Restare Umani
Circolo Culturale di Paderno Dugnano
mercoledì, settembre 02, 2026
SALUTE: La nuova CASA di COMUNITA' di Paderno Dugnano
martedì, settembre 01, 2026
CON-CORSO di SCRITTURA: "Raccontare il Borghetto di Palazzolo Milanese. Scritture in dialogo"
Restare Umani, in collaborazione con l'UTE (Università della Terza Età) di Paderno Dugnano, organizzano un
- Centralità del luogo, ovvero la capacità del testo di far “vivere” il luogo.
- Originalità del racconto, ovvero la caratterizzazione personale del testo.
- Racconto breve, inedito, di massimo 8.000 battute
- 1 solo TESTO per autore
- SCADENZA tassativa entro cui inviare il testo: 31 Marzo 2027
- INVIO: all’indirizzo eMAIL "restareumani2011@gmail.com"
- FORMATO testo: Word (.doc) oppure ODT (Open Document Text)
- A ogni testo selezionato e non, la Giuria risponderà con un altro testo (in forma di lettera o in altra forma) che non conterrà giudizi, ma riflessioni: "Ecco cosa mi ha fatto pensare il tuo racconto".
- Saranno selezionati massimo 10 testi.
- Le 10 coppie "Testo & Risposta" saranno presentate in occasione della Festa del Parco Borghetto organizzata nel Giugno 2027 da Restare Umani e pubblicate in un’antologia.
lunedì, agosto 31, 2026
Il CAI di Paderno festeggia gli 80 anni con la FESTA della MONTAGNA il 5 e 6 Settembre con molte interessanti iniziative gratuite! Partecipa anche TU!
- PARETE di ARRAMPICATA per piccoli e grandi
- Incontro sull'IMPORTANZA dei GHIACCIAI
- 4 gruppi di persone percorreranno in contemporanea i 4 PERCORSI URBANI tracciati dal CAI di Paderno attraverso i parchi e le aree verdi dei quartieri di Paderno Dugnano
- CONCERTO e NARRAZIONE per raccontare le imprese delle alpiniste donne mondiali
- CONCERTO al TRAMONTO del CORO del CAI di BOVISIO con un repertorio che va dalla tradizione italiana alle sonorità internazionali
I giovani marocchini che scappano in Europa
La crescita economica degli ultimi anni non si è tradotta in una maggiore ricchezza per tutta la popolazione. E molti continuano a cercare di emigrare all’estero.
A Safi, la città portuale marocchina in cui è nata, Salma (nome di fantasia per proteggere la sua identità) impacchettava lattine di sardine in piccole scatole di cartone. Le lattine uscivano dal forno ancora roventi in una cassa di metallo. Nei giorni in cui il mare dava più frutti, lavorava anche diciotto ore al giorno fin ché l’intero carico non era stato inscatolato. Si ritrovava le punte delle dita annerite dal contatto con il metallo caldo.
Dopo la laurea Salma, 24 anni, ha cominciato a lavorare nella capitale Rabat in un grande palazzo di vetro con l’aria condizionata, uno dei simboli del recente sviluppo economico del Marocco. Le sue ciabattine schioccano sul pavimento di marmo. Ma, nonostante il prestigio del suo nuovo impiego, vive ancora in ristrettezze. Come molti marocchini della sua età, deve fare i conti con salari bassi e la sensazione che le opportunità si trovino altrove. Come tanti, non vorrebbe solo limitarsi a sopravvivere.
Negli ultimi decenni, da quando il Marocco si è impegnato a tenere in ordine i conti e a investire nelle infrastrutture, l’economia è cresciuta e la povertà è diminuita. Secondo gli economisti, però, questa crescita, che si concretizza negli stadi dalle forme sinuose e nelle torri scintillanti lungo la costa nordoccidentale, non si è tradotta in posti di lavoro sufficientemente buoni o salari migliori per la maggioranza delle persone.
Questo fallimento è finito sotto i riflettori alla fine di luglio, quando più di 72mila persone, in gran parte giovani marocchini in cerca di un futuro migliore, si so no riversate nella exclave spagnola di Ceuta.
