da Il Corriere della Sera di Marco Ventura
l governo di Ottawa ha appena varato una legge, nota come Bill C-9 , che rende più severe le norme contro chi fomenta l’odio verso specifiche comunità. Nobili gli intenti ma lo scenario è complesso: i dubbi di musulmani ed ebrei, le implicazioni politiche. Una vicenda esemplare
Che cosa deve contare di più? La tua libertà di esprimerti anche se mi sento minacciato da ciò che dici? Oppure il mio diritto di farti tacere perché ciò che dici mi mette in pericolo? Quale parola va censurata perché foriera di discriminazione, abusi, violenza? E quale va tollerata perché non necessariamente seguita dai fatti e perché la libertà d’opinione è talmente preziosa da valere il rischio? L’interrogativo agita da tempo le società liberal-democratiche. L’aggressività veicolata e amplificata dai social ha fatto crescere la sensibilità per la protezione delle persone e delle comunità, soprattutto quando vulnerabili. Ci sentiamo pronti ad accettare limiti maggiori alla libertà d’espressione rispetto alle conquiste del passato. Però ci dividiamo sulla soglia di tolleranza: che cosa è protetto dal diritto di esprimerci? Come individuare e punire la parola che non deve esser detta?
Un test decisivo è rappresentato dal dibattito sul divieto di antisemitismo e di islamofobia: nasce qui la nostra nuova libertà d’espressione. Dallo scorso 18 luglio è in vigore in Canada una legge mirata, recita il titolo, «a proteggere dall’odio le comunità». Il Combatting Hate Act, noto come Bill C-9, rende più severe le norme via via aggiunte al codice penale federale a partire dal 1970 con l’obiettivo di perseguire chi fomenta l’odio contro specifiche comunità. In particolare, è ora punibile anche chi faccia uso di simboli riconducibili a organizzazioni terroristiche e chi impedisca l’accesso a luoghi di culto o intimidisca chi intende accedervi. Soprattutto, è stata rimossa l’esenzione religiosa che proteggeva qualsiasi discorso fondato in buona fede sulla dottrina teologica o sui testi sacri: d’ora in poi, chi «promuove deliberatamente l’odio contro una comunità determinata» non potrà più invocare il superiore diritto alla libertà religiosa.
La comunità islamica canadese conta oggi quasi due milioni di persone. È cresciuta in vent’anni dal 2% al 5% della popolazione complessiva e può salutare nella nuova legge uno strumento di garanzia: anche se il termine non è nel testo normativo, l’islamofobia è infatti inclusa dal Dipartimento di Giustizia tra i fenomeni da contrastare. Sentito da «la Lettura», il portavoce del National Council of Canadian Muslims si dice nondimeno preoccupato dall’impatto della legge. Trentasette anni, cinese di famiglia emigrata non religiosa, convertito all’islam, Steven Zhou teme anzitutto il giro di vite sui simboli. Vi sono gruppi islamisti fuorilegge che brandiscono versetti del Corano d’uso comune. Colpendo chi utilizzi simboli anche soltanto somiglianti a quelli dei jihadisti, come ora consente la legge, si minaccia la quotidianità dei fedeli. È ancor più preoccupato, il portavoce della maggiore organizzazione per i diritti dei musulmani del Canada, dall’abolizione dell’esenzione religiosa che potrebbe incoraggiare denunce fondate sull’ignoranza dell’islam. «Undici musulmani sono stati uccisi negli ultimi dieci anni», ricorda Steven Zhou, e fa notare come il responsabile dell’attentato al Centro islamico di San Diego in California, lo scorso maggio, si sia ispirato agli attacchi contro i musulmani canadesi. L’islamofobia è in vertiginoso aumento, sostiene, e questa legge rischia di risultare inefficace, se non controproducente.
Mark Sandler, membro della comunità ebraica, presidente dell’Alliance of Canadians Combatting Antisemitism, concorda con la critica alla rimozione dell’eccezione religiosa. Il settantunenne avvocato di Toronto racconta a «la Lettura» di aver raccomandato alla Commissione Giustizia della House of Commons, quando fu audito, di non togliere la good faith religious expression defence per non allarmare le comunità religiose. Egli diverge tuttavia da Steven Zhou quanto agli effetti. Anche senza l’esenzione, sostiene Mark Sandler, resta estremamente difficile incriminare qualcuno. D’altronde non costituisce reato, precisa il testo legislativo, «screditare, umiliare, ferire o offendere». L’odio penalmente rilevante deve concretarsi in «un’emozione di natura intensa ed estrema» tesa alla «denigrazione e al disprezzo», vilification and detestation nel testo inglese, calomnie et détestation nel testo francese.
Insomma, per Mark Sandler l’asticella resta molto alta. Ci vuole poi sempre l’autorizzazione a procedere del ministro della Giustizia, un requisito sgradito a chi avrebbe voluto un’azione più decisa. A differenza dell’islamofobia, l’antisemitismo è sempre stato menzionato dalla legge e continua a esserlo. Sandler lo ritiene opportuno, a tutela dei quasi 400 mila ebrei canadesi, circa l’1% della popolazione, contro i quali si è registrato il 70% dei crimini d’odio religioso censiti dalla polizia canadese nel 2024.
La nuova legge è ora affidata alle comunità, alla società, alla macchina giudiziaria, alla competizione politica. Nella provincia francofona del Québec prevalgono le politiche anti-religiose della Coalition Avenir Québec. Dal 2019 è battaglia sulla legge provinciale 21 che vieta molte manifestazioni religiose in nome della laïcité. La Corte suprema di Ottawa si pronuncerà a breve sulla costituzionalità di norme difese dal governo del Québec finanche attraverso l’articolo 33 della Carta canadese dei diritti e delle libertà del 1982, che salvaguarda eccezionalmente leggi provinciali in conflitto con i diritti della Carta. Lo scorso febbraio ha soffiato sul fuoco un nuovo intervento legislativo che in nome della laïcité giunge a vietare la preghiera all’aperto. Nell’occasione sono scesi in campo anche i vescovi cattolici del Québec per chiedere, con lo storico appello del 30 marzo, il ritiro del provvedimento.
È questo lo sfondo della nuova legge contro l’odio. Il governo federale a guida progressista l’ha voluta contro le politiche anti-religiose in Québec, ma il Bloc québecois, espressione nazionale del fronte pro laïcité, ha saputo imporre al primo ministro Mark Carney l’abrogazione dell’esenzione religiosa. Le incertezze delle comunità islamiche ed ebraiche sulle ricadute della legge si intrecciano dunque con la negoziazione politica e con la tensione tra pezzi del Paese.
Pur del tutto peculiare, il quadro sintetizza il dilemma delle nostre società, divise tra la difesa delle libertà e il bisogno di disarmare chi predica violenza. Quattro anni fa, proprio di questi giorni, lo scrittore Salman Rushdie veniva gravemente ferito durante una conferenza nello Stato di New York. Il 29 luglio scorso il processo federale si è concluso con la condanna dell’attentatore Hadi Matar, esecutore della sentenza pronunciata dal leader iraniano Khomeini nel 1989 dopo l’uscita del romanzo I versi satanici dell’autore anglo-indiano.
Nasce nelle contraddizioni la nuova libertà d’espressione: tra le paure delle comunità e le strumentalizzazioni dei partiti e dei governi, tra la censura della religione altrui, o della religione in quanto tale, e il bisogno d’una discussione aperta, di un confronto libero, sull’islam, sull’ebraismo, su tutte le fedi

