giovedì, settembre 03, 2026

FOTO da Gaza in tre scatole rosse


da L'Internazionale del 21 Agosto 2026

Nel 1944 Kegham Djeghalian fondò il primo studio fotografico di Gaza. Il suo archivio è stato ritrovato dal nipote solo pochi anni fa e ora è in mostra a Marsiglia
Nel 2018 Kegham Djegha lian Jr ha ricevuto dal padre tre scatole rosse che erano nascoste in fondo a un armadio nel la loro casa al Cairo. 
Contenevano negativi, documenti, cartoline e ricordi di famiglia: un archivio che restituiva una memoria visiva della Stri scia di Gaza, in Palestina, dove il nonno nel 1944 aveva fondato Photo Kegham, il primo studio fotografico della città di Ga za, in cui lavorò per quasi quarant’anni. 
Si chiamava come lui, Kegham Djeghalian (1915-1981), ed era sopravvissuto al genocidio armeno. 
Le sue fotografie in bianco e nero raccontano la vita quotidiana di un luogo che oggi si conosce solo attraverso immagini di guerra e distruzione. 
Una famiglia durante un picnic in spiaggia; una festa in maschera; una bambina che sfoglia una rivista. Nel corso della sua carriera Djeghalian fotografò matrimoni, feste e famiglie, ma documentò anche le visite di Che Guevara e Simone de Beauvoir. 
“Appena mio nonno capiva che stava per succedere qualcosa di importante in Palestina, andava lì”, racconta il nipote, che è un artista visivo e direttore artistico. 

Dopo il ritrovamento delle scatole, Djeghalian Jr ha avviato un lungo lavoro di catalogazione e studio dell’archivio del nonno. Per anni aveva conosciuto quelle foto solo attraverso i racconti di famiglia.
 
Ora quelle immagini sono state raccolte nella mostra itinerante Photo Kegham de Gaza: une archive inachevable, che sarà al Centre photographique di Marsiglia, in Francia, fino al 12 settembre.

L’esposizione è stata concepita come un archivio “aperto”: le foto sono voluta mente prive di date e didascalie perché invitano il pubblico a osservare la vita quotidiana di Gaza senza essere influenzati dagli eventi politici dell’epoca e di oggi. “In un territorio così profondamente segnato dalla storia, ho preferito lascia re che le immagini parlassero prima di tutto della loro dimensione umana”, ha detto Djeghalian Jr.







mercoledì, settembre 02, 2026

SALUTE: La nuova CASA di COMUNITA' di Paderno Dugnano

 
La CASA di COMUNITA' di Paderno Dugnano recentemente ristrutturata è in Via della Repubblica, 13.
Per informazioni chiamare il numero 02 994 30 88 92.

Gli obiettivi della Casa della Comunità sono di garantire un accesso unitario e diretto ai servizi sanitari e sociosanitari territoriali, assicurando la continuità assistenziale tra i diversi setting di cura. L’integrazione fra le Cure Primarie, la Specialistica Ambulatoriale, il Punto Unico d’Accesso, gli Infermieri di Famiglia e di Comunità e gli assistenti sociali della Casa della Comunità permette la presa in carico proattiva dei bisogni sanitari semplici e complessi, compreso la cronicità e la fragilità. 

Ecco i servizi che i cittadini potranno chiedere alla casa di Comunità:
Per maggiori informazioni: Casa di Comunità di Paderno - ASST Rhodense

martedì, settembre 01, 2026

CON-CORSO di SCRITTURA: "Raccontare il Borghetto di Palazzolo Milanese. Scritture in dialogo"


Restare Umani, in collaborazione con l'UTE (Università della Terza Età) di Paderno Dugnano, organizzano un  

CON-CORSO di SCRITTURA: 
"Raccontare il Borghetto. Scritture in dialogo"

Un luogo dice tanto di chi lo abita. 
E chi lo abita racconta il luogo: 
lo fa diventare identità, memoria condivisa, relazione. 

