal mondo. Se li cercavi, sapevi dove trovarli: in un teatro, in un capannone, ogni sera. Il censore poteva spegnere lo schermo, non la sala.
Oggi nessuno ti vieta niente. La censura non ha più bisogno di proibire, le basta seppellire.
Non ti tolgono la parola, ti affogano nel rumore. Non c’è un funzionario da additare, c’è un algoritmo che decide chi viene visto, senza spiegarlo a nessuno. Non c’è un senatore che protesta in Parlamento, ci sono migliaia di voci senza volto che ti aggrediscono per un giorno e il giorno dopo hanno già dimenticato. Allora l’attacco ti trasformava in un simbolo, oggi ti consuma.
Ognuno sta nel suo buio, davanti a uno schermo, a spiare gli altri senza essere visto. È la quarta parete che Fo odiava, moltiplicata per miliardi di persone. Siamo diventati tutti guardoni.
Il censore di allora voleva che Fo stesse zitto, le piattaforme vogliono che tu parli sempre, ma nel loro formato: trenta secondi, una battuta.
A Fo oggi nessuno toglierebbe il microfono: gli toglierebbero il tempo e gli lascerebbero i teatri.
Tanto, tra chi ha qualcosa da dire e chi non ha niente ma parla comunque, ormai nessuno si accorge più della differenza.
Se tutti dicono tutto, è come se nessuno parlasse. E i giullari al servizio del potere ci sono ancora, sono la maggioranza. Solo che il potere oggi si chiama visibilità, e ti porta a dire quello che l’algoritmo premia: una tragedia o un pettegolezzo, non importa, purché si possa cavalcare e capitalizzare.
E poi c’è l’oblio. Nel 2021 un giovane attore che porta in scena Mistero buffo, Matthias Martelli, ha chiesto ai cinquecento studenti delle superiori che riempivano un teatro della Romagna chi di loro conoscesse Dario Fo. Si sono alzate una decina di mani. Nessuno lo ha vietato. Se ne sono dimenticati.
Il giorno del funerale di Dario Fo c’ero anch’io. Pioveva, e la pioggia non finiva mai. Sembrava che Milano si sciogliesse nel pianto per il suo giullare ma nessuno se ne andava. Tutti restavano lì: non si lascia solo l’ultimo giorno chi non ti ha fatto sentire solo durante il sentiero che hai percorso. Mentre passava il feretro, dagli altoparlanti uscì una canzone d’amore. A cantarla era lui, l’aveva scritta da ragazzo per Franca. L’ultimo trucco del giullare: farsi sentire vivo nell’atto più vivo che esista, cantare l’amore, in una piazza, con la sua voce.
Oggi quella piazza non c’è più. L’hanno sostituita milioni di schermi, sui quali stiamo perennemente chini. Ma da qualche parte, in una sala, qualcuno sale ancora sul palco, guarda in faccia chi ha davanti e comincia a raccontare. Storie che fanno sganasciar dal ridere e incendiano, che rivendicano il diritto di credere sempre nella possibilità di amare, che insegnano che verità e potere non coincidono mai.
In quel momento, lì, c’è Dario Fo”.

venerdì, ottobre 16, 2026

TEATRO al Metropolis: Ieri sera l'omaggio a Dario FO organizzato da Restare Umani


Un folto pubblico ha partecipato ieri sera allo spettacolo dedicato a Dario FO organizzato da Restare Umani e recitato da Alessio Lega e Giulia Angeloni.

Serata per Dario FO, giullare del popolo, in occasione del centenario della nascita e del decennio dalla morte, che la bravura di Alessio e Giulia è riuscita a trasformare la memoria storica di FO in un momento di partecipazione civile e di arricchimento per la città di Paderno.

In Italia, le celebrazioni sono iniziate a Roma lo scorso Marzo, e subito dopo a Milano, alla Camera del Lavoro con un altro spettacolo sempre a cura di Alessio Lega.

