martedì, luglio 21, 2026

Per sentirsi in vacanza non serve partire


da L'Internazionale del 10 Luglio 2026 di Emma Poesy, Le Monde, Francia

Che sia per ragioni economiche, ambientali o per riposarsi davvero, sempre più persone rinunciano ai grandi viaggi e riscoprono un rapporto più sereno con il tempo libero.

Fino a poco tempo fa Sylvie, 36 anni (che come le altre persone citate in questo articolo preferisce non rivelare il suo cognome), era abituata a viaggiare ogni volta che poteva prendere le ferie. 

Poi una sera, davanti al computer, mentre stava per prenotare i biglietti del treno e gli alberghi per un soggiorno in Spagna, ha avuto un’illuminazione: “Mi sono chiesta perché stavo organizzando una vacanza anche se, in quel momento, non avevo voglia di partire”, racconta. 

Sylvie, che è responsabile della comunicazione in una grande azienda parigina, conosceva già la risposta a quella domanda. “Nel mio ambiente sociale, piuttosto privilegiato, è quasi un obbligo: le ferie sono associate ai viaggi lontani, come se fosse indispensabile fuggire dal proprio quotidiano appena si ha un po’ di tempo libero”. 

Eppure, in Francia solo il 60 per cento delle persone parte per una vacanza almeno una volta all’anno, secondo uno studio dell’Osservatorio delle disuguaglianze pubblicato nel giugno 2025. 

Ma anche se i viaggi di piacere sono tutt’altro che la norma, hanno un ruolo enorme nell’immaginario collettivo, a sua volta alimentato dall’industria del turismo e dai social media, su cui ogni giorno circolano milioni di foto di paesaggi da cartolina.

È proprio questa rappresentazione che cercano di smontare tutti quelli che invece non partono, vuoi per ragioni economiche, per considerazioni ambientali o per ostilità nei confronti del turismo di massa (e a volte per tutte queste cose insieme). 

Restando nel suo appartamento per tutta la durata delle ferie, Sylvie ha deciso di “ascoltarsi davvero”. “Invece di completare una prenotazione che non mi emozionava affatto, mi sono chiesta cosa mi sarebbe piaciuto fare qui a Bagnolet”, racconta riferendosi al comune nella periferia di Parigi in cui vive. Per dieci giorni si è concessa soprattutto il lusso di non fare nulla e di provare a “liberarsi dell’abitudine di ottimizzare costantemente il tempo”, cosa che associa ai suoi ritmi quotidiani.

Un turismo diverso 

Sylvie ha passeggiato senza meta per le strade di Parigi, ha letto fino a notte fonda e ha frequentato per la prima volta quei corsi di ceramica di due ore e mezza che la incuriosivano da un po’ ma che non osava prenotare per paura di non avere abbastanza tempo. 

Alla fine dei dieci giorni di ferie il bilancio era chiaro: “Per la prima volta sono uscita dall’abitudine di ‘fare’ senza mai fermarmi, per provare semplicemente a ‘essere’”, racconta entusiasta. 

Secondo l’antropologa Aude Vidal il desiderio di dedicare più tempo a se stessi potrebbe essere legato anche ai cambiamenti del turismo. “Con la comparsa di Airbnb e il sovraffollamento delle mete turistiche, l’esperienza del viaggio è considerevolmente peggiorata”, sottolinea l’autrice di Dévorer le monde (Divorare il mondo). 

“Molte città come Barcellona o Amsterdam hanno finito per somigliare a dei musei e questo rende il viaggio meno interessante o addirittura spiacevole se c’è troppa gente e i residenti diventano poco ospitali”, dice Vidal. “Queste esperienze possono provocare una certa delusione, oltre ad alimentare la crisi ecologica”.

Laura, 27 anni, da qualche mese ha rinunciato ai viaggi in Europa e ai lunghi fine settimana di vacanza. Residente a Grenoble, preferisce usare le ferie per dedicarsi a tutti quei piaceri che il suo lavoro di receptionist non le lascia il tempo di concedersi. 