Il luogo da raccontare è il Borghetto, vecchio  borgo di Palazzolo Milanese, al cui interno si trova ora un parco pubblico, ma che una volta era orto-giardino di una ricca famiglia di Milano.
Il Borghetto affonda le sue radici in una Palazzolo che solo molto più avanti nel tempo sarebbe diventata quartiere di Paderno Dugnano.

Il “con-corso” che proponiamo non è una gara in cui la giuria giudica, ma un dialogo, infatti i testi inviati dialogheranno con la Giuria, che risponderà. 


TEMA: "Raccontare il Borghetto. Scritture in dialogo" - Il Borghetto di Palazzolo Milanese
  • Centralità del luogo, ovvero la capacità del testo di far “vivere” il luogo.
  • Originalità del racconto, ovvero la caratterizzazione personale del testo.

REGOLE:
  • Racconto breve, inedito, di massimo 8.000 battute
  • 1 solo TESTO per autore
  • SCADENZA tassativa entro cui inviare il testo: 31 Marzo 2027
  • INVIO: all’indirizzo eMAIL  "restareumani2011@gmail.com" 
  • FORMATO testo: Word (.doc) oppure ODT (Open Document Text)

GIURIA :

La GIURIA che dialogherà con i concorrenti è composta dalla classe di "Pratiche Filosofiche" dell’anno 2026/2027 di UTE (Università della Terza Età) di Paderno Dugnano e da alcuni membri del Comitato  dell'Associazione Restare Umani
  • A ogni testo selezionato e non, la Giuria risponderà con un altro testo (in forma di lettera o in altra forma) che non conterrà giudizi, ma riflessioni: "Ecco cosa mi ha fatto pensare il tuo racconto".
  • Saranno selezionati massimo 10 testi. 
  • Le 10 coppie "Testo & Risposta" saranno presentate in occasione della Festa del Parco Borghetto  organizzata nel Giugno 2027 da Restare Umani e pubblicate in un’antologia.

lunedì, agosto 31, 2026

Il CAI di Paderno festeggia gli 80 anni con la FESTA della MONTAGNA il 5 e 6 Settembre con molte interessanti iniziative gratuite! Partecipa anche TU!

 
FESTA della MONTAGNA del CAI di Paderno al Parco Lago Nord

SABATO 5 Settembre: 
  • PARETE di ARRAMPICATA per piccoli e grandi
  • Incontro sull'IMPORTANZA dei GHIACCIAI
DOMENICA 6 Settembre:
  • 4 gruppi di persone percorreranno in contemporanea i 4 PERCORSI URBANI tracciati dal CAI di Paderno attraverso i parchi e le aree verdi dei quartieri di Paderno Dugnano
  • CONCERTO e NARRAZIONE per raccontare le imprese delle alpiniste donne mondiali
  • CONCERTO al TRAMONTO del CORO del CAI di BOVISIO con un repertorio che va dalla tradizione italiana alle sonorità internazionali


I giovani marocchini che scappano in Europa


L'Internazionale del 21 Agosto 2026 di  Malaika K. Tapper, Financial Times, Regno Unito

La crescita economica degli ultimi anni non si è tradotta in una maggiore ricchezza per tutta la popolazione. E molti continuano a cercare di emigrare all’estero.

A Safi, la città portuale marocchina in cui è nata, Salma (nome di fantasia per proteggere la sua identità) impacchettava lattine di sardine in piccole scatole di cartone. Le lattine uscivano dal forno ancora roventi in una cassa di metallo. Nei giorni in cui il mare dava più frutti, lavorava anche diciotto ore al giorno fin ché l’intero carico non era stato inscatolato. Si ritrovava le punte delle dita annerite dal contatto con il metallo caldo. 