In questi giorni, il 12 e 13 Ottobre si è aperta all’Università degli Studi di Milano, 

  • La prima sessione del Convegno “Dario Fo e Milano, Dario Fo a Milano” e la presentazione del volume “Dario Fo. Disegno prima di scrivere. Il pensiero per immagini”.
  • La seconda sessione del Convegno si terrà da domani e per tre giorni a Gubbio.

Lo spettacolo di Paderno si inserisce perfettamente in questo programma di celebrazioni. 
Centenario Dario Fo

Oltre allo spettacolo, nel foyer del Metropolis sono state allestite 2 piccole mostre:

  • I manifesti originali di alcuni spettacoli di Dario FO provenienti dalla ricchissima collezione di manifesti di Sergio Risso, che ne conta più di 22.000…
  • Alcuni pannelli che ricordano l’attività del gruppo teatrale di Paderno Dugnano, attivo negli anni ’70, il Teatro Cantiere, animato ai tempi da Gianni BIFFI (in questi giorni l’anniversario della scomparsa), da Piera Saita e Luigi Destri, che oggi hanno curato la mostra, e che con la loro passione hanno cercato di trasferire a Paderno gli insegnamenti di Dario FO.

Ecco ora alcune foto e video che tentano di riprodurre la bella atmosfera della serata.

Un grazie di cuore a tutte le persone che hanno partecipato, 
nella speranza che lo spettacolo sia piaciuto!












Lo psicoterapeuta ALBERTO PELLAI: "educare alla fatica aiuta a crescere" - Il suo nuovo libro


dal Corriere della Sera del 14 ottobre 2026 di Manuela Porta

Bambini iperprotetti, adolescenti che faticano ad affrontare un brutto voto, un rifiuto o un’attesa. 
Per crescere, sottolinea lo psicoterapeuta, bisogna invece imparare a tollerare la frustrazione, mettersi alla prova e conquistare autonomia.

Abbiamo messo uno smartphone in mano ai nostri figli quando strillavano, risposto al loro posto quando faticavano a trovare le parole, abbassato l’asticella a scuola perché «ansiosi», trasformato ogni «no» in una trattativa. 

Per amore, li abbiamo resi fragili. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, nel suo ultimo libro, Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni (Mondadori), traccia un ritratto delle nuove generazioni: bambini sempre più sedentari, con meno occasioni di movimento, gioco e noia; ragazzini che imparano a fare swipe prima ancora di allacciarsi le scarpe; adolescenti intelligenti e bravissimi a scuola che, però, rischiano di crollare al primo brutto voto, al primo rifiuto, alla prima attesa.

Dottor Pellai, da dove nasce l’idea di questo libro?
«Ho voluto parlare ai genitori, offrendo una visione della crescita che li aiuti a non sentirsi impotenti di fronte al disagio dei figli. Abbiamo temuto che crescere nel terzo millennio li esponesse al rischio di frantumarsi e abbiamo cercato di proteggerli, trattandoli come delicati vasi di cristallo. Li abbiamo spinti a rifugiarsi in ambienti sicuri, prima di tutto nella loro cameretta, restringendo progressivamente il mondo al di fuori della porta di casa. Gli adolescenti hanno così perso parte del coraggio e della spinta esplorativa con cui, da sempre, si affacciano al futuro. 
A forza di considerarli fragili, li abbiamo resi davvero più fragili».

L’adolescenza dovrebbe essere, invece, la fase dell’esplorazione e della conquista del mondo.
«È un tempo di grande potenza psicofisica, con un’energia esplosiva che coinvolge il corpo e il cervello emotivo. I ragazzi hanno voglia di uscire, agire, cadere e rialzarsi, sapendo che tutto questo può lasciare lividi ed escoriazioni. 
Un libro che, già dal titolo, li invita a correre in salita può sembrare una provocazione. 
In realtà, è un invito e una sfida a non restare chiusi in camera, ma ad andare nel mondo, sfruttando l’energia che attraversa il corpo e la mente, in una sorta di effetto Mustang. 
Oggi, purtroppo, gran parte di questa energia viene incanalata in un attivismo esclusivamente digitale, privo di fatica fisica. I ragazzi restano fermi e inattivi e perdono anche la soddisfazione che deriva dalla conquista, un'esperienza di cui, alla loro età, hanno un bisogno fondamentale».

