La studentessa aveva sfidato le regole sul velo spogliandosi in un'università di Teheran. Secondo il «Daily Mail», dopo il ricovero è stata costretta ad accettare una diagnosi psichiatrica e oggi riceve iniezioni mensili di un farmaco utilizzato per trattare la schizofrenia
Diciotto giorni legata a un letto di ospedale psichiatrico. Poi la liberazione, ma a una condizione: accettare l'etichetta di malata mentale. È il destino raccontato da un'amica di Ahoo Daryaei, la studentessa iraniana e madre di due bambini diventata un simbolo della protesta contro l'obbligo del velo dopo essere stata ripresa mentre camminava in biancheria intima all'interno dell’università Azad di Teheran. Un simbolo, quasi come Mahsa Amini, brutalmente uccisa dalla polizia morale nel 2022. La vicenda, a quasi due anni di distanza, torna a mostrare uno dei meccanismi più inquietanti della repressione iraniana: trasformare la contestazione in una patologia, la disobbedienza in un disturbo, la protesta in qualcosa da curare.
A ricostruire la storia è il Daily Mail, che ha raccolto le testimonianze di persone vicine alla donna. Secondo quanto riferito al giornale britannico, dopo l'arresto, le autorità avrebbero cercato una spiegazione alternativa alla protesta diventata virale sui social. Il piano, ha raccontato un'amica di Daryaei, sarebbe stato quello di attribuire l'accaduto a problemi psichici: «Poiché un video di lei era diventato virale, dovevano costringerla ad ammettere di essere malata e che questo episodio era dovuto ai suoi problemi mentali», ha riferito la donna. E, secondo la stessa testimonianza, il regime avrebbe esercitato pressioni sulla famiglia per ottenere quella versione. A quel punto sarebbe entrato in scena l'ex marito. L'uomo è stato costretto ad ammettere che Daryaei soffriva di problemi mentali. Solo con questa conferma la studentessa è stata slegata dal letto e liberata dopo 18 giorni di ricovero.
La libertà, però, ha un prezzo ulteriore. Le autorità iraniane le hanno comunicato che da lì in avanti sarebbe stata sorvegliata e che il suo telefono sarebbe stato intercettato. Daryaei ha inoltre da allora l’obbligo di assumere farmaci antipsicotici, con i costi coperti dalla sua assicurazione. La sorveglianza, secondo l'amica citata dal Daily Mail, sarebbe arrivata al punto che i funzionari si sono accorti che la giovane non stava assumendo i farmaci semplicemente osservandola camminare «normalmente»: l'effetto delle medicine avrebbe dovuto renderla visibilmente stordita. Cosa che lei non era per niente. Oggi Daryaei è costretta a ricevere ogni mese iniezioni di flupentixolo, un farmaco utilizzato nel trattamento della schizofrenia. E non è lei a decidere quando e come assumere la terapia: sono i medici a somministrargliela per assicurarsi che venga presa regolarmente.
«La sua famiglia ha detto che è meglio per lei ricevere queste iniezioni con l'etichetta di malata di mente, piuttosto che essere impiccata, messa in prigione o torturata», ha spiegato l'amica. La storia di Daryaei ha così un prima e un dopo. Prima c'è quella scena diventata virale: una giovane donna che, dopo un alterco con i membri della sicurezza dell'università per il velo, si spoglia e attraversa l'area dell'ateneo in biancheria intima. Dopo ci sono il ricovero, la diagnosi, la sorveglianza e le terapie obbligatorie. In mezzo, il tentativo di stabilire chi abbia il controllo sul corpo di una donna: lei, oppure lo Stato.
Daryaei, oggi trentaduenne e studentessa in un'altra università, ha ripensato alla propria protesta anche attraverso questa domanda. «Il punto fondamentale era, prima di tutto, che non le piaceva il modo in cui la tiravano e il modo in cui la trattavano solo per una sciarpa», ha specificato la sua amica al giornale britannico. Quella umiliazione, nella sua lettura, avrebbe trasformato un episodio legato al velo in qualcosa di più grande: «Lasciatemi resistere in un modo che sia all'altezza di quello che mi state facendo passare». E poi il corpo. «L'obiettivo è stato quello di mostrare che lei ha il controllo del proprio corpo, delle proprie scelte».

