martedì, ottobre 20, 2026

Magdy, della comunità di don Massimo Mapelli, dall'Egitto a Rozzano: e in due giorni ripara gratis la scuola cittadina devastata

dal Corriere della Sera del 20 ottobre 2026 di Paolo Foschini

https://www.corriere.it/buone-notizie/26_ottobre_19/magdy-dall-egitto-a-rozzano-e-in-due-giorni-ripara-gratis-la-scuola-cittadina-devastata-c45fd66e-edf3-43df-80a4-b8c9828edxlk.shtml 

Magdy Shalaby era arrivato in Italia a 16 anni dall'Egitto, senza nessuno. Cresciuto nella comunità di don Massimo Mapelli oggi è sposato, ha quattro figli e una piccola ditta di ristrutturazioni. 
Quando l'istituto «Calvino» di Rozzano è stato devastato si è messo al lavoro gratis e con i suoi operai ha aggiustato tutto consentendo la ripresa delle lezioni. Il grazie del sindaco.

Sarebbe bello che quelli del coro «rimandateli a casa» venissero a conoscere Magdy. 
Incontrerebbero un ragazzo arrivato dall'Egitto anni fa senza nessuno, cresciuto in una comunità, oggi giovane giovane imprenditore dell'edilizia, sposato, quattro figli, che dopo la  devastazione di una scuola a Rozzano ha chiamato a raccolta i suoi dipendenti e ha lavorato gratis con loro per tutto il finesettimana. 
Per aggiustare tutto quanto era stato spaccato da altri. 
E consentire il lunedì mattina le lezioni riprendessero regolarmente. Con i ringraziamenti del sindaco e di tutti i genitori della scuola, molti dei quali piuttosto commossi.

Lui si chiama Magdy Shalaby. La scuola è l'Istituto comprensivo Italo Calvino di Rozzano in cui la scorsa settimana, come in altri istituti del Milanese e tu tutta Italia, gli studenti erano riuniti in assemblea. Del tutto pacificamente. 
Finché a un certo punto, come altrove, un gruppo da fuori ha fatto irruzione spaccando un po' tutto. Condanne, prese di distanza. Ma i danni sono grossi, la scuola è inagibile. Genitori in ansia, lezioni sospese. 
Poi c'è Magdy, l'egiziano. 
E lui decide che l'ansia non basta, e neanche esprimere ferme condanne.
Era arrivato in Italia quando aveva poco più di 16 anni. La sua fortuna fu quella di incrociare la comunità di accoglienza che l'associazione Ucapte - Una casa anche per te, presieduta da don Massimo Mapelli, gestisce appunto alle porte di Milano. 

«È cresciuto con noi - racconta il sacerdote - e poi con gli insegnamenti di Enzo Del Fraro. 
Una volta maggiorenne viene inserito a lavorare nella cooperativa Ies allora operava nel settore dei bancali. Per dodici anni sgobba senza risparmiarsi, diventa anche responsabile della cooperativa. 
Finché fa il grande salto e apre una sua impresa. Fa piccole ristrutturazioni e impianti.

«Fin dall'inizio - racconta don Massimo - si è inserito molto bene nella comunità cittadina. 
Rozzano ha una sua complessità, anche quando c’era qualche straniero che creava problemi lui era quello sempre pronto a intervenire per tradurre, mediare, cercare soluzioni». 

Oggi lo conoscono tutti. «Quando ha visto il Calvino devastato si è reso subito disponibile a riparare quei danni. Con la sua ditta hanno lavorato senza sosta». E hanno aggiustato tutto, in due giorni. Con i complimenti dell'amministrazione comunale e dei genitori.

Ecco, conclude don Mapelli: 
«Questa è la storia di uno dei ragazzi minorenni 
che arrivano da noi senza nessuno, con la vita davanti e nient'altro. 
Ciascuno dal proprio Paese, Magdy dall'Egitto. 

Ora sta restituendo ciò che ha ricevuto».

