giovedì, ottobre 31, 2024

Nelle lauree scientifiche c’è (ancora) un caso donne. Prendono i voti più alti ma guadagnano meno. BASTA!

Tratto dal “Il Corriere della Sera” del 25 Ottobre di Gianna Fregonara e Orsola Riva

Le iscrizioni alle materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) restano sotto il 40%. E le ragazze, dopo 5 anni di lavoro, si trovano oltre 200 euro al mese meno dei maschi in busta paga. Anche nelle professioni “ereditarie” le “figlie di” sono in svantaggio.

Non c’è rapporto, studio, analisi statistica, confronto internazionale dal quale le laureate italiane non escano con le ossa rotte. Non certo per i risultati accademici che, anzi, sono mediamente più brillanti di quelli dei loro colleghi maschi.

Ma per le prospettive occupazionali e di carriera, dove apparentemente il merito scolastico passa in secondo piano rispetto al permanere di quegli ostacoli materiali e culturali che la Repubblica italiana sarebbe chiamata a rimuovere secondo l’articolo 3 della Costituzione.

Come spiegare altrimenti il triste record denunciato dall’ultimo rapporto Ocse?

Possibile che le laureate continuino a guadagnare poco più della metà dei maschi?

Premesso che ormai lo svantaggio retributivo è diventato purtroppo un dato talmente scontato che non fa quasi più notizia (sic!), il fatto che il nostro Paese sia in assoluto quello che ricompensa di meno le donne che lavorano, anche quelle con un titolo di studio elevato, merita per lo meno un supplemento d’indagine.

Non foss’altro che per evitare spiegazioni di comodo. Come quella secondo cui non c’è da sorprendersi che le laureate guadagnino poco, visto che si autoescludono da quei corsi di studio – Ingegneria e Informatica su tutti – che potrebbero garantire guadagni molto più consistenti di quelli di un’insegnante, professione che in Italia è svolta, altro dato arcinoto, per l’80% dalle donne.

60% E' LA PERCENTUALE DI DONNE SUL TOTALE DEGLI STUDENTI UNIVERSITARI CHE ARRIVANO AD OTTENERE IL TITOLO DI LAUREA NELLE FACOLTA' ITALIANE SULLA TOTALITA' DEI CORSI

Nonostante anni e anni di campagne contro i pregiudizi di genere che cominciano già alle elementari, ma che ancora condizionano le donne nell’approccio alle cosiddette lauree STEM, hanno portato risultati minimi, visto che in 10 anni, a fronte di un +4,9% di laureate in Ingegneria civile e un +4,8 in Ingegneria industriale, si registra un -4,8 in Statistica e un -8,6 in Matematica.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Anvur, l’agenzia governativa che si occupa della valutazione delle università, la percentuale di donne iscritte a corsi di laurea scientifici è rimasta ferma sotto il 40%.

Ma non è soltanto una questione di numeri e percentuali: è vero che le laureate Stem guadagnano molto di più di tutte le altre loro colleghe, ma sono comunque pagate molto meno dei loro colleghi maschi. 

In media – dati dell’ultimo Focus di AlmaLaurea sul gender gap – le donne guadagnano 1.720 euro al mese contro i 1.984 degli uomini.

C’è Stem e Stem, si dirà, ma non è così.

Prendiamo Informatica, il corso che in assoluto garantisce le prospettive di guadagno migliori: a cinque anni dalla fine degli studi, una donna guadagna circa 300 euro in meno al mese di un uomo (1.793 euro contro 2.085). E non conta niente che le donne si laureino prima dei loro colleghi maschi e mediamente escano anche con un voto di laurea più alto: in questo caso di poco (102,8 contro 102,3), ma in altri casi la differenza è anche più pronunciata.

In Ingegneria industriale, per esempio, le donne escono con un voto medio di 102,6 contro 101,5 degli uomini. Eppure, una volta finiti gli studi, anche per le ingegnere l’atterraggio nel mondo del lavoro è molto meno morbido di quello dei loro ex compagni di studi, se a fine mese si vedono recapitare in busta paga circa 250 euro in meno.

Quanto alla supposta autoesclusione dalle discipline scientifiche, figlia di antichi e persistenti retaggi culturali, a volte anche di più o meno involontari condizionamenti familiari, ebbene anche in questo caso i dati statistici, visti nel dettaglio, rivelano situazioni molto più articolate del previsto e in alcuni casi anche sorprendenti.

Da un lato infatti è innegabile che alcuni corsi di laurea restino di pertinenza prevalentemente maschile: non solo Ingegneria industriale – dove, nonostante i progressi, le laureate sono ancora poco più di un quarto del totale – ma anche in Informatica, dove la percentuale femminile è invece addirittura scesa di un punto, passando dal 15 al 14 per cento.

Solo in Matematica, e non da oggi, uomini e donne sono pressoché alla pari: sarà che, prima dell’era dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, questo percorso era soprattutto destinato a chi voleva insegnare.

5% È LA PERCENTUALE IN ITALIA DI BOCCIATURE DELLE RAGAZZE NEI CORSI DI STUDIO SUPERIORI, A FRONTE DI QUASI IL 10% TRA I RAGAZZI. ANCHE SUL VOTO FINALE DI DIPLOMA OTTENGONO RISULTATI MIGLIORI  

Quanto al pregiudizio che le donne siano più “condizionate e condizionabili” degli uomini nelle loro scelte, anche in questo caso ci pensano i numeri a fare giustizia.

Le laureate provengono mediamente da famiglie meno avvantaggiate.

Capita molto più spesso che siano le prime a laurearsi in famiglia, e anche nel caso delle professioni “ereditarie”, come notai, avvocati e medici, le “figlie di” sono molte meno dei “figli di”: 33,9% contro il 45,4 degli uomini (dati AlmaLaurea).

Quella delle laureate è una lunga rincorsa, incominciata fin dai primi passi a scuola. 

Già in terza media il 40% delle ragazze esce con un voto uguale o superiore a 9 (nel caso dei ragazzi la percentuale scende sotto il 30%). 

Un vantaggio che persiste alle superiori, indipendentemente dal tipo di scuola scelta: le femmine sono più regolari dei maschi (poco più del 5% di bocciate contro quasi il 10% fra i ragazzi) e si diplomano con un voto più alto.

Ma sono anche molto più indipendenti e intraprendenti: prendono più certificazioni linguistiche, viaggiano di più all’estero, fanno più volontariato, masticano più cultura nel tempo libero (dati AlmaDiploma).

Non sorprende che all’università vadano più spedite e meglio dei loro colleghi maschi.

E soprattutto vadano fino in fondo: il 60% dei laureati è donna.

Lo svantaggio con i maschi riprende fiato solo dopo, sul luogo di lavoro.

È da lì, dal luogo di lavoro, che bisogna partire, non dalla testa delle donne

martedì, ottobre 29, 2024

Le osservazioni di RESTARE UMANI al Piano di Governo del Territorio (PGT)

Il PGT è stato adottato, faticosamente, dalla precedente amministrazione comunale.

Ora il nuovo Assessore all'Urbanistica, Walter Tiano, è alle prese con le osservazioni che cittadini, associazioni e imprese hanno potuto fare entro il mese di giugno 2024.

Anche l'Associazione RESTARE UMANI, oltre a  LEGAMBIENTE di Paderno Dugnano, ha depositato in data 27 giugno diverse osservazioni con l'intento di poter migliorare il PGT che dovrà ripassare, entro il gennaio 2025, in Consiglio Comunale per l'approvazione definitiva.

Di seguito ricordiamo le Osservazioni presentate da RESTARE UMANI:





Qui il link per le Osservazioni presentate da LEGAMBIENTE: Osservazioni alla VARIANTE GENERALE AL PIANO DI GOVERNO DEL TERRITORIO (PGT) - Legambiente Circolo Grugnotorto Paderno Dugnano (legambientepadernodugnano.org) 

 

CORSO gratuito di “ITALIANO per STRANIERI” presso SPI-CGIL di Paderno Dugnano

 

Dal 2018, presso la sede della Camera del Lavoro SPI-CGIL di Paderno Dugnano, via Roma 68 si tengono corsi di “Italiano per Stranieri” , di livello base ed avanzato, 2 ore al Martedì e al  Giovedì.