Dopo la laurea Salma, 24 anni, ha cominciato a lavorare nella capitale Rabat in un grande palazzo di vetro con l’aria condizionata, uno dei simboli del recente sviluppo economico del Marocco. Le sue ciabattine schioccano sul pavimento di marmo. Ma, nonostante il prestigio del suo nuovo impiego, vive ancora in ristrettezze. Come molti marocchini della sua età, deve fare i conti con salari bassi e la sensazione che le opportunità si trovino altrove. Come tanti, non vorrebbe solo limitarsi a sopravvivere. 

Negli ultimi decenni, da quando il Marocco si è impegnato a tenere in ordine i conti e a investire nelle infrastrutture, l’economia è cresciuta e la povertà è diminuita. Secondo gli economisti, però, questa crescita, che si concretizza negli stadi dalle forme sinuose e nelle torri scintillanti lungo la costa nordoccidentale, non si è tradotta in posti di lavoro sufficientemente buoni o salari migliori per la maggioranza delle persone. 

Questo fallimento è finito sotto i riflettori alla fine di luglio, quando più di 72mila persone, in gran parte giovani marocchini in cerca di un futuro migliore, si so no riversate nella exclave spagnola di Ceuta. 

Secondo le autorità spagnole sono morte almeno 82 persone, ma un’ong marocchina stima un numero più alto, almeno 141. 

Eppure molti dicono di vo lerci riprovare. Mehdi Lahlou, che insegna economia all’Istituto nazionale di statistica ed economia applicata di Rabat, ed è esperto di migrazione, sostiene che la spinta a parti re deriva dalla riduzione del potere di acquisto, dalla marginalizzazione delle aree rurali e dall’assenza di servizi pubblici. “I frutti della crescita economica non arrivano alla maggioranza”, spiega. 

I successi del Marocco sono tanti: negli ultimi anni ha costruito una solida produzione automobilistica e aeronautica, diventando uno dei pochi paesi della regione ad attirare questo tipo di mani fattura. 

Un nuovo grande porto industriale ha migliorato la capacità nel campo delle esportazioni e della logistica, mentre l’azienda statale che produce fosfato ha reso il Marocco un fornitore chiave di fertilizzanti a livello mondiale. 

Tuttavia i grandi investimenti pubblici, tra cui quelli nello sport (il paese ospiterà i Mondiali di calcio del 2030 insieme a Spagna e Portogallo) e nei treni ad alta velocità, “sono ad alta intensità di capitale, e non creano abbastanza opportunità di lavoro”, spiega Lahlou. 

Il tasso di disoccupazione è del 13 per cento, ma per i giovani la percentuale è il triplo, tanto che anche chi ha un lavoro desidera la sciare il paese. 

Torri svettanti 

L’ambizione del regno è visibile alla periferia della capitale, dove un grattacielo a forma di missile svetta su un’area coperta da alberi che crescono fiacchi sotto il sole. “Benvenuti nella torre Mohammed VI”, si legge su uno schermo interattivo all’interno dell’edificio intitolato al re, completato solo l’anno scorso. I ceramisti che avevano i loro laboratori in quest’area prima dell’apertura del cantiere sono stati trasferiti nel centro della città. 

Lì vicino una guardia tiene i pedoni lontani dal prato del nuovo teatro reale, progettato dallo studio Zaha Hadid Architects, alla cui apertura quest’anno ha partecipato Brigitte Macron e la famiglia reale marocchina. Sul lungomare è stato recentemente inaugurato un enorme stadio di hockey sul ghiaccio, nonostante lo sport sia relativamente sconosciuto nel paese. 

Quando Salma esce dal lavoro torna in un appartamento al piano terra che condivide con un’amica nella vicina città di Salé. La stanza è buia perché la finestra non si apre del tutto e di notte lei e l’amica dormono su una coperta zebrata stesa sul pavimento. Salma guadagna l’equivalente di 369 euro al mese, meno della metà del salario medio nel settore pubblico, che è di 862 euro, una somma insufficiente per vivere come lei vorrebbe. Arrotonda scrivendo testi per gli youtuber e registrando dei voice-over per la pubblicità. Dopo l’università avrebbe voluto rimanere a Safi, città dominata dalle industrie delle sardine e del fosfato. 

