venerdì, ottobre 30, 2026

Molto interessante l'incontro sulla "Criminalità Minorile" che si è tenuto ieri sera (29/10) all'Auditorium Tilane

 
L'argomento è sicuramente di attualità, ma la prima domanda che è stata posta da Roberto Cornelli  all'incontro "Criminalità Minorile" organizzato da Sinistra per Paderno Dugnano Giovedì 29 ottobre è :

  • Il problema  SICUREZZA esiste davvero?
  • E' da associare all'aumento della presenza di STRANIERI in Italia?
Roberto Cornelli è criminologo del CRIMePO (Centro di Ricerca in Criminologia e Politiche Pubbliche dell'Università degli Studi di Milano) e per rispondere alle domande  ha mostrato un semplice grafico, quello ripostato sopra.

Mentre gli stranieri aumentano, la criminalità in Italia diminuisce, costantemente, si può dire dal dopoguerra ad oggi. Anzi è la più bassa d'Europa !

QUINDI?  Quindi il problema della criminalità è un falso problema, ingigantito dal continuo martellio dell'informazione dei social.

Giansandro Barzagli, dell'Associazione NonUnoDiMeno scuole popolari, ha ribadito l'importanza dell'educazione. 
Dall'anno scorso alla scuola Gramsci NUDM organizza corsi di italiano per ragazzi  NAI (Neo Arrivati in Italia) e che quest'anno si estenderanno alla scuola Curiel per venire in aiuto ai ragazzi dagli 11 ai 18 anni (anche italiani), per contrastare l'abbandono scolastico, la povertà educativa e culturale a ragazzi dagli 11 ai 18 anni. Associazione NonUnodiMeno

Fiorenza Melani, psicologa clinica e Matteo Spinelli dell'Associazione DuePuntiACapo  Associazione duepuntiacapo hanno confermato il bisogno di aiuto e sostegno ai ragazzi e la difficoltà di organizzare servizi adeguati per la mancanza di fondi.





Nonostante i dati NON mostrino un problema legato alla sicurezza, il malessere giovanile esiste, tra gli stranieri e tra gli italiani, acutizzato dall'uso dei social media, e non può essere risolto con Decreti Sicurezza o costruendo più carceri.

Famiglia, Scuola, Sanità, Educazione Sociale hanno un ruolo importante, devono intervenire, ma servono educatori, esperti, psicologi, servono fondi !

Per il governo sembra invece prioritario spendere soldi per armi, carceri, sicurezza piuttosto che aiutare le famiglie e gestire meglio la scuola, la sanità, l'educazione sociale.



"Investire nella scuola per guardare al futuro" di Thomas Piketty


da "L'Internazionale" del 23 ottobre 2026 di Thomas Piketty, Le Monde, Francia

Da quando Emmanuel Macron è arrivato all’Eliseo la spesa per studente è diminuita del 20 per cento. Aumentare le risorse per l’istruzione deve diventare una questione centrale.

Il movimento di studenti segna il tramonto della politica del presidente Emmanuel Macron. I ragazzi e le ragazze chiedono una cosa semplice: risorse per formarsi e accedere a un’istruzione di qualità. Nel fare questo, puntano il dito contro quello che è probabilmente il fallimento più palese del governo in carica: una riduzione catastrofica e senza precedenti della spesa per studente, calata del 20 per cento dal 2017.

Con una buona dose di malafede, ogni tanto il governo si mette a sbandierare che il bilancio nominale dell’istruzione superiore è aumentato da 13,3 miliardi a 15,5 miliardi di euro tra il 2017 e il 2026 (un aumento del 17 per cento). È vero, peccato che nello stesso periodo l’inflazione è stata del 22 per cento, quindi lo stanziamento in realtà è diminuito del 5 per cento in termini reali. Aggiungiamo che il numero di studenti è passato da 2,6 milioni a più di tre milioni, cioè un aumento del 15 per cento. 