I corsi sono tenuti da Luigi Destri, ex insegnante di scuola primaria, ora in pensione e volontario SPI.

In questi sei anni hanno seguito il corso circa una sessantina di persone, per la gran parte donne di diverse nazionalità: Egitto, Ucraina, Russia, Ecuador, Cuba, Argentina, Marocco, Romania, Colombia, Brasile, USA, Senegal, Perù, Spagna.

Si possono identificare principalmente tre aree linguistico-geografiche, con esigenze spesso molto diverse tra loro:

  • Lingua araba, essenzialmente nordafricana
  • Lingue slave con prevalenza ucraina
  • Lingua spagnola

I corsi sono GRATUITI ed aperti a tutti


lunedì, ottobre 28, 2024

NonUnoDiMeno presenta il Progetto “IMPARIAMO LA PACE” al Cardinale ZUPPI

 

L'Associazione NonUnoDiMeno guidata da Giansandro Barzaghi ha incontrato il Presidente della CEI, il Cardinale Matteo ZUPPI, nella mattinata di Venerdì 25 ottobre 2024 presso la sede dell'Arcivescovado di Bologna.

🔸La delegazione ha presentato al Cardinale il Progetto 𝐈𝐌𝐏𝐀𝐑𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐋𝐀 𝐏𝐀𝐂𝐄 già sottoscritto da prestigiose personalità e rivolto principalmente a scuole e università.

🔸L'incontro, durato oltre un'ora, si è concluso con l'auspicio importante che Scuole e Università diano poi vita ad UN'UNICA GRANDE RETE delle Scuole/Università per la PACE per contrastare il reclutamento ideologico alla GUERRA.

𝑸𝑼𝑰 il documento integrale con i firmatari:

 https://www.nonunodimeno.net/spip.php?article6778

LA SCUOLA DELLA COSTITUZIONE È LUOGO DI PACE E DI ACCOGLIENZA

Ci rivolgiamo alle Scuole e alle Università affinché siano protagoniste, nella loro Autonomia, nel dare vita a vere e proprie ACCADEMIE DELLA PACE (Accademie per distinguerle dalle Accademie militari) che pratichino una Cultura di Pace, onde evitare che le scuole stesse diventino luogo di reclutamento e di formazione dell’Esercito in un momento in cui la Guerra è ritornata prepotentemente nella storia dell’Umanità.

Quattro sono gli argomenti che intendiamo proporre per dare vita a questo Progetto:

*      1) Come costruire una Cultura di Pace in alternativa ad una Cultura di Guerra.

Una Cultura di Pace per essere credibile deve partire dal vissuto di ragazze/i per individuare l’origine dei conflitti sia personali che di gruppo, sia interculturali che di genere.

Bisogna, cioè, capire come si generano le dinamiche di sopraffazione e di violenza e come si possono affrontare con pratiche finalizzate alla gestione e al superamento del conflitto.

Per andare alla radice del problema andrebbe ribaltato prima di tutto il Paradigma dominante basato sul culto dell’individuo (vedere le nuove linee guida per l’Educazione Civica) sull’individualismo competitivo che porta alla prevaricazione e alla concorrenzialità meritocratica per sostituirlo con un nuovo Paradigma e con nuove pratiche educative che si rifanno ad una Pedagogia dialogica, all’Apprendimento Cooperativo, al lavoro di equipe, all’Imparare insieme in quanto “nessuno si educa da solo” (Paulo Freire nella Pedagogia degli oppressi).

*      2) Come affrontare la gestione dei conflitti personali/di gruppo, di genere e interculturali.

Questa impostazione, se gestita con cura, può far sì che i comportamenti appresi e condivisi si ispirino ad una cultura del dialogo, del rispetto reciproco, della relazione non violenta. Significa Educare alla Pratica della Mediazione capace di attivare percorsi e dinamiche che evitino lo scontro per proporre una diversa soluzione.

Per arrivare a questo non basta la buona volontà ma servono esemplificazioni, strumenti di conoscenza e di predisposizione psicologica, contributi teorico-pratici con pacchetti di ore adeguati. Ad esempio, proponiamo di utilizzare le ore di Educazione Civica, che non possono essere intese solo come Educazione ai doveri, ma soprattutto come Educazione ai diritti e ai valori fondamentali della nostra Costituzione.

In queste ore di E.C. pedagogisti o psicologi possono dimostrare attraverso, pratiche di gruppo – giochi di ruolo – arte della mediazione, che lo scontro o la violenza si possono evitare a partire da una precondizione che è il rispetto dell’altra/o e il riconoscimento delle diversità a partire da quella di genere.

Va da sé che i progetti che le scuole attiveranno nella loro autonomia saranno tanto più efficaci se si baseranno sulla partecipazione attiva degli studenti che dovranno essere i primi protagonisti di questi percorsi e non i fruitori passivi di nozioni calate dall’alto

*      3) Come costruire azioni concrete di Solidarietà e di Cooperazione con le zone di guerra.

La Solidarietà e la Cooperazione possono nascere se da una parte si sconfigge l’indifferenza dilagante e se dall’altra le ragazze/i vengono informati su quali sono le zone di guerra, quali le cause che hanno generato quel conflitto e quali sono le condizioni che stanno vivendo quelle popolazioni civili spesso vittime prime di massacri indiscriminati.

Solo così si possono stabilire relazioni con gli studenti di quei paesi per interscambi culturali.

Per questo le Scuole o le Università dovrebbero avvalersi del contributo di storici in grado di raffigurare che cosa ha significato la Guerra nella storia dell’umanità, dalle due guerre mondiali fino alle guerre attuali.

A questo punto si può pensare ad iniziative di Solidarietà e di Cooperazione come l’invio di aiuti umanitari ottenuti attraverso il raccoglimento di fondi da parte di tutte le componenti scolastiche, coinvolgendo le istituzioni sul territorio. E là dove le scuole in zone di guerra vengono addirittura bombardate e distrutte si può pensare a campagne per la costruzione di nuove scuole.

Le Scuole e le Università sono un fattore prezioso perché la cultura affratella, la conoscenza impedisce pregiudizi e l’istruzione abbatte barriere e muri apparentemente insormontabili.****

*      4) Come far sì che le Scuole e le Università siano un Presidio di Pace in sintonia con quanto affermato da Concetto Marchesi, uno dei Padri Costituenti, davanti all’Assemblea Costituente: “il Presidio della Nazione non è l’Esercito ma è la Scuola” ribaltando così il concetto di Nazione proprio di ogni Nazionalismo

Una Cultura di Pace deve partire dal presupposto che la Guerra non è INEVITABILE. Pertanto, occorre che sia chiaro nelle coscienze delle giovani generazioni (e non solo) che può e deve esistere un’ ALTRA VIA alternativa allo scontro e alla guerra.

Questa Alternativa è costituita da un insieme di meccanismi e di regole che si possono attivare per una “soluzione pacifica delle controversie internazionali” come recita il Diritto Internazionale, ahimè, oggi calpestato drammaticamente ogni giorno. Per aprire una fase nuova occorre riprendere quel Diritto Internazionale che è stato pensato da alcuni visionari dopo due guerre mondiali e milioni e milioni di morti proprio per disinnescare il ricorso alle guerre e per aprire percorsi di Pace verso l’espulsione della guerra dalla storia dell’umanità.

In questo senso le scuole potrebbero avvalersi del contributo di giuristi esperti di Diritto Internazionale.

Oggi assistiamo ad una continua escalation militare che non esclude il ricorso ad armi sempre più sofisticate o addirittura alla guerra nucleare. Pertanto, se pensiamo alla Scuola come ad un luogo di Pace e di accoglienza, vediamo con preoccupazione da una parte il ripresentarsi di ideologie nazionaliste e sovraniste irriducibili e dall’altra l’ingresso dell’esercito nelle Scuole o anche Progetti di collaborazione tra Università e industrie produttrici di armi.