Secondo le autorità spagnole sono morte almeno 82 persone, ma un’ong marocchina stima un numero più alto, almeno 141.
Eppure molti dicono di vo lerci riprovare. Mehdi Lahlou, che insegna economia all’Istituto nazionale di statistica ed economia applicata di Rabat, ed è esperto di migrazione, sostiene che la spinta a parti re deriva dalla riduzione del potere di acquisto, dalla marginalizzazione delle aree rurali e dall’assenza di servizi pubblici. “I frutti della crescita economica non arrivano alla maggioranza”, spiega.
I successi del Marocco sono tanti: negli ultimi anni ha costruito una solida produzione automobilistica e aeronautica, diventando uno dei pochi paesi della regione ad attirare questo tipo di mani fattura.
Un nuovo grande porto industriale ha migliorato la capacità nel campo delle esportazioni e della logistica, mentre l’azienda statale che produce fosfato ha reso il Marocco un fornitore chiave di fertilizzanti a livello mondiale.
Tuttavia i grandi investimenti pubblici, tra cui quelli nello sport (il paese ospiterà i Mondiali di calcio del 2030 insieme a Spagna e Portogallo) e nei treni ad alta velocità, “sono ad alta intensità di capitale, e non creano abbastanza opportunità di lavoro”, spiega Lahlou.
Il tasso di disoccupazione è del 13 per cento, ma per i giovani la percentuale è il triplo, tanto che anche chi ha un lavoro desidera la sciare il paese.
Torri svettanti
L’ambizione del regno è visibile alla periferia della capitale, dove un grattacielo a forma di missile svetta su un’area coperta da alberi che crescono fiacchi sotto il sole. “Benvenuti nella torre Mohammed VI”, si legge su uno schermo interattivo all’interno dell’edificio intitolato al re, completato solo l’anno scorso. I ceramisti che avevano i loro laboratori in quest’area prima dell’apertura del cantiere sono stati trasferiti nel centro della città.
Lì vicino una guardia tiene i pedoni lontani dal prato del nuovo teatro reale, progettato dallo studio Zaha Hadid Architects, alla cui apertura quest’anno ha partecipato Brigitte Macron e la famiglia reale marocchina. Sul lungomare è stato recentemente inaugurato un enorme stadio di hockey sul ghiaccio, nonostante lo sport sia relativamente sconosciuto nel paese.
Quando Salma esce dal lavoro torna in un appartamento al piano terra che condivide con un’amica nella vicina città di Salé. La stanza è buia perché la finestra non si apre del tutto e di notte lei e l’amica dormono su una coperta zebrata stesa sul pavimento. Salma guadagna l’equivalente di 369 euro al mese, meno della metà del salario medio nel settore pubblico, che è di 862 euro, una somma insufficiente per vivere come lei vorrebbe. Arrotonda scrivendo testi per gli youtuber e registrando dei voice-over per la pubblicità. Dopo l’università avrebbe voluto rimanere a Safi, città dominata dalle industrie delle sardine e del fosfato.
Sua madre lavora ancora in uno stabilimento ittico, dove taglia le teste dei pesci. “Sono andata a chiedere in molti posti, ma non sono riuscita a trovare lavoro… Lì c’è più offerta che domanda. Sono così tanti i giovani che vogliono lavorare”, dice.
Secondo l’economista Najib Akesbi, i grandi investimenti hanno creato una facciata di successo agli occhi degli osservatori esterni. Lo sviluppo di ferrovie ad alta velocità e stadi costosi, concentrato soprattutto nel litorale di nordovest, è avvenuto a spese del resto del Marocco e di servizi come la sanità pubblica.
Questi contrasti, che Akesbi definisce il “Marocco dimenticato”, hanno determinato nel 2025 un’ondata di proteste della generazione Z, innescate dalla morte di otto donne incinte in un ospedale pubblico di Agadir. Il governo marocchino ha riconosciuto le disuguaglianze e ha dichiarato di voler ampliare la rete di protezione sociale e sanitaria.