Sua madre lavora ancora in uno stabilimento ittico, dove taglia le teste dei pesci. “Sono andata a chiedere in molti posti, ma non sono riuscita a trovare lavoro… Lì c’è più offerta che domanda. Sono così tanti i giovani che vogliono lavorare”, dice.

Secondo l’economista Najib Akesbi, i grandi investimenti hanno creato una facciata di successo agli occhi degli osservatori esterni. Lo sviluppo di ferrovie ad alta velocità e stadi costosi, concentrato soprattutto nel litorale di nordovest, è avvenuto a spese del resto del Marocco e di servizi come la sanità pubblica.

Questi contrasti, che Akesbi definisce il “Marocco dimenticato”, hanno determinato nel 2025 un’ondata di proteste della generazione Z, innescate dalla morte di otto donne incinte in un ospedale pubblico di Agadir. Il governo marocchino ha riconosciuto le disuguaglianze e ha dichiarato di voler ampliare la rete di protezione sociale e sanitaria. 

All’inizio di agosto Medhi, fabbro e calciatore professionista di vent’anni, ha lasciato la sua casa a Salé per cercare di varcare il confine a Ceuta. Era il quinto tentativo per lui: sapeva cosa serviva e quale sarebbe stato l’itinerario. Ha porta to con sé pinne e buste di plastica in cui avvolgere cellulare, soldi, cibo e acqua. Ha nuotato per sette ore finché non è arrivato a Ceuta. È rimasto nell’exclave spagnola per una settimana. Dopo di che ha deciso di rientrare a nuoto in Marocco per paura delle forze armate spagnole. Mehdi non riesce a trovare un lavoro fisso: passa dal fare il falegname, l’imbianchino o l’elettricista ad altri lavoretti nell’edilizia. Quando faceva il calciatore professionista era pagato circa mille dollari al mese, ma ha raccontato che gli servivano per ripagare i microprestiti che la sua famiglia aveva contratto per comprare beni di prima necessità. “Prima di diplomarmi pensavo che avrei avuto delle opportunità di lavoro. In Marocco, però, diciamo che la vita vera comincia quando finisci gli studi”, dice. “La maggior parte dei marocchini vive così”.



I privati non investono 

“La debolezza strutturale più significativa” dell’economia marocchina è la “sua incapacità di creare posti di lavoro in numero adeguato a una popolazione in età lavorativa in crescita”, si legge nell’ultimo rapporto della Banca mondiale. 

Si stima che fino a due terzi degli investi menti in Marocco provengano dal settore pubblico. Secondo Akesbi, il settore privato teme di fare investimenti a lungo termine (che creerebbero posti di lavoro e una crescita più solida) a causa dello stretto controllo governativo sull’economia, dell’assenza di concorrenza e del vantaggio di alcune imprese che detenevano posizioni oligopolistiche in settori chiave come quello dei carburanti. “Sono interessati solo ai profitti di breve termine”, spiega. 

Mentre Mehdi tornava indietro a nuoto di notte, molto dopo che i suoi compagni di viaggio erano già rientrati, ha visto un cadavere galleggiare in acqua. Ha raggiunto le coste della città di confine di Fnideq la mattina presto, ha camminato per decine di chilometri e poi ha preso un autobus che l’ha riportato a Salé. Si è fermato a casa e ha visto sua nonna e sua madre. Sopraffatte dalla gioia per il suo ritorno improvviso, lo hanno perdonato per essere ripartito. Alle sette del mattino è andato alla spiaggia pubblica di Salé giusto in tempo per cominciare a noleggiare ombrelloni. Guadagna circa 13 euro al giorno, a seconda di quante persone vanno in spiaggia. Dice che aspetterà ancora due settimane e poi farà un altro tentativo a Ceuta.

