Andiamo indietro nel tempo.
Luigi XVI alla fine convocò gli stati generali per uscire dall’impasse. Il seguito è noto: fine dei privilegi, introduzione di una fiscalità universale che colpiva tutte le proprietà (imposta fondiaria e sulle successioni, purtroppo proporzionale e non progressiva) e, soprattutto, nazionalizzazione senza indennizzo dei beni ecclesiastici, messi all’asta per risanare le finanze pubbliche. Le classi nobili e borghesi in possesso di titoli di stato divennero spesso i nuovi proprietari dei beni della chiesa, con grande disappunto dei contadini poveri, che speravano che la rivoluzione gli avrebbe permesso di comprare la terra e smettere di lavorare per altri.
La seconda grande crisi del debito si verificò in seguito alle guerre mondiali. Sia nel 1920 sia nel 1945 il debito pubblico francese superò il 200 per cento del prodotto interno lordo (pil), il livello più alto mai registrato fino ad allora. In entrambi i casi fu ridotto nel giro di pochi anni, grazie a una miriade di prelievi eccezionali a carico dei più ricchi, proprio com’era accaduto nel 1789. Nel 1920 fu una delle maggioranze più di destra della storia repubblicana, il Bloc national, a votare un’aliquota del 72 per cento sui più ricchi, e questo nonostante si trattasse di una coalizione proveniente da famiglie politiche che fino al 1914 rifiutavano un’imposta sul reddito anche solo del 2 per cento. Fu la prova, semmai ce ne fosse bisogno, che a volte quando si è all’opposizione è difficile prevedere quello che si farà una volta al governo, e che il contesto storico può portare a innovazioni inattese. Purtroppo il senato nel 1925 bloccò il progetto di prelievo del 10 per cento sul capitale privato adottato dalla coalizione di sinistra. E questo nonostante fosse l’unico modo per risolvere il problema del debito senza ricorrere all’inflazione, che in fondo è solo un’imposta ingiusta e regressiva per la classe media e operaia.
Nel 1945 i rapporti di forza cambiarono. Il debito superò di nuovo il 200 per cento del pil, ma il senato perse il diritto di veto e l’assemblea nazionale, orientata a sinistra, adottò un’imposta di solidarietà nazionale (Isn) con un’aliquota del 20 per cento sui patrimoni più elevati, che arrivava fino al 100 per cento per chi aveva registrato un arricchimento nominale tra il 1938 e il 1945. L’Isn poteva essere pagata in titoli, che erano depositati nelle “società nazionali d’investimento” (una sorta di fondo sovrano) create appositamente.
Veniamo al 2026. Nessuno sa quando arriverà la crisi. È possibile che i tassi d’interesse reali storicamente molto bassi di cui beneficiano i paesi ricchi durino ancora un po’. Ma è probabile che prima o poi tornino a salire, e in tal caso la crisi sarà brutale. L’idea che tutto si aggiusterà continuando a gravare sulle classi medie e lavoratrici attraverso le tasse o l’inflazione o riducendo i servizi pubblici non regge a un’analisi approfondita.
Come nel 1789 e nel 1945, i governi potranno rivolgersi solo ai più ricchi, e questo dovrà avvenire con aliquote più elevate rispetto all’imposta minima del 2 per cento sui super-ricchi discussa nel 2025.