Temiamo che questi interventi delle Forze Armate aumenteranno con l’aumentare delle guerre.

Ora la semplice denuncia è doverosa ma non sufficiente. Il Progetto delle Accademie della Pace dovrebbe andare alla radice del problema e affrontare ciò che sostiene il Presidente Mattarella e cioè che “L’EDUCAZIONE ALLA PACE NON E’ BUONISMO MA REALISMO”

Ricordiamo anche ciò che affermava la grande pedagogista Maria Montessori che affermava che “occorre organizzare la Pace preparandola scientificamente attraverso l’Educazione”

*      Per questo proponiamo la costruzione di una vera e propria

RETE DELLE ACCADEMIE DELLA PACE PER CONTRASTARE LA CULTURA DI GUERRA E AVVIARE PERCORSI DI PACE

#pace #scuoladellapace #universitàdellapace  

I FIRMATARI:
- NONUNODIMENO APS Milano
- Paola Molesini Dirigente scolastica Istituto Cardano – Mi
- Giovanna Mezzatesta Dirigente scolastica Liceo Bottoni – Mi
- Emanuela Germanò Dirigente scolastica Istituto Galvani – Mi
- Anna Ferri Dirigente scolastica Istituti Puecher/Rinnovata – Mi
- Francesco Reale Presidente Consiglio di Istituto Cartesio - Cinisello B. (Mi)
- Edoardo Gussoni Studente Istituto Cardano - Mi
- Carlo Albeto Romano Prof./Direttore Centro di Ricerca University for Peace – Bs
- Vittorio Morfino Prof. Ordinario Scienze Umane - Univ. Bicocca – Mi
- Alberto Castelli Prof. Ordinario Scienze Umane - Univ. Insubria - Va-Co - Delegato Rete
   Univ. Per la Pace
- Stefano Bonometti Prof . Associato Scienze Umane - Univ. Insubria - Va-Co
- Roberto Escobar Già Prof. Ordinario Filosofia Politica - Univ. Statale – Mi – Critico cinematografico
- Enrico Finzi Vice Presidente Casa della Cultura – Mi
- Beppe Bagni Già Presidente Nazionale CIDI
- Irina Casali Regista-Direttrice Artistica Teatro Fabbrica delle Esperienza
- Gianna Fracassi Segretaria Nazionale Flc/Cgil
- Gianfranco Pagliarulo Presidente Nazionale A.N.P.I
- Marco Tarquinio Già Direttore "Avvenire" - Parlamentare Europeo
- Primo Minelli Presidente dell'A.N.P.I. Provinciale – Milano
- Mimmo Lucano Sindaco di Riace - Parlamentare Europeo
- Daniela Gasparini Già Sindaca di Cinisello B. (Mi) - Deputata XVII° legislatura
- Sergio Maestroni Già Sindaco di Pregnana M.se (Mi)
- Onorio Rosati Consigliere Regionale –Lombardia
- Paolo Romano Consigliere Regionale - Lombardia
- Tommaso Gorini Consigliere Comunale - Mi
- Luca Stanzione Segretario Generale CDLT – Mi
- Basilio Rizzo Storico Consigliere Comunale – Mi
- Mediterranea Saving Humans – Nazionale
- Corrado Mandreoli Vice-Presidente ResQ - Onlus
- Associazione Costituzione Beni Comuni
- Enrico Panini Già segreteria nazionale CGIL
- Francesco Sinopoli Presidente Fondazione Di Vittorio CGIL
- Don Giovanni Salatino Prete Diocesi – Milano
- Don Massimo Mapelli Caritas Ambrosiana
- Giulia Pelucchi Presidente Municipio 8 – MI
- Anita Pirovano Presidente Municipio 9 – MI
- Jessica Merli Segretaria Generale Flc/Cgil – Mi
- Laura De Caroli Finzi Consuleur professional
- Roberto Lovattini MCE - Coordinatore Europe for Peace – Pc
- Silvia Colombati Docente Referente Progetto Impariamo la Pace - Istituto Cardano – Mi
- Direttivo di ALFABETI Scuola per stranieri – Mi
- Scuola Popolare Don Milani Milano
- Agorà -Scuola Italiano L2 Quarto Oggiaro – Mi
- Giorgio Pagnoni Presidente Gruppo prevenzione e Dipendenza – Mi
- Mariella Muschiato Socia Fondatrice Ass. Qdonna – Lissone (Mb)
- Laura Muschiato Socia Fondatrice Ass. Qdonna – Lissone (Mb)
- Sezione A.N.P.I Codè-Montagnani-Marelli Municipio 8 – Mi
- Sezione A.N.P.I Poletti e Caduti di Trenno Municipio 8 – Mi
- Sezione A.N.P.I Carla Del Rosso Quarto Oggiaro – Mi
- Sezione A.N.P.I. G. Grassi Bresso – Mi

domenica, ottobre 27, 2024

Vita e opera di Josè Gregorio Hemàndez: Il medico del popolo venezuelano

 


Pensioni: un commento sulla distribuzione degli importi

 

Quasi 4,8 milioni tra pensionati e pensionate vivono con meno di mille euro al mese. Questa l’istantanea scattata dall'Osservatorio INPS sulle prestazioni pensionistiche e i beneficiari nel 2023.

L’indagine evidenzia come nella soglia sotto i mille euro al mese rientrino 1,7 milioni di anziani con assegni inferiori a 500 euro (di cui 1 milione donne) che li porta sotto la soglia di povertà

Nel 2023 l’Italia ha speso per le pensioni 347 miliardi di euro, con un aumento del 7,7% rispetto al 2022. 

Anche nelle pensioni una forte differenza tra uomini e donne

I dati confermano il divario tra uomini e donne. Se l'importo medio annuo dei redditi percepiti in Italia è di 21.382 euro nel 2023, l'assegno medio da pensione incassato dagli uomini è superiore a quello delle donne del 35% con 24.671 euro contro 18.291.

Nel 2023 le donne con pensioni inferiori a 1.000 euro al mese sono oltre tre milioni, oltre una pensionata su tre, e tra queste quasi un milione può contare su prestazioni da pensione per meno di 500 euro al mese.

Si spende più per i pensionati ricchi

Il Rapporto prende in considerazione le singole prestazioni e non altri eventuali redditi dei pensionati.

Emerge così un quadro preoccupante per la previdenza italiana che riflette un aumento delle disuguaglianze.

I pensionati che incassano oltre 2mila euro al mese sono il 38,4% del totale e assorbono il 60% della spesa. 

Per gli assegni pensionistici superiori a 5mila euro lordi al mese, percepiti da poco più di 300mila persone, si spende più che per i 4,8 milioni di pensionati con i redditi più bassi, circa 34,4 miliardi a fronte di 33,5. 

Ovviamente un assegno pensionistico maggiore corrisponde generalmente ad un maggiore versamento di contributi, ed è giusto così, ma qui si vuole sottolineare che si iniziano a vedere gli effetti dei lavori precari o in nero e di stipendi che negli ultimi decenni sono aumentati pochissimo, impattando quindi anche sul calcolo dell’assegno pensionistico. Fenomeno che nei prossimi anni si presuppone vada purtroppo ad incrementarsi.

Sconcertante è che 3 milioni di donne percepiscano meno di 1000 euro al mese, di cui 1 milione meno di 500 euro! Dopo una vita a lavorare in e per la famiglia!


sabato, ottobre 26, 2024

Università telematiche, tutte private: aumentano del 480% in 10 anni, con 3 Milioni di € di finanziamenti pubblici

 

Da 52 mila a 251 mila iscritti in dieci anni. Le università telematiche sono letteralmente esplose, mentre gli 86 atenei tradizionali tra il 2013 e il 2023 sono cresciuti di sole 17 mila unità

Come si spiega questo exploit che ormai rappresenta il 13,1% della popolazione universitaria italiana? 