Durante le ferie diventa una turista nella sua città: “Mi piace scoprire nuove cose sul luogo in cui vivo. Anche attraverso gesti molto semplici: esplorare vicoli a cui non ho mai fatto caso, aprire il cancello di giardini che non conosco, entrare nei piccoli negozi in cui di solito non riesco a fermarmi”.

Di recente Laura ha scoperto l’enorme museo di Grenoble, dove ha passato quattro ore a osservare le opere esposte. 

“Ho potuto soffermarmi su tutto quello che mi interessava, senza dovermi preoccupare del tempo”, racconta. “Può sembrare una cosa da poco, ma è molto diverso da quello che succede quando si è in viaggio e si sente il bisogno di sfruttare ogni secondo al massimo perché si è speso molto per arrivare fin lì”. 

Arnaud, 33 anni, già da qualche anno preferisce dedicare un po’ di tempo a se stesso invece di partire per destinazioni lontane. Chef e residente a Nancy, ha sempre amato viaggiare, ma è anche consapevole che “partire non significa davvero riposare. Solo il viaggio, con tutti gli spostamenti, basta a farti perdere un giorno di vacanza, a volte anche di più”. 

Arnaud non esclude in futuro di ripartire per una meta lontana – gli piacerebbe andare in Giappone o in Nuova Zelanda – ma oggi preferisce la serenità delle lunghe notti libere rispetto alle grandi partenze. “Quello che mi piace è guardare serie tv una dopo l’altra e uscire con gli amici senza preoccuparmi di arrivare al lavoro esausto il giorno dopo”, spiega. 

Forma di privilegio

Marie, insegnante di yoga di 43 anni che vive a Metz, durante le ferie resta spesso in città con i suoi due figli, dedicandosi ai lavoretti in casa e a coltivare l’orto. Questa viaggiatrice quasi pentita preferisce ormai ai lunghi soggiorni le passeggiate e le escursioni in giornata, che le permettono di soddisfare la sua curiosità senza il carico mentale legato alla genitorialità. 

“Partire con i figli comporta inevitabilmente un grande impegno logistico”, racconta. “Bisogna fare e disfare i bagagli, ma anche programmare le vacanze in modo che vadano bene per tutti. Tutto questo toglie serenità”. 

Secondo il sociologo e autore Rodolphe Christin, che si è occupato molto di viaggi e turismo, imparare a restare a casa implica comunque un lavoro su se stessi: “Quando la nostra esistenza non è riempita dagli stimoli esterni, siamo portati a fare luce su ciò che ci motiva come individui”. 

“In altre parole, per essere un po’ meno permeabili alle pressioni della pubblicità e delle norme sociali bisogna riuscire a ‘decondizionarsi’ e scoprire quello che ci appassiona davvero”, dice Christin, sottolineando però che lavorare su se stessi resta comunque “una forma di privilegio”


lunedì, luglio 20, 2026

LIBRO: "La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo" di Elena Granata

 


Se non consumi, non esisti. 
È questo il messaggio che lo spazio urbano ripete ogni giorno: si paga il tempo libero, la sosta, lo sport, la mobilità, persino la natura. 
Sedersi all'ombra, bere da una fontana, giocare a palla in un cortile diventano gesti sempre piú rari nelle nostre città. 
È tempo di riscrivere una grammatica del possibile: ciò che nello spazio pubblico può e deve essere accessibile, gratuito, di tutti. 

