Restare Umani

Circolo Culturale di Paderno Dugnano

giovedì, aprile 09, 2026

LIBRO: "Oligocrazia. Il potere sono io" di Alfonso Celotto

 
In un Paese come il nostro nel quale il partito più forte è quello degli astenuti (quasi diciassette milioni alle ultime elezioni politiche) e la durata media di un governo è di quattordici mesi (sessantotto governi in ottant'anni di repubblica) chi veramente tiene in mano le leve del potere e scrive le regole a cui tutti gli altri devono sottostare? 

A questa domanda tanto affascinante quanto pericolosa – per il modo in cui solletica gli istinti antipolitici nascosti anche nel più sincero democratico – Alfonso Celotto risponde con limpidezza in queste pagine. E può farlo perché alla conoscenza dei meccanismi istituzionali e legislativi ha dedicato tutta la sua vita di studioso, ma anche perché qui sceglie di raccontarci in presa diretta la sua stessa esperienza nel cuore della nostra repubblica: quella di un ragazzo di provincia arrivato a Roma per studiare, che presto si trova a lavorare nelle stanze dei ministeri dove le promesse elettorali si trasformano in leggi, gli accordi segreti aggiungono parole magiche ai decreti, le decisioni più difficili vengono prese o eluse, dove lo spirito della democrazia diventa realtà. 

Da Prodi a Berlusconi, da Renzi a Meloni, volti e stili di governo diversi scorrono sotto i nostri occhi eppure una certezza prende forma: il potere si gestisce con pochi gesti, e quei gesti sono nelle mani di pochi dei quali spesso non conosciamo i nomi né i volti perché sono i tessitori invisibili della trama della storia. È a loro, alla loro preparazione e onestà, che è affidata la guida della grande macchina dello Stato. 

Alfonso Celotto ci racconta segreti, bugie e speranze nascoste nelle stanze dei ministri che hanno fatto la nostra storia recente e al tempo stesso scrive una appassionata, caustica, sorniona meditazione sull'immutabile essenza del potere politico.

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mercoledì, aprile 08, 2026

"ISRAELE: Stato di guerra" raccontato da un Israeliano

 

da L'Internazionale del 3 Aprile 2026 di Guevara Bader, +972 Magazine, Israele

In Israele la superiorità militare e tecnologica ha reso la guerra accettabile, riducendo la pressione a mettervi fine e contribuendo a renderla una condizione permanente, scrive un commentatore israeliano.

Negli ultimi decenni l’ingegneria israeliana ha costruito qualcosa che si avvicina al prodigio tecnologico definitivo: un sistema di difesa missilistica a vari livelli che può trasformare i missili dei nemici in spettacoli pirotecnici nel cielo notturno. Tuttavia, sotto questa cupola protettiva ha preso piede una trasformazione poco visibile ma con conseguenze molto importanti, più pericolosa dei missili: il sistema difensivo Iron dome (cupola di ferro) ha permesso agli israeliani di non avere più paura della guerra.

Una tecnologia progettata per salvare vite ha creato un senso d’immunità quasi totale, rendendo la catastrofe della guerra un disagio tollerabile, se non addirittura uno sterile prodotto di consumo, qualcosa che viene assorbito con indifferenza nella vita di tutti i giorni, a metà strada tra il notiziario della sera e una consegna a domicilio.

Quando la guerra non fa più paura, si riduce la motivazione dell’opinione pubblica a farla finire. 

In questo clima la sicurezza tecnologica non accorcia i conflitti ma contribuisce a mantenerli come una condizione permanente. Nell’era dell’Iron dome Israele non si presenta più come una vivace società che sostiene anche un esercito; al contrario, si vanta di essere essenzialmente un’enorme base militare intorno alla quale è organizzata la vita civile. 

In un raro momento di sincerità, durante un discorso fatto a settembre ai funzionari degli enti finanziari, il premier Benjamin Netanyahu ha descritto questa trasformazione avvertendo che Israele sarebbe andato incontro a un crescente isolamento internazionale e quindi avrebbe dovuto diventare una “super-Sparta” autosufficiente dal punto di vista economico. Quando le azioni della borsa di Tel Aviv sono crollate, ha sconfessato le sue parole definendole un “lapsus”. Ma è stata comunque una frase rivelatrice.

Netanyahu ha descritto l’ibrido politico e culturale in cui vivono gli israeliani: il dinamismo liberale e creativo di Atene fuso con la rigida disciplina e il militarismo di Sparta. Nella sua brutale versione del 2026, Atene progetta l’algoritmo e Sparta preme il grilletto.