Teatro: "È IL MOMENTO DI VOLARE" con "I FRUTTI del GELSO" Giovedì 5 Novembre 2026 - Metropolis - Paderno Dugnano


Lo spettacolo 
E' IL MOMENTO DI VOLARE
della Compagnia Teatrale  
I FRUTTI DEL GELSO,
 
nasce dalla passione per il teatro e dalla volontà 
di condividere emozioni attraverso spettacoli rivolti a tutte le età.


Portano in scena commedie, spettacoli per famiglie, rappresentazioni sociali ed eventi culturali collaborando con associazioni, scuole ed enti pubblici

Lo spettacolo E' IL MOMENTO DI VOLARE è un'esperienza di felicità nell'ambito dell'affido familiare. Un racconto capace di parlare a grandi e piccoli con leggerezza, ironia e profondità, affrontando il tema dell'affido familiare attraverso gli occhi di chi lo vive.

Una storia di accoglienza, cura e legami che dimostra come l'incontro con l'altro possa trasformare la vita di tutti.

Per maggiori informazioni: I Frutti del Gelso - Compagnia Teatrale

MOSTRE: Isobel Kara in Hansel e Gretel - Una fiaba tra arte, musica e teatro: Gallerie d'Italia 24 Ottobre 2026 dalle 15.00 alle 16.00 - GRATUITO


Una riscrittura di Hänsel e Gretel concepita per dialogare con le opere del Cantiere del ‘900 e gli spazi di Palazzo Beltrami delle Gallerie d'Italia di Milano, valorizzandone il patrimonio artistico attraverso un linguaggio performativo accessibile e contemporaneo. Lo spettacolo è rivolto ad adulti e bambini e a tutti coloro che desiderano lasciarsi coinvolgere dal gioco e vivere un'esperienza sospesa tra realtà e sogno.

Per famiglie

Per maggiori info: Isobel Kara in Hansel e Gretel - Una fiaba tra arte, musica e teatro Milano - 24/10/2026 15:00 | Gallerie d'Italia Milano

Prenotazione consigliata fino ad esaurimento posti entro il venerdì precedente alle ore 14.00 cliccando qui.

lunedì, ottobre 19, 2026

CAI Paderno: un successo l'escursione "MILANO in CIMA" - dal Duomo al Monte Stella

 

Sabato 17 Ottobre è stata una mattinata speciale lungo il Sentiero Urbano 101 del CAI di Milano

𝑼𝒏 "𝒔𝒆𝒏𝒕𝒊𝒆𝒓𝒐 𝒑𝒂𝒓𝒍𝒂𝒏𝒕𝒆"

GRAZIE A TUTTI

ed in particolare ad 🔆𝐀𝐥𝐟𝐫𝐞𝐝𝐨 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐚🔆 

(ideatore del percorso e autore del libro 𝐌𝐢𝐥𝐚𝐧𝐨𝒊𝒏𝐂𝐢𝐦𝐚) 

che ha accompagnato il gruppo di padernesi 

sul primo sentiero urbano del CAI a Milano (e uno dei primi in Europa). 

⭕️ 𝑼𝒏𝒂 𝒄𝒂𝒎𝒎𝒊𝒏𝒂𝒕𝒂 𝒖𝒓𝒃𝒂𝒏𝒂, 

𝒖𝒏’𝒆𝒔𝒑𝒆𝒓𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒄𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂𝒍𝒆 𝒓𝒊𝒄𝒄𝒂 𝒆 𝒄𝒐𝒊𝒏𝒗𝒐𝒍𝒈𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒊𝒍 𝒈𝒓𝒖𝒑𝒑𝒐, 

𝒅𝒂 𝒓𝒊𝒑𝒆𝒕𝒆𝒓𝒆!⭕️

www.caipadernodugnano.it



«Fly Me to the Moon», il podcast con Riccardo Luna: storie e idee per raccontare i futuri in arrivo


Intelligenza artificiale e salute mentale, cyber sicurezza e futuro di scuola e lavoro. 

Di tutto questo torna a occuparsi «Fly Me to the Moon – Futuri in arrivo», la serie podcast ideata e promossa da Mundys e condotta da Riccardo Luna.