Conclusione: la quota stanziata per studente è diminuita di circa il 20 per cento.

Concretamente, questo significa che centinaia di migliaia di giovani hanno lavorato duramente per ottenere il diploma di maturità ma non è stato previsto niente per accoglierli nel sistema di istruzione superiore (in Francia la formazione dopo il diploma prevede non solo l’università, ma anche scuole professionalizzanti, istituti di specializzazione e altro). In particolare, il numero di diplomati usciti dagli istituti tecnici e professionali è aumentato notevolmente, ma i posti negli istituti universitari a indirizzo tecnico-professionale (Iut o Bts) non sono cresciuti altrettanto, così in molti si ritrovano assegnati a percorsi universitari sovraffollati e meno costosi, spesso inadeguati alle loro necessità e alle loro aspirazioni. 

Lo spreco umano ed economico è gigantesco, ed è il riflesso di un’idea profondamente diseguale e gerarchica del mondo. 

Per i macroniani la prosperità dei paesi dipende da una piccola minoranza di innovatori geniali e pionieri, gli altri sono pregati di attendere saggiamente che le ricchezze scendano a valle.

Ciliegina sulla torta: la carenza di posti nell’istruzione superiore è stata gestita in modo per niente trasparente, con un algoritmo incomprensibile (la piattaforma Parcoursup), nonostante gli appelli ripetuti di studenti, famiglie, insegnanti e ricercatori che chiedevano di cambiare il sistema. Tutto questo è avvenuto in un contesto segnato dal fallimento della riforma dei diplomi introdotta nel 2019 (con una scelta degli indirizzi più complessa, con effetti imprevedibili sul percorso successivo e orari pieni di buchi) e dalle disuguaglianze strutturali tra territori.

Disuguaglianze di classe

Il lavoro svolto dalla ricercatrice Asma Benheda a partire dalle buste paga mostra che la proporzione di insegnanti precari o a inizio carriera è appena del 10 per cento nei territori più privilegiati (Parigi e Hauts-de-Seine), mentre raggiunge il 50 per cento nei dipartimenti più poveri (come Seine-Saint-Denis e Val-de-Marne). 

Qui il salario medio nella scuola secondaria è in media del 20 per cento inferiore rispetto a zone più ricche, anche considerando le (magre) indennità versate a chi lavora nella cosiddetta educazione prioritaria, cioè nelle aree socialmente più svantaggiate.

Quando il ministro dell’istruzione Édouard Geffray fa il giro delle trasmissioni televisive dichiarando che la SeineSaint-Denis dispone di più risorse di Parigi, prendendo in considerazione solo la dimensione delle classi e ignorando del tutto il divario di retribuzione degli insegnanti, non fa onore al suo ruolo. La realtà è che le regioni svantaggiate hanno classi (poco) meno affollate e insegnanti (molto) meno formati ed esperti. Non è detto che in questo scambio finiscano per guadagnarci qualcosa.

Per giustificare le scarse risorse destinate all’istruzione, e in particolare la riduzione della spesa per studente, il governo e i suoi sostenitori spiegano che la Francia non ha i mezzi per investire di più. Nel dirlo commettono un doppio errore logico. 

È vero che il debito pubblico è passato dal 20 per cento del pil nel 1970 al 120 per cento di oggi. Ma nello stesso periodo i patrimoni privati sono aumentati molto di più, passando dal 300 per cento al 600 per cento del pil, con una concentrazione estrema nei grandi patrimoni finanziari. 

In altre parole, il patrimonio nazionale della Francia – somma del patrimonio pubblico e privato, al netto dei debiti pubblici e privati – non è mai stato così alto, non solo in termini assoluti, ma anche in percentuale del pil (che a sua volta non è mai stato così alto).