Figli protetti come fragili vasi di cristallo: dove stiamo sbagliando noi genitori?
«Gli adulti del terzo millennio hanno fatto di tutto perché i loro figli, considerati preziosi, restassero incolumi, rinunciando a quella responsabilità collettiva che ha sempre caratterizzato la comunità educante: incoraggiare i ragazzi a mettersi alla prova, anche a costo di rischiare cadute e inciampi.
Nell’incertezza del nostro tempo, spesso la famiglia non si è alleata con la scuola, ma l’ha messa sul banco degli imputati. 
Un figlio si rompe un dito? La famiglia denuncia l’istituto per chissà quale responsabilità. 
Si è così generato un circolo vizioso: per paura delle ritorsioni reciproche, docenti e genitori sembrano essersi alleati nel limitare le uscite dei ragazzi nel mondo. 
I genitori non autorizzano le gite in bicicletta e gli insegnanti rinunciano ad accompagnarli fuori. 
E loro si chiudono nelle proprie stanze. 
Sembra una gara a evitare che chi cresce crei problemi o dia fastidio agli adulti che dovrebbero occuparsi della sua crescita. 
Il fatto è che il mondo adulto non è più capace di regolare la propria ansia e preoccupazione, emozioni che da sempre accompagnano chi si prende cura degli adolescenti».

Un esempio tipico è la geolocalizzazione: li teniamo sempre sotto controllo?
«Lo facciamo apparentemente per garantire la loro sicurezza quando sono fuori, ma in realtà per tenere sotto controllo la nostra ansia».

Come orientarsi tra autorità, autorevolezza e permissività?
«L’autorità è imposizione, l’autorevolezza è una conquista, la permissività è cedere per frustrazione. La parola “potere” oggi non piace, perché i potenti della Terra sono spesso esempi di prepotenza più che di competenza. 
Noi adulti facciamo fatica a viverla serenamente: temiamo che, nella relazione con i figli, ci faccia apparire autoritari e poco amabili. Eppure, per essere autorevoli dobbiamo imparare a esercitare il nostro potere nella relazione educativa. Non per reprimere o comprimere, ma per sostenere e far crescere. Serve una relazione al tempo stesso empatica e ferma, nella quale l’adulto non abbia paura di dire il “no” che aiuta a crescere, anche se il figlio lo vive come frustrante o limitante. 
Di fronte a questi “no”, i ragazzi possono diventare arrabbiati e contestatori. 
Hanno il diritto di contestarci, ma noi adulti abbiamo il dovere di restare tranquilli, fermi e sicuri della nostra azione educativa, quando sappiamo che non tutto ciò di cui un figlio ha bisogno gli piace o gli sembra un gesto di alleanza. 
C’è un aforisma secondo cui i tempi duri creano uomini forti, gli uomini forti creano tempi facili, i tempi facili creano uomini deboli e gli uomini deboli creano tempi duri. 
Dovrebbe essere il nostro mantra, come genitori del terzo millennio».

Che cosa direbbe ai genitori di oggi?
«Di non avere paura di proporre ai figli sfide faticose. 
È arrivato il momento di smettere di correggere i loro compiti affinché siano perfetti quando li consegnano all’insegnante il mattino seguente. 
E di non aspettarli più fuori da scuola per alleggerirli del peso dello zaino. 
Non sono gesti d’amore, ma azioni che ostacolano il raggiungimento dell’autonomia».