La nuova stagione -prodotta da MoST - amplia lo sguardo su alcune delle trasformazioni più rilevanti del nostro tempo. E mette al centro, ancora una volta, non solo le tecnologie, ma soprattutto le persone che le stanno progettando, studiando e utilizzando per affrontare le sfide del presente.

«Il futuro non è qualcosa che semplicemente arriva: è qualcosa che possiamo scegliere e contribuire a costruire – spiega Luna. – In questa seconda stagione abbiamo incontrato persone che stanno già lavorando su alcuni dei cambiamenti più profondi della nostra società. 

Storie diverse, ma unite dalla stessa domanda: come vogliamo vivere nel futuro che stiamo costruendo?».

  • Silvia Wang, cofondatrice di Serenis, racconta il rapporto tra psicoterapia, nuove generazioni e intelligenza artificiale; 
  • Daniele Pucci, ricercatore e imprenditore, porta la robotica umanoide dalla ricerca all’industria e riflette sulla sfida europea; 
  • Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, immagina il mondo del 2100 tra robot, medicina, AI e trasformazione del lavoro.
  • L'imprenditore Gianni Cuozzo ragiona su sovranità tecnologica e cybersecurity
  • Andrea Pezzi riflette sul rapporto tra tecnologia, impresa e umanesimo; 
  • Enrica Porcari, prima Chief Information Officer del CERN, parla del futuro dell’AI, della condivisione della conoscenza e del ruolo delle competenze umanistiche nell’innovazione.
  • Francesca Cavallo, autrice di «Storie della buonanotte per bambine ribelli», sposta il focus sull’educazione dei maschi e sulla costruzione dell’identità nell’era dei social e degli algoritmi. 
  • Andrea Colamedici parte da un sorprendente esperimento editoriale costruito con l’AI per interrogarsi sul passaggio dalla post-verità alla post-realtà.

I nuovi episodi, della durata di circa 30-50 minuti, sono disponibili sulle principali piattaforme di ascolto e sui canali digitali (Spotify, Apple Podcast e YouTube), sul sito del Corriere della Sera e su  flymetothemoon.mundys.com

Fly Me To The Moon Podcast - YouTube

domenica, ottobre 18, 2026

Parole O_Stili: quando eri tu a stare tra i banchi di scuola, ti ricordi cosa sognavi di diventare?


Quando eri tu a stare tra i banchi di scuola, ti ricordi cosa sognavi di diventare?

Magari quel sogno si è avverato e oggi sei dall’altra parte della cattedra così come immaginavi, oppure nel frattempo hai cambiato idea, affrontato qualche deviazione e scoperto possibilità che a 13, 16 o 18 anni neanche pensavi potessero esserci. 


Guardarsi alle spalle è sempre più facile, non credi? 

Tutto sembra essere più chiaro e avere più senso di quando invece il futuro era ancora davanti a noi, incerto, e siamo chiamati a prendere una decisione. 

Come sta succedendo già a tanti alunni e alunne, in fondo, che nonostante l’anno scolastico sia iniziato da circa un mese già si trovano a chiedersi che scuola sceglieranno, cosa faranno dopo il diploma e soprattutto, affrontano la paura più grande di tutte: quella di fare la scelta sbagliata.


Non è solo questione di percorsi scolastici, accademici o di avviamento al lavoro. 

Dietro questi dubbi e queste domande ci sono passioni, possibilità, desideri e aspettative (loro e quelle altrui!) e la strana sensazione, difficile da nominare ma impossibile da dimenticare, di dover decidere qualcosa di enorme prima di sapere esattamente cosa si vuole. 

Ed è esattamente qui che l’orientamento entra in gioco, inteso non come indicare la strada giusta dall’esterno, ma come l’impegno ad aiutare chi sta crescendo a conoscersi meglio. 

A vedere possibilità che magari non aveva considerato e sentirsi abbastanza libero o libera da scegliere, sapendo che cambiare idea, provare una strada diversa o non riuscire al primo tentativo non significa aver fallito.


Sentiamo spesso dire 

“Come si fa a sapere a 13 anni cosa si vuole fare da grandi?” 

oppure 

“A 18 anni è troppo presto per prendere una decisione così importante”. 