All’inizio di agosto Medhi, fabbro e calciatore professionista di vent’anni, ha lasciato la sua casa a Salé per cercare di varcare il confine a Ceuta. Era il quinto tentativo per lui: sapeva cosa serviva e quale sarebbe stato l’itinerario. Ha porta to con sé pinne e buste di plastica in cui avvolgere cellulare, soldi, cibo e acqua. Ha nuotato per sette ore finché non è arrivato a Ceuta. È rimasto nell’exclave spagnola per una settimana. Dopo di che ha deciso di rientrare a nuoto in Marocco per paura delle forze armate spagnole. Mehdi non riesce a trovare un lavoro fisso: passa dal fare il falegname, l’imbianchino o l’elettricista ad altri lavoretti nell’edilizia. Quando faceva il calciatore professionista era pagato circa mille dollari al mese, ma ha raccontato che gli servivano per ripagare i microprestiti che la sua famiglia aveva contratto per comprare beni di prima necessità. “Prima di diplomarmi pensavo che avrei avuto delle opportunità di lavoro. In Marocco, però, diciamo che la vita vera comincia quando finisci gli studi”, dice. “La maggior parte dei marocchini vive così”.
I privati non investono
“La debolezza strutturale più significativa” dell’economia marocchina è la “sua incapacità di creare posti di lavoro in numero adeguato a una popolazione in età lavorativa in crescita”, si legge nell’ultimo rapporto della Banca mondiale.
Si stima che fino a due terzi degli investi menti in Marocco provengano dal settore pubblico. Secondo Akesbi, il settore privato teme di fare investimenti a lungo termine (che creerebbero posti di lavoro e una crescita più solida) a causa dello stretto controllo governativo sull’economia, dell’assenza di concorrenza e del vantaggio di alcune imprese che detenevano posizioni oligopolistiche in settori chiave come quello dei carburanti. “Sono interessati solo ai profitti di breve termine”, spiega.
Mentre Mehdi tornava indietro a nuoto di notte, molto dopo che i suoi compagni di viaggio erano già rientrati, ha visto un cadavere galleggiare in acqua. Ha raggiunto le coste della città di confine di Fnideq la mattina presto, ha camminato per decine di chilometri e poi ha preso un autobus che l’ha riportato a Salé. Si è fermato a casa e ha visto sua nonna e sua madre. Sopraffatte dalla gioia per il suo ritorno improvviso, lo hanno perdonato per essere ripartito. Alle sette del mattino è andato alla spiaggia pubblica di Salé giusto in tempo per cominciare a noleggiare ombrelloni. Guadagna circa 13 euro al giorno, a seconda di quante persone vanno in spiaggia. Dice che aspetterà ancora due settimane e poi farà un altro tentativo a Ceuta.
domenica, agosto 30, 2026
LIBRO: "Ragazzi che pensano troppo" di Matt Richtel
# 1 Il miglior saggio dell’anno - The New Yorker
sabato, agosto 29, 2026
LIBRO: "Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla" di Francesco Guccini
Dalle acque del Reno italico Francesco Guccini recupera una piccola gemma: un malizioso quadretto pieno di sensualità d'antan, che il lettore si divertirà a leggere almeno quanto l’autore si è divertito a riportarlo alla luce.
Un brogliaccio che salva dall'oblio storie di un tempo lontano, il grido di una ragazza che passa in bicicletta, una caldissima giornata estiva...
Bastano questi ingredienti perché dalla penna di Francesco Guccini sgorghi un racconto luminoso e sognante come certi ricordi di giovinezza.
Un po' salace, boccaccesca, nella più pura tradizione della novellistica italiana, un po', al contrario, quasi lieve, seppiata dalla patina di tenerezza e nostalgia appóstavi dal tempo passato, questa storia è ricca di echi, perché, risalendo dentro un passato ancora più remoto, evoca addirittura i miti pagani della tradizione classica.
Sembra quasi scritta da un Virgilio più audace o da un Ovidio più pudico.
venerdì, agosto 28, 2026
MARIO DRAGHI: il libro "Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo" e la nuova Associazione RHINE
L'ASSOCIAZIONE:
«Il declino non è inevitabile. Ma è la direzione verso cui ci stiamo dirigendo se non agiamo con urgenza. L’alternativa è fare ciò che l’Europa ha già fatto in passato: competere, costruire e tornare a crescere».