Un costo sopportabile

Il risultato è una società che funziona come un complesso militare fortificato, governata da processi formalmente democratici, in cui il confine tra la sfera civile e quella militare è sfumato. L’industria israeliana è diventata un motore ben oliato di innovazione militare, con la guerra che non è più il fallimento della diplomazia ma una caratteristica distintiva dell’esistenza dello stato. Questa perdita di deterrenza interna è una sciagura nazionale, perché una società che non ha paura della guerra è una società condannata a conviverci per sempre. Per capire la profondità di questa distorsione è utile osservare il linguaggio che gli israeliani usano per descrivere se stessi. 
In Israele non ci sono “cittadini”, sicuramente non nella noiosa accezione di partecipazione democratica. 
Esiste invece il “fronte interno”, un’espressione che concepisce la cittadinanza come una retroguardia passiva delle forze armate impegnate nei combattimenti. La sua funzione è assorbire l’impatto della situazione e mantenere la calma, mentre sostiene con entusiasmo l’esercito che conduce operazioni dall’alto. Di fatto il “fronte interno” trasforma i cittadini in unità di supporto logistico tenute a “dimostrare resilienza”, un eufemismo che significa soffrire senza obiezioni, in modo da non far vacillare lo sguardo fermo del cecchino mentre porta a termine con successo l’ennesimo omicidio.

Questo principio organizzativo è emerso con una chiarezza inedita nel giugno 2025. 
Dopo la prima ondata di combattimenti con l’Iran, Amos Harel, analista militare di Haaretz, ha pubblicato i dati che misuravano le vittime israeliane in rapporto al numero di missili che avevano superato le difese aeree del paese. 
La conclusione – un morto ogni tre missili che colpiscono aree popolate – veniva esibita come la dimostrazione che “le cifre delle vittime del fronte interno non sono state neanche lontanamente catastrofiche come si era temuto in precedenza”.

In un calcolo del genere la morte è semplicemente una voce contabile. Un funerale viene registrato non come una tragedia ma come un costo operativo accettabile, un’arida statistica che consente al sistema di funzionare. Il prezzo è talmente basso che ai politici al potere non resta che prendere una penna e chiedere, senza ironia: “Dove devo firmare?”.

Quando la statistica consente alle persone di tornare al loro bar a Tel Aviv, tra una corsa ai rifugi e l’altra, l’urgenza di mettere fine al ciclo comincia a svanire. 

La guerra diventa una tassa da pagare ogni mese invece che un rischio esistenziale, sopportata finché il suo costo può essere digerito. 
Questo costo, naturalmente, è sostenuto in modo sproporzionato dai cittadini palestinesi di Israele, che rispetto agli israeliani ebrei hanno un accesso ridotto a rifugi più sicuri e in alcuni casi vivono in quelle che sono classificate come “aree aperte”: l’Iron dome è programmato per lasciar cadere i missili su queste aree, oppure per far esplodere i missili intercettori nello spazio aereo che li sovrasta.

Questa normalizzazione ha dato vita a un modello economico che non ha precedenti. È cambiata la percezione che Israele ha di se stesso, da fortezza assediata a catena di montaggio di tecnologie militari, in cui ogni conflitto funziona come una sorta di sperimentazione continua. Ogni volta che un missile è intercettato vengono generati dati, e ogni escalation perfeziona il sistema.
Il “fronte interno” così diventa anche un insieme di collaudatori, i cui disagi sono assorbiti nelle fasi di ricerca e sviluppo. Il successo è misurato non solo in termini di vite salvate ma di prestazioni, che spingono il valore delle azioni dell’industria militare alle fiere di Parigi e Singapore.
Il mondo non si limita a guardare con preoccupazione. Come un fedele cliente della Apple che aspetta il nuovo iPhone, è un consumatore che osserva quali tecnologie funzionano meglio in “condizioni reali”. 

La guerra diventa la miglior campagna di marketing, e quando un’economia nazionale si fonda sulla superiorità militare l’aspirazione alla tranquillità è percepita come un sabotaggio della catena di produzione.

