lunedì, febbraio 16, 2026

L’Avana è in difficoltà e sempre più isolata

 

da L'Internazionale del 12 Febbraio 2026 di Carlos Salinas Maldonado, El País América, Messico

Le autorità cubane hanno annunciato che è finito il combustibile per i voli commerciali. Alcune compagnie aeree li hanno già sospesi e vari alberghi hanno chiuso.

La crisi economica che Cuba sta vivendo a causa della carenza di petrolio e quindi dell’impossibilità di generare energia elettrica continua ad avere conseguenze gravi: l’8 febbraio il governo ha comunicato alle compagnie aeree internazionali che il paese non ha più combustibile per l’aviazione. 
Il settore più colpito è quello del turismo, una delle principali fonti di guadagno per L’Avana. 
Le autorità attribuiscono la carenza di diesel e di altri combustibili all’asfissia imposta dagli Stati Uniti, che hanno minacciato dazi contro chi invia petrolio all’isola. 
Senza fornire ulteriori dettagli, la Russia ha detto che cercherà di aiutare il suo alleato. 
L’agenzia Efe ha riferito che le compagnie aeree internazionali sono state avvertite della mancanza di carburante solo l’8 febbraio. Secondo l’agenzia di stampa, le compagnie più penalizzate sono quelle statunitensi, spagnole, panamensi e messicane. 
Il giorno prima il governo cubano aveva chiuso gli alberghi ricollocando i turisti stranieri. 
Il turismo è un pilastro per la debilitata economia cubana, perché porta soldi e lavoro in un contesto in cui le risorse scarseggiano. 
Nel 2024 l’isola ha accolto circa 2,2 milioni di turisti, la cifra più bassa in quasi due decenni e inferiore alle aspettative ufficiali. I dati dell’Oficina nacional de estadística e información, l’ufficio cubano di statistica, mostrano che tra gennaio e settembre 2025 i visitatori stranieri sono diminuiti del 20,5 %, arrivando ad appena 1.366.720, ossia 350mila in meno rispetto all’anno precedente. 
Il calo non colpisce solo gli alberghi e i servizi del settore, ma genera tensione nelle fragili finanze pubbliche e riduce il necessario afflusso di valuta estera. 
Il vicepremier cubano, Oscar Pérez-Oliva Fraga, il 6 febbraio ha confermato lo sviluppo di un piano per “ridurre i consumi energetici, compattare le strutture turistiche e riuscire a sfruttare il periodo dell’alta stagione”. 

Disposti al dialogo 
Da quando il presidente statunitense Donald Trump ha aumentato la pressione sull’Avana, il governo ha adottato misure severe per affrontare la crisi. 
Il 29 gennaio Trump ha firmato un ordine che minaccia dazi contro tutti i paesi che vogliono portare petrolio a Cuba. Dopo l’intervento militare statunitense a Caracas il 3 gennaio per catturare il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, Cuba ha smesso di ricevere petrolio dal Venezuela, che era il suo principale fornitore. 
Anche il Messico ha sospeso l’invio di petrolio per paura dei dazi statunitensi. “Siamo impegnati a livello diplomatico per poter ricominciare a mandare greggio a Cuba. Ovviamente non vogliamo che ci siano sanzioni per il Messico, ma siamo in fase di trattative e per ora invieremo aiuti umanitari”, ha detto la presi dente Claudia Sheinbaum. 
Il 5 febbraio il Presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel, si è detto disposto ad aprire un dialogo con Washington se avviene in condizioni paritarie e senza pressioni, una mossa che dimostra la dispera zione del governo di fronte alla crisi. 
Díaz-Canel ha ammesso che “l’asfissia economica della principale potenza mondiale” pesa sulla già grave situazione dell’isola. Per questo nei prossimi giorni ci saranno dei tagli simili a quelli del cosiddetto periodo speciale, dopo il crollo dell’Unione Sovietica negli anni novanta. 
“La persecuzione energetica e finanziaria, e l’inasprimento delle misure coercitive è così forte che per superare tutti gli ostacoli sappiamo di dover lavorare molto duramente, in modo molto creativo e molto intelligente”, ha detto Díaz-Canel.
In attesa di conoscere tutte le nuove misure, i cubani affrontano lunghe code per recuperare un po’ di carburante nelle stazioni di servizio e fanno scorta di cibo in scatola nei negozi. 
Il governo ha annunciato modifiche agli orari di lavoro, telelavoro per i dipendenti pubblici, meno lezioni in presenza nelle scuole e nelle università e la cancellazione di eventi culturali importanti come la fiera internazionale del libro dell’Avana, che avrebbe dovuto svolgersi dal 12 al 22 febbraio.