Con queste parole l’ex governatore della Bce, Mario Draghi e Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe, hanno annunciato la nascita del think tank Rhine Group - (Rhine è il fiume Reno).
Un’associazione che si definisce «indipendente e apartitica», e che riunisce economisti, imprenditori tech, accademici e figure politiche di spicco per affrontare il declino della competitività europea.
A guidare il progetto sarà Luis Garicano, economista spagnolo ed ex eurodeputato mentre Draghi e Collison rivestiranno la carica di co-presidenti.
L’organizzazione, con sede legale in Svizzera, nasce dal tentativo di trasformare il rapporto che Draghi ha consegnato alla Commissione europea nel 2024, con centinaia di proposte su energia, industria, difesa, ricerca e innovazione, da diagnosi ad agenda concreta di riforme.
Il dato citato dai fondatori nella dichiarazione di intenti pubblicata sul portale dell’associazione è, del resto, incontestabile: soltanto quattro tra le 50 maggiori aziende tecnologiche del mondo sono europee.
Il Vecchio Continente è indietro in tutti i settori che plasmeranno i prossimi decenni. E lo sa bene Collison, classe 1988, fondatore insieme al fratello di Stripe, società specializzata proprio nel settore dei pagamenti digitali, e tra gli imprenditori tecnologici più sensibili al rapporto fra innovazione, scienza e crescita.
L’associazione ha sede in Svizzera, si definisce «apartitica e indipendente»
Rhine Group, che mira ad essere una sveglia per l’Europa, conta su una squadra d’eccellenza composta da personalità provenienti da settori diversi con l’intento di aprire più tavoli sul futuro dell’Europa. Discussioni che si baseranno su documenti di ricerca distribuiti in anticipo e si svolgeranno secondo «la regola di Chatham House» che prevede la riservatezza massima per i partecipanti al forum. Nel comitato siedono il Nobel Philippe Aghion, l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves, la direttrice dell’Economist Zanny Minton Beddoes, i numeri uno di Shopify, Atomico e Klarna.
Per l’Italia nomi illustri tra cui Andrea Pignataro, fondatore di Ion Group, gli economisti Lucrezia Reichlin e Francesco Giavazzi, Francesco Decarolis, professore di economia in Bocconi e Vittorio Colao, ministro per l’Innovazione tecnologica nel governo Draghi. Oltre a Luca Ferrari co-fondatore di Bending Spoons, l’unicorno italiano dei record quotato a Wall Street a luglio con una valutazione di 18,4 miliardi.
giovedì, agosto 27, 2026
FIRMA l'appello per mantenere il canale TV di RAI SCUOLA
mercoledì, agosto 26, 2026
LIBRO: "Mai più" di Anna Foa
Mai più! Questo è stato il grido che si è alzato dopo l'Olocausto. Mai più genocidio, mai più crimini di guerra, mai più violenza indiscriminata contro i civili, mai più odio razziale. Dopo il 7 ottobre 2023 e la strage infinita di Gaza possiamo ancora crederci?
Ma a chi è riferito quel 'mai più'? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima?
E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza?
martedì, agosto 25, 2026
«Cari amici, è l’ora della responsabilità». L’intervento integrale del papa a Rimini
"Domani" ha pubblicato il discorso integrale del Santo Padre ai partecipanti del 47° “Meeting per l’amicizia fra i popoli” di Rimini, pronunciato il 22 agosto 2026 e qui lo riportiamo «Cari amici, è l’ora della responsabilità». L’intervento integrale del papa a Rimini
Cari fratelli e sorelle!
Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.
In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).
Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.
Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1).
Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.
Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti, una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.
Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.
Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).
Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo».[1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo».[2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!
Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!
Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.
Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.
Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione».[3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?».[4]
Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!
Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).
Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).
È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!
[1] L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.
[2] Ibid.
[3] Benedetto XVI, Omelia nella Messa inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Aparecida (13 maggio 2007). Francesco, Catechesi (11 gennaio 2023).
[4] Cfr L. Giussani, Si può vivere così?, Milano 2007.