In questo libro Elena Granata guarda al futuro partendo dai segni già presenti nel nostro tempo, tra idee e innovazioni che ridisegnano il modo di vivere insieme. 
Beni da scambiare e condividere, da usare senza possedere; una dimensione legata al tempo liberato e alle relazioni. 
Nuovi bisogni legati all'abitare, che non è solo avere una casa, ma condividere tempi e spazi con una comunità più ampia. Soprattutto nelle nuove generazioni prende forma il desiderio di una vita diversa, più libera, più collaborativa. 
Per questo è urgente una contro-narrazione: il racconto di un'altra idea di città.

domenica, luglio 19, 2026

LIBRO: "Essere nonni nell'era della scienza: Una guida per unire l'amore di ieri alla scienza di oggi" di Elena Acquadro

 

C'è un amore che non si insegna e non si dimentica. È quello con cui avete cresciuto i vostri figli. 

Notti passate svegli, mani che conoscevano ogni gesto, la pazienza infinita di chi c'è sempre. 

Quei figli oggi sono diventati grandi, e vi hanno fatto il dono più bello: un nipote da amare di nuovo, con la stessa dedizione di allora e tutta la dolcezza in più che solo i nonni sanno dare.

Questo libro nasce da lì, e mette accanto a quell'amore ciò che la ricerca ha scoperto negli ultimi trent'anni sui più piccoli. 

Perché un neonato riposa più sicuro sulla schiena, perché un pianto accolto aiuta il bambino a calmarsi davvero, perché lo svezzamento di oggi segue strade nuove. 

Ogni capitolo, dalla nanna alla febbre, poggia su fonti reali e verificabili, dalla Società Italiana di Pediatria alle principali istituzioni scientifiche internazionali. Centotrentadue studi citati, una bibliografia completa a fine volume. 

Niente sentito dire, solo conoscenza documentata, raccontata con parole semplici e con calore.

Perché la scienza, qui, non serve a correggere nessuno. Serve a dare ancora più forza a ciò che sapete già fare meglio di chiunque: amare quel bambino.

E di una cosa siamo certi. Non potrebbe essere in mani migliori delle vostre.

Scritto da Elena Acquadro, dottoressa in Psicologia, specializzata nella comunicazione della salute.


sabato, luglio 18, 2026

La «flat tax» per super ricchi stranieri è un successo: ma quanto pesa sulle città?

Dal Corriere della Sera del 7 Luglio 2026 di Fabio Savelli

A Milano i prezzi degli immobili di lusso volano fino a 39 mila euro al metro quadro (+57% dal 2021). L’afflusso di capitali globali e super ricchi alimenta il mercato, ma cresce il timore di una bolla che penalizza anche il ceto medio

Il Fisco potrebbe arrivare a incassare fino a 1,7 miliardi di euro dalle imposte dirette versate dai grandi patrimoni trasferitisi in Italia. È lo scenario stimato da uno studio di Assonime, che colloca questo possibile risultato entro il 2040. L’analisi sottolinea come le variabili in gioco siano numerose. Nel periodo compreso tra il 2017 e il 2040, le compravendite immobiliari riconducibili a questi contribuenti sarebbero pari a circa 16,8 miliardi di euro, con un possibile gettito fiscale associato fino a 1,38 miliardi. Secondo lo studio, la presenza di questi soggetti può generare effetti economici più ampi, tra cui assunzioni di personale, investimenti nel mattone, interventi di ristrutturazione, consumi, apertura di società e stabili organizzazioni in Italia (con relativa tassazione nel Paese), oltre a una domanda costante di servizi professionali qualificati e iniziative di filantropia culturale. 

Come funziona questo regime

Il regime agevolato oggi prevede un’imposta sostitutiva sui redditi esteri pari a 300mila euro annui per chi trasferisce la residenza fiscale in Italia (importo aumentato dal 1° gennaio; in precedenza era di 200mila euro per i nuovi ingressi dal 10 agosto 2024 e di 100mila per quelli antecedenti). Per i familiari inclusi nel regime, il contributo è pari a 50mila euro, ridotto a 25mila per i trasferimenti precedenti al 2026. La flat tax continua, dunque, a registrare un crescente successo, ma alimenta allo stesso tempo anche interrogativi su equità fiscale, trasparenza e compatibilità con i principi costituzionali. Il meccanismo consente a chi trasferisce la residenza fiscale in Italia dopo almeno nove anni all’estero di pagare un’imposta forfettaria sui redditi prodotti fuori dal Paese, sostituendo integralmente l’Irpef ordinaria. Un regime che, di fatto, esclude la tassazione progressiva e non richiede la trasparenza dettagliata dei redditi esteri.

Quanti sono i beneficiari

Nel 2024 i beneficiari sono saliti a 1.923, tra titolari e familiari, contribuendo al gettito con circa 153 milioni di euro. Tuttavia, non è possibile stabilire quanto lo Stato avrebbe incassato applicando il sistema fiscale ordinario, né misurare con precisione il reale vantaggio fiscale concesso ai contribuenti coinvolti. Proprio su questo punto si concentra la Corte dei conti, che solleva criticità rilevanti: il regime «per i super ricchi stranieri» rischia di generare «gravi disparità di trattamento» e potrebbe non essere coerente con il principio costituzionale della contribuzione in base alla capacità contributiva. I magistrati contabili parlano esplicitamente della necessità di verificarne la «effettiva razionalità».

Il rischio di mancati investimenti

Un elemento critico riguarda l’assenza di valutazioni ex post: non esistono analisi sistematiche che dimostrino se la misura abbia realmente attratto investimenti produttivi, come previsto nelle intenzioni originarie. In altre parole, non è chiaro se il beneficio fiscale si traduca in un ritorno economico proporzionato per il Paese. Il regime appare invece sempre più come uno strumento di competizione fiscale internazionale, che attrae soggetti con redditi globali elevati, spesso per ragioni lavorative o personali. Una dinamica che, secondo la Corte, non coincide necessariamente con l’arrivo di nuovi investimenti strutturali nell’economia reale.


I redditi dichiarati da lavoro dipendente

I dati mostrano che meno della metà dei beneficiari produce redditi in Italia e che la maggioranza dei redditi dichiarati deriva da lavoro dipendente. Ciò rafforza l’ipotesi che il sistema attragga soprattutto professionisti e figure altamente mobili, più che investitori di lungo periodo. Il confronto con altri regimi fiscali agevolati – come quello per i lavoratori impatriati o per docenti e ricercatori – evidenzia una forte asimmetria: mentre questi prevedono condizioni più vincolanti e controlli più stringenti, la flat tax per i neo-residenti risulta molto più favorevole e meno condizionata da obblighi di investimento o creazione di valore interno.

L’impossibilità di stimare il gettito mancato

Il tema centrale diventa quindi quello dell’equità: a parità di capacità economica globale, due contribuenti possono essere trattati in modo profondamente diverso in base alla residenza fiscale, con un vantaggio significativo per chi rientra nel regime agevolato. Sul piano delle entrate, il sistema garantisce oggi flussi crescenti – circa 469 milioni tra il 2020 e il 2024 – ma resta incerta la valutazione complessiva del suo impatto netto. Non solo per l’impossibilità di stimare il gettito «mancato», ma anche per la difficoltà di contabilizzare eventuali benefici indiretti. 

La concorrenza fiscale tra Paesi europei

C’è poi il problema della concorrenza fiscale tra paesi europei. La Ue è nata con l’obiettivo di avere un grande mercato comune con regole uguali in tutti i paesi. «Queste iniziative invece spingono gli altri Paesi alla corsa al ribasso adottando misure simili. Oggi l’Italia beneficia di scelte che vanno in direzione opposta prese dal Regno Unito - dice Massimo Baldini, professore di Politica Economica nell'Università di Modena e Reggio Emilia - che ha aumentato le imposte sui non residenti».

venerdì, luglio 17, 2026

LIBRO: "In parole povere: I dialetti italiani tra memoria e futuro" di Franco Brevini

 

Quasi metà della popolazione italiana continua a fare riferimento al dialetto, ma sull’argomento persistono equivoci e fraintendimenti. 
Cosa distingue una lingua da un dialetto? 
E perché in dialetto, ancora oggi, alcune cose ci sembrano più autentiche? 
Soprattutto: che ruolo hanno avuto le lingue popolari nello sviluppo della nostra letteratura?