Le università telematiche in Italia, Ue e Usa

Le università online nascono nel 2003, quando il governo Berlusconi II, con un decreto consente di svolgere in presenza solo gli esami di profitto e la discussione della tesi. In meno di tre anni fioriscono ben 11 atenei, e vengono tutti abilitati a rilasciare titoli equivalenti a quelli delle università tradizionali.

Nel 2006 il governo Prodi II mette un freno, e con un altro decreto legge (art.2 c.148 DL n. 262) blocca la nascita di nuovi istituti online.

Dal 2019, su parere favorevole del Consiglio di Stato, queste università possono acquisire la forma di società di capitale, diventando così delle vere e proprie imprese. Il modello è importato dagli Stati Uniti dove, secondo il National Centre for Education Statistics3.894 college offrono programmi completamente a distanza.

La differenza rispetto all’Italia sta nel fatto che negli USA la laurea non ha nessun valore legale: a contare non è il titolo in sé, ma «quale» università ti ha conferito quel titolo. 

Nella Ue l’Italia è il Paese che ha il numero più alto di atenei online e tutti privatiSi avvicina solo la Spagna con 6 università e oltre 300 mila studenti, perché serve una enorme utenza sudamericana.

In Germania la didattica online è invece dominata dalla Fernuniversität di Hagen, istituto pubblico con oltre 70 mila studenti. Secondo il portale Statista il giro d’affari nella Ue quest’anno raggiungerà 3,8 miliardi di euro, di cui 850 milioni solo nel nostro Paese.

Vediamo allora come funzionano questi 11 atenei, come preparano, chi li valuta (visto che il titolo vale tanto quanto quello di una università in presenza) e chi sono i proprietari. 

Rette, laureati e iscrizioni

Escluse le facoltà che prevedono attività obbligatoria in presenza come medicina, veterinaria e scienze della formazione primaria, con le telematiche ci si può laureare in tutte le discipline. Pensate per aiutare chi lavora a conseguire un titolo, in realtà oggi quasi uno studente su quattro è under 23.

Ma perché attraggono tanti giovani? I motivi principali sono due:

1)    Le rette vanno dai 1.200 ai 5.900 euro all'anno: non ci sono test di ingresso e gli appelli sono numerosi e flessibili. Quindi più accessibile e più economica per chi vive lontano dalle città con sedi universitarie.

2)   Alle telematiche è più facile laurearsi velocemente. Il 44,8% ottiene la laurea breve in tre anni, contro il 37,8% dei laureati negli atenei tradizionali (Rapporto ANVUR 2023 pag.56).
Nel 2022 le università telematiche hanno organizzato 149 corsi di laurea: la maggior parte in discipline economico-giuridiche e sociali, e artistico-letterarie. Riscuote particolare successo «scienze motorie», con oltre 28 mila studenti, cioè il 44% degli iscritti a questa facoltà in Italia. Al San Raffaele di Roma va forte la laurea magistrale in «nutrizione umana»: attira il 42% delle iscrizioni.


La qualità degli atenei

Nell’ultimo rapporto dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) sulla qualità delle università su una scala che va da A (Molto positivo) a E (Insoddisfacente), solo la Uninettuno ottiene un risultato positivootto si fermano alla sufficienza mentre due, Leonardo da Vinci Italian University Line, strappano un accreditamento temporaneo «vincolato alla risoluzione delle criticità riscontrate» (la Italian University Line è dal 2018 che viene rimandata).

Intanto questi atenei, pur essendo aziende private si spartiscono ogni anno in media 2 milioni di euro di contributi pubblici (Rapporto ANVUR 2023 pag.91).

Dal 2021, lo Stato paga il 50% dei costi ai dipendenti pubblici che si iscrivono all’università.

Per volontà del ministro della pubblica amministrazione Paolo Zangrilloquesto incentivo è stato esteso a partire dal 2023 anche alle 3 telematiche di «Multiversity», a «Unitelma Sapienza» e alla «Gugliemo Marconi». 

Molti studenti, pochi professori 

Tre anni fa il Ministero dell’Università ha emanato il decreto 1154/2021 che impone entro novembre del 2024 nuovi standard qualitativi, e obbliga gli istituti digitali ad adeguare il numero dei propri docenti a quello delle università tradizionali.

Secondo lo studio «Il piano inclinato» della CGIL, a settembre 2023 nelle telematiche il rapporto tra professori e studenti era di uno a 342, contro 1 a 25 negli atenei statali. 


A gennaio il deputato leghista Edoardo Ziello ha presentato un emendamento nel Milleproroghe (qui, il 6.55) con il quale chiedeva di far slittare di un anno l’adeguamento.

C’è stata la levata di scudi e l’emendamento è stato ritirato, ma pochi mesi dopo, in difesa degli interessi delle telematiche, è stato costituito un intergruppo parlamentare formato da una ventina di deputati del centrodestra, presieduto dallo stesso Ziello. 

Al Ministero dell’Università da circa 3 mesi è in discussione un decreto che blocca di fatto l’adeguamento previsto dall’ex ministra Messa e in cui con ogni probabilità si concederà alle telematiche non solo di avere molti più studenti delle tradizionali a parità di numero di docenti, ma anche di poter avere ancora alcuni anni per assumere i docenti necessari ad abbassare gli attuali parametri.

Insomma, c’è un occhio di riguardo crescente per questi atenei.

Chi c’è nei Consigli di amministrazione. 

Multiversity Spa, di proprietà del fondo britannico CVC Capital Partners con sede legale in Lussemburgo, ingloba Pegaso, la San Raffaele (fondata dal re delle cliniche Antonio Angelucci e poi venduta) e Mercatorum. Il presidente è l’ex presidente della Camera Luciano Violante. Nel comitato consultivo troviamo l’ex viceministra degli Esteri Marta Dassù, l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni de Gennaro, l’ex presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, e l’ex procuratore generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi.

Pegaso è tra gli atenei che per tutto l’anno accademico 2023-24 hanno effettuato esami online, non previsti dalla legge e in violazione delle linee guida del Mur.

La e-Campus ha la sede centrale a Novedrate (CO) ed è stata lanciata dall’imprenditore Francesco Polidori, già fondatore del gruppo Cepu.

Polidori ha recentemente patteggiato 3 anni per bancarotta fraudolenta.

Nel 2023 l’imprenditore ha finanziato la Lega di Salvini: 10 mila euro a titolo personale, 30 mila euro attraverso l’Università e-Campus dove fino al 2022 il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara era inquadrato come «presidente dell’Osservatorio inter-ateneo per la ricerca».

La Niccolò Cusano ha sede a Roma ed è stata fondata da Stefano Bandecchi, oggi sindaco di Terni. Bandecchi tramite l’università telematica e un’altra sua srl, «Società delle scienze umane», in passato ha finanziato con 385 mila euro Forza Italia, Impegno Civico e Alternativa popolare (partito di cui è Coordinatore nazionale e con cui si è candidato alle ultime elezioni europee).

La Unicusano è finita sotto inchiesta per evasione fiscale e ha subito due sequestri preventivi tra il 2023 e il 2024 per un ammontare di 22,8 milioni di euro.

Il fondatore e i suoi soci sono accusati di aver usato i proventi delle rette universitarie per svolgere attività commerciali e per coprire spese personali, tra cui l’acquisto di una Ferrari e una Rolls Royce Phantom.

L’Unicusano conta tra i suoi laureati illustri il ministro Francesco Lollobrigida e l’ex europarlamentare della Lega Angelo Ciocca (famoso per aver sventolato il cappio davanti alla presidente della Bce Lagarde).

Concorrenza sleale 

È evidente che le università online riescono a intercettare studenti che non hanno altre scelte, e pertanto sarebbe necessaria la presenza di un ateneo pubblico per soddisfare questo bisogno, ma al momento la gigantesca offerta è solo quella appena descritta.

Lasciamo le considerazioni a Francesco Billari che, in qualità di rettore dell’Università Bocconi, di formazione se ne intende:

«Finché aiutano chi lavora a migliorare la propria preparazione possono offrire un supporto, ma non devono essere la scorciatoia per affrontare la grave crisi che investe la qualità della formazione. Se isoli i ragazzi nelle loro camerette senza la possibilità di frequentare professori e coetanei, non produci quel percorso di crescita che è alla base della comunità universitaria. Per migliorare davvero la qualità degli atenei si cominci ad abolire il valore legale del titolo di studio così tutte le università, tradizionali e telematiche, saranno spinte a migliorare e competere tra loro». 

Già, il titolo legale: in un concorso pubblico il titolo conseguito per esempio in scienze politiche all’Università di Bologna vale tanto quanto quello conseguito alla Guglielmo Marconi; quello in Economia e Management conseguito alla Italian University Line vale tanto quanto quello ottenuto frequentando in presenza alla Bocconi o alla Luiss.

Riassumendo:

1) risparmiando su stipendi e numero di docenti, gli atenei online fanno concorrenza sleale agli atenei tradizionali, contribuendo all’abbassamento generale della qualità dell’insegnamento;  

2) il rapporto opaco con la politica mina credibilità e trasparenza.

 

Dal Corriere della Sera del 24 Ottobre 2024: Università telematiche:chi sono i politici dietro le lauree facili | Milena Gabanelli | Corriere.it


venerdì, ottobre 25, 2024

BORSE di STUDIO dal Comune di Paderno Dugnano


 Il Comune di Paderno Dugnano mette a disposizione delle borse di studio per sostenere il percorso didattico e formativo di studenti che si sono particolarmente distinti negli studi.

Sono previsti due ordini di borse di studio:

1.       Borse di studio per studenti delle scuole secondarie di Primo e di Secondo Grado:

  • 20 borse di studio del valore di € 250,00 per gli studenti della scuola secondaria di primo grado
  • 15 Borse di studio del valore di € 500,00 per gli studenti della scuola secondaria di secondo grado (comprese le classi quinte)

Requisiti

  • residenza nel Comune di Paderno Dugnano
  • essere iscritti e frequentanti nell’anno scolastico 2024/2025:

– per le Borse di studio scuola secondaria di PRIMO grado (ex scuola media): classi II e III e I anno scuole secondarie di secondo grado

– per le Borse di studio scuola secondaria di SECONDO grado (ex scuola superiore): classi II, III, IV e V e primo anno di un qualsiasi percorso Universitario o percorso ITS o IFTS (potranno presentare domanda anche gli studenti che nell’anno scolastico 2023/2024 hanno sostenuto l’esame di maturità e che nell’anno scolastico in corso 2024/2025 non risultano iscritti a nessun percorso universitario o percorsi ITS o IFTS)

  • aver frequentato nell’anno scolastico 2023/2024 una qualsiasi classe dei percorsi di scuola secondaria di primo e secondo grado
  • aver conseguito una media scolastica pari o superiore a 8.00 o aver conseguito una valutazione pari o superiore a 80 all’esame di maturità nell’anno scolastico 2023/2024
  • non aver conseguito altri premi, borse di studio o agevolazioni per merito o reddito da Enti privati/pubblici per i risultati conseguiti nell’anno scolastico 2023/2024
  • Essere in possesso di un indicatore ISEE Ordinario o corrente con scadenza al 31/12/2024 che sarà ritenuto valido anche per chi  presenterà la domanda dal 1° gennaio al 21 febbraio 2025

2.       Borse di studio per studenti del primo e secondo anno di un percorso Universitario:

  • 6 borse di studio del valore di € 700,00 l’una per studenti dei primi due anni del percorso universitario.

Requisiti

  • residenza nel Comune di Paderno Dugnano
  • essere iscritti frequentanti nell’anno accademico in corso 2024/2025 il II o III anno di un qualsiasi percorso universitario e non risultare fuori corso
  • aver frequentato nell’anno accademico 2023/2024 il I o II anno di un qualsiasi percorso universitario
  • aver conseguito l’80% dei crediti previsti per l’anno di corso frequentato
  • aver conseguito media ponderata di voto pari o superiore a 24,00 nell’anno accademico 2023/2024
  • non aver conseguito altri premi, borse di studio o agevolazioni per merito o reddito da Enti privati/pubblici per i risultati conseguiti nell’anno scolastico 2023/2024
  • essere in possesso di un indicatore ISEE UNIVERSITÁ con scadenza al 31/12/2024 che sarà ritenuto valido anche per chi presenterà la domanda dal 1° gennaio al 21 febbraio 2025
Per maggiori dettagli consultare: +Scuola Merito – Città di Paderno Dugnano (paderno-dugnano.mi.it)

giovedì, ottobre 24, 2024

LIBRO: Destinazione Speranza di Vito Mancuso

 

In un presente dominato da terribili conflitti, disastri ambientali e inquietudini diffuse, guardare al futuro con ottimismo sembra un’impresa sempre più ardua: ripiegandosi su sé stesso, l’uomo sta a poco a poco perdendo la speranza in un domani migliore.

Viene dunque da chiedersi: «Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è lecito sperare?».

Cercando di rispondere a queste tre fondamentali domande, formulate per la prima volta dal filosofo Immanuel Kant, Vito Mancuso ci guida alla ricerca del significato più profondo e autentico della nostra vita.

Togliendo alla ragione ogni pretesa di possedere un sapere su Dio e sull’avvenire, Destinazione speranza rifonda il senso della nostra esistenza su un presupposto inedito e dirompente: la libertà di obbedire.

Se saremo in grado di essere noi stessi in relazione con gli altri, di resistere all’egoismo favorendo la solidarietà, di ridare valore alla dimensione morale al fine di agire con responsabilità, allora non tutto sarà perduto: solo così, infatti, potremo definirci donne e uomini davvero liberi e guardare con speranza, ragionevole e fondata, al futuro che ci attende.


mercoledì, ottobre 23, 2024

CARITAS: XXXIII Rapporto Immigrazione 2024 – Popoli in cammino

 

Contesto internazionale

Secondo il World Migration Report dell’International Organization for Migration (IOM), da circa 84 milioni di migranti internazionali nel 1970, passiamo a 153 milioni nel 1990 e agli attuali 281 milioni; più del triplo in 55 anni.

Che corrispondono al 2,3% della popolazione mondiale nel 1970 al 2,9% nel 1990 fino all’attuale 3,6% della popolazione mondiale.

Il fenomeno è globale, con bilanci relativamente stabili (a livello macro, in America Latina, Africa, Medio Oriente ed Asia gli emigranti superano gli immigranti, mentre Europa, Oceania e America Settentrionale presentano un saldo, all’opposto, positivo) e direzioni di flusso abbastanza radicate (in termini molto generali, dall’antica periferia globale verso il centro, occidentale, del sistema, seppur la mobilità intra-regionale rappresenti un fenomeno rilevante, specialmente per i rifugiati).

Contesto italiano: cittadinanze

Nel 2023 si è assistito anche a una progressiva diminuzione degli arrivi e della presenza di cittadini ucraini nel nostro Paese, che è attestata con più evidenza dai dati relativi al 2024.

In realtà, le stime dell’UNHCR sui cittadini ucraini dicono che, seppure abbiano fatto rientro in Ucraina 1,3 milioni di sfollati e 324 mila rifugiati in altri Stati, alla fine del 2023 rimanevano ancora 9,7 milioni di ucraini forzatamente migrati.

Sono invece aumentati nel 2024 gli arrivi via aerea da parte di cittadini dall’America Latina, Peruviani in particolare. La difficile situazione economica, sociale, l’insicurezza diffusa nel Paese hanno determinato un aumento del flusso migratorio.

Al 1° gennaio 2024 la popolazione residente in Italia è pari a 58 milioni e 990 mila unità (dati provvisori), in calo di 7 mila unità rispetto alla stessa data dell’anno precedente.

La componente straniera è decisiva per mantenere stabile la popolazione residente: la popolazione residente di cittadinanza straniera al 1° gennaio 2024 è di 5 milioni e 308 mila unità, in aumento di 166 mila individui (+3,2%) sull’anno precedente.

L’incidenza sulla popolazione totale tocca il 9%. Il 58,6% degli stranieri, pari a 3 milioni e 109 mila unità, risiede al Nord, per un’incidenza dell’11,3%. Altrettanto attrattivo per gli stranieri è il Centro, dove risiedono 1 milione e 301 mila individui (24,5% del totale) con un’incidenza dell’11,1%. Più contenuta la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 897 mila unità (16,9%), che raggiunge un’incidenza di appena il 4,5%.

Supera le 200 mila unità il numero di cittadini stranieri che nel 2023 hanno acquisito la cittadinanza italiana, dato in linea con l’anno precedente (214 mila), pur se in leggero calo.

La popolazione di cittadinanza straniera è nettamente più giovane rispetto a quella italiana: nella prima, la classe di età prevalente è quella fino a 17 anni (20,6%), seguita dalla fascia opposta; ovvero quella dei 60enni e over (10,8%); dai 35-39enni (10,7%) e dai 40-44enni (10,2%).

La totalità dei permessi di soggiorno validi fino ai primi 3 mesi del 2024 è di 4.244.521, in leggero aumento dal 2023 (+0,4%).

Quanto alle prime dieci nazionalità dei titolari, il primato spetta ancora al Marocco, seguito da Albania e Ucraina. Nella stessa graduatoria riappare al decimo posto la Tunisia, che lo scorso anno era stata sopravanzata dalla Moldavia.

Criminalità e discriminazioni: attori, ma anche vittime di reato

Il dato della presenza straniera negli istituti penitenziari è coerente con quello degli ultimi anni. Al 31 dicembre 2023 i detenuti stranieri erano 18.894 su un totale di 60.166, pari al 31,4% della popolazione carceraria complessiva. Di questi, 18.193 erano uomini e 701 donne.

Per quanto riguarda la geografia carceraria, le prime cinque nazioni più rappresentate sono il Marocco (il 20% della popolazione straniera ristretta), la Romania (l’11%), l’Albania (il 10%), la Tunisia (il 10%) e la Nigeria (il 6%).

Pur rappresentando meno di un terzo della popolazione carceraria femminile, parla straniero quasi la metà delle detenute madri con figli al seguito (sono 11 mamme migranti con 11 figli su un totale di 20 donne detenute e di altrettanti bambini al seguito).

Agli immigrati, al pari di chi è nato in Italia, sono contestati soprattutto reati contro il patrimonio (9.635 detenuti stranieri), reati contro la persona (8.130) e reati in materia di stupefacenti (5.988).

I cittadini stranieri risultano vittime di violenze e frodi più dei cittadini italiani, a cui si aggiungono anche molteplici forme di discriminazione, talvolta istituzionalizzate.

Scuola e formazione

Il numero degli alunni con cittadinanza non italiana, dai dati dell’ultima rilevazione, si avvicina ai 915 mila, rappresentando quasi l’11,2% del totale della popolazione scolastica. Negli ultimi anni inoltre è cresciuto il numero di bambini e ragazzi non accompagnati e rifugiati.

La complessità di queste presenze fa emergere nuovi bisogni e pone domande al sistema scolastico e formativo. In questi anni la scuola ha fatto passi avanti sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione, tuttavia divari e criticità permangono ancora, anche per gli studenti provenienti da contesti migratori ma nati e cresciuti in Italia (sono il 64,5% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana, e in progressivo aumento).

Tra le principali difficoltà si segnalano:

·       la ridotta frequenza della scuola dell’infanzia da parte dei figli di immigrati provenienti in particolare da Asia e Africa;

·       il ritardo scolastico, a causa di ritardato inserimento iniziale e ripetenze;

·       la difficoltà nel completamento e proseguimento degli studi;

·       l’abbandono scolastico, in particolare dopo la scuola secondaria di primo grado.

In molti casi, disturbi dell’apprendimento vengono certificati e medicalizzati, e sono in aumento. Spesso sono gli alunni stranieri che vengono “certificati”: difficoltà normali di apprendimento linguistico o difficoltà di orientamento da parte di chi è un nuovo arrivato, da famiglie e tradizioni diverse, vengono etichettate con diagnosi “scientifiche”.

È importante promuovere e adottare misure comuni e condivise di accoglienza e integrazione nel maggior numero di scuole al fine di evitare discrezionalità e disparità da scuola a scuola, da città a città.

Da un’analisi dei libri di testo in uso nel sistema scolastico italiano emerge che il ruolo della scuola e dei processi di scolarizzazione nell’integrazione della popolazione straniera risulta marginale.

Allo stesso tempo, è completamente assente un discorso sui minori non accompagnati e sulle protezioni che la normativa internazionale e la legge italiana riserva loro, nonostante sia un fenomeno di ampia portata.

In generale, si parla poco delle difficoltà incontrate dalle persone migranti nei Paesi di destinazione, non trovano spazio l’azione della Chiesa cattolica, di altre istituzioni religiose, né di associazioni della società civile nel sostegno alla popolazione immigrata e ai processi di integrazione sul territorio, così come non compaiono in alcun modo migranti in situazioni legate alla religiosità.

Nel 2024, a distanza di tre anni dalla prima rilevazione, è stata lanciata una nuova indagine sui doposcuola diocesani nella sfida post-pandemica, che ha coinvolto le Caritas e Migrantes sul territorio, al fine di verificare l’impatto delle azioni attuate dagli operatori diocesani, se queste siano proseguite anche dopo la pandemia o se siano state avviate azioni supplementari di supporto alla didattica in favore degli alunni stranieri, e quali eventuali nuovi bisogni/fragilità siano emersi dalla fine della pandemia ad oggi.

Sono 121.165 gli studenti con cittadinanza straniera iscritti negli atenei italiani, il 6,3% del totale degli studenti universitari in Italia, categoria che negli ultimi 10 anni è cresciuta del +74%, dai 69.582 iscritti nell’anno 2013/2014.

Si tratta sia di foreign student, studenti con cittadinanza straniera diplomati in Italia (il 31,5% dell’insieme degli studenti universitari in Italia con cittadinanza straniera e il 2% del totale degli studenti), sia di international student, studenti che hanno affrontato un percorso migratorio per motivi di studio, lasciando la famiglia nel Paese d’origine (il 4,3% del totale degli iscritti negli atenei italiani e oltre la metà degli studenti con cittadinanza straniera in Italia).

I foreign student provengono in prevalenza da Romania (10.302), Albania (5.053), Cina (2.406), Ucraina (1.957) e Marocco (1.924), nazionalità fra le più presenti tra i residenti stranieri in Italia. Gli international student, invece, per lo più da Iran (9.837), Cina (5.687), Turchia (4.939), India (4.066) e Albania (2.971).

Lavoro, povertà ed economia

Il 2023 ha visto una crescita complessiva dell'occupazione in Italia rispetto all'anno precedente. L'analisi rivela una realtà complessa e sfaccettata, segnata da differenze significative tra cittadini italiani e stranieri, nonché da persistenti disparità di genere e nazionalità.

La crescita ha riguardato prevalentemente gli occupati italiani (+2,3%), a fronte di un leggero aumento della componente non comunitaria (+0,2%) e di un lieve calo degli stranieri con cittadinanza Ue (-0,5%).

Il volume dei rapporti di lavoro attivati dai cittadini stranieri ammonta a 2.518.047, di cui il 75,9% di nazionalità non-Ue (1.910.624).

I datori di lavoro che, nel corso del 2023, hanno assunto almeno un lavoratore straniero sono stati 414.409 (35,1% del totale delle aziende che, nel periodo, hanno registrato delle attivazioni). Il 70,8% dei rapporti attivati sono stati a tempo determinato, il 20,3% a tempo indeterminato, il 3,2% contratti di apprendistato, l’1,5% contratti di collaborazione e il 5,6% altre modalità.

A livello provinciale, la maggior parte delle attivazioni si è avuta a Milano (9,8%), seguita da Roma (8,0%), Bolzano (3,3%), Verona (2,8%) e Firenze (2,5%). Le attivazioni che hanno riguardato i cittadini stranieri sono state come “personale non qualificato” nei vari settori, soprattutto in:

·       agricoltura e manutenzione del verde (22,2% del totale),

·       servizi di pulizia,

·       costruzioni e professioni assimilate,

·       spostamento e consegna merci.

Continua a prevalere l’inquadramento come operaio (73,9% degli occupati totali) rispetto a quello come impiegato (11,1%), quadro (0,9%) o dirigente (0,2%).

Contemporaneamente, in Italia è ancora diffusa la tendenza secondo cui migranti altamente istruiti continuano a essere meno occupati delle controparti native, e a occupare spesso posizioni per le quali sono sovra-qualificati, e l’Italia è tra i Paesi dove la sovra-qualifica è più elevata.

A guardare la tendenza generale in atto, tra il 2019 e il 2023, la domanda di lavoratori immigrati è aumentata significativamente, superando la crescita generale delle assunzioni (+68,6%, rispetto al +19,4% per tutte le assunzioni programmate).

Di conseguenza, la quota di lavoratori stranieri sulle assunzioni totali è salita dal 13,6% del 2019 al 19,2% del 2023.

La crescita nelle assunzioni riguarda tutti i livelli professionali: sono quasi raddoppiate per gli operai specializzati (+75% per le professioni tecniche) e incrementate del 67% per le professioni qualificate nel commercio e nei servizi, che rappresentano il 27% della domanda di personale straniero.

I giovani migranti mostrano un tasso di occupazione superiore di quasi 10 punti percentuali rispetto ai loro pari italiani, sebbene il livello complessivo di occupazione nel Paese sia inferiore alla media europea.

La questione dei Neet (giovani che non sono impegnati né in attività lavorative né in percorsi educativi o formativi) è particolarmente rilevante. Nel 2023, in Italia ci sono circa 1,4 milioni di giovani Neet, con una prevalenza significativa di italiani (85,1%), seguiti da giovani comunitari (2,9%) e non comunitari (12%).

Il fenomeno dell'abbandono scolastico, noto come Elet, è un altro aspetto critico, soprattutto tra i giovani stranieri non comunitari: quasi un terzo di loro (29,5%) lascia prematuramente la scuola, un tasso che è circa tre volte superiore a quello dei giovani italiani (9%).

Questo fenomeno è particolarmente evidente tra i giovani provenienti da Sri Lanka, Bangladesh e Senegal, dove più della metà dei giovani non completa il percorso di studi superiori.

Le donne sono particolarmente colpite, con tassi di Neet molto elevati tra le non comunitarie (39,6%), seguite da quelle Ue (25,2%) e italiane (16%).

Le migranti, in particolare quelle con figli, hanno più alti livelli di disoccupazione e di lavoro part-time involontario.

La partecipazione dei cittadini stranieri alle attività autonome e imprenditoriali è sempre dinamica e vivace. I dati attestano che nel 2023 il numero di imprese individuali che hanno come titolare un cittadino non comunitario sono 392.489, con un aumento dall’anno precedente di circa 2 mila unità (+0,5%). L’incidenza media sul totale delle imprese si attesta sul 13% del totale, con punte più elevate in Liguria (20,6%), Toscana (19,6%), Lombardia (18,3%) e Lazio (16,9%).

I 703.569 infortuni sul lavoro denunciati nel 2022 (ultimo aggiornamento disponibile) rappresentano un dato in sensibile crescita rispetto agli anni precedenti, con un balzo del +24,6% dal 2021 (laddove fra il 2020 e il 2021 c’era stata una flessione, -1,4%). Gli infortuni denunciati dai cittadini stranieri rappresentano il 17,5% del totale.

Secondo i dati provenienti da 144 diocesi aderenti al sistema nazionale di raccolta dati Ospoweb, nel corso del 2023 le persone che si sono rivolte a 744 Centri di Ascolto o servizi Caritas per chiedere aiuto e sostegno sono state 269.689.

La maggioranza è costituita da soggetti di cittadinanza straniera (57,0%), mentre gli italiani sono pari al 41,4% degli individui ascoltati. Gli apolidi e le persone con doppia cittadinanza costituiscono l’1,6% del totale. Nel corso degli ultimi sette anni il peso dell’utenza straniera è andato crescendo.

Nel 2023 le persone di origine straniera aiutate sono state 146.415, in gran parte concentrate nelle regioni del Nord-Est e del Nord-Ovest. I primi dieci Paesi di provenienza risultano Marocco (17,1%), Ucraina (9,1%), Romania (7,3%), Perù (6,5%), Nigeria (6,4%), Albania (5,3%), Tunisia (5,0%), Senegal (3,6%), Egitto (3,0%) e Pakistan (3,0%). Gli stranieri aiutati hanno un’età media di 42 anni, sono per lo più coniugati, in maggioranza con un livello di istruzione basso e in condizione di fragilità occupazionale. Le persone senza dimora sono pari a 24.146 unità (23,8% del totale degli stranieri).

Accanto alle difficoltà di tipo economico-materiale si attestano altre forme di vulnerabilità, come problemi familiari, oppure legate allo stato di salute o ai processi migratori. A fronte delle tante fragilità e vulnerabilità, le azioni intraprese dagli oltre tremila servizi Caritas in rete hanno riguardato per lo più la distribuzione di beni e prestazioni materiali.

Tra le mille e più sfaccettature che caratterizzano il fenomeno migratorio vi è quella, talvolta sottovalutata, del rapporto tra sistema finanziario e migranti. Si tratta di una relazione non semplice per entrambi gli attori, che deve tener conto di numerosi fattori, molti dei quali solo apparentemente lontani dall’economia e dalla finanza, che contraddistinguono la società infra-culturale dei nostri giorni.

Una indagine inedita realizzata da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes ha voluto approfondire le strategie di resilienza attivate da persone migranti residenti sul territorio nazionale, con un’attenzione particolare alle condizioni lavorative, al livello di soddisfazione rispetto ad esse e alla diffusione di esperienze imprenditoriali. L’interesse è restituire uno spaccato dei vissuti quotidiani dei cittadini migranti, osservati come lavoratori ed eventualmente come imprenditori, cercando di fornire una lente di osservazione diversa rispetto a quella della marginalità, della vulnerabilità e della povertà.

Salute

Nel 2022, su 7.002.779 dimissioni per acuti registrate, relative sia ai ricoveri ordinari che a quelli in Day Hospital, 6.536.427 riguardavano cittadini italiani e 458.890 cittadini non italiani (il 6,6% del totale).

Tra i cittadini stranieri si mostra una predominanza di pazienti provenienti dall’Europa, il 50,7% del totale. I pazienti di origine africana costituiscono quasi un quarto del totale, con il 23,2%, mentre gli asiatici sono il 15,9%.

Le complicazioni legate alla gravidanza, al parto e al puerperio hanno rappresentato la diagnosi principale (24,03% dei casi).

Le interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) notificate sono state 63.653 (-4,2% rispetto a quelle notificate nel 2020). Le IVG relative alle donne di cittadinanza straniera sono state il 27% di tutte quelle praticate in Italia (28,5% nel 2020), pari a 17.130.

Nel Sistema informativo per il monitoraggio e la tutela della salute mentale (SISM) è riportata la distribuzione per diagnosi degli utenti di nazionalità non italiana che hanno avuto almeno un contatto con i Dipartimenti di salute mentale (DSM), pari nel 2022 a 39.584.

La fruibilità dei servizi e delle cure mediche non è facilmente accessibile a tutti coloro che risiedono più o meno stabilmente nel territorio nazionale. Ciò purtroppo vale in particolar modo per chi proviene da paesi non comunitari e si trova in una condizione socioeconomica di marginalità.

Analizzando le criticità di accesso al servizio sanitario pubblico si evidenzia che il primo vero ostacolo per gli stranieri in Italia, che rende difficile o impossibile l’utilizzo dei servizi in generale e di quelli sanitari nello specifico, è rappresentato proprio dalla normativa vigente in materia, ulteriormente complicata dalle recenti modifiche introdotte all’iscrizione al Servizio sanitario nazionale per gli stranieri extracomunitari.

Comunicazione

È perciò doppiamente importante considerare gli atti discriminatori subìti dalla popolazione di cittadinanza straniera residente in Italia: per la gravità degli atti in sé e perché le persone immigrate si collocano fra quelle fasce di popolazione che permettono di evidenziare situazioni in peggioramento nel Paese, anche in merito agli atti discriminatori o di intolleranza.

L’esasperata deresponsabilizzazione degli ambienti “virtuali” accentua molteplici forme di violenza, soprattutto in mancanza di un’adeguata trasparenza nella moderazione dei contenuti da parte delle multinazionali dei social network.

Studi recenti suggeriscono che l’aumento degli arrivi di migranti e rifugiati è fra i principali fattori scatenanti dell’incitamento all’odio. Per giunta, l’esposizione dei giovani di origine straniera ai contenuti online risulta più accentuata rispetto a quella dei coetanei di origine italiana: fra le cause, l’uso massivo del cellulare, spazi abitativi più ristretti e il molto tempo trascorso su internet, anche in mancanza di alternative, con l’aggravio del rischio di isolamento, di alienazione e l’accresciuta vulnerabilità a diverse forme di violenza.

Il risultato è che tra i giovani stranieri il 49,5% dichiara di aver subìto almeno un episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi nell’ultimo mese, contro il 42,4% dei coetanei italiani.

La misoginia è la forma più diffusa di odio online: si stima che una ragazza su due sia stata vittima di violenza di genere online, in particolare a sfondo sessuale. A peggiorare il quadro è la frequente combinazione intersezionale di più di un fattore di discriminazione e di incitamento all’odio, come l’essere donna e migrante.

Se da un lato è importante denunciare lo scandalo globale rappresentato dalla violenza sulle donne, dall’altro porre in evidenza esclusivamente le “vulnerabilità” delle migrazioni femminili rischia di contribuire a riaffermare il pregiudizio riduttivo e marginalizzante delle condizioni di “svantaggio” della donna migrante.

La relazione fra genere, media e migrazioni è un oggetto di studio poco esplorato in Italia per ragioni almeno parzialmente ascrivibili alla diffusione degli studi su media e genere nel contesto nazionale.

I risultati dei monitoraggi 2014-2015 mettono in evidenza l’invisibilità delle donne migranti: 0,7% nei programmi di informazione del 2014; 2,7% in quelli del 2015.

I dati dei monitoraggi 2018-2019 attestano una più generale predominanza delle donne di origine etnica occidentale: 94% nell’offerta televisiva della RAI del 2018; 95,5% in quella del 2019. Una rielaborazione dei dati relativi agli anni dal 2019 al 2023, condotta ad hoc per il presente contributo, rileva che negli ultimi cinque anni le notizie che guardano al fenomeno migratorio secondo una prospettiva di genere sono solo 113, pari all’1% delle 12.468 complessivamente dedicate a questioni migratorie.

Le donne migranti e/o rifugiate fonti di notizia sono una minoranza stabile attorno al 7%. Di qui l’auspicio che il focus sulla visibilità delle donne rappresentanti minoranze, come quelle delle comunità immigrate o rifugiate, possa evolversi in adeguati strumenti metodologici e teorici per raccogliere dati su questo fenomeno nel mondo, Italia inclusa.

Cultura: musica migrante e di nuova generazione in Italia

La musica rappresenta uno dei principali canali di comunicazione e integrazione fra culture. Come ogni forma d’arte, è figlia del proprio tempo e ha la capacità di narrarlo. Le canzoni italiane di fine Ottocento e inizio Novecento non possono non raccontare dell’esperienza emigratoria degli italiani verso le Americhe. Così come quelle della seconda metà del Novecento mostrano un nuovo scenario, ovvero un’Italia che prima vive il grande fenomeno dell’emigrazione interna dal Meridione al Settentrione e poi diventa Paese d’approdo di migranti, per restare o raggiungere altri Paesi europei, in particolare dall’Albania e dal continente africano.

Fra i migranti che arrivano in Italia ci sono, naturalmente, anche musicisti, alcuni dei quali entrano nella scena musicale della World Music italiana. Ma il fenomeno oggi certamente più interessante e che sta vivendo una sempre più ampia rappresentazione nella scena musicale italiana sono i cantanti e musicisti di nuova generazione (non solo, dunque, di seconda generazione, ma ormai anche di terza o quarta), i quali vivono su crinali pluriculturali, fra la cultura di origine dei genitori e quella del Paese in cui sono nati e/o cresciuti, e che per questo rappresentano ponti culturali naturali.

Il rap in Italia ha vissuto nell’ultimo quindicennio un’evoluzione importante: è passato dall’essere un genere musicale di nicchia, ascoltato e sperimentato da pochi, ad un genere di massa, mainstream, con tantissimi protagonisti. Tra questi, troviamo oggi un buon numero di artisti di seconda generazione, figli di immigrati o di coppie miste, ragazzi nati in Italia, o arrivati in tenera età, che hanno trovato nella musica rap la via per esprimere al meglio le proprie speranze e i propri sogni, ma anche la propria rabbia e frustrazione. L’universo rap, e più in generale l’intera cultura hip hop, ha un legame stretto e non nuovo con l’immigrazione. Ne deriva una variegata e pirotecnica mescolanza di parole, musiche e stili, punto di forza non solo del rap ma più in generale della nuova musica italiana.

Appartenenza religiosa e fede

All’inizio del 2024 i cristiani tornano ad incidere sul totale della popolazione straniera iscritta nelle anagrafi dei comuni italiani per il 53,0% sul totale, mantenendo il proprio ruolo di maggioranza assoluta; quello di maggioranza relativa passa per molto poco ai musulmani, col 29,8% d’incidenza (1 milione 582 mila).

La componente ortodossa, infatti, considerata separatamente dal collettivo cattolico, raggiunge all’inizio del presente anno una quota d’incidenza solamente del 29,1% (1 milione e 545 mila). I cattolici (902 mila), d’altra parte, si fermano al 17,0% d’incidenza sul totale del fenomeno migratorio, gli evangelici (145 mila) risultano il 2,7%, mentre i copti (84 mila) si collocano all’1,6%.

Tra le altre confessioni religiose, i buddisti (177 mila) incidono per il 3,3%, gli induisti (112 mila) per il 2,1%, i sikh (90 mila) per l’1,7%, mentre la quota di atei e agnostici (512 mila) si colloca al 9,7%.

Un’analisi più approfondita per fasce d’età al 1° gennaio 2024 permette di constatare importanti situazioni differenziali tra i diversi collettivi religiosi, evidenziando come se nel loro complesso, musulmani e ortodossi quasi si pareggiano in valore assoluto, gli islamici sono di più degli ortodossi all’interno di tutte le fasce d’età più giovani, fino ai 35-39enni compresi, mentre dai 40- 44enni in poi sono più numerosi gli ortodossi.

La religione Sikh, con le sue profonde radici storiche e la sua diffusione globale, rappresenta una delle grandi tradizioni religiose del mondo. Il movimento Sikh si è sviluppato nel contesto di una società caratterizzata da profondi contrasti religiosi e sociali tra Induismo e Islam. La diaspora sikh è il risultato di una serie di criticità economiche, politiche e ambientali che ha spinto molti alla ricerca di migliori opportunità economiche: significative emigrazioni si sono dirette in Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Australia e altri Paesi, inclusa l’Italia.

Ad oggi, la comunità sikh si considera diversificata e vibrante, una parte integrante, dinamica e rispettata della società italiana, apprezzata per il suo contributo economico, i valori etici e il suo impegno nel dialogo interreligioso. La sua presenza arricchisce la diversità culturale del Paese e promuove una cultura di inclusione.

XXXIII Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes 2024 - Caritas Italiana