E ai ragazzi?
«Di non cadere negli inganni di un tempo intriso di gratificazione istantanea, che offre continuamente occasioni di piacere e alimenta la falsa convinzione che più un percorso è veloce, migliori saranno i risultati. 
Crescendo, devono imparare che ciò che conta non è il traguardo, ma il percorso, spesso in salita».

Quali sono i vantaggi della fatica?
«La fatica forgia, mentre l’iperprotezione blocca la crescita. 
Il desiderio dei genitori di proteggere i figli dalla delusione e dall’abbandono, o di sorvegliare le loro emozioni aspettandosi che provino ciò che vogliamo noi, non è sano. 
Insegnare ad affrontare la fatica e a fare i conti con il principio di realtà permette ai ragazzi di acquisire la forza e le competenze necessarie per unirsi al proprio gruppo di amici e affrontare insieme le sfide della crescita. 
L’appartenenza al gruppo, l’amicizia e la partecipazione alla comunità locale possono proteggere gli adolescenti dall’infelicità e dai danni prodotti dall’ansia del mondo adulto».

Il gruppo può rappresentare, quindi, un’ancora di salvezza?
«Oggi i ragazzi stanno male perché sono soli. 
Sono passati dalla comunità locale alle community online e non sviluppano adeguate competenze relazionali, perché non le allenano. 
Del resto, anche noi genitori abbiamo ridotto al minimo la nostra socialità. 
Dovremmo allearci con una famiglia che ha un figlio della stessa età, confrontarci regolarmente e favorire gli incontri tra i ragazzi, anche attraverso la frequentazione reciproca nei pomeriggi. 
Troppo spesso, invece, gli adolescenti trascorrono ore da soli nella propria stanza».

Quanto è importante l’ascolto?
«I ragazzi non devono necessariamente essere ascoltati dagli adulti: a volte sono gli amici a salvare loro la vita. 
È con i coetanei che riescono a elaborare e superare quel dolore che, da sempre, durante l’adolescenza viene metabolizzato e curato anche grazie all’ascolto dell’amico o dell’amica del cuore, più che attraverso la comprensione e il maternage del mondo adulto».

giovedì, ottobre 15, 2026

LIBRO: "La voglia di andarsene. I figli all'estero, il grande male dell'Italia" di Tiziana Ferrario

 
Per quanto tempo ancora l’Italia può rinunciare ai suoi giovani e, dopo averli formati, regalarli agli altri Paesi? 
Tiziana Ferrario parte da un’esperienza personale e si fa portavoce delle migliaia di madri e padri che hanno visto i loro figli partire per costruirsi un futuro altrove. 
Negli ultimi dieci anni circa un milione di giovani ha lasciato il Paese: una generazione in fuga, delusa dalla mancanza di opportunità e da stipendi con cui è impossibile immaginare una vita autonoma. 
Tanto studio, tanta fatica e, alla fine, il vuoto. 
La scelta di andarsene diventa il modo per superare la delusione, anche se non è mai facile lasciarsi affetti e amici alle spalle. E non è facile nemmeno per chi resta.

Da dove comincia questa storia? 
Tutto parte dalla chat tra una madre e un figlio lontano. 
Così inizia un viaggio in un’Italia che silenziosamente sta cambiando mentre invecchia, giocandosi il futuro. 
È il vissuto personale dell’autrice e di suo figlio Edoardo – uno dei tanti trentenni che hanno fatto le valigie – ma è anche lo specchio di quanto stanno vivendo tutti quegli italiani diventati genitori senza figli e nonni senza nipoti. 
Nelle loro testimonianze traspare nostalgia, orgoglio, mai la rabbia, che pure sarebbe giustificata, nei confronti di un Paese che non sa trattenere i suoi giovani. 
Un’inchiesta giornalistica che è anche denuncia e proposta: un invito alla classe politica e al mondo economico a invertire la rotta, prima che sia troppo tardi.

mercoledì, ottobre 14, 2026

LIBRO: "Come se ne esce. Il mondo dopo Donald Trump" di Francesco Costa

 