Tra i maggiori studiosi in materia, Franco Brevini risponde a queste e altre fondamentali domande tracciando un profilo teorico e storico del variegato mondo dialettale che anima il nostro paese.

Con un linguaggio chiaro, attraverso esempi e testimonianze che coprono l’intero corso della tradizione italiana, In parole povere si propone di fare finalmente chiarezza, colmando il vuoto che si è spalancato tra gli specialisti e l’opinione pubblica. Un lavoro che mette ordine nell’universo caotico della questione dialettale italiana, segnata da strumentalizzazioni, timidi rilanci e nostalgie disilluse.

L’operazione dell’autore non vuole essere conservatrice, al contrario: si propone di rendere viva la pluralità di voci che contraddistingue il nostro paese, perché «custodirle non significa tornare indietro, ma imparare a dire meglio chi siamo». 
E infatti oggi, in modo inatteso, i dialetti stanno tornando. 
Un revival che si manifesta con nuove energie e in forme diverse: nel rap e nei meme, all’interno dei podcast e su TikTok, a teatro e nel marketing. 

Le nuove generazioni li riscoprono, non più come lingue dell’arretratezza, ma come codici di libertà, ironia, identità. Scegliere di esprimersi in dialetto oggi può voler dire scegliere una lingua non colonizzata, non globale, non piatta.
I dialetti, insomma, sono voci che vengono da lontano, ma che si ostinano a guardare al domani. 
Un futuro per i dialetti è possibile ed è già cominciato.

giovedì, luglio 16, 2026

Perché i femminicidi sono in crescita? di Dacia Maraini



dal Corriere della Sera del 6 Luglio 2026

Non sarebbe il caso di interrogarsi più profondamente sul perché di un fenomeno così diffuso e in crescita? Come interpretare questa alzata di aggressività da parte di uomini che hanno amato una donna e poi, quando lei mostra un segno di indipendenza, si trasformano in assassini, a volte uccidendo anche i figli?
Ormai le notizie sui femminicidi passano nell’indifferenza generale, perse fra la piccola cronaca giornaliera quasi fossero avvenimenti accidentali, cui ci stiamo abituando. Ma c’è qualcosa di inquietante in questa crescita di violenze contro le donne. Che non riguarda il nostro Paese, ma tutto il mondo. 
Le notizie che arrivano dall’estero sono allarmanti. L’Onu ci dice che in tutto il mondo ci sono state quest’anno 85.000 donne uccise, una ogni 10 minuti. E sono donne percosse e ammazzate non per strada, non da un estraneo, ma dal proprio marito o compagno. 
Non sarebbe il caso di interrogarsi più profondamente sul perché di un fenomeno così diffuso e in crescita? 
Come interpretare questa alzata di aggressività da parte di uomini che hanno amato una donna e poi, quando lei mostra un segno di indipendenza, si trasformano in assassini, a volte uccidendo anche i figli?
Non si tratta di casi singoli o raptus di follia dovuti ad accidentali crisi familiari, ma di qualcosa che ha una base culturale precisa. 
Potremmo chiamarla una rivolta della più arcaica volontà di potenza che in certi uomini, quelli che identificano la propria virilità con il possesso e il comando, porta alla perdita di ogni controllo. 
Gli uomini saggi, e per fortuna ce ne sono tanti, si adeguano ai cambiamenti anche quando devono accettare la perdita di antichi privilegi. Ma altri, che vedono la propria idea interiore di virilità messa in discussione, preferiscono finire in prigione piuttosto che accettare la libertà di quella che considerano la propria donna. 
Da questo stato di terrore nasce la loro voglia di vendetta, come per dimostrare a se stessi che sono ancora uomini capaci di reazione e di autonomia. 
La vendetta per una rigida anima arcaica è il solo modo che ha un uomo per ricordare a se stesso di essere un padrone, un guerriero capace di affermare la propria superiorità. Si tratta di una vera tragedia della identità, ed è chiaro che con le manette e le proibizioni non si risolve niente. La sola cosa da fare è una educazione primaria al rispetto dell’altro, al concetto della sacralità del corpo umano. 
Il fatto che ancora dopo quasi un secolo dall’Unità d’Italia e dalla creazione della Repubblica non si riesca a inserire nelle scuole una educazione al rispetto dell’altro sia nel campo erotico sentimentale che in quello sociale e politico, fa capire perché il fenomeno del femminicidio possa passare come un delitto qualsiasi da chiamarsi semplicemente omicidio.

mercoledì, luglio 15, 2026

LIBRO: "Anche i figli hanno dei doveri. Per un'educazione all'impegno e alla gratitudine" di Osvaldo Poli

Un saggio brillante, ironico e controcorrente, che propone una nuova via per l'educazione dei figli. Osvaldo Poli non offre ricette magiche, ma restituisce ai genitori la «legittima autorevolezza» di chi sa che un'educazione ferma non è un atto di potere, ma la forma più alta di cura.

La cultura educativa contemporanea ha eretto un tempio ai diritti dei figli: il diritto all'ascolto, alla comprensione incondizionata, al riconoscimento di ogni sussulto emotivo. 
Sembra però essersi smarrita la legge della reciprocità. 
Se l'obbligo dei genitori di accudire e proteggere appare ovvio, un interrogativo urgente resta nell'ombra: qual è il dovere dei figli verso chi li ha messi al mondo? 

Osvaldo Poli, con la consueta lucidità e una buona dose di ironia, riporta al centro del dibattito un'ovvietà dimenticata: anche i figli hanno dei doveri. 
Non si tratta di un nostalgico ritorno a modelli autoritari, ma di un atto necessario per favorire la crescita dei figli, e far sì che non confondano l'amore con il diritto a essere perennemente accontentati. 

Dopo un'analisi che smonta i «virus culturali» del nostro tempo - il disagismo, che assolve ogni comportamento negativo addebitandolo a un disagio interiore, e il determinismo educativo, che addossa la colpa di ogni inciampo del figlio ai genitori - Poli ci invita a esercitare il buonsenso. 

Esigere da parte dei figli uno sforzo o una rinuncia, anche se costa fatica, non è crudeltà, ma l'unica strada per rendere i ragazzi più forti e più liberi. 
I figli non sono perfetti, nascono con un «software preinstallato», un temperamento che il genitore deve imparare a conoscere. 

Educare, allora, non significa creare da zero una persona ideale, ma aiutare i ragazzi a diventare la migliore versione di sé, correggendo quei bug del carattere che logorano la vivibilità quotidiana. 
Per questo rimettere al centro la responsabilità del figlio è fondamentale, perché l'amore senza verità si chiama inganno e l'amore senza giustizia diventa debolezza. 

In questo saggio Poli non offre ricette magiche, ma restituisce ai genitori la «legittima autorevolezza» di chi sa che un'educazione ferma non è un atto di potere, ma la forma più alta di cura. 
Perché la felicità di un figlio non risiede in una vita priva di ostacoli, ma nella conquista di un carattere formato, capace di amare e di rendersi amabile. 

Articolo del Corriere della Sera del 5 Luglio 2026:

martedì, luglio 14, 2026

Come tenere a freno l’invidia e la gelosia

 

da L'Internazionale del 3 Luglio 2026 di Anna van den Breemer, de Volkskrant, Paesi Bassi

Il confronto con gli altri può farci provare sentimenti negativi, causando frustrazione e insicurezza. Ma ci aiuta anche a capire cosa desideriamo davvero e quali sono i nostri obiettivi.

Nel film Amadeus (1984) l’ambizioso compositore Antonio Salieri è messo in difficoltà dal suo giovane rivale Wolfgang Amadeus Mozart. Non solo perché compone musica geniale apparentemente senza sforzo, ma anche perché è molto amato dalle donne, racconta Rob Compaijen, docente universitario di filosofia dell’università teologica protestante dei Paesi Bassi, nel suo libro Afgunst. Een filosofie van een pijnlijke emotie (Invidia. Filosofia di un’emozione nociva). 

Oggi questo fenomeno è chiamato anche “sindrome di Salieri”: la frustrazione che nasce quando altri eccellono in qualcosa per cui tu ti stai impegnando moltissimo.

Nessuno parla volentieri di gelosia e invidia. “Le persone si vergognano di provare questo tipo di sentimenti”, dice Karlijn Massar, psicologa sociale all’università di Maastricht. “Li considerano una dimostrazione di insicurezza o del fatto che si guarda con fastidio al successo altrui”.

Anche se sono concetti che spesso vengono confusi tra loro, tra gelosia e invidia c’è una netta differenza. La gelosia sorge soprattutto all’interno delle relazioni: è la paura di perdere qualcuno a favore di un possibile rivale. L’invidia, invece, nasce dal desiderio di avere qualcosa che appartiene a un’altra persona, che sia lo status sociale, il successo, l’aspetto fisico o i beni materiali.

Gli esperti distinguono tra invidia benigna e maligna. 

Nel caso di invidia benigna (benign envy) il successo altrui diventa uno stimolo a migliorarsi. “Si prende l’altro come modello”, spiega la psicologa Pieternel Dijkstra, autrice del libro Jaloezie. Omgaan met jaloerse gevoelens (Gelosia. Come gestire questo sentimento). Per esempio, se un’amica è in ottima forma, può diventare uno stimolo ad allenarsi più spesso.

L’invidia maligna (malicious envy) si spinge oltre: è quando non si vuole che l’altra persona abbia successo. “In questa variante il divario appare impossibile da colmare”, dice Dijkstra. “Per esempio quando un’amica ha un fisico migliore del tuo e tu hai la sensazione che, per quanto possa impegnarti, non riuscirai mai a raggiungere lo stesso risultato”. A quel punto può nascere il desiderio di sminuirla, magari parlando male di lei o minimizzando i suoi successi.

Se un amico è bravo a tennis ma a te quello sport non interessa, probabilmente non proverai invidia. “In quel caso il suo talento non mette in discussione l’immagine che hai di te stesso”.

Segnale d’allarme

Quando si parla di gelosia, invece, si pensa subito a comportamenti manipolatori o a una coppia che litiga a una festa. 

Ma c’è di più: questo sentimento funziona anche come utile segnale d’allarme. “Dal punto di vista evolutivo, ha una funzione importante”, dice Massar. “Serve a proteggere una relazione. Spinge ad agire quando qualcuno percepisce una minaccia dall’esterno”. 

Le persone valutano in modo automatico e inconsapevole i possibili rivali in amore, ha concluso Massar durante il suo dottorato di ricerca. Inoltre, si è visto che le cause scatenanti della gelosia sono diverse per le donne e per gli uomini. In un esperimento, alle donne è stata mostrata per una frazione di secondo una fotografia di un viso femminile, e poi hanno dovuto leggere la descrizione di una scena in cui un uomo e una donna flirtano a una festa.

Le donne che, senza rendersene conto, avevano visto il viso di una donna attraente, riferivano di aver provato più gelosia rispetto a quelle che avevano visto il volto di una donna meno attraente. Negli uomini, invece, un bel viso maschile non ha provocato alcuna gelosia, ma un fisico muscoloso sì. 