Sostegno russo 
Il 9 febbraio il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha reso noto che la Russia sta cercando delle soluzioni insieme alle autorità cubane e che farà il possibile per aiutarle in questo momento critico, oltre a facilitare il rientro dei turisti russi che potrebbero rimanere bloccati sull’isola. “Manteniamo intensi contatti con gli amici cubani sia attraverso canali diplomatici sia per altre vie”, ha dichiarato Peskov in conferenza stampa. “Queste misure soffocanti da parte degli Stati Uniti creano davvero grandi difficoltà al paese”, ha sottolineato il portavoce, assicurando che Mosca e L’Avana stanno studiando “modi per risolvere questi problemi o, almeno, attenuarli”. Secondo il servizio stampa dell’unione dell’industria turistica russa, in questo momento a Cuba ci sono circa quattromila turisti russi.

domenica, febbraio 15, 2026

MOSTRA: HeART of GAZA - il cuore di GAZA - mostra di disegni dei bambini di GAZA - dal 16 al 28 Febbraio 2026 - Tilane

 
EMOZIONANTE

STRUGGENTE

Inaugurata ieri, sabato 14 febbraio 2026 alle Tilane, la mostra "HeART of GAZA" strappa almeno una lacrima. Pensare a dei bambini costretti a vivere in mezzo alle macerie delle loro case, delle loro scuole, senza più uno dei loro giocattoli strappa davvero una lacrima. 

Sarà visitabile dal 16 al 28 Febbraio 2026 alle Tilane

Il pensiero va ai nostri figli, i nostri nipoti nelle loro condizioni...

Eppure, con il progetto "HeART of GAZA" il "Cuore di GAZA" che diventa "Arte di GAZA", l'arte dei bambini di GAZA, che nonostante il degrado che li circonda, sotto una tenda, i bambini si ritrovano a disegnare. 

Disegnano i loro ricordi, i loro sogni andati in fumo come le loro case, le loro amicizie, in alcuni casi morte sotto le bombe.

Disegnano il loro presente, grigio: grigie le case, grigio il cielo pieno di fumo, grigio il terreno senza più prati, grigie come le protesi che saranno costretti a portare per tutta la vita (quando ci sono...)

Disegnano il futuro, come solo i bambini sanno fare, sperando che qualcuno li aiuti e si ricordi ancora di loro dopo che le TV smettono di trasmettere le immagini del degrado in cui sono costretti a vivere.

Il progetto di "HeART of GAZA", è un progetto internazionale, che partendo da una mostra itinerante in Italia e in Europa, ha l'obiettivo di tenere vivo l'interesse per la popolazione palestinese, ma anche di raccogliere fondi per l'acquisto di matite colorate, di fogli di carta, di tende, affinché il numero questi punti di incontro possano aumentare (attualmente sono 17). 

 "HeArt of Gaza", la mostra che sta facendo il giro dell'Italia e del mondo

Punti di incontro per questi bambini "sfortunati (?!)" che per alcune ore possono vedere ancora dei colori e pensare colorato al loro futuro.

Instagram: HeArt of Gaza






"VOLUME. Avere 20 anni" di Chora Media


Avere vent’anni è il secondo numero del magazine trimestrale di Chora Media e Feltrinelli.Volume 2 di Chora Media. Avere 20 anni

Il secondo numero del magazine è dedicato al presente, letto  da prospettive diverse, senza filtri nostalgici. 
Voci e immagini raccontano una generazione giovane che agisce, immagina futuro, affronta paura, lavoro, amore e perdita. 
Un mosaico di storie, luoghi e linguaggi per leggere il tempo mentre accade.

Il numero racconta i vent’anni come età attraversata dal conflitto tra desiderio e realtà: giovani che scendono nelle strade del mondo o combattono guerre silenziose, come una maestra afgana che insegna di nascosto o quattro neo ingegneri che rifiutano una vita di stage. 

A vent’anni si può morire, uccidere perché lo chiede un’app, incontrare il male, la passione, la fatica di vivere, ma anche la poesia del rap.