Rimandare una soluzione

Questa condizione si è imposta gradualmente. Dal sistema di difesa missilistica 
  • Arrow (freccia), entrato in funzione nel 2000, 
  • all’Iron dome (2011), 
  • fino a David’s sling (la fionda di Davide, attivo dal 2017): 
ogni novità ha ampliato il senso di protezione degli israeliani, riducendo così la percezione della vulnerabilità: quando il tetto è sigillato ermeticamente, non serve a niente cercare una via d’uscita politica o immaginare un futuro oltre il conflitto.

Oggi stiamo entrando nell’era dei sistemi laser. 
L’Iron beam (raggio di ferro), integrato di recente nell’aeronautica israeliana, può intercettare missili con accuratezza, rapidità e “a un costo marginale irrilevante”, si è vantato il ministro della difesa alla fine del 2025.

Strada facendo anche il confine tra realtà e rappresentazione si è frantumato. 
In una trasmissione molto seguita sul Canale 12, un analista militare esperto ha scambiato le immagini di un videogioco per un attacco statunitense all’Iran. “Questo è un video statunitense, noi ce lo stiamo solo godendo”, ha detto, mentre i pixel sfarfallavano sullo schermo. “Il B-2 sta attaccando da giorni. Quello che stiamo vedendo è il potere statunitense nella sua massima espressione”. 

Al di là dell’errore, il commento mostra come la guerra sta diventando una forma di intrattenimento.

A guidare tutto questo c’è una classe politica sotto pressioni giudiziarie e diplomatiche. 
Sulla testa di Netanyahu pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale. 
Anche l’ex ministro della difesa Yoav Gallant è ricercato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi a Gaza, mentre il presidente Isaac Herzog compare tra le prove presentate alla Corte internazionale di giustizia per aver affermato che l’intera popolazione di Gaza sarebbe responsabile degli attacchi del 7 ottobre.

La guerra perpetua ha implicazioni che vanno oltre la strategia. 
Influenza gli incentivi, legando più saldamente la sopravvivenza politica di alcuni al protrarsi della crisi. Il risultato finale è un circolo vizioso in cui le tecnologie di difesa proteggono la popolazione, la stabilità della popolazione sostiene l’ordine politico e insieme questi due fattori riducono le pressioni per risolvere il conflitto.
L’immagine di una “super-Sparta” distilla questo stato di angoscia esistenziale in un’unica, sterile trovata ingegneristica, in cui garantire il presente con sempre maggior precisione consente di rimandare indefinitamente una soluzione nel futuro. Con una percentuale di successo del 97 per cento, l’Iron dome sta intercettando tutte le possibilità di avere un futuro normale.

Combattere a oltranza

 “I sondaggi mostrano che l’opinione pubblica israeliana continua a sostenere in larga parte la guerra contro l’Iran, anche dopo quattro settimane di conflitto”, scrive Times of Israel. 
Secondo una rilevazione condotta dall’Israel Democracy Institute e resa pubblica il 27 marzo 2026, il 78 per cento degli ebrei israeliani è favorevole a proseguire le operazioni, anche se i sostenitori più convinti sono leggermente in calo rispetto alle prime settimane di guerra. 
Tra gli arabi israeliani prevale l’opinione opposta, con il 71 per cento che si dice contrario. 

Ci sono posizioni molto diverse anche sui motivi del conflitto: la maggioranza degli ebrei pensa che sia cominciato per motivi di sicurezza, mentre tra gli arabi prevale l’idea che i leader israeliani avessero motivazioni personali e politiche. 
I due gruppi concordano sul fatto che Israele e Stati Uniti hanno sottovalutato la capacità dell’Iran di resistere
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martedì, aprile 07, 2026

Parole O_Stili: La sorpresa che vorremmo trovare nell'Uovo di Pasqua

 
La sorpresa più bella, forse, è trovare qualcosa che non si esaurisce subito: un pensiero che rimane, un’attenzione più duratura, un tempo un po’ meno distratto per essere presenti in quello che succede attorno a noi




















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lunedì, aprile 06, 2026

PIU' CIBO per GAZA: raccolta fondi per l'acquisto di cibo con "Gazelle Group" e "Salaam Ragazzi dell'Olivo"

 

Su suggerimento di una nostra iscritta, proponiamo una nuova iniziativa solidale, organizzata da GAZELLE GROUP e SALAAM RAGAZZI DELL’OLIVO: 

“PIÙ CIBO PER GAZA” 

Porteremo dei PACCHI ALIMENTARI A 2000 FAMIGLIE NELLA STRISCIA DI GAZA. Grazie ad accordi presi con alcuni grandi commercianti palestinesi, eviteremo le restrizioni imposte da Israele all’ingresso di aiuti, gran parte dei quali sono ancora bloccati ai confini, e garantiremo l’acquisto degli alimenti a prezzi equi che non siano soggetti alle pratiche di speculazione, massimizzando così il numero di famiglie raggiungibili con i fondi raccolti. 