Una leggera forma di gelosia può anche avere un effetto positivo. “È il segno che quella relazione è importante per te”, spiega Massar. Spesso le persone hanno paura che il loro partner le consideri deboli se ammettono di essere gelose. “Mentre parlarne può essere d’aiuto”.

Rovescio della medaglia

“In generale tendiamo a reprimere o mascherare l’invidia perché la giudichiamo severamente”, dice Dijkstra. Ma così finiamo per restarne intrappolati. E inconsciamente rischiamo di assumere un atteggiamento ostile verso quella collega di successo o quell’amico così in forma. “Il primo passo è riconoscere i propri sentimenti”, spiega la psicologa. “Creandogli spazio si può reagire in modo più consapevole”.

La tendenza a paragonarsi agli altri è del tutto naturale, ma bisogna tenere conto di alcune cose. Di solito notiamo soprattutto i successi altrui. “Invece bisogna domandarsi: che cosa ha dovuto fare quella persona per arrivare dove sognava di essere?”, dice Dijkstra. “Magari la tua collega ha ottenuto una promozione lavorando tutti i fine settimana, e così facendo ha mandato in crisi il suo matrimonio”. Quando ci rendiamo conto del rovescio della medaglia, proviamo ancora la stessa invidia?

Chi prende in considerazione solo i traguardi raggiunti dagli altri rischia di allontanarsi dai propri obiettivi, ritrovandosi a desiderare l’auto sportiva del vicino o magari un viaggio intorno al mondo. 

“Invece bisogna riuscire a concentrarsi sul proprio percorso”, dice Dijkstra. 

In psicologia questo fenomeno si chiama confronto temporale: non ci si paragona agli altri, ma a una versione precedente di se stessi. “A che punto ero un anno fa? Che passi avanti ho fatto da allora? E dove voglio arrivare?”. Così si sposta l’attenzione dalla competizione alla crescita personale.

Se conduce all’introspezione, l’invidia non è per forza un sentimento negativo. “Anzi, può motivare le persone a porsi degli obiettivi e a sviluppare le proprie capacità”, dice Massar. “Quando si prova invidia bisogna chiedersi perché una cosa ci tocca tanto”. A volte, chi è invidioso di un collega ha solo bisogno di più riconoscimento. 

“Spesso l’invidia fa emergere una necessità non soddisfatta e, alla fine, dice qualcosa soprattutto sulla persona che la prova”.


lunedì, luglio 13, 2026

LIBRO: "Ogni istante è una vita. Racconti da Gaza al tempo del genocidio" di Susan Abulhawa, Tomaso Montanari (Prefazione), Viola Ardone (Postfazione)


Fazi Editore devolverà il 5% dei proventi del libro al Palestine Writes Literature Festival, dedicato alla promozione della letteratura, dell’arte e della cultura palestinesi.

Nel 2024 Susan Abulhawa, autrice del romanzo Ogni mattina a Jenin, ha organizzato nei campi tenda una serie di laboratori di scrittura con giovani palestinesi sfollati, le cui vite sono state sconvolte dalla violenza, dalla fame, dalla perdita della casa, della famiglia e di ogni forma di normalità. 


Da quell’esperienza nasce questa antologia: diciotto racconti brevi e intensi, scritti durante il genocidio perpetrato da Israele, nei quali la vita reale assume la forza della letteratura. 


Queste storie aprono uno squarcio sull’esistenza a Gaza sotto le bombe. 


Raccontano l’orrore dall’interno, nei gesti della vita quotidiana, nei suoni, negli odori: l’odissea per un buono alimentare, recuperare i propri vestiti dalle macerie, il viaggio in ospedale per partorire, dare un nome a un bambino salvato dalla morte, bere un caffè davanti al mare dopo aver perso tutto.


Con coraggio, rabbia, amore e – incredibilmente – speranza, queste voci restituiscono dignità, memoria e umanità a un popolo sotto assedio. 
E mostrano come, anche nella devastazione più estrema, raccontare possa diventare un gesto di resistenza.