 

domenica, agosto 30, 2026

LIBRO: "Ragazzi che pensano troppo" di Matt Richtel

 
Dal vincitore del Premio Pulitzer

INDISPENSABILE PER CAPIRE E PROTEGGERE LA GENERAZIONE PIÙ PREZIOSA

Sono il 51,4 % in Italia gli adolescenti che dichiarano di soffrire di ansia o tristezza prolungate, mentre nell’intero pianeta uno su sette convive con un serio disagio psicologico e quasi la metà si rivolge all’ai per trovare risposte ai propri affanni. 
Il mondo che muta alla velocità della luce e le sfide inedite e ardue che la realtà – fisica e virtuale – pone sono all’origine di un malessere pervasivo per ragazze e ragazzi. 
E il confronto continuo con i social, poi, li espone perennemente a un eccesso di “ruminazione” che può diventare l’anticamera di forme ansiose più profonde.

Ma comprendere, aiutare e valorizzare quella che il premio Pulitzer Matt Richtel definisce «la generazione più preziosa» non può che essere la priorità di tutti, perché gli adolescenti non sono che gli esploratori di cui l’evoluzione ci ha dotato per aprire gli orizzonti, allargare i confini, infondere nuove idee e nuova linfa alla società. 
È un’impresa ardua la loro, irta di incognite e rischi, soprattutto in un’epoca in cui i punti stabili su cui potevano contare i ragazzi di un tempo si sgretolano.
Ma è anche una sfida entusiasmante e, ora più che mai, indispensabile.

Con la sapienza di un grande narratore e divulgatore, basandosi sulle più accurate ricerche scientifiche e un gran numero di storie vere, Matt Richtel ha scritto non solo un’opera che ogni genitore ed educatore dovrebbe tenere sul comodino, ma un’autentica dichiarazione d’amore per una condizione che è al tempo stesso resilienza e fragilità, immaginazione e contraddizione, paura e speranza. 
Un inno a una stagione della vita il cui supremo valore supera tutti i disagi che comporta.

# 1 Il miglior saggio dell’anno - The New Yorker
«Dovrebbe essere una lettura obbligata» - Time
«Utilissimo e colmo d’amore» - The New Yorker

sabato, agosto 29, 2026

LIBRO: "Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla" di Francesco Guccini

 

Dalle acque del Reno italico Francesco Guccini recupera una piccola gemma: un malizioso quadretto pieno di sensualità d'antan, che il lettore si divertirà a leggere almeno quanto l’autore si è divertito a riportarlo alla luce.

Un brogliaccio che salva dall'oblio storie di un tempo lontano, il grido di una ragazza che passa in bicicletta, una caldissima giornata estiva...

Bastano questi ingredienti perché dalla penna di Francesco Guccini sgorghi un racconto luminoso e sognante come certi ricordi di giovinezza.

Un po' salace, boccaccesca, nella più pura tradizione della novellistica italiana, un po', al contrario, quasi lieve, seppiata dalla patina di tenerezza e nostalgia appóstavi dal tempo passato, questa storia è ricca di echi, perché, risalendo dentro un passato ancora più remoto, evoca addirittura i miti pagani della tradizione classica.

Sembra quasi scritta da un Virgilio più audace o da un Ovidio più pudico.

venerdì, agosto 28, 2026

MARIO DRAGHI: il libro "Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo" e la nuova Associazione RHINE

 

IL LIBRO:

"Stiamo assistendo all'erosione delle fondamenta della nostra prosperità. Stiamo scivolando verso una maggiore dipendenza e insicurezza, e offriamo il fianco a chi vorrebbe sfruttare la nostra debolezza per dividerci. Stiamo diventando, passo dopo passo, meno liberi di scegliere il nostro destino. L'Unione Europea esiste per garantire che non venga mai meno il rispetto dei valori fondamentali dell'Europa: democrazia, libertà, pace, equità e prosperità nella cornice di un ambiente sostenibile. Se l'Europa non sarà più in grado di garantire questi valori ai suoi cittadini, avrà perso la sua ragion d'essere."