LE DISTRIBUZIONI SARANNO REALIZZATE IN PIÙ FASI: avvieremo la prima distribuzione non appena saranno disponibili i fondi per 300-400 pacchi alimentari, per poi proseguire con quelle successive, fino al raggiungimento dell’obiettivo di 2000 pacchi. Questo ci permetterà di mettere in atto un intervento immediato, flessibile e rapidamente dispiegabile.

Questa iniziativa sarà realizzata grazie alla collaborazione di SALAAM RAGAZZI DELL’OLIVO – COMITATO DI MILANO e di TAGHYEER ORGANIZATION.

Stiamo aprendo un’associazione in Cisgiordania per poter operare in maggiore sicurezza. Stiamo completando l’iter, ma nel frattempo potete riferirvi a noi come GAZELLE GROUP.

CHI DONA E CI SCRIVE VIA EMAIL ALL’INDIRIZZO gazellepal.org@gmail.com , RICEVERÀ IL VIDEO DI UN BAMBINO PALESTINESE CHE SPIEGA COME COSTRUIRE UN AQUILONE, OLTRE ALLA DOCUMENTAZIONE E AI VIDEO SULLA REALIZZAZIONE DELL’INIZIATIVA.

OBIETTIVO DELLA RACCOLTA FONDI: 109.000 EURO 

(aperta fino al raggiungimento dell’obiettivo).

Potete donare con: 

• PAYPAL: 
NOME UTENTE: @gazellepal
gazellepal.org@gmail.com
https://paypal.me/gazellepal

CAUSALE: INIZIATIVE PRIMAVERILI.

• BONIFICO:
CAUSALE: INIZIATIVE PRIMAVERILI.
IBAN: LT383250033107863233
Beneficiario: Jasmin Lucia Di Donfrancesco
Codice BIC/SWIFT: REVOLT21
Nome della banca: Revolut Bank UAB

• LE ASSOCIAZIONI, FONDAZIONI E ALTRI ENTI POSSONO DONARE FACENDO UN BONIFICO ALL’ORGANIZZAZIONE TAGHYEER. RICEVERANNO UNA RICEVUTA DELLA DONAZIONE. 

PER INFO: gazellepal.org@gmail.com

Il GAZELLE GROUP vi ringrazia per l’attenzione e per il vostro sostegno!


1. CONTESTO D’INTERVENTO 

La situazione umanitaria nella Striscia di Gaza continua a deteriorarsi a causa della guerra prolungata, della distruzione diffusa delle infrastrutture, del collasso dei mercati e degli sfollamenti interni di massa. Secondo le Nazioni Unite, la stragrande maggioranza della popolazione di Gaza è stata costretta a sfollare, anche più volte, e ora vive in rifugi sovraffollati, campi informali o edifici danneggiati, con un accesso estremamente limitato al cibo e ai beni di prima necessità. L'insicurezza alimentare a Gaza ha raggiunto livelli catastrofici. Molte famiglie sopravvivono con un pasto al giorno o meno e in alcune zone non mangiano per giorni. L'accesso alle scorte alimentari rimane fortemente limitato a causa delle restrizioni all’introduzione di alimenti nella Striscia di Gaza imposte da Israele, delle condizioni di insicurezza e delle gravi distorsioni del mercato. 

 Le autorità militari israeliane limitano al minimo l’ingresso e la distribuzione di beni di prima necessità, ed in particolare del cibo (e dell’acqua), un bene altamente politicizzato il cui controllo è funzionale all’uso della fame come strumento di sterminio. L’esercito israeliano seleziona e scarta gli alimenti che hanno le proprietà nutritive maggiormente necessarie a una popolazione ridotta alla fame. Gran parte degli aiuti alimentari portati dalle organizzazioni e dalle reti di solidarietà internazionali sono ancora bloccati ai confini della Striscia, lasciando senza cibo una popolazione martoriata dai bombardamenti, che dall’inizio dell’embargo imposto da Israele nel 2006 sopravvive soprattutto grazie agli aiuti umanitari. 