Errori storici

In altre parole ancora, la Francia non è mai stata così ricca: il problema da affrontare è solo una questione di redistribuzione. La situazione era molto più difficile nel 1945, quando il debito pubblico era più alto di oggi e i patrimoni privati erano dissanguati. Questo non impedì l’introduzione di un’imposta di solidarietà nazionale con aliquote di diverse decine di punti percentuali sui grandi patrimoni, che se applicata oggi potrebbe fruttare molto di più. Quelli che ripetono all’infinito che da queste politiche non verrebbe niente di concreto hanno decisamente un brutto rapporto con l’aritmetica, oltre che con la storia.

Il secondo errore è più grave. Tutti sanno che la spesa per istruzione e sanità aumenterà più velocemente del pil nei prossimi decenni. Alcuni sembrano pensare che si potrà finanziare con la spesa privata. Tuttavia, tutti gli elementi storici e comparativi che abbiamo a disposizione indicano al contrario che i settori pubblico, associativo e non profit producono risultati migliori rispetto alla logica capitalistica classica in molti settori, e in particolare nell’istruzione e nella sanità. 

Reinvestire oggi in questi settori non è solo una questione di uguaglianza tra territori e classi sociali. È anche una sfida centrale per fare un passo in più verso la demercificazione dell’economia, ma anche per costruire un altro modello di sviluppo. 

Speriamo che la mobilitazione in corso contribuisca a mettere questi temi al centro delle prossime scadenze elettorali.

giovedì, ottobre 29, 2026

Assaggi di teatro con Caminante - Martedì 12 Novembre 2026 a Rho


Martedì 12 novembre alle 21.15 al Mast, in via S. Martino 22, Rho (MI), 
la scuola di Teatro Caminante | Teatro selvaggio, 
con il patrocinio del Comune di Rho, 
organizza una serata per vivere il teatro in tutte le sue forme.

Ci sarà la possibilità di assistere a una breve performance di “Devised theatre”, una forma di teatro collaborativo a cura di ‘Nella selva’, il laboratorio permanente della scuola di Caminante |Teatro selvaggio.
Sarà inoltre proposto un breve assaggio di laboratorio teatrale per chi tra il pubblico avrà voglia di fare una breve esperienza, condotta dagli insegnanti di Caminante | Teatro selvaggio, e giocare con Il teatro.
Al termine , ci sarà un piccolo momento di convivialità e di confronto sull’esperienza della serata.

Iniziativa gratuita con prenotazione a caminanteaps@gmail.com oppure contattare il 351 634 8833

Victor Hugo diceva:
“Il Teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto la terra.
Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco”.

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Un percorso continuo per orientarsi nelle scritture poetiche contemporanee

Nuovi corsi in classe virtuale da ottobre 2026 a giugno 2027.

Per maggiori informazioni e iscrizioni: Corsi eventi edizioni | CentroScritture

   

mercoledì, ottobre 28, 2026

SPORTELLO SALUTE: per ottenere il rispetto dei tempi previsti dalla tua ricetta - Paderno Dugnano - GRATUITO per TUTTI

 


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Il servizio è GRATUITO anche per i NON iscritti



LIBRO: " Adolescenti esplosivi. Disinnesca lo scontro, ritrova tuo figlio" di Stefano Rossi


Quando un figlio adolescente cambia pelle, anche il genitore è chiamato a rinnovare il suo sguardo. Dietro porte chiuse, silenzi che graffiano e parole affilate, può celarsi una domanda d’amore che ha smarrito la sua voce.

Stefano Rossi accompagna genitori e educatori nei coni d’ombra di questa età incandescente: non per spegnerla, ma per ascoltarla. E per scoprire che, proprio là dove il legame sembra incrinato, può nascere un nuovo modo di riconoscersi e ritrovarsi.

L’adolescenza non arriva in punta di piedi: divampa come un incendio. Il figlio che fino a ieri cercava abbracci e parole, oggi chiude la porta, risponde male, esplode per nulla o si ritira in un silenzio preoccupante. Per molti genitori lo smarrimento è profondo: “Dove ho sbagliato?”, “Perché mi tratta come un nemico?”, “Da dove viene questa ostilità?”.

Ma l’ira degli adolescenti non è solo maleducazione, provocazione o mancanza di regole. È il linguaggio ruvido di un cambiamento necessario: per nascere a se stesso, ogni figlio deve affrontare la separazione, incrinare il muro genitoriale, cercare la propria voce. Oggi, però, questo passaggio avviene in un tempo più inquieto: la nostra società ha smarrito valori e futuro, e spinge i ragazzi a fare mostra di sé, performare, essere vincenti a ogni costo.

Così alcuni adolescenti esplodono: attaccano, sfidano, trasgrediscono, trasformano la rabbia in una granata. Altri implodono: smettono di mangiare, di uscire, di andare a scuola, di credere in se stessi. Dietro l’ira di Achille si nasconde l’Urlo di Munch: la paura di non valere, non farcela, non trovare un posto nel mondo. La loro sofferenza, prima che psichiatrica, è emotiva ed esistenziale. E a volte li spinge verso sfide e conseguenze estreme.

Stefano Rossi, che da oltre vent’anni lavora occhi negli occhi con adolescenti feriti e difficili, offre a genitori, insegnanti e educatori una chiave potente per gestire il fuoco dei ragazzi senza spegnerne la carica vitale. Attraverso tre lenti – biologica, psicologica ed esistenziale – ci guida dentro la mente e il cuore adolescente: la miccia corta del cervello in trasformazione, la fame di autonomia, il bisogno di segretezza, il timore del fallimento, le trappole dei social, la società del coltello.

Un libro per distinguere la ribellione che fa crescere da quella che distrugge, per riconoscere il dolore nascosto dietro l’attacco e trovare parole, limiti e gesti capaci di disinnescare la guerra quotidiana.

martedì, ottobre 27, 2026

Pagine di Legalità: Progetto educativo nazionale promosso da "Fondazione Scintille di futuro" con Paolo Grasso

 

Rivolto a studentesse e studenti delle scuole secondarie di I e di II grado.

Due webinar dedicati ai docenti in diretta streaming (5 novembre e 1 dicembre 2026) con Pietro Grasso, testimoni e protagonisti dell'impegno civile che raccontano storie di legalità, memoria, diritti e bene comune. 

A sostegno del lavoro in aula, ogni classe riceve un kit didattico multimediale, con spunti e materiali. 

Al termine del percorso, il 22 aprile, una grande diretta nazionale per docenti e studenti trasmessa dall’Aula Bunker di Palermo, quella dove si svolse il Maxiprocesso.

È il momento in cui la legalità smette di essere una parola e diventa un tema da abitare: si ascolta, si discute, ci si interroga. 

Un terreno comune su cui costruire cittadinanza, insieme. 

Pagine di Legalità è il primo passo di un percorso più grande. Il modo migliore per iniziare a guardare il mondo intorno a noi e cominciare a chiedersi “da che parte stare”.

Perché la storia non è fatta solo dai grandi eventi. È fatta dalle scelte di ciascuno.

Per maggiori informazioni e iscrizioni: 

Pagine di legalità 2027. Con Pietro Grasso - Unisona Live



Gaza, un anno di tregua non ha fermato la sofferenza delle donne: i numeri di UN Women


tratto da IO DONNA Simona Sirianni

In 3 anni di guerra sono state uccise o ferite gravemente, 50mila donne e ragazze, triplicati gli aborti spontanei. E dopo il cessate il fuoco, si continua. I dati delle Nazioni Unite Donne (UN Women)