Il vecchio ordine mondiale è andato in frantumi. Sul versante economico, l'Italia e l'Europa sono in ritardo nelle sfide tecnologiche e devono fare i conti con l'aggressività delle due vere superpotenze, gli Stati Uniti e la Cina. 
Su quello politico, la pace di cui l'Unione Europea è stata la principale garante non esiste più, travolta da guerre feroci di cui non si vede la fine. In questo scenario, Mario Draghi - che nel 2012, da presidente della BCE, ha salvato l'euro durante la crisi del debito sovrano e nel 2021 è diventato presidente del Consiglio nel pieno della pandemia - è stato chiamato a redigere un rapporto sulla competitività europea che traccia le linee guida per il rilancio dell'Unione. 

Questo libro è la più lucida analisi del nuovo, turbolento mondo in cui viviamo, e un appello per difendere, in nome dei valori su cui si fonda l'Europa, la nostra stessa libertà. Paradossalmente, "le forze che oggi mettono alla prova l'Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme": è oggi il momento di impegnarsi affinché l'Europa si riappropri del futuro.

L'ASSOCIAZIONE:

«Il declino non è inevitabile. Ma è la direzione verso cui ci stiamo dirigendo se non agiamo con urgenza. L’alternativa è fare ciò che l’Europa ha già fatto in passato: competere, costruire e tornare a crescere». 

Con queste parole l’ex governatore della Bce, Mario Draghi e Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe, hanno annunciato la nascita del think tank Rhine Group - (Rhine è il fiume Reno).

Un’associazione che si definisce «indipendente e apartitica», e che riunisce economisti, imprenditori tech, accademici e figure politiche di spicco per affrontare il declino della competitività europea.

A guidare il progetto sarà Luis Garicano, economista spagnolo ed ex eurodeputato mentre Draghi e Collison rivestiranno la carica di co-presidenti. 

L’organizzazione, con sede legale in Svizzera, nasce dal tentativo di trasformare il rapporto che Draghi ha consegnato alla Commissione europea nel 2024, con centinaia di proposte su energia, industria, difesa, ricerca e innovazione, da diagnosi ad agenda concreta di riforme.

Il dato citato dai fondatori nella dichiarazione di intenti pubblicata sul portale dell’associazione è, del resto, incontestabile: soltanto quattro tra le 50 maggiori aziende tecnologiche del mondo sono europee.


Il Vecchio Continente è indietro in tutti i settori che plasmeranno i prossimi decenni. E lo sa bene Collison, classe 1988, fondatore insieme al fratello di Stripe, società specializzata proprio nel settore dei pagamenti digitali, e tra gli imprenditori tecnologici più sensibili al rapporto fra innovazione, scienza e crescita.


L’associazione ha sede in Svizzera, si definisce «apartitica e indipendente»

Rhine Group, che mira ad essere una sveglia per l’Europa, conta su una squadra d’eccellenza composta da personalità provenienti da settori diversi con l’intento di aprire più tavoli sul futuro dell’Europa. Discussioni che si baseranno su documenti di ricerca distribuiti in anticipo e si svolgeranno secondo «la regola di Chatham House» che prevede la riservatezza massima per i partecipanti al forum. Nel comitato siedono il Nobel Philippe Aghion, l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves, la direttrice dell’Economist Zanny Minton Beddoes, i numeri uno di Shopify, Atomico e Klarna.

Per l’Italia nomi illustri tra cui Andrea Pignataro, fondatore di Ion Group, gli economisti Lucrezia Reichlin e Francesco Giavazzi, Francesco Decarolis, professore di economia in Bocconi e Vittorio Colao, ministro per l’Innovazione tecnologica nel governo Draghi. Oltre a Luca Ferrari co-fondatore di Bending Spoons, l’unicorno italiano dei record quotato a Wall Street a luglio con una valutazione di 18,4 miliardi.

Rhine Group, ecco la squadra di Draghi (con Pignataro e Colao): tech, finanza e politica per «evitare il declino» dell’Europa | Corriere.it

Members — Rhine Group







giovedì, agosto 27, 2026

FIRMA l'appello per mantenere il canale TV di RAI SCUOLA

 

di Claudilelia Lemes Dias


La cultura azzerata dallo share: Addio a Rai Scuola nel nome dell'ignoranza strillata
​Perché uno Stato che dichiara di voler valorizzare la propria cultura decide di chiudere proprio l'unico canale che la insegnava?
La risposta risiede nella paura del confronto: chi ha cultura dubita e analizza; chi riceve solo propaganda si limita ad applaudire.

Nata nel 1999 come Rai Educational e rinominata Rai Scuola nel 2009, la rete ha rappresentato per oltre un ventennio una spina dorsale pedagogica per il Paese.
Dai programmi di alfabetizzazione digitale all'approfondimento scientifico e filosofico per studenti e docenti, durante la pandemia il canale si è fatto aula virtuale nazionale per garantire il diritto allo studio.
Con un palinsesto di documentari e dibattiti contemporanei capaci di offrire strumenti di lettura critici, sacrificare questo patrimonio non ha nulla a che fare con gli ascolti, anche perché la televisione pubblica esiste proprio per sottrarsi alla dittatura dello share e garantire un'offerta culturale ad alto valore formativo.
Dalla cultura alla folkloristica, un danno collettivo
La soppressione di Rai Scuola dal 01 Ottobre per far spazio a un canale intitolato "Italiana" fa riflettere.
Praticamente assistiamo alla sostituzione dell'approccio pedagogico, critico e documentaristico con una retorica consolatoria dell'identità declinato al femminile.
​Chiudere un canale dedicato alla formazione, al dibattito contemporaneo e alla trasmissione del sapere scientifico e umanistico per sostituirlo con un catalogo continuo di borghi, prodotti tipici e Made in Italy è un’operazione ideologica prima ancora che editoriale.
La patria, quella vera, non coincide con la cartolina folkloristica né con la santificazione della tradizione culinaria.
Le proprie radici non si esibiscono come un trofeo di appartenenza né si riaffermano imparando ad arte la preparazione di una passata di pomodoro in prima serata: le radici sono una struttura interiore, un bagaglio invisibile e profondo che ci accompagna ovunque e che non necessita di alcuna tutela televisiva per esistere.
​Ridurre l'identità a un "mosaico di emozioni" da consumo immediato produce un danno culturale profondo.

Rai Scuola rappresentava uno spazio di complessità, capace di stimolare il pensiero critico e di fornire alle nuove generazioni strumenti per interpretare il presente. Smantellare una piazza d'armi del pensiero aperto in favore di un racconto securitario e ripiegato su se stesso significa confondere la cultura con il folklore e la cittadinanza con l'appartenenza etnico-gastronomica.
​Questa scelta invita a una riflessione inevitabile: perché un servizio pubblico sceglie di spegnere la luce sulla scienza, sul confronto e sulla documentazione del mondo attuale per rifugiarsi in un’idilliaca edulcorazione del passato?
Quale "nazione" consapevole di sé ha paura di misurarsi con le complessità del mondo globale?

Se il Governo Meloni sente il bisogno di insegnare ai propri cittadini "come essere italiani" attraverso la televisione è perché avverte la fragilità della propria retorica e ha bisogno di un intero canale per diffondere una propaganda che non si regge in piedi.
Il vero danno non è solo la perdita di un palinsesto educativo, ma la sostituzione del pensiero critico con una rassicurante e propagandistica cartolina dell'italianità.
È la cultura di chi predilige la retorica strillata, le marce militari, il comizio gestuale e le espressioni del viso rispetto all'ascolto ponderato, le parole ragionate e la complessità dell'analisi.
Se il radicamento è una necessità dell'essere umano, la sua linfa non può che risiedere nella verità, nella bellezza e nella libertà del pensiero.
La chiusura di Rai Scuola è la reazionaria scorciatoia con cui le destre globali tentano di mascherare un drammatico vuoto culturale.
​Ho scritto l'altro giorno sulla chiusura e sulla sospensione delle "Emisoras de Paz" in Colombia, le 20 stazioni radio regionali create nel quadro degli Accordi di Pace per la pedagogia culturale e comunitaria nei territori. Chiusura ordinata dal neoeletto presidente di estrema destra Abelardo De la Espriella. Ebbene, il metodo non cambia e le consonanze spaventano: che si tratti di un’operazione d'impatto dall'altra parte dell'oceano o di un graduale e dorato smantellamento da "servizio pubblico" a casa nostra, la matrice è identica.

Quando le destre prendono il potere, il primo avversario da disarmare è sempre il pensiero critico. E dove non si ha la forza bruta per spegnere direttamente il segnale, ci si accontenta di una censura più sottile ed efferata: la sostituzione della cultura con la propaganda, del sapere con la folcloristica ottusità dei borghi e della cittadinanza consapevole con una rassicurante impastata di passato.

Fonti

1. Il Manifesto: "Palinsesti Rai, spunta il nuovo canale sovranista: «Italiana»" (04/07/2026)
2. RAI Ufficio Stampa: "ITALIANA
Il canale interamente dedicato al racconto dell'identità italiana sui territori" (03/07/2026)
3. Il Sole 24 Ore: "Rai, arrivano i canali Italiana e V/BE. L’ad Rossi: «Telemeloni? Solo marketing»" (03/07/2026)
4. Change Petizione: "Salviamo Rai Scuola dalla chiusura"

mercoledì, agosto 26, 2026

LIBRO: "Mai più" di Anna Foa

 

Mai più! Questo è stato il grido che si è alzato dopo l'Olocausto. Mai più genocidio, mai più crimini di guerra, mai più violenza indiscriminata contro i civili, mai più odio razziale. Dopo il 7 ottobre 2023 e la strage infinita di Gaza possiamo ancora crederci?

Mai più. Mai più la Shoah, mai più i campi di sterminio, mai più antisemitismo. Così si è detto. 
Ma a chi è riferito quel 'mai più'? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima? 
E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza? 
Usare questa definizione vuol dire sminuire l'unicità di quello ebraico o fare un paragone empio tra Stato di Israele e Germania nazista? 
Chiunque usi il termine genocidio per la Palestina è, anche inconsapevolmente, un antisemita?

Proprio la parola antisemitismo è oggi sulla bocca di tutti: da una parte, la presenza nel dibattito pubblico di stereotipi antisemiti; dall'altra, il governo di Israele e i suoi sostenitori che definiscono antisemita chiunque critichi la sua politica, dall'ONU a quei paesi dell'Unione Europea che hanno riconosciuto lo Stato palestinese. 
Ma allora cos'è l'antisemitismo, chi sono gli antisemiti? Quali sono le differenze con l'antisionismo? 
E ancora, se l'antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo, come opporvisi?

Dopo il grande successo di Il suicidio di Israele (Premio Strega Saggistica 2025), Anna Foa ha sentito l'urgenza di rispondere a queste domande, con la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni mette a rischio il patrimonio di valori che abbiamo costruito attorno alla memoria della Shoah e per rivendicare, oggi più che mai, un 'Mai più' che valga per tutte le donne e gli uomini. 
A prescindere da ogni credo e identità.