Inoltre, attualmente Israele limita ulteriormente l’accesso di beni alimentari nell’area maggiormente popolata, quella a ovest della linea gialla stabilita da Israele con gli accordi di tregua dell’ottobre 2025, favorendo invece l’area controllata dall’esercito israeliano, compresa tra la linea gialla e il confine con Israele. In questo modo Israele ha creato una nuova disparità spaziale nell’accesso al cibo tra la popolazione palestinese. 

La carestia creata da Israele dà adito a pratiche di speculazione molto redditizie messe in atto da attori israeliani e palestinesi, in collusione con le autorità dello Stato di Israele. Infatti, pochi grandi commercianti palestinesi riescono ad ottenere dalle autorità militari israeliane il permesso di introdurre una piccola quantità di prodotti nella Striscia di Gaza, pagando delle tangenti comprese tra i 5.000 e i 50.000 euro circa (in base alla quantità e al tipo di prodotti che chiedono di introdurre), oltre a pagare allo Stato di Israele una tassa del 16 % sul valore dei prodotti. In questo contesto, l’offerta di prodotti alimentari del mercato locale è estremamente volatile e imprevedibile, con prezzi che variano quasi quotidianamente a seconda della disponibilità delle merci, che dipende dalle restrizioni imposte da Israele sulla quantità e sul tipo di alimenti che possono entrare nella Striscia di Gaza. 

Inoltre, alcuni grandi commercianti che controllano il mercato si approfittano della carestia per aumentare i loro profitti, imponendo prezzi anche dieci volte superiori a quelli di mercato. I prodotti reperibili nel mercato nero sono ancora più cari, soprattutto quelli introdotti da commercianti israeliani, anch’essi complici della mortale speculazione economica che avviene sulla pelle della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. 

 2. VALUTAZIONE DI PROBLEMI E BISOGNI 

 Le famiglie sfollate a Gaza si trovano attualmente ad affrontare: • Insicurezza alimentare estrema e diffusa. • Mancanza di accesso a scorte alimentari sufficienti e regolari. • Collasso e gravi distorsioni del mercato locale. • Perdita di fonti di reddito ed esaurimento delle strategie di sopravvivenza. • Prezzi dei prodotti alimentari elevati e instabili. • Disparità nell’accesso ai beni alimentari, legata alla disponibilità economica di ogni famiglia. Senza un'assistenza alimentare immediata e continua, migliaia di famiglie restano in condizioni di fame e malnutrizione, in particolare bambini, anziani e persone con disabilità. Questa situazione richiede una risposta umanitaria immediata, flessibile e rapidamente dispiegabile. 

3. OBIETTIVO DEL PROGETTO 

Obiettivo complessivo Questo progetto mira a incrementare l’accesso ai beni alimentari di prima necessità delle famiglie sfollate più vulnerabili, fornendo loro un’assistenza alimentare immediata e d’emergenza, attraverso la distribuzione di 2.000 pacchi alimentari implementata per fasi. Obiettivi specifici • Distribuire pacchi alimentari a 2.000 famiglie sfollate che si trovano nell’area della Striscia di Gaza a ovest della linea gialla, attraverso una risposta d’emergenza implementata per fasi. • Avviare la prima distribuzione non appena saranno disponibili i fondi per 300-400 pacchi alimentari e proseguire l'implementazione del progetto in fasi successive, fino al raggiungimento dell'obiettivo stabilito di 2.000 famiglie (2.000 pacchi). 

4. BENEFICIARI TARGET 

• Beneficiari principali: 2.000 famiglie sfollate nella Striscia di Gaza. 
• Criteri di priorità: famiglie con bambini, con capofamiglia donna, persone anziane e persone con disabilità. 

5. ATTIVITÀ PIANIFICATE 

Distribuzione di pacchi alimentari (approccio per fasi) 

• Raccolta fondi aperta fino al raggiungimento dell’obiettivo definito. Ogni donatore potrà inviare un’email all’indirizzo gazellepal.org@gmail.com, per ricevere via e-mail il video di un bambino palestinese che gli insegna come costruire un aquilone, oltre alla documentazione ed agli aggiornamenti sulla realizzazione delle fasi del progetto. 

• Acquisto degli alimenti per 2.000 pacchi alimentari da fornitori nella Striscia di Gaza a un prezzo equo. • Distribuzione dei pacchi alimentari a 2.000 famiglie sfollate che si trovano nell’area della Striscia di Gaza a ovest della linea gialla. 