In questo numero contributi di: Sabrina Efionayi, Paolo Di Paolo, Teresa Ciabatti, Simone Pieranni, Chiara Gamberale, Mario Calabresi, Silvia Nucini, Giovanna Calvenzi, Samuele Cornalba, Francesca Milano Cesare Martinetti, Giulia Muscatelli, Francesca Mannocchi, Luca Micheli, Luca Bizzarri, Sara Poma, Sayf 
Una stanza tutta per me: progetto fotografico di Fabrizio Spucches 
Non essere mai soli: portfolio inedito di Gabriele Basilico.


sabato, febbraio 14, 2026

A Israele convengono i crimini tra Palestinesi

 

da L'Internazionale del 12/02/2026  di Neve Gordon (professore israeliano. Insegna diritto internazionale alla Queen Mary University of London), Al Jazeera, Qatar

Tel Aviv sfrutta l’alto tasso di omicidi tra gli arabi israeliani per spingerli a lasciare il paese. 
E  strumentalizza l’antisemitismo per favorire l’immigrazione degli ebrei, soprattutto europei.

Mentre i mezzi di informazione internazionali si concentravano giustamente sul genocidio e sull’enorme sfollamento a Gaza, oltre che sulla pulizia etnica in corso in Cisgiordania e nella Gerusalemme Est occupata, non si è parlato quasi per niente dei 300 omicidi avvenuti in Israele nel 2025. In 252 casi la vittima era palestinese. 
Eppure l’anno scorso è stato il peggiore di sempre per il numero di uccisioni di cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono il 21 per cento della popolazione ma sono le vittime nell’80 per cento dei delitti. Un morto ogni 36 ore. 
I mezzi d’informazione internazionali si sono occupati anche dell’aumento dell’antisemitismo in tutto il mondo, ma hanno raccontato molto poco o per niente di come Israele ha esagerato e strumentalizzato un’idea sionista dell’antisemitismo per creare panico tra gli ebrei ovunque. 
Addirittura, quando parlo con alcuni amici ebrei israeliani spesso mi chiedono come faccio, io che abito a Londra, a con vivere con l’antisemitismo. Seguendo i notiziari israeliani, c’è da perdonarli se sono convinti che gli ebrei nel mondo siano esposti a un pericolo imminente. 

Questi due fenomeni – l’epidemia di delitti nelle comunità palestinesi di Israele e la strumentalizzazione dell’antisemitismo per amplificare le paure degli ebrei – potrebbero sembrare totalmente scollegati. Eppure, c’è un filo che li lega, e si chiama ingegneria demografica

La seconda Nakba 
L’ingegneria demografica è sempre stata il cuore del progetto sionista. 
Durante la guerra del 1948 circa 750mila palestinesi furono espulsi in quella che il diplomatico e studioso Fayez Sayegh definì “eliminazione razziale”. 
Le città palestinesi furono svuotate e circa cinquecento villaggi furono distrutti. 
 Nel 1951 i palestinesi diventati profughi erano stati “sostituiti” da un numero simile di immigrati ebrei, che erano sopravvissuti all’Olocausto provenienti dall’Europa ed ebrei mizrahi venuti dai paesi arabi, trasformando così la composizione etnica dello stato senza alterare la dimensione complessiva della popolazione. 
Dopo la guerra, Israele ignorò la risoluzione 194 delle Nazioni Unite, che affermava il diritto dei palestinesi diventati rifugiati nel 1948 a tornare alle loro case. 
Inoltre nel 1950 approvò la legge del ritorno, che riconosceva “agli ebrei di tutto il mondo il diritto di entrare in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana indipendentemente dal loro paese di origine e dal fatto che potessero dimostrare o meno un legame con Israele e Palestina, negando al contempo un simile diritto ai palestinesi, compresi quelli con origini documentate nel paese”, come afferma un rapporto dell’Onu. 
Negli ultimi due anni diversi politici e personaggi pubblici israeliani hanno descritto quello che Israele sta facendo nei territori occupati dal 1967 come un completamento del lavoro lasciato incompiuto nel 1948: “Una seconda, vera Nakba, per portare a termine l’opera di David Ben Gurion”, ha detto un giornalista riferendosi all’ex primo ministro israeliano e al termine arabo per definire la cacciata dei palestinesi. 
Contemporaneamente, nel paese si sta sviluppando un’altra strategia demografica, anche se l’obiettivo generale rimane lo stesso. 
Itamar Ben-Gvir non è sicuramente il primo ministro della sicurezza nazionale ad aver permesso alle bande criminali di terrorizzare le comunità palestinesi. Ma durante il suo mandato gli omicidi hanno raggiunto livelli record. 
E il 2026 sembra seguire questa tendenza, con 31 palestinesi uccisi solo a gennaio. 
Da un lato, Israele usa l’impennata di criminalità per rappresentare i cittadini palestinesi come incivili e barbari, estendendo la disumanizzazione dei palestinesi apolidi di Gaza e della Cisgiordania ai suoi stessi cittadini. Dall’altro lato, permette ai criminali di terrorizzare le città palestinesi. 
La polizia infatti ha risolto solo il 15% degli omicidi avvenuti nelle comunità palestinesi, facendo poco o niente per impedire alle bande di chiedere il pizzo alle imprese, cosa che priva la comunità di circa due miliardi di shekel (545 milioni di euro) all’anno. 
Il 22 gennaio i palestinesi d’Israele hanno lanciato la più grande manifestazione dal 2019, sventolando bandiere nere e intonando slogan in cui accusavano la polizia di averli abbandonati. 
Il giorno successivo gli organizzatori hanno indetto uno sciopero generale. 
Uno di loro, Mohammed Shlaata, ha detto che la responsabilità delle violenze è delle autorità: “Siamo in uno stato di emergenza. La nostra accusa è chiara: la colpa è della polizia”. 
Alcuni amici palestinesi mi dicono di temere per la vita dei loro figli e vogliono che lascino il paese, mentre altri hanno già fatto i bagagli e se ne sono andati. A dire il vero il numero di chi parte è basso, ma i cittadini palestinesi di Israele stanno arrivando all’esasperazione. 