Forse però il punto è proprio che non dobbiamo chiedere a ragazze e ragazzi di avere già tutte le risposte. 

Al contrario, possiamo aiutarli a farsi domande migliori, dando loro gli strumenti per scegliere senza sostituirci a loro.


Per questo il ruolo di chi educa è davvero prezioso. L’orientamento si fa anche attraverso le parole che usiamo, le possibilità che raccontiamo, i giudizi che scegliamo di non dare e la fiducia che riusciamo a trasmettere quando una persona davanti a noi ancora non sa bene dove vuole andare. Insomma non è un caso, ma neanche una sorpresa, che sia anche uno dei grandi temi dell’edizione 2026 di Parole a Scuola, l’appuntamento annuale dedicato alle sfide educative del presente, organizzato da Parole O_Stili in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Istituto G. Toniolo.


Il 24 ottobre, Parole O_Stili organizza a Milano una giornata gratuita dedicata a chi educa e riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione e del Merito ai fini della formazione. Il programma è tanto ricco, lo sappiamo. Se non sai cosa scegliere o se nella tua giornata rimane ancora un po’ di spazio da riempire con prospettive e punti di vista davvero interessanti, abbiamo qualche consiglio per te!

sabato, ottobre 17, 2026

Inaugurato il nuovo asilo nido di Palazzolo


Questa mattina, sabato 17 ottobre 2026, 

è stato inaugurato il nuovo asilo nido di Palazzolo 

in via Volta, 20

La struttura e il giardino sono molto ampi, gli arredi molto belli e curati.

La vecchia struttura in via Monte Sabotino (asilo Girotondo), che inizialmente doveva essere abbattuta, sarà ristrutturata per essere destinata ad altre attività a beneficio degli abitanti del quartiere.
Speriamo a breve...

Ma ecco il nuovo asilo Girotondo di via Volta
Peccato non avere più l'età per frequentarlo...








I treni-passeggini con cui i bambini vengono portati in "gita" fuori dall'asilo 
e che spesso si vedono il venerdì al mercato di Palazzolo

Vecchi e nuovi insegnanti

RESTARE UMANI sarà presente all'EcoFesta 2026 - Parco TOTI, via Serra - Paderno Dugnano

 

"Dario FO: quanto ci manca la sua voce di giullare in mezzo al rumore continuo dei social" di Roberto Saviano


Da “la Repubblica” del 13 Ottobre di Roberto Saviano

“Nel giugno del 2016 i medici gli danno meno di una settimana di vita. Due settimane dopo Dario Fo è su un palco a Roma, davanti a tremila persone, a recitare Mistero buffo. Comincia quasi senza voce, finisce lo spettacolo cantando. Voleva morire in scena, come Molière. Non ci riuscì. Morì il 13 ottobre, in un letto d’ospedale, mentre gli preparavano i muri della stanza per dipingerci sopra le allucinazioni del cortisone. Sono passati dieci anni.
Io l’ho conosciuto a Brera, il 10 dicembre 2009. Mi disse che l’arte è questo: organizzare la fantasia e il sapere contro ogni potere, contro qualsiasi forma di controllo sui corpi. Non per sentirsi migliori, ma per non sentirsi soli. Per stringere alleanze tra chi si sente sbagliato e, venendo a teatro, scopre di non essere l’unico a vedere quello che vede. Poi mi prese sottobraccio – Brera era casa sua, ci si era iscritto a quattordici anni – e mi regalò un giro della Pinacoteca. Si fermò davanti al Cristo morto di Mantegna, il suo quadro. «Lo vedi? Ha imbrogliato. I piedi sono troppo piccoli. Se li avesse dipinti giusti, gli avrebbero coperto la faccia. Ha mentito sulle proporzioni per dirti la verità sul dolore. Non ti fa vedere un Dio, ti mette davanti un morto, uno dei nostri, con le donne che piangono in un angolo come le vedove dei pescatori. Il giullare fa lo stesso: sbaglia di proposito, così vedi quello che non volevi vedere». Quel modo di guardare l’aveva imparato da bambino, sul Lago Maggiore, ascoltando i fabulatori: soffiatori di vetro, pescatori, mezzi matti per la silicosi, che in osteria raccontavano mondi capovolti dove i contadini prendevano a calci i padroni.
Da lì viene la sua idea dell’attore. «Rappresentare sempre, recitare mai». Recitare, per lui, era fingere, e fingere gli faceva schifo. Odiava la quarta parete, il buio in sala che trasforma lo spettatore in un guardone nascosto dietro una tenda. Lui il pubblico lo voleva dentro, complice, chiamato a fare l’amore con la scena, a entrare in quell’orgia di piacere e verità che può essere il teatro. Raccontava spesso dei giullari di Berna, che nel Cinquecento, sui trampoli e a cavallo dei maiali, sbeffeggiarono l’esercito nemico fino a fargli rompere le file. Ma aggiungeva sempre che giullare non vuol dire ribelle: ci sono stati anche giullari al servizio del potere. Il giullare deve scegliere da che parte stare. Lui aveva scelto, e l’aveva pagata cara.
Nel 1962 lui e Franca Rame conducono Canzonissima, davanti a quindici milioni di italiani. In uno sketch Franca è una donna siciliana che avvolge un lungo filo, come una Parca. Fuori scena si sentono spari, e lei spiega con calma a un giornalista arrivato dal continente cosa significa ognuno di questi: un infame che ha avuto la sua sentenza, un sindacalista che dava fastidio, una casa saltata in aria perché qualcuno non ha pagato il pizzo. Poi silenzio. «A chi andrà l’ultimo botto?» chiede il cronista. «A chiddu cchi fa troppe domanne, cioè a tia». Sparo, il giornalista cade, lei taglia il filo. È la prima volta che la televisione italiana parla di mafia. I liberali li attaccano duramente. Il cardinale di Palermo dichiara che la mafia non esiste. A casa arrivano lettere scritte col sangue, una piccola bara di legno e un avvertimento: «State attenti a vostro figlio Jacopo». Il bambino ha sette anni e per tutto l’anno va a scuola con due poliziotti, mentre la censura taglia perfino le parole: orfanotrofio, letto, libertà. All’ottava puntata bloccano uno sketch su un operaio caduto da un’impalcatura senza protezioni, proprio mentre in tutta Italia gli edili scioperano per la sicurezza nei cantieri. Fo e Rame decidono di andarsene, pochi minuti prima della diretta.
La Rai li denuncia per aver abbandonato la trasmissione, loro denunciano la Rai. Dopo anni di processi perdono l’ultima causa: pagano i danni e restano banditi dalla televisione per quattordici anni.