• L’acquisto e la distribuzione degli aiuti saranno realizzati per fasi successive: o La 1a fase inizierà immediatamente, non appena saranno disponibili i fondi per 300-400 pacchi alimentari. o Le fasi successive seguiranno man mano che saranno disponibili ulteriori fondi, fino al raggiungimento dell'obiettivo totale di 2.000 famiglie. • Monitoraggio e documentazione delle fasi dell’iniziativa. 

 6. MODALITÀ DI REALIZZAZIONE DEL PROGETTO 

• La raccolta fondi resterà aperta fino al raggiungimento dell’obiettivo stabilito e sarà realizzata grazie al sostegno dell’organizzazione Taghyeer, dell’associazione Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Milano e di altre realtà associative italiane e palestinesi. 

• Gli articoli saranno acquistati da fornitori palestinesi all'interno della Striscia di Gaza, in modo da evitare le restrizioni imposte da Israele sull’introduzione di aiuti alimentari ed i costi di trasporto, garantendo al contempo una consegna più rapida. • Grazie al sostegno dei nostri partner sul campo, abbiamo stipulato accordi con fornitori locali di fiducia per l’acquisto degli articoli alimentari a prezzi all'ingrosso, garantendo l’accesso ai prodotti a prezzi equi (minori di quelli al dettaglio) ed evitando gli aumenti dei prezzi legati alle pratiche di speculazione locali. Questo contribuirà a ridurre al minimo le spese, a ottimizzare i costi e a massimizzare il numero di famiglie raggiunte con i fondi disponibili. 

• In accordo con i fornitori locali, il pagamento degli articoli acquistati sarà effettuato dopo la realizzazione di ogni fase di distribuzione. 

• Gli aiuti alimentari saranno raccolti in uno dei magazzini usati dall’organizzazione Taghyeer, il nostro partner locale, o da UNICEF, che ancora una volta ci ha offerto sostegno garantendoci un luogo sicuro dove poter operare. 

• La selezione dei beneficiari sarà condotta in accordo ai criteri di vulnerabilità stabiliti, in coordinamento con i comitati locali e i rappresentanti delle comunità nella Striscia di Gaza. 

• Le distribuzioni saranno realizzate nei campi e nei ricoveri per sfollati, grazie alla collaborazione dell’organizzazione palestinese Taghyeer, nel rispetto dei criteri di vulnerabilità stabiliti e dei principi umanitari, di sicurezza e dignità. • Saranno effettuati il monitoraggio e la documentazione di tutte le fasi del progetto. 

7. BILANCIO PREVENTIVO (INDICATIVO) 

Costo stimato per ogni pacco alimentare* (per famiglia): 200 ILS ≈ 54 EUR ARTICOLO COSTO UNITARIO (EUR) QUANTITÀ 

Pacchi alimentari 54 €     2.000 TOTALE (EUR) TOTALE STIMATO considerando la variabilità del tasso di cambio e le commissioni della banca 108.000 € 109.000 € 

 *Ogni pacco alimentare include principalmente: zucchero, riso, farina, pollo, olio, fave, tahina, salsa di pomodoro, formaggio, sale, pasta, tonno, carne in scatola, halva, datteri e altri frutti e ghee (un tipo di burro che si conserva a lungo fuori dal frigorifero). I prodotti alimentari nei pacchi potranno variare in base alla mutevole disponibilità dei beni nella Striscia di Gaza, mantenendo però invariati i costi. 

Nota importante: Questi costi si basano sugli attuali prezzi di mercato all’ingrosso, che sono altamente volatili e possono variare quotidianamente. L'implementazione per fasi consente la flessibilità necessaria ad adattarsi a queste fluttuazioni. Inoltre, per garantire l’equità dei prezzi dei beni acquistati, abbiamo stipulato accordi con fornitori locali di fiducia per acquistare gli articoli alimentari a prezzi all'ingrosso. Questo contribuirà a ottimizzare il rapporto costi-benefici, evitando al contempo gli aumenti dei prezzi legati alle pratiche di speculazione locali.

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L' Associazione CIAI e il disagio giovanile

 
Home - CIAI

Il disagio giovanile è una condizione di malessere legata all’età evolutiva che non coincide con una singola patologia clinica, ma con l’esito di molteplici fattori che compromettono il benessere psicologico dei ragazzi. Si manifesta soprattutto durante l’adolescenza e comprende un ampio spettro di situazioni mediche e comportamentali: ansia, depressione, disturbi del comportamento (come ADHD) e della condotta, disturbi dell’alimentazione, autolesionismo, isolamento estremo. Le manifestazioni di disagio psichico dei giovani possono poi sfociare in atteggiamenti antisociali e violenti, come il bullismo o la criminalità minorile. Nei casi più gravi, l’assenza di una rete di supporto può trasformare questo malessere in un rischio concreto per la vita stessa dei giovani, come dimostra anche l’aumento dei casi di suicidio in questa fascia di età.