Essere al sicuro 
Mentre non fa nulla per reprimere le attività criminali e l’illegalità nelle comunità palestinesi in Israele, il governo ingigantisce e strumentalizza un’idea sionista di antisemitismo per riaffermare continuamente la condizione di vittima degli ebrei. 
Anche se si è scritto molto sull’uso di una falsa idea di antisemitismo – che confonde le critiche a Israele e al sionismo con l’odio verso gli ebrei – per mettere a tacere le voci dei palestinesi e dei loro sostenitori, si è detto molto meno su come l’antisemitismo è usato per affrontare il problema dell’emigrazione da Israele. 
Dal 2023 gli ebrei che hanno lasciato il paese sono più di quelli che sono entrati. 
Nel 2024 il numero di cittadini emigrati superava di 26mila quello dei nuovi immigrati. 
Mel 2025 il divario è salito a 37mila. 
In altre parole, l’emigrazione è aumentata di oltre il 42 per cento e i funzionari israeliani temono che questa tendenza stia prendendo piede o addirittura accelerando. 
Per questo all’opinione pubblica israeliana e alla diaspora ebraica è ripetuto in continuazione che l’antisemitismo sta dilagando nel mondo. 
Gli viene detto che l’orrendo massacro di Bondi in Australia è il segnale di una nuova tendenza globale, che nel Regno Unito l’antisemitismo è stato normalizzato e che in Europa gli ebrei hanno paura di indossare la kippah. 
L’antisemitismo è senza dubbio aumentato negli ultimi due anni, c’è un nocciolo di verità in queste affermazioni. Ma contrariamente a quanto succede con il panico molto reale tra i cittadini palestinesi, che lo stato ignora, nel caso dell’antisemitismo lo stato esagera e strumentalizza i fatti per generare un panico morale. 
Il messaggio è chiaro: gli ebrei di tutto il mondo devono temere per le loro vite; quelli che vivono in Israele devono sapere che andarsene è un rischio, mentre per gli ebrei della diaspora l’unico modo per essere al sicuro è emigrare in Israele. 
Il collante che tiene insieme tutte le strategie demografiche messe in campo da Israele è la fede nell’eccezionalismo e nella supremazia ebraica. 
Il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania sono giustificati disumanizzando i palestinesi; 
il disinteresse verso gli omicidi e i crimini nelle comunità palestinesi in Israele è animato dalla discriminazione razziale che va avanti dal 1948; e Israele sfrutta il razzismo contro gli ebrei per arginare l’emigrazione. 
L’obiettivo è garantire il carattere razziale-religioso di Israele come paese esclusivamente ebraico, mentre il sogno è uno stato ebraico puro.

Verso l’annessione della Cisgiordania
L’8 febbraio 2026 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato una serie di misure che permetteranno a Israele di estendere il suo controllo nelle zone della Cisgiordania amministrate dall’Autorità nazionale palestinese (Anp). 
Il testo completo non è stato reso pubblico e non è chiaro quando le nuove regole (che non hanno bisogno di ulteriore approvazione) entreranno in vigore, ma in parte sono state annunciate in diversