Zoran Mušič, Nous ne sommes pas les derniers (We are not the last ones)
Qualche notte fa ho chiuso il computer molto tardi. Sullo
schermo era rimasto il volto di Ratil Mahmoud Musa Abdullah, otto anni, uccisa
mentre dormiva in una tenda ad Al-Mawasi. Poco prima avevo riguardato il
filmato di Abderrahim Fakir immobilizzato e lasciato morto e legato
sull’asfalto rovente di Bologna, poi sono salita in aereo e le schede sono
rimaste aperte, come un accumulo di coscienza. Stamani le ho riviste tutte
assieme, un mosaico della crudeltà umana a cui si
aggiungevano le ossa spezzate di due contadini palestinesi in Cisgiordania e la
notizia dei militari italiani mandati nel Golfo dentro una guerra che il
governo evita accuratamente di chiamare guerra. Ho spento tutto e riavviato.
Non è servito a nulla.
Vorremmo, quasi tutti noi, riavviare il mondo come fosse
un PC pieno di inutili atrocità. Ma poi Ratil continua a essere morta. Fakir
continua a chiedere aiuto in un video che ricominciava da capo a beneficio
dell’algoritmo.
Il mondo prosegue senza aspettare che noi riusciamo a
comprenderlo ed elaborarlo, perché nel frattempo, oggi, altre atrocità erano lì
ad attendermi e siamo sempre lì, a inseguire la prossima atrocità.
Che fare?
Ogni giorno sotto i miei articoli leggo la fatidica
domanda: Che cosa possiamo fare? Ho provato a
rispondere mille volte. Ci ho scritto molti post in merito. Ma le risposte sono
sempre inefficaci, insufficienti. Non convinco nessuno, neanche me stessa.
Quella domanda compare sotto le fotografie dei bambini coperti di sangue e
riappare dopo l’ennesima casa palestinese demolita. La ritrovo perfino negli
articoli sul caldo, quando le temperature trasformano le città in “selettori
sociali” dove sarà la povertà a decidere chi vive e chi muore. Chi possiede un
condizionatore e chi, specie gli anziani, attraversa la notte con il cuore
sotto sforzo sperando di non morire. Dentro questa domanda vivono due facce
bipolari della stessa medaglia, da un lato c’è una richiesta politica, di
azione possibile, ma dall’altra c’è una stanchezza esistenziale più intima che
è anche la mia. Chi legge vorrebbe sapere se l’attenzione prestata a
tutto questo serva ancora a qualcosa, o se stiamo soltanto assistendo con
maggiore definizione alla nostra irrilevanza. Io non ho alcuna
risposta. Non lo so.
Negli ultimi mesi ho scritto quasi ogni giorno. Ho seguito i
bombardamenti su Gaza e i pogrom dei coloni, ho studiato la morte di Fakir
dentro filmati incompleti e versioni ufficiali di comodo distribuite da chi sa
bene che l’attenzione dell’opinione pubblica dura due tre giorni e poi si passa
alla prossima indignazione. Nel frattempo il caldo uccide braccianti esposti
sotto il sole e uccide anziani poveri in appartamenti di chi non può partire, o
non può permettersi un condizionatore, tutto questo mentre la politica europea
prepara altre armi spiegandoci che la pace richiede arsenali sempre più grandi.
A forza di passare da un documento all’altro ho avvertito una sensazione
psicofisica molto precisa. La realtà si allargava e la mia facoltà
di raggiungerla diminuiva.
La coscienza
La filosofia, in alcune sue declinazioni, ha descritto la
coscienza come una stanza interna dalla quale osserviamo ciò che accade fuori,
sensazione/percezione e successiva elaborazione.
....
continua
L’immane senso di impotenza che proviamo davanti alle atrocità del mondo.