Andrea Carandini, nato a Roma nel 1937, è uno dei maggiori archeologi italiani. Ha condotto scavi fondamentali tra il Palatino e il Foro Romano, scoprendo la prima Roma dell’VIII secolo a.C. e la Roma precedente del IX e X secolo. È stato Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e del FAI, e collabora con il “Corriere della Sera”. Tra le sue opere precedenti si ricordano "Roma. Il primo giorno", "Io, Agrippina" e "Io, Nerone"
Restare Umani
Circolo Culturale di Paderno Dugnano
domenica, luglio 05, 2026
LIBRO: "Alla mia età" di Andrea Carandini
Andrea Carandini, nato a Roma nel 1937, è uno dei maggiori archeologi italiani. Ha condotto scavi fondamentali tra il Palatino e il Foro Romano, scoprendo la prima Roma dell’VIII secolo a.C. e la Roma precedente del IX e X secolo. È stato Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e del FAI, e collabora con il “Corriere della Sera”. Tra le sue opere precedenti si ricordano "Roma. Il primo giorno", "Io, Agrippina" e "Io, Nerone"
sabato, luglio 04, 2026
CI RIFIUTIAMO !
L’ultimo giorno dell’anno scolastico in Israele, il 19 giugno, una lettera dal titolo “Ci rifiutiamo!” redatta da alcuni adolescenti in cui annunciavano la decisione di non arruolarsi nell’esercito israeliano è stata distribuita in migliaia di copie in diverse scuole di tutto il Paese. La lettera, intitolata “Ci rifiutiamo!”, conta ormai più di 120 firme di studenti delle scuole superiori che dovrebbero prestare servizio militare.
A seguire il testo della lettera.
Siamo stati tutti cresciuti nel mito secondo cui Israele agisce solo per legittima difesa.
Il sistema educativo ci terrorizza fin da piccoli, facendoci credere che «non ci sia scelta» e che dobbiamo vivere per sempre con la spada in mano.
Le nostre scuole ci preparano all’esercito instillandoci una visione del mondo militarista.
Al liceo la preparazione ai test militari e i colloqui con i soldati sono parte integrante della nostra quotidianità, ma la verità è che arruolarsi nell’esercito non è inevitabile.
Nessuno nasce soldato. E come ogni altra scelta, arruolarsi nell’esercito ha le sue ripercussioni.
Negli ultimi due anni e mezzo, attraverso i social media e i notiziari, siamo stati esposti a contenuti difficili e violenti relativi al 7 ottobre.
Ma ciò che era iniziato come una risposta a quel terribile massacro si è trasformato in una crudele campagna di sterminio della popolazione di Gaza, di proporzioni incomprensibili.
E quali sono i risultati delle azioni dell’esercito? Secondo i dati ammessi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dall’inizio della guerra a Gaza sono state uccise più di 72.000 persone, molte delle quali donne, bambini e persino neonati.
E nonostante il cosiddetto «cessate il fuoco», il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra continuano.
Recentemente, abbiamo assistito a un forte aumento della violenza sia da parte dei coloni che dell’esercito in tutta la Cisgiordania. Non si tratta di un fenomeno nuovo.
Da decenni Israele utilizza l’esercito per opprimere il popolo palestinese, annettere territori e perpetrare violenze contro i palestinesi che vivono in Cisgiordania – il tutto nell’ambito del progetto di pulizia etnica del Paese.
L’esercito attacca, uccide e arresta persone senza processo, compresi ragazzi della nostra età. L’unica cosa che ci differenzia è che loro sono nati dalla parte sbagliata della linea di confine.
Riflettete: sono queste le azioni di una “forza di difesa”?
Le guerre infinite hanno un pesante impatto su tutti noi: infliggono ferite fisiche e mentali che dureranno per il resto delle nostre vite.
Viviamo tra una corsa ai rifugi antiaerei e l’altra e gli annunci dei soldati caduti.
Siete disposti a diventare parte delle statistiche?
Siete pronti a compiere un simile sacrificio in nome di un governo cinico e dittatoriale che baratta vite umane per rafforzare il proprio dominio?
E voi cosa farete?
Il lavoro non ha sesso, gli stipendi sì
Da Il Corriere della Sera del 29 Giugno 2026 di Milena Gabanelli
La paga oraria delle donne italiane nelle aziende private è del 17,4% più bassa rispetto agli uomini. Eppure nel nostro Paese la disparità di stipendio è stata seppellita nel 1963 dai Contratti nazionali di lavoro. Sono passati 60 anni, cosa è successo? Il pay gap orario più alto è nel settore bancario e assicurativo (21,8%), nell’immobiliare (21%) e, in generale, per chi svolge attività legali, contabili, tecniche, di ricerca e sviluppo (23,4%).
Tradotto in paga oraria lorda vuol dire che la dipendente di una banca o di un’assicurazione guadagna in media 25 euro contro i 34,9 del collega maschio; nel trasporto aereo sono 12,59 euro contro 22,43; nelle telecomunicazioni ballano 4 euro di differenza.
Gli obblighi UE
Nel 2023 Parlamento e Consiglio europeo hanno
approvato la
direttiva 970 che obbliga le aziende a rafforzare
il principio di parità di retribuzione tra uomini e donne, a
rendere trasparenti i criteri con cui si pagano e promuovono i dipendenti e
a definire a chi spetta l’onere della prova in un eventuale
giudizio.
In Italia la direttiva è stata
recepita il 7 giugno: siamo stati tra i primi Paesi a farlo insieme
con Slovacchia, Lituania e Malta.
La grande novità introdotta dalla norma europea è che il dipendente,
maschio o femmina, può chiedere quanto guadagnano in media i colleghi che fanno
lo stesso lavoro o di pari valore. E l’azienda è tenuta a rispondere entro
due mesi, fornendo ai lavoratori «la retribuzione lorda annua e la
corrispondente retribuzione oraria lorda», quindi compresa la parte ad
personam. Già a partire dal giorno dopo l’entrata in vigore della
legge, in molte aziende italiane sono iniziate a fioccare le domande,
ma quando la signora Rossi o il signor Bianchi otterranno la risposta, sapranno
soltanto qual è la retribuzione base stabilita per il loro livello dal
Contratto nazionale di lavoro, dal quale non emergeranno disparità. Nessuna
informazione sarà invece fornita sui superminimi ad personam,
quelli su cui si giocano le differenze di trattamento. Questo avviene perché la
legge italiana di recepimento stabilisce che quando un’azienda applica i
Contratti nazionali di lavoro, sia automaticamente in regola, poiché gli scatti
di anzianità sono articolati in modo trasparente e uguale per tutti. Peccato
che le discriminazioni non si giochino sugli scatti di anzianità, ma sulle
promozioni.
Trasparenza e onere della prova
La direttiva stabilisce anche che vadano resi espliciti e
trasparenti i criteri con cui si danno le promozioni, così da evitare
carriere basate più su amicizie e clientele che non sul merito. A
casa nostra però le aziende non dovranno spiegare nulla a nessuno, sempre
per via del fatto che una volta applicato un Contratto nazionale di lavoro si è
già a posto.
Per quel che riguarda l’onere della prova, la norma europea dice
che qualora un lavoratore o una lavoratrice denuncino una
discriminazione, spetta al datore di lavoro dimostrare in giudizio che
il trattamento discriminatorio in busta paga non c’è stato. Anche in questo
caso la legge
italiana (articolo 4) ribalta il principio: «L’applicazione di un
contratto collettivo maggiormente rappresentativo costituisce presunzione di
conformità, ferma restando la dimostrazione dell’esistenza di trattamenti
retributivi individuali discriminatori». La sostanza è che deve essere
il lavoratore a dimostrare il discrimine.
Le falle dei contratti nazionali
Gira e rigira, la legge italiana di recepimento utilizza
i Contratti nazionali di lavoro come scudo: basta applicarne uno per
esonerare l’azienda da ogni responsabilità sulla trasparenza dei salari. In
realtà non si può affatto escludere che ci siano contratti che in busta paga
penalizzino le donne. Laura Calafà e Marco Peruzzi dell’Università di
Verona, in un loro recente studio, segnalano come in diversi contratti (dal
settore del turismo a quello assistenziale) le mansioni più spesso svolte da
donne siano contrattualizzate al minimo. Ma una assistente socio sanitaria
addetta alle persone disabili non vale meno di un magazziniere! Quindi andrebbe
fatta una verifica su tutti i Contratti nazionali, inclusi quelli pirata, prima
di presumere in automatico che siano equi.
Ingolfati dalle carte
La legge che recepisce la direttiva impone alle aziende
con oltre 100 dipendenti di compilare un rapporto su tutta la popolazione
aziendale con i dati sulle retribuzioni di maschi e femmine (ogni anno
per chi ha più di 250 dipendenti, ogni tre per tutti gli altri). Il
problema è che un rapporto da compilare c’era già, e riguardava tutte
le aziende con più di 50 dipendenti, ma non sarà cancellato, e così le carte da
produrre raddoppiano (e non si può certo dare la colpa a Bruxelles). Inoltre le
aziende con la certificazione di genere devono presentare altra documentazione
sul pay gap ogni tre anni. Infine ci sono le informazioni sul
trattamento dei dipendenti da mettere nei rapporti sulla sostenibilità.
Insomma, carta su carta, perlopiù inutile, quando invece gli indicatori da
monitorare dovrebbero essere pochi, facili da capire e accessibili a tutti. C’è
di buono che i dati contenuti nei nuovi rapporti per le aziende sopra i 100
dipendenti riguarderanno tutta la retribuzione lorda, comprese le parti
individuali ad personam: vuol dire che quando il divario
tra uomini e donne risulterà superiore al 5%, le aziende dovranno mettersi al
tavolo con i sindacati per ridurre il divario.
Sanzioni inefficaci
Per le aziende che violano disposizioni su
parità di trattamento e divieto di discriminazione uomo-donna, sono state
confermate le sanzioni già esistenti. Vanno dai 250 a 10 mila euro, e
in alcuni casi prevedono l’esclusione dagli appalti pubblici. Abbiamo
chiesto all’Ispettorato del lavoro quante sanzioni sono state finora
applicate: nessuna risposta. Ora però la partita rischia di
giocarsi nelle aule dei tribunali, poiché ogni norma Ue sufficientemente chiara
e incondizionata deve trovare applicazione davanti ai giudici nazionali e può
essere invocata dai singoli individui. Infatti la direttiva è molto precisa sul
fatto che il lavoratore possa pretendere di conoscere la retribuzione media
lorda complessiva di chi fa il suo lavoro o un lavoro di pari valore. In
tal caso non varrà la versione annacquata della legge italiana, tant’è che
giuslavoristi come Tiziano Treu, Laura Calafà, Maurizio Del Conte, Giampiero
Falasca hanno sollevato dubbi di conformità.
Quello che può succedere, in concreto, è che in caso di contenzioso, il giudice
potrà rivolgersi alla Corte di giustizia europea per avere un parere, e la
Corte se ritiene che il recepimento italiano sia discordante rispetto
alla direttiva, può a sua volta far scattare la procedura d’infrazione.
Come si regolano le aziende
Intanto molti dipendenti stanno già chiedendo la
retribuzione media dei colleghi, maschi e femmine. Valentina Mosca,
responsabile area diversità e inclusione di Mercer, fa un primo
bilancio: «In alcune grandi aziende a farsi avanti è stato
il 2% dei dipendenti, spesso più uomini che donne, e le multinazionali si
stanno attrezzando per rispondere con informazioni che tengono conto
della retribuzione fissa in tutte le componenti e non
limitandosi ai minimi tabellari, pur escludendo i compensi una
tantum. A spingere in questa direzione contribuiscono diversi fattori:
l’esigenza di garantire coerenza in tutti i Paesi in cui le multinazionali
operano e il tema reputazionale». Tradotto: l’esigenza consiste nella
necessità di evitare cause collettive, visto che Paesi come la Francia e la
Spagna si stanno adeguando agli standard richiesti.
Cause importanti sulla trasparenza salariale ci sono state in Inghilterra
dove Tesco rischia di dover sborsare 4 miliardi di
sterline per allineare le retribuzioni delle proprie commesse che
guadagnavano meno dei magazzinieri. Una causa collettiva ha costretto Walt
Disney a sborsare 48 milioni di dollari. In Italia
niente azioni legali, niente richieste di intervento alle consigliere di parità.
La questione della disparità retributiva uomini-donne è sempre rimasta sotto
il tappeto e lì, per come è stata recepita la direttiva, continuerà a
stare. Gli stessi sindacati non si sono particolarmente sbattuti affinché la
montagna non sfornasse un topolino. Tirando le somme: le grandi aziende
probabilmente si adegueranno a standard di trasparenza più alti, mentre le
medio-piccole continueranno a giocare al ribasso.
Ma se si vuole davvero che le donne partecipino di più al mercato del lavoro –
e l’Italia ne ha bisogno per produrre più ricchezza e più figli – bisogna
cominciare pagandole il giusto.
venerdì, luglio 03, 2026
Venerdì 03 luglio 2026: Sciopero della fame per GAZA
LIBRO: "Da soli. Gli europei alla prova di Trump nelle sfide dell'economia globale" di Lorenzo Bini Smaghi
giovedì, luglio 02, 2026
LIBRO: "Scimmia sapiens: Lettera a un adolescente sull'intelligenza artificiale" di Marco Malvaldi
mercoledì, luglio 01, 2026
LIBRO: "Nati con la pensione. Il sistema previdenziale in Italia" di Gustavo De Santis
Invecchiare comporta degli svantaggi, si sa.
Come fare a pagarle, se i beneficiari sono sempre di più e i contribuenti sempre di meno?
Un nodo gordiano che sembra arduo sciogliere se non con la spada: e cioè tagliando.
La bacchetta magica che molti sognano, però, forse c'è davvero, ed è più a portata di mano di quanto non si possa pensare.
La «magia» si articola in due parti.
Primo, bisogna smettere di pensare che il sistema previdenziale possa risolvere tutti i problemi della società, dalla disoccupazione alla senescenza dei lavoratori, dalle iniquità socioeconomiche al mancato raggiungimento della parità dei sessi.
Secondo, occorre individuare con chiarezza i vari pezzi del puzzle pensionistico e comporli nella loro corretta disposizione. Ogni tessera trova così la sua collocazione e il quadro, come per incanto, si ricompone.
martedì, giugno 30, 2026
Globalizzazione: anche i ricchi fuggono
The Economist, Regno Unito
Molti milionari cercano mete sicure che li proteggano dalle guerre, ma anche dalle tasse sui patrimoni. È nato così un settore di consulenti specializzati per soddisfare le loro richieste.
Sono tempi incerti, anche per i ricchi. Chi ha abbastanza soldi per trasferirsi all’estero per avere tasse più basse o maggiore sicurezza non guarda più a Dubai o a Hong Kong, né agli Stati Uniti o al Regno Unito. In compenso però ci sono ancora molti governi che non vedono l’ora di accogliere stranieri con soldi e competenze. E un settore in rapida crescita è quello dei consulenti pronti ad aiutare i ricchi a trovare una nuova sistemazione. Per questi professionisti gli affari sono in piena espansione. Secondo il centro studi New world wealth, nel 2025 sono emigrati più di 140mila milionari, il numero più alto mai registrato.
Quest’anno si dovrebbe arrivare a 165mila. Secondo un altro istituto di ricerca, l’Imi, le consulenze per trasferire la residenza, rivolte sia ai ricchi che aspirano a espatriare sia ai governi a caccia di investimenti e talenti, nel 2025 hanno fatturato quaranta miliardi di dollari, il doppio rispetto al 2019. L’Imi ha contato circa 1.200 aziende attive nel settore.
Prima degli attacchi dell’Iran ai paesi del golfo Persico, tra le destinazioni preferite c’era Dubai. Un avvocato specializzato in pratiche per l’emigrazione ha definito l’emirato la Walmart del settore. Dubai ha attirato soprattutto i ricchi provenienti dal sud globale: Asia meridionale, ma anche Nigeria, Siria e Libano. Ma c’è un interesse crescente anche tra i ricchi occidentali: molti britannici hanno fatto domanda tramite 23 programmi gestiti da governi stranieri, tra cui gli Stati Uniti, Grenada e la Thailandia. La molla sono i timori legati alle imposte sui patrimoni. L’azienda di consulenza Henley & Partners pubblica ogni anno una lista dei paesi da cui fuggono i miliardari più importanti e delle loro destinazioni. Nel 2025 Francia, Germania e Spagna sono comparse per la prima volta tra gli stati che respingono più ricchi di quanti non ne riescano ad attrarre.
Il cambiamento più rilevante però è avvenuto negli Stati Uniti dove, secondo l’azienda immobiliare Knight Frank, vive più di un terzo delle persone che in tutto il mondo hanno ricchezze pari o superiori ai trenta milioni di dollari. “Prima i ricchi che emigravano erano pochissimi, oggi il paese è diventato il mercato principale”, afferma Ronald Klasko, un avvocato di Filadelfia che nel 2024 ha fondato la Exodus Migration, un’azienda di consulenza per trasferirsi all’estero come investimento.
La maggior parte dei suoi clienti, racconta, vogliono andare in Europa, perché sono preoccupati della direzione politica intrapresa dagli Stati Uniti.
Molti posti vogliono approfittare di quest’opportunità. A dicembre St. Vincent e Grenadine, nei Caraibi, ha annunciato l’apertura di un programma di cittadinanza in cambio di investimenti definito un “pilastro economico cruciale”. L’Uzbekistan, le Maldive e Nauru hanno chiesto alla Henley & Partners di progettare e sviluppare piani simili.
Raffreddamento improvviso
Eppure i ricchi possono scoprire che un caldo benvenuto in alcuni casi può raffreddarsi molto. Nel gennaio 2025 la Spagna, un tempo tra le mete preferite, ha cancellato il suo programma di residenza da cinquecentomila euro nel tentativo di contrastare la speculazione immobiliare.
Ad aprile la corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che il programma di Malta infrangeva le leggi comunitarie perché di fatto “commercializzava” la cittadinanza (anche se da allora ha molto successo il piano della “cittadinanza per merito” in vigore nel paese, che ammette gli investitori). Sempre ad aprile l’Argentina ha cancellato un bando per creare un programma di migrazione per investimento lanciato nel dicembre 2025, che aveva suscitato l’interesse di undici aziende. A maggio il Portogallo ha esteso il tempo di attesa per la richiesta di passaporto da cinque a dieci anni per la maggior parte degli stranieri. Molti governi sono sottoposti a pressioni per rafforzare i controlli sui loro programmi di cittadinanza e residenza, osserva Klasko. La grande questione è: “Conosci i trascorsi delle persone a cui stai dando un passaporto?”. In altri termini, l’incertezza geopolitica non preoccupa solo i ricchi. Ma ci sono molti paesi disposti ad accoglierli, e una pletora di consulenti pronti ad aiutarli.
NdR: E in Italia? Sempre più milionari scelgono l’Italia!
Il 2023 segna un nuovo record, con un incremento del 31,6% di individui milionari che hanno scelto di trasferire la propria residenza fiscale in Italia, spalancando le porte a nuove dinamiche economiche e sociali che meritano di essere raccontate.
Il fascino discreto della flat tax: Italia calamita di milionari con Milano regina del mercato immobiliare di lusso
Indipendentemente dal loro reddito, la FLAX TAX per stranieri prevede il pagamento di un'imposta forfettaria di 200.000 euro annui, il meccanismo introdotto con la legge di bilancio 2017 (inizialmente l'imposta era di 100.000 euro) continua a esercitare un richiamo irresistibile sui milionari di mezzo mondo. La flat tax applicata ai redditi esteri consente ai nuovi residenti di godere di una fiscalità semplificata, con un ulteriore contributo di 25.000 euro per ogni familiare incluso.
Se c’è una città in Italia che più di tutte beneficia di questa ondata di nuovi residenti, è senza dubbio Milano. Circa la metà dei 4.500 beneficiari milionari della flat tax ha infatti scelto il capoluogo lombardo come nuova casa, dando vita a una vera e propria rivoluzione nel mercato immobiliare di Milano.
lunedì, giugno 29, 2026
LIBRO: "Non mollate. Manuale di resistenza per l'affermazione del talento femminile" di Ilaria Capua
domenica, giugno 28, 2026
Dove sono gli uomini?
da l'Internazionale del 19 giugno 2026 di Marie Maurisse, Tribune de Genève, Svizzera
Donne, donne ovunque. Alle manifestazioni femministe del 13 e 14 giugno a Losanna e a Ginevra abbiamo visto madri, nonne, cugine, zie, amiche e bambini di ogni età. Uomini pochi, come sempre. Qualcuno c’era, certo. Altri sono rimasti a casa a badare ai bambini, un modo anche quello per sostenere la protesta. La maggior parte era in giardino, davanti alla televisione o in palestra.
La rivoluzione femminista innescata quasi dieci anni fa dal movimento #Metoo è avvenuta grazie alle donne. Hanno decostruito i discorsi dominanti, pubblicato opere di divulgazione sulle questioni di genere, manifestato, realizzato podcast e contenuti sui social network per spiegare, precisare, contestualizzare, mobilitare. Se le violenze sessuali nei confronti di donne e bambini, così come i femminicidi, sono oggi sempre in primo piano tra i fatti di attualità, lo dobbiamo a questo lavoro di base svolto dalle attiviste, ciascuna secondo le proprie forze. E quel lavoro è ormai penetrato nella quotidianità. Nelle cucine, nelle camere da letto, nelle aziende, nello spazio pubblico, il concetto di parità regna sovrano, con buona pace degli spiriti più reazionari. E allora perché sono così rari gli uomini che partecipano a questa lotta?
Eppure sono coinvolti direttamente: in Svizzera sono il 90 per cento dei condannati per reati sessuali. Alcuni ne sono consapevoli, ma non si sentono autorizzati a parlare in nome delle vittime. Altri condannano le azioni individuali, senza capire che la violenza è il prodotto di una società patriarcale da cui traggono vantaggio anche loro. Signori, il risultato della vostra inerzia è che ancora una volta sono le donne a battersi al posto vostro e al loro carico fisico e mentale si aggiunge il dovere della militanza, di cui avrebbero fatto volentieri a meno.