Il disagio giovanile nasce spesso dall’intreccio tra povertà materiale, carenze educative e fragilità relazionali. Le difficoltà economiche incidono sulla qualità dell’ambiente di vita, generando stress, mancanza di spazi personali e insicurezza emotiva. A questo si aggiungono la povertà alimentare e l’assenza di stimoli culturali, che limitano energia, concentrazione e possibilità di espressione. In tali contesti, la povertà educativa riduce le prospettive future e rende gli adolescenti più esposti a esclusione sociale, esperienze di violenza e dinamiche di aggressività tra pari, aumentando il rischio di disagio psicologico.



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domenica, aprile 05, 2026

LIBRO: "Nata democratica. Dalla lotta partigiana alla Costituzione" di Luca Baldissara e Nadia Urbinati

 

Dalla lotta partigiana alla Costituzione, dalle armi alle norme: la Repubblica nasce democratica, la democrazia si apprende praticandola

Il percorso che ha dato senso e valore civile alla parola «futuro»
La guerra di Liberazione fu insieme guerra civile contro i fascisti e guerriglia contro l’occupante nazista. Costituì il punto d’approdo del distacco popolare dal fascismo e, al contempo, un’assunzione di responsabilità civile. 
Quell’ansia di riscatto e quella spinta al cambiamento costituirono la volontà fondativa della democrazia italiana. Su di essa si innestò e prese forma una Carta costituzionale dal valore programmatico, che disegnava la democrazia repubblicana per cui si era combattuto. 

Il libro indaga questa duplice dimensione: 
  • la conquista della libertà attraverso la partecipazione e l’impegno nella lotta, 
  • e la democrazia che si fa strada nella ricostruzione della vita civile locale e che si afferma nel potere costituente. 
La Costituzione emerge così come un corpo vivo, frutto originale di un intreccio indissolubile di memoria critica del passato, urgenze del presente e aspettative del futuro. 
Un prologo, un libro aperto sul futuro.

Luca Baldissara insegna Storia contemporanea nell’Università di Bologna. I suoi ultimi libri pubblicati con il Mulino sono «Italia 1943. La guerra continua» (2023) e «25 aprile» (2024).

Nadia Urbinati insegna Teoria politica alla Columbia University a New York e collabora al quotidiano «Domani». Con il Mulino ha pubblicato: «Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia» (2020) e «L’ipocrisia virtuosa» (2023).

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sabato, aprile 04, 2026

Concerto SWEET BLUES Coro Gospel: 11 Aprile ore 21.00

 
Home | Sweetblues

coro Gospel SWEET BLUES costituito da circa 30 elementi, presenta un repertorio da brani gospel e spiritual, sia tradizionali che moderni, eseguiti con l’accompagnamento del pianoforte o a cappella.

Il prossimo concerto del 

Coro Gospel SWEET BLUES 

si terrà 

Sabato 11 Aprile - ore 21.00

presso il Santuario della Beata Vergine Maria del Rosario

via Armando Diaz - Paderno Dugnano




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venerdì, aprile 03, 2026

LIBRO: "L'economia della paura: Perché conservando si arretra" di Veronica De Romanis

 
Negli ultimi vent'anni, un crollo finanziario sistemico, una pandemia globale senza precedenti e un inasprimento dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno scosso il mondo. 
L'inizio del secondo mandato di Donald Trump ha reso lo scenario internazionale ancora più instabile, eppure le politiche economiche italiane sembrano andare avanti come se niente fosse. 
Nonostante l'urgenza, i governi si guardano indietro, seguendo le orme di chi è venuto prima. Nulla viene cambiato. 
Ma conservare significa ripetere gli errori del passato, soffocare slanci e innovazioni concrete, in altre parole: arretrare. 
Le sfide che l'Italia deve affrontare sono nuove e richiedono soluzioni coraggiose e inedite, in grado di invertire la rotta della decrescita e sradicare l'immobilismo. 