Il mondo è più instabile che mai. Le notizie ci spaventano e ci sfiniscono. E niente di tutto questo sparirà con la fine della presidenza di Donald Trump, che è invece il punto di arrivo di una crisi molto più lunga: finché non sarà affrontata produrrà altri Trump, con qualsiasi nome arriveranno. 
Le regole del mondo di prima non funzionano più, quelle nuove sono tutte da costruire, e le democrazie non sanno che pesci prendere.
Il problema è che è difficile proteggere le democrazie quando queste smettono di produrre risultati soddisfacenti, che si parli di redditi, sicurezza, libertà, servizi, opportunità, diritti. 
Allora i nemici della democrazia cavalcano la sfiducia, vincono le elezioni e proseguono a sfasciare tutto. 
Il caos che gli Stati Uniti esportano ovunque, insomma, nasce dal caos al loro interno. 
Chi spera di contenerlo con la diplomazia, la pazienza e i vertici internazionali si prepara a una lunga attesa: la malattia è profonda. 
Ma come si è arrivati a tanto? 
E soprattutto: come si chiude questo momento politico, storico, culturale? 
Come si volta pagina?

In questo libro, Francesco Costa cerca la risposta nelle persone e nei luoghi dove già oggi, negli Stati Uniti, si costruisce un futuro diverso e si impara dagli errori del passato: risolvendo problemi concreti, ristabilendo un rapporto di fiducia reciproca, ripensando le comunità e le città, riportando industria e lavoro. 
Vincendo quando e dove non sembra possibile. Facendo funzionare la democrazia e, in questo modo, proteggendola. Dalla California al Mississippi, un viaggio nell'America che cambia rotta, trova soluzioni e cerca una via d'uscita al decennio di Trump.

È una storia che riguarda anche noi: c'è già chi ha smesso di aspettare le vecchie regole e ha cominciato a scriverne di nuove.

martedì, ottobre 13, 2026

Le emozioni suscitate dal "Sudario per Gaza" in una poesia di Sandro Bovassi



L'esposizione domenica a Paderno Dugnano del Sudario per Gaza, con i nomi di più di 18.000 bambini uccisi a Gaza è stato sicuramente un momento emozionante per tutti i presenti.

In particolare pubblichiamo qui la poesia scritta da Sandro Bovassi, scritta sull'onda di emozioni vissute:

di Sandro Bovassi - 12 Ottobre 2026

se appoggio le mani sul tavolo
e dovrei ringraziare qualcuno per averlo
sento le vibrazioni che si trasmettono
se cammino a cerchio
attorno ad un sudario
piango a non saper neppure pronunciare
la parola bambini distrutti
cammino avvolto dal verde dei miei abiti
dagli alberi che ancora abbiamo
e non trovo di meglio che guardare al cielo
che è così bello ovunque
senza confini e senza bandiere
devo stare in silenzio per
ascoltare i silenzi di chi ha smesso
di correre e ridere e tornare
papà voglio andare a casa
così chiedeva un bambino
e non sapeva di avere un posto
una famiglia a cui tornare
tutti se ne vanno
resto ancora un po' al sole
se chiudo gli occhi sento il canto
degli alberi al vento che dicono?
se allungo la mano c'è chi la stringe e mi accompagna
qui dove il mondo sa cantare
e restare in silenzio
senza piangere e ricordare
sono così tanti che
il mio cielo non riesce a contenerli
alle porte dei campi si raccoglievano
i nomi di chi usciva?
ho studiato come si dava la morte
e mi hanno spiegato che può essere giusto se siamo i vincitori
ho imparato a girarmi se ci sono come posso?
non ho tempo per dire i nomi e i giorni
di chi è andato con la condiscendenza
che si deve a chi governa
permettetemi di rifiutare
che sono avvolto in migliaia di vite rubate
e non desidero fermarmi a discutere con chi
disquisisce sulle parole e dichiara
che non si può dimenticare
il passato di vergogna
di cui siamo colpevoli
ma il mio nonno è sopravvissuto ai fasci e
ha continuato senza sapere che
sarei arrivato io a piangere con il suo nome
i bambini sanno solo giocare
e non hanno mai ucciso un adulto
che fosse da questa parte e dall'altra
i bambini distruggono ciò che non conoscono
ma solo per gioco
gli adulti distruggono
anche solo obbedendo
camminavo in tondo e ascoltavo il sole
i richiami e le chiacchere
ero avvolto di verde e non mi vergognavo
se non dei nomi che sventolavano senza che nessuno di qui
li riconoscesse
un nome non è niente se
non è il tuo
nuvole di polvere e cenere
aspettiamo le ruspe che coprano