Poi arrivano gli anni Settanta.
Nel 1972 un avviso di reato per “attività sovversive”, poi archiviato. Un giudice di Milano li denuncia per oltraggio alla polizia a causa del manifesto di uno spettacolo, Pum pum! Chi è? La polizia!, che mostrava una famiglia con i vestiti insanguinati.
Nell’autunno del 1973 a Sassari recitano Guerra di popolo in Cile in un circolo privato. Una cinquantina di carabinieri entra nel pieno della rappresentazione. Il giorno dopo ci riprovano, gli spettatori fanno muro, Fo viene trascinato via e chiuso in cella per resistenza a pubblico ufficiale. I detenuti lo accolgono con un applauso. Intanto arrivano le bombe: nei teatri dove recitano, un ordigno incendiario contro la loro casa, e nel dicembre del 1974 una bomba ad alto potenziale contro la Palazzina Liberty, la loro sede a Milano. Nessun ferito, per miracolo.
E il 9 marzo 1973 Franca esce di casa, a Milano, verso sera. Un furgone si accosta, quattro uomini la caricano a forza. Lì dentro la torturano con le sigarette e le lamette, la violentano, poi la abbandonano in un parco. Erano neofascisti. Franca trasformò quell’orrore in un monologo, Lo stupro, e per anni disse che era la storia di un’altra donna.
Solo nel 1987, in prima serata, davanti a dodici milioni di spettatori, rivelò che era la sua. Sceglievano le città in cui recitare in base a quelle dove si celebravano i loro processi.
Perché non smettere? Perché per loro il teatro non era un monumento al bello né un intrattenimento per affinare le emozioni. Era un’arma di lotta civile, e insieme un servizio. «Un teatro al loro servizio», diceva Franca: al servizio di chi stava in platea per capire come funziona il potere e imparare a cambiarlo.
Recitavano nelle fabbriche occupate, nelle Case del Popolo, nei bocciodromi. Una volta la polizia entrò a forza in sala e Franca decise di recitare per i poliziotti. Alla fine molti di quei ragazzi in divisa trattenevano le lacrime.
Eppure c’è un’accusa che lo insegue ancora: Fo repubblichino.
Nel 1977 un settimanale scrisse perfino che aveva partecipato ai rastrellamenti contro i partigiani.
Non era vero, e l’inchiesta lo dimostrò. La storia vera è più umana.
A diciotto anni Salò lo chiama alle armi. Suo padre sta nella Resistenza e aiuta ebrei e partigiani a passare in Svizzera: se Dario scappa, i fascisti vanno a frugare in casa. Allora si presenta. Dopo qualche mese diserta. Non sale in montagna con i partigiani: resta nascosto nella soffitta di un cascinale. Io quel ragazzo non so giudicarlo. A diciott’anni la Storia non ti chiede da che parte stai: ti mette in mano una divisa e resta a guardarti. Dario visse l’ambiguità di una scelta che era una trappola, e la paura vera, quella che non ha niente di eroico, che ti tiene sveglio in una soffitta ad ascoltare ogni passo sul sentiero.
Poi c’è la scelta inaspettata. Fo aveva attraversato tutte le lotte sociali e politiche del suo tempo senza mai, da anarchico, militare in un partito.
Eppure negli ultimi anni salì sui palchi di Beppe Grillo e gridò ai ragazzi: «Noi non siamo riusciti a cambiare il mondo, per favore, fatelo voi!». Proprio lui, accanto a un movimento populista che cercava la sua forza nella folla, là dove lui aveva sempre difeso la libertà del singolo. Il mondo diviso in onesti e corrotti, il vaffanculo come programma, il dubbio come debolezza, il giornalista come un nemico da indicare alla piazza. Fo smontava le verità ufficiali con la parola articolata, il contrario dello slogan.
Il populismo le smonta con un grido e al loro posto ne mette altre più semplici, spesso altrettanto false. Mi sono chiesto spesso il perché di quella scelta. Credo che si sia innamorato dell’irriverenza, delle piazze piene, della risata usata come un sasso. Forse ci rivide i suoi giullari di Berna.
Ma è sulla censura che misuro la distanza tra il suo tempo e il nostro. Quella che colpì Fo aveva un volto, spesso un nome: era un funzionario, un prefetto, un giudice. Poteva tagliare uno sketch, non cancellare Dario e Franca. Li avevano tolti dalla televisione, non dal mondo. Se li cercavi, sapevi dove trovarli: in un teatro, in un capannone, ogni sera. Il censore poteva spegnere lo schermo, non la sala.
Oggi nessuno ti vieta niente. La censura non ha più bisogno di proibire, le basta seppellire.
Non ti tolgono la parola, ti affogano nel rumore. Non c’è un funzionario da additare, c’è un algoritmo che decide chi viene visto, senza spiegarlo a nessuno. Non c’è un senatore che protesta in Parlamento, ci sono migliaia di voci senza volto che ti aggrediscono per un giorno e il giorno dopo hanno già dimenticato. Allora l’attacco ti trasformava in un simbolo, oggi ti consuma.
Ognuno sta nel suo buio, davanti a uno schermo, a spiare gli altri senza essere visto. È la quarta parete che Fo odiava, moltiplicata per miliardi di persone. Siamo diventati tutti guardoni.
Il censore di allora voleva che Fo stesse zitto, le piattaforme vogliono che tu parli sempre, ma nel loro formato: trenta secondi, una battuta.
A Fo oggi nessuno toglierebbe il microfono: gli toglierebbero il tempo e gli lascerebbero i teatri.
Tanto, tra chi ha qualcosa da dire e chi non ha niente ma parla comunque, ormai nessuno si accorge più della differenza.
Se tutti dicono tutto, è come se nessuno parlasse. E i giullari al servizio del potere ci sono ancora, sono la maggioranza. Solo che il potere oggi si chiama visibilità, e ti porta a dire quello che l’algoritmo premia: una tragedia o un pettegolezzo, non importa, purché si possa cavalcare e capitalizzare.
E poi c’è l’oblio. Nel 2021 un giovane attore che porta in scena Mistero buffo, Matthias Martelli, ha chiesto ai cinquecento studenti delle superiori che riempivano un teatro della Romagna chi di loro conoscesse Dario Fo. Si sono alzate una decina di mani. Nessuno lo ha vietato. Se ne sono dimenticati.
Il giorno del funerale di Dario Fo c’ero anch’io. Pioveva, e la pioggia non finiva mai. Sembrava che Milano si sciogliesse nel pianto per il suo giullare ma nessuno se ne andava. Tutti restavano lì: non si lascia solo l’ultimo giorno chi non ti ha fatto sentire solo durante il sentiero che hai percorso. Mentre passava il feretro, dagli altoparlanti uscì una canzone d’amore. A cantarla era lui, l’aveva scritta da ragazzo per Franca. L’ultimo trucco del giullare: farsi sentire vivo nell’atto più vivo che esista, cantare l’amore, in una piazza, con la sua voce.
Oggi quella piazza non c’è più. L’hanno sostituita milioni di schermi, sui quali stiamo perennemente chini. Ma da qualche parte, in una sala, qualcuno sale ancora sul palco, guarda in faccia chi ha davanti e comincia a raccontare. Storie che fanno sganasciar dal ridere e incendiano, che rivendicano il diritto di credere sempre nella possibilità di amare, che insegnano che verità e potere non coincidono mai.
In quel momento, lì, c’è Dario Fo”.