Veronica De Romanis mostra che questo circolo vizioso è alimentato dall'economia della paura, una strategia bipartisan che fa leva sui timori della popolazione - la guerra, lo straniero, il cambiamento - per mantenere lo status quo. Nemici, veri o immaginari, si trovano sempre. 

Le conseguenze sono evidenti: prevale una «Repubblica delle tribù» dove ognuno guarda al proprio tornaconto e protegge i privilegi di sempre, rinnegando qualsiasi proposta che possa metterli a rischio, anche quando la posta in gioco è molto più alta. 

A pagare il prezzo sono i giovani. 

L'economia della paura diventa così un alibi del potere, uno strumento di governo ingannevole che distrae dagli ostacoli che impediscono al nostro Paese di crescere. 

In questo saggio, con lucidità e schiettezza, Veronica De Romanis ci consegna il ritratto di un Paese immobile, chiamato ad agire in fretta per non collassare sotto il peso del proprio passato. 

Una lettura indispensabile per chi crede ancora nell'Italia del futuro, e per chi vuole capire da dove iniziare per cambiare le cose.

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giovedì, aprile 02, 2026

Cuba sì, yankee no: il diario giorno per giorno della Flotilla "Nuestra America Convoy"

 


Si aggrava la situazione della popolazione dell’isola soffocata dall’embargo trumpiano. 
La spedizione del Nuestra America Convoy

Cuba, il Convoy e l'arrivo del petrolio dalla Russia e l'ok di Trump

di Simona Ciramitaro

"Cuba sarà la prossima. Sta fallendo e noi saremo lì per aiutarla". Ancora una volta il presidente statunitense Donald Trump manifesta la sua volontà di entrare a Cuba, dopo averla stretta in una morsa con il potenziamento dell’embargo che perdura da oltre 60 anni e che, privando l’isola dei rifornimenti energetici da altri Paesi, sta riducendo alla fame la popolazione.

Sempre a detta di Trump, sarebbe inoltre per sua gentile concessione se una petroliera russa, con a bordo 100 mila tonnellate di greggio, è arrivata a Cuba, la prima spedizione di petrolio negli ultimi tre mesi. L’intento del presidente è anche quello di fare in modo che la popolazione, finora resistente, ceda per disperazione agli Stati Uniti.

A Cuba non manca solamente il cibo, ma tutto ciò che è necessario per le cure dei pazienti nei centri medici, siano essi oncologici, dializzati, diabetici, quindi mancano anche le cure salva-vita. Non è possibile raccogliere le messi nei campi, spostarsi con mezzi pubblici o privati perché manca il carburante, raccogliere la spazzatura che nelle strade si sta accumulando con il rischio anche di epidemie.

Mancano i prodotti per l’igiene personale, la possibilità di attivare le pompe d’acqua. Vi sono i blackout, che, soprattutto di notte, aumentano i rischi e i disagi per la popolazione. È nel tentativo di dare sostegno alla popolazione cubana ormai allo stremo che alla fine di marzo è partito dall’Italia un ramo del Nuestra America Convoy, organizzato dall’Aicec nell’ambito della campagna Let Cuba Breathe, per congiungersi poi con le imbarcazioni della Flotilla partite dal Messico e approdate all’Avana.

Noi ne abbiamo dato conto giornalmente durante tutte le tappe della spedizione grazie alle testimonianze inviateci dai sindacalisti di Cgil nazionale, Fiom Cgil e Fp Cgil, che insieme agli altri volontari hanno portato medicinali e beni di prima necessità a Cuba, visitando anche ospedali, scuole, strutture dell’isola e partecipando a incontri istituzionali. 

Il momento in cui al porto dell'Avana si uniscono la Flotilla e il Convoy europeo con il nuovo carico di aiuti

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mercoledì, aprile 01, 2026

Parole O_Stili: GRAZIE

 

A volte diciamo “grazie” senza pensarci troppo.
Eppure, dietro a quella parola si nascondono cose che spesso non vediamo: gesti che ci hanno tolto un peso, momenti di ascolto, piccole attenzioni che raccontano la cura e l’affetto.
La gratitudine è molto più di una cortesia: è il modo in cui riconosciamo gli altri, e in questo riconoscimento c’è una piccola rivoluzione di gentilezza quotidiana, che non ha bisogno di gesti grandi per realizzarsi.

In un mondo che corre veloce, ricordarsi di dire “grazie” è qualcosa di semplice,
ma capace di cambiare la giornata di chi lo riceve… e anche la nostra.









Posted by Patrizia Cibin at 06:30 Nessun commento:
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