LIBRO: "LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO: Storie giapponesi per riparare ció che la vita ha rotto" di Elena Giappone

 

E se tutto ciò che consideri rotto in te fosse in realtà la parte più preziosa?

In Giappone, quando un oggetto si rompe, lo riparano con l'oro. Non per nascondere la frattura. Per renderla visibile. Perché la crepa racconta una storia. E quella storia è oro puro.

Elena Giappone ha fatto scoprire il Giappone a 138.000 italiani su Instagram. Ma questo libro non parla di templi o ciliegi in fiore. Parla di te. Delle tue cicatrici. Del tempo che passa troppo in fretta. Di tutto quello che pensi sia "sbagliato" nella tua vita.

19 verità che L'Occidente ha dimenticato.
19 concetti che non hanno traduzione.
19 storie di persone normali.

Italiani come te che hanno scoperto l'arte del kintsukuroi: trasformare le fratture in oro. Il kaizen: migliorare dell'1% ogni giorno invece di aspettare la grande rivoluzione. Il wabi-sabi: trovare bellezza nell'imperfezione. La filosofia giapponese applicata alla vita vera.

Ogni storia nasconde un significato e un'antica pratica.

Scoprirai che:

✨ Le cicatrici diventano oro, non difetti da nascondere (kintsugi)
✨ Le cose che finiscono sono le più belle (
mono no aware)
✨ Lo spazio vuoto è dove trovi pace (
ma)
✨ "Non posso farci niente" a volte è libertà (
shōganai)

E molto altro ancora che ti aspetta.

Non è teoria zen da monaco. Non è auto-aiuto con le bacchette.

Storie vere. Pratiche concrete. Emozioni che riconosci.

Un esempio?


Alla stazione di Tokyo, un treno ad alta velocità resta fermo 12 minuti. Per pulirlo tutto, da cima a fondo, ne bastano 7.
E prima di cominciare, chi lo pulisce si inchina al treno.
Funziona così. Sul binario, qualche minuto prima dell'arrivo, si mette in fila una squadra di una ventina di persone in divisa. Quando lo Shinkansen entra in stazione, tutti insieme fanno un inchino. Le porte si aprono, i passeggeri scendono, e loro sono lì, con un sacco in mano, a raccogliere i rifiuti di chi passa, ringraziando uno per uno.
Poi salgono. E comincia il conto alla rovescia.
Ognuno ha la sua carrozza. Circa cento posti a testa. Raccogliere tutto quello che è rimasto sui sedili e per terra. Controllare le tasche degli schienali e sotto i sedili, in cerca di oggetti dimenticati. Pulire ogni tavolino. Cambiare le fodere dei poggiatesta. Girare tutte le file di sedili nella direzione del nuovo viaggio. Intanto altri puliscono i bagni.
Sette minuti. Poi scendono, si rimettono in fila sul binario, e si inchinano di nuovo. Questa volta ai passeggeri che stanno per salire.
La società si chiama TESSEI e lavora per le ferrovie dell'est del Giappone. Nel mondo quella scena la chiamano "il miracolo dei sette minuti". I turisti la filmano. Le televisioni straniere la raccontano. La Harvard Business School ci ha scritto sopra un caso di studio.
Ma la cosa più interessante di questa storia non sono i sette minuti. È quello che c'era prima.
Perché non è sempre stato così.
Fino alla metà degli anni Duemila, pulire i treni era considerato uno dei lavori più umili che esistessero. La maggior parte degli addetti non era giovane: l'età media superava i cinquant'anni, e tanti ci erano arrivati dopo che la vita li aveva spinti fuori da altri lavori. Nessuno li guardava. I passeggeri passavano loro accanto come si passa accanto a un muro. E loro, lentamente, avevano cominciato a guardarsi allo stesso modo. C'era chi, si racconta, a chi glielo chiedeva preferiva non dire che lavoro facesse.
Nel 2005 arrivò in azienda un dirigente delle ferrovie, Teruo Yabe. Per molti, un posto di fine carriera. Non aveva mai pulito un treno in vita sua.
La cosa più ovvia sarebbe stata aggiungere controlli, regole, rimproveri. Lui fece un'altra cosa. Andò sui binari. Guardò. Ascoltò. E capì che il problema non era come pulivano. Il problema era che nessuno li vedeva. E chi non viene mai visto finisce per credere di non valere niente.
Allora non cambiò il lavoro. Cambiò lo sguardo.
Disse a quelle persone che il loro mestiere non era "pulire". Era accogliere chi viaggia. Arrivarono divise nuove, più vivaci; d'estate, perfino camicie a fiori. Cominciò a chiedere a loro, e non ai dirigenti, come migliorare il servizio, e a mettere in pratica le loro idee. E nacquero i "rapporti degli angeli": ogni giorno qualcuno annotava i piccoli gesti belli dei colleghi, quello che aveva rincorso un passeggero per restituirgli il portafoglio, quella che aveva aiutato una persona anziana con la valigia. Poi quei gesti venivano letti, raccontati, ringraziati.
Piano piano, qualcosa si è girato. Le stesse persone, lo stesso straccio, gli stessi sette minuti. Ma adesso c'era qualcuno che guardava. E loro hanno cominciato a lavorare come chi sa di essere guardato con rispetto. Oggi chiamano quella scena, quasi scherzando, "il teatro dello Shinkansen".
Adesso fermati un momento, e pensa a quante cose, intorno a te, restano in piedi grazie a qualcuno che non vedi.
L'ufficio pulito la mattina. Il cestino svuotato. La tavola apparecchiata. Il frigorifero che non resta mai vuoto. La persona che si ricorda di tutti i compleanni. Chi tiene insieme un gruppo senza che nessuno se ne accorga. Chi rimette in ordine dopo la festa, quando gli altri sono già andati via.
La maggior parte del lavoro che regge il mondo è invisibile. E la maggior parte delle persone che lo fanno, a un certo punto, smette di aspettarsi un grazie. Poi, piano, smette anche di darsi valore da sola.
Mi è capitato di sedermi a un tavolo pulito senza chiedermi nemmeno chi l'avesse pulito. E mi è capitato anche il contrario: fare bene una cosa che nessuno ha notato, e cominciare a pensare che, se nessuno la vede, forse non conta.
Quella squadra di Tokyo racconta che conta eccome. E racconta anche un'altra cosa, più sottile. L'inchino al treno, prima di cominciare, non lo fanno per i passeggeri. Lo fanno per il lavoro stesso. È un modo di dire, senza parole: quello che sto per fare merita rispetto. Anche se lo faccio io. Anche se nessuno guarda.
Non sempre possiamo cambiare il lavoro che ci tocca. Ma possiamo cambiare lo sguardo con cui lo facciamo. E possiamo, ogni tanto, alzare gli occhi e accorgerci di chi, accanto a noi, sta facendo in sette minuti un miracolo che nessuno applaude.
Da qualche parte, in questo momento, qualcuno sta tenendo in piedi un pezzo del tuo mondo senza farsi notare. Forse è una persona accanto a te. Forse sei tu.
Ho scritto un libro con 19 idee giapponesi come questa, diverse da quelle dei miei post e mai raccontate prima: 19 modi per accorgersi del valore delle cose che nessuno vede, a cominciare da quelle che fai tu.
"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO", disponibile su Amazon e in libreria.
Non è un manuale. È un invito a guardare la tua vita con occhi nuovi.

www.facebook.com/elenagiappone

lunedì, ottobre 12, 2026

LIBRO: "Il corso dell'amore" di Alain de Botton

 
Eccezionalmente un romanzo tra i libri di Restare Umani...

A Edimburgo, Rabih e Kirsten si conoscono sul lavoro - lui architetto, lei funzionaria comunale - si piacciono, iniziano a frequentarsi, decidono di sposarsi e hanno dei figli. 
Una storia d'amore come tante. Potrebbe finire qui, con le tradizionali parole e vissero per sempre felici e contenti... 
Ma cosa succede dopo? 
Cosa succede una volta che la passione degli inizi lascia spazio alle prime difficoltà, alla noia, alla ripetitività degli anni passati insieme? 

In questo nuovo romanzo, che arriva a più di vent'anni dall'esordio con "Esercizi d'amore", Alain de Botton racconta la fase della relazione che segue l'innamoramento e ci mostra, alternando la storia di Rabih e Kirsten a considerazioni illuminanti, come sia possibile "imparare" di nuovo ad amarsi, di un amore più razionale e meno romantico, forse, ma proprio per questo più profondo. 
Seguiamo Rabih e Kirsten nelle loro vicende quotidiane e li vediamo alle prese con le grandi gioie della genitorialità, ma anche con le continue discussioni per le piccole cose, le delusioni, le aspettative non corrisposte, i tradimenti. 

Il percorso è accidentato, e non sempre i due ce la faranno da soli, ma nonostante tutto sceglieranno di provarci ancora. 
Una riflessione originale sulle relazioni moderne e allo stesso tempo il sorprendente romanzo dell'amore non romantico.

Il Sudario per GAZA a Paderno Dugnano: in silenzio, per urlare la nostra richiesta di PACE in tutto il mondo


Ieri mattina, nella Piazza del mercato di Paderno Dugnano è stato srotolato il “Sudario per Gaza, per non dimenticare un solo nome”, un telo bianco lungo 25 metri e largo 8, ricoperto dai nomi scritti a mano di 18.457 bambini e ragazzi palestinesi tra 0 e 17 anni, uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023 al 31 luglio 2025. Anche un bambino di ZERO giorni!

Un telo con dello spazio bianco, per ricordare quei bambini che ancora oggi sono sepolti tra le macerie di Gaza, il cui nome non sarà mai riportato in nessun elenco.

Un telo per non dimenticare i bambini che ancora in questi giorni stanno morendo a Gaza.

Un telo, creato dall’Associazione Carnia per la Pace, che da più di un anno sta girando l’Italia, suscitando molta emozione ovunque.

E vi posso assicurare che sono stati momenti davvero di commozione, alla presenza delle associazioni padernesi che in questi anni hanno operato, ognuna con modalità diverse, ma anche, e soprattutto, alla  presenza di molti cittadini, centinaia di persone, a ribadire il loro NO alla guerra, a chiedere la PACE, a RESTARE UMANI.

Il telo, mosso dall’aria, in alcuni momenti sembrava respirasse, immaginando che per un momento, quei bambini fossero ancora tra noi.

Avere tra le braccia il sudario, nelle fasi iniziale e finale, dava l’illusione di poter cullare quei bambini ancora una volta e dare loro un’ultima carezza.

Tra la lettura delle poesie di pace e la testimonianza di un cittadino di Gaza, il SILENZIO ha rappresentato una forte richiesta di PACE, in tutto il mondo, ogni giorno, perché tutti i popoli del mondo hanno diritto alla PACE !