venerdì, ottobre 16, 2026

TEATRO al Metropolis: Ieri sera l'omaggio a Dario FO organizzato da Restare Umani


Un folto pubblico ha partecipato ieri sera allo spettacolo dedicato a Dario FO organizzato da Restare Umani e recitato da Alessio Lega e Giulia Angeloni.

Serata per Dario FO, giullare del popolo, in occasione del centenario della nascita e del decennio dalla morte, che la bravura di Alessio e Giulia è riuscita a trasformare la memoria storica di FO in un momento di partecipazione civile e di arricchimento per la città di Paderno.

In Italia, le celebrazioni sono iniziate a Roma lo scorso Marzo, e subito dopo a Milano, alla Camera del Lavoro con un altro spettacolo sempre a cura di Alessio Lega.

In questi giorni, il 12 e 13 Ottobre si è aperta all’Università degli Studi di Milano, 

  • La prima sessione del Convegno “Dario Fo e Milano, Dario Fo a Milano” e la presentazione del volume “Dario Fo. Disegno prima di scrivere. Il pensiero per immagini”.
  • La seconda sessione del Convegno si terrà da domani e per tre giorni a Gubbio.

Lo spettacolo di Paderno si inserisce perfettamente in questo programma di celebrazioni. 
Centenario Dario Fo

Oltre allo spettacolo, nel foyer del Metropolis sono state allestite 2 piccole mostre:

  • I manifesti originali di alcuni spettacoli di Dario FO provenienti dalla ricchissima collezione di manifesti di Sergio Risso, che ne conta più di 22.000…
  • Alcuni pannelli che ricordano l’attività del gruppo teatrale di Paderno Dugnano, attivo negli anni ’70, il Teatro Cantiere, animato ai tempi da Gianni BIFFI (in questi giorni l’anniversario della scomparsa), da Piera Saita e Luigi Destri, che oggi hanno curato la mostra, e che con la loro passione hanno cercato di trasferire a Paderno gli insegnamenti di Dario FO.

Ecco ora alcune foto e video che tentano di riprodurre la bella atmosfera della serata.

Un grazie di cuore a tutte le persone che hanno partecipato, 
nella speranza che lo spettacolo sia piaciuto!