Amani era palestinese, aveva trentacinque anni, faceva la psicologa e sognava di veder crescere i suoi quattro figli: è stata uccisa insieme a loro da un raid israeliano. 
Sua madre, però, vuole che venga ricordata per com’era da viva e non perché è morta. 
Lo ha chiesto lei alle operatrici di UN Women, nella settimana in cui la guerra a Gaza compiva tre anni. Lo ha raccontato Sofia Calltorp, che guida l’azione umanitaria dell’agenzia Onu, accanto a un tragico conto: dall’ottobre del 2023 quasi 50 mila donne e ragazze sono state uccise o ferite così gravemente da restare disabili per sempre. 
Il cessate il fuoco ha appena compiuto un anno e i dati dell’agenzia dicono che cosa, nella vita delle donne di Gaza, è cambiato, ma soprattutto cosa non è cambiato.

Donne di Gaza: un anno di tregua, ma il conto non si ferma

Calltorp lo ha detto chiaramente: donne e ragazze continuano a essere uccise e ferite anche dopo che l’accordo è entrato in vigore. 
Dall’ottobre del 2025 le vittime sono 277 e, quello che l’agenzia ha trovato è, nelle sue parole, una quantità orribile di sofferenza collettiva e un dolore immenso. 
Quasi un milione di donne e ragazze è stato costretto a lasciare la propria casa e oggi praticamente tutte vivono ancora da sfollate, la maggior parte in una tenda. 
Per questo, UN Women chiede che il cessate il fuoco venga applicato fino in fondo, che il diritto internazionale sia rispettato e che chi lo viola ne risponda.

Gravidanze interrotte

Poi ci sono le gravidanze. 
Nei primi sei mesi del 2026, secondo il rapporto che l’Ocha, l’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari, gli aborti spontanei registrati sono stati quasi 4 mila e il loro tasso è più che triplicato rispetto alla seconda metà del 2025. 
Perché tante gravidanze si interrompano non è ancora stabilito: l’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, sta avviando uno studio proprio per capire quali siano i fattori di rischio e dove manchino le cure.

Le case che restano in piedi sulle spalle di una donna

In tre anni sono cambiate anche le famiglie. 
Oggi a Gaza una casa su quattro è guidata da una donna, mentre prima della guerra era una su nove.
Nour è una di loro. La sua casa è stata distrutta e il marito, un infermiere, è stato arrestato: da allora non lo ha più visto e non ne ha più avuto notizie. 
Ci sono momenti, ha raccontato UN Women, in cui si perde così a fondo nei suoi pensieri da non riuscire a rispondere nemmeno ai suoi bambini.

Chi aiuta, da sotto una tenda

Per donne come Nour, ha detto Calltorp, le associazioni femminili sono un’ancora di salvezza, ma i tagli ai finanziamenti ne minacciano il lavoro. UN Women ne ha interpellate quattordici, fra Gaza e la Cisgiordania: tredici dicono che il bisogno è cresciuto da quando, nel 2025, la riduzione dei fondi da parte dell’amministrazione Trump ha travolto il settore degli aiuti, e che non riescono più a farvi fronte.
Tutte hanno visto aumentare la violenza contro le donne, la povertà e il disagio psicologico, i matrimoni precoci.

«Un’unica preghiera: sopravvivere»

Nel novembre del 2023, quando la guerra era cominciata da poche settimane, Amani aveva raccontato a UN Women che i sogni dei suoi figli si erano ridotti a un’unica, ardente preghiera: sopravvivere.
Faceva la psicoterapeuta per il ministero della Salute di Gaza e consolava chi era stato travolto dal conflitto. 
Sei mesi e cinque sfollamenti dopo, il raid si è portato via lei, Firas, Hanan, Amir e Mustafa. 
Oggi sua madre continua a raccontarla da viva, perché il mondo non la ricordi soltanto per quel martedì di maggio.


Donne di Gaza, il bilancio di UN Women dopo un anno di tregua | iO Donna

lunedì, ottobre 26, 2026

LIBRO: "Il paradosso verde" di Roberto Della Seta

 

La crisi climatica è sempre più fuori controllo, le risposte necessarie a fronteggiarla, a fermare il ‘grande caldo’, sono sempre più impopolari: è questo il ‘paradosso verde’! 

In Occidente la transizione ecologica è vista da molti come un ‘massacro sociale’, un progetto tecnocratico imposto ai popoli da élite oscure e privilegiate. 

Gli ambientalisti sembrano afoni o balbuzienti. 

Come si esce da questo groviglio di problemi? 

Prima di tutto con un po’ di sano fact checking su tante bugie in circolazione, descrivendo la realtà del clima impazzito e illustrando con chiarezza e nel dettaglio i suoi costi che, soprattutto per noi europei, sono vistosi.

domenica, ottobre 25, 2026

Matteo Lancini: «Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso un modello violento di società»


Dal Corriere della Sera del 21 ottobre 2026 di Nino Luca

Matteo Lancini: «Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso un modello violento di società» | Corriere TV

Lo psicologo, presidente della fondazione Minotauro, riflette sugli scontri di Milano: «La violenza si previene costruendo alternative»

«Siete solo dei vandali», «Noi combattiamo anche per i vostri diritti». Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della fondazione Minotauro di Milano, commenta il «dialogo» tra il poliziotto e la ragazza che manifestava in piazza Duomo sabato scorso. 
«C'è stata molta devastazione, quindi il capo della polizia definisce quei ragazzi vandali, mentre la ragazza prova a richiamare l'attenzione sui diritti e sulle motivazioni della protesta. Forse, in quel contesto, nel centro di Milano, non era il luogo ideale per affrontare la questione. Resto convinto della necessità di una mediazione tra le diverse rappresentazioni della realtà».
Nel suo ultimo libro, A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni (Einaudi), affronta le trasformazioni delle relazioni e le fragilità dei ragazzi. 

Professore, lei da anni si occupa del disagio adolescenziale e del rapporto tra giovani e adulti. 
«Da almeno dieci anni, ben prima della pandemia, assistiamo a un aumento del disagio delle nuove generazioni, documentato dai dati italiani e internazionali. Sono cresciute le richieste di aiuto e gli accessi ai servizi di neuropsichiatria infantile. È cambiato anche il modo di esprimere la sofferenza: aumentano gli attacchi al proprio corpo e, negli ultimi anni, abbiamo visto diffondersi anche forme di violenza in strada, come i ragazzi che girano con i coltelli».

Di fronte a episodi come questi veniamo da voi a chiedere perché non abbiamo visto arrivare.
«Abbiamo ascoltato i nostri figli più di quanto siano stati ascoltati i giovani delle generazioni precedenti, ma abbiamo faticato ad accogliere le emozioni che ci disturbavano. Molti ragazzi sono cresciuti intercettando soprattutto i bisogni degli adulti di riferimento, senza trovare uno spazio sufficiente per esprimere la propria sofferenza. Oggi vediamo disillusione e disincanto nei confronti del futuro. Crescere significa anche investire in ciò che verrà, ma molti giovani faticano a immaginare un futuro desiderabile. Quando si è disperati, l'attacco al proprio corpo o a quello degli altri può diventare una modalità di espressione del dolore. Questo non giustifica la violenza, ma aiuta a comprenderne alcune dinamiche».

Riconoscere la disperazione dei ragazzi significa giustificare chi commette reati?
«Assolutamente no. La giustizia minorile italiana è un sistema avanzato, pensato anche per tutelare i ragazzi. Se un giovane commette un reato, deve risponderne. Ma il buonismo non consiste nel riconoscere i segnali di disperazione: consiste, semmai, nel non volerli vedere. Dobbiamo domandarci se, dietro certi comportamenti, ci sia anche una fragilità degli adulti che si presenta come autorevolezza e finisce per togliere spazio ai ragazzi».

Un anno e mezzo fa alcuni studenti, al termine del percorso scolastico, hanno contestato pubblicamente il sistema dell'esame di maturità. Invece di ascoltarli, abbiamo introdotto regole più rigide. Non c'è una contraddizione?
«Quei ragazzi hanno cercato di dirci che la scuola aveva prodotto disagio e che la società in cui vivevano non piaceva loro. Avremmo potuto ascoltarli e chiederci che cosa non avesse funzionato. Invece, abbiamo introdotto una norma che prevede la bocciatura per chi non risponde all'orale. Ma che cos'è, un interrogatorio? Dobbiamo chiederci se, dietro il nostro interventismo educativo, non ci sia una fragilità adulta che ci porta a prevalere sui ragazzi anche quando cercano di esprimersi. Dare voce alle loro idee dovrebbe essere una garanzia per tutti».

La risposta dei governi alla violenza è spesso la repressione. Ma che cosa dovrebbe fare un adulto per prevenire questi comportamenti?

«Prima di tutto, dobbiamo chiederci che cosa stiamo offrendo ai giovani. Sono generazioni troppo ascoltate oppure cresciute con adulti distratti dai social, concentrati soprattutto su se stessi? E quale modello di violenza hanno respirato? Viviamo in una società attraversata dalle guerre, dalla violenza politica, dalle risse televisive e dalle immagini di persone e bambini uccisi. I ragazzi non vengono educati soltanto dai genitori e dalla scuola: ricevono continuamente modelli dalla società e dai mezzi di comunicazione. Abbiamo normalizzato la violenza e l'individualismo. Pensiamo a quando un bambino spinge un compagno: invece di domandarci se abbia bisogno di aiuto, rischiamo di considerarlo una minaccia alla crescita di nostro figlio. Stiamo raccogliendo anche ciò che abbiamo seminato. Attribuire tutto alla musica trap o ai social è una scorciatoia che ci impedisce di guardare alle responsabilità degli adulti».

I social possono trasformare singoli episodi in comportamenti collettivi da imitare? Lei ha proposto di vietarli.
«Ho presentato questa proposta durante un'audizione alla Commissione Cultura della Camera. Ritengo che vietare i social a tutti sia l'unica misura realmente praticabile, perché non credo sia possibile limitarli efficacemente a una determinata età. Spesso si fanno promesse che hanno soprattutto una funzione elettorale, mentre intervenire sulla scuola e sul sistema educativo è molto più difficile. Dovremmo anche ripensare alcune abitudini degli adulti: i gruppi WhatsApp dei genitori, che hanno contribuito alla diffusione del cyberbullismo; il registro elettronico, che permette ai genitori di conoscere i voti prima dei figli; la geolocalizzazione continua dei ragazzi. Dobbiamo restituire loro uno spazio di vita autonoma. Anche la condivisione continua di immagini dei figli contribuisce a cancellare il confine tra privato e pubblico. Abbiamo ridotto sempre più il confine tra esperienza privata e pubblica. Ci sono bambini ripresi fin dalla gravidanza, dalla prima recita all'asilo fino alle feste scolastiche, spesso anche dagli insegnanti. Le nuove generazioni crescono sotto uno sguardo continuo, con una parte importante della loro esperienza esposta agli altri. È un cambiamento culturale che dobbiamo prendere sul serio».

Professore, diranno che lei vuole tornare al Medioevo.

«C'è un'esperienza che continua a funzionare secondo modelli medioevali: la scuola. Tutti sanno che servirebbe cambiarla, ma nessuno vuole affrontare davvero questa trasformazione, anche perché potrebbe avere un costo politico. Eppure è da lì che dovremmo cominciare. Nel frattempo, però, a scuola si sequestrano i cellulari per favorire la concentrazione.  È incredibile che gli adulti non siano disposti a rinunciare ai social, considerandoli ormai indispensabili, mentre pensano di risolvere il problema togliendo il cellulare ai ragazzi prima che entrino a scuola. Così crediamo di averli aiutati a concentrarsi, senza mettere in discussione il nostro rapporto con la tecnologia. È una dissociazione che a volte sfiora l'ipocrisia».

Che cosa dovrebbero fare concretamente genitori, insegnanti, governo e poliziotti?
«Sono situazioni diverse. Il poliziotto ha il compito di far rispettare la legge e, quando qualcuno la viola, deve intervenire. La legge deve fare il suo corso. Ma l'intervento nell'emergenza è diverso dal lavoro di prevenzione, che spetta anche agli adulti, alla scuola, alle famiglie e alla politica. Prima di rivolgerci a un giovane, dovremmo porci una domanda fondamentale: lo sto facendo per me o per te? Se ci rendiamo conto che stiamo agendo soprattutto per noi stessi, per la nostra paura o per il bisogno di controllo, dobbiamo fermarci. Se, invece, agiamo davvero per il bene dei ragazzi, dobbiamo essere pronti a rinunciare a qualcosa e a investire maggiormente su di loro».

Che cosa significa, per gli adulti, fare davvero qualcosa per le nuove generazioni?
«Significa ascoltarle, ma anche mettere in discussione i nostri comportamenti. Non possiamo dire di agire per i giovani se continuiamo a ignorare problemi come il disboscamento del pianeta e la plastificazione dei mari. Le scelte collettive dimostrano quanto sia difficile fare qualcosa per gli altri, persino per i propri figli e studenti. Oggi sembra contare soprattutto salvaguardare se stessi. Dovremmo cominciare a toglierci qualcosa per offrire di più alle nuove generazioni».

Intanto si inaspriscono le leggi...
«La mia lettura non vuole giustificare chi commette reati, ma cercare di prevenire il ripetersi di questi comportamenti. Se continuiamo a pensare che basti aumentare le pene e reprimere, non abbiamo letto i dati di chi lavora nella giustizia. Le misure punitive, da sole, non fanno diminuire i reati. La prevenzione richiede investimenti, servizi e modelli educativi capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza».

Il termine “maranza” è utile per descrivere questi fenomeni o rischia di diventare un'etichetta che ghettizza i ragazzi?
«Dobbiamo stare attenti alle parole che utilizziamo. Il termine “maranza” arriva da lontano, era vicino a quello di “tamarro”, ma il significato è cambiato nel tempo. Oggi bisogna chiedersi a chi ci riferiamo davvero. Le aggregazioni giovanili violente sono fenomeni complessi. Ci sono gruppi organizzati, realtà legate a contesti marginali e aggregazioni che nascono spontaneamente e si dissolvono rapidamente. Non possiamo ricondurre tutto alle baby gang, perché le situazioni sono diverse e cambiano continuamente. Servono ricerche serie, non etichette che semplificano la realtà».

Quale punizione è giusta per questi ragazzi? 
«Sono i tribunali per i minorenni a valutare i singoli casi. Il sistema penale minorile italiano è riconosciuto come uno dei più avanzati, anche per la capacità di considerare le situazioni individuali e cercare percorsi adeguati. I giudici che ho incontrato in questi anni svolgono un lavoro straordinario. Dovremmo investire molto di più nella giustizia minorile, nei servizi psico-socio-sanitari e nella prevenzione. Non è buonismo: è la necessità di adottare misure che producano risultati. La disponibilità di provvedimenti più severi non ha dimostrato, da sola, di ridurre i reati. La sicurezza si costruisce anche attraverso interventi capaci di comprendere e affrontare le cause del disagio».

Alla fine, cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
«Non ho una risposta semplice. Credo però che dovremmo smettere di parlare soltanto dei giovani e cominciare a interrogarci sui nostri comportamenti quotidiani. Dobbiamo chiederci se abbiamo contribuito a costruire una società in cui la violenza e l'individualismo hanno preso il sopravvento. Se vogliamo che i ragazzi cambino, dobbiamo essere disposti a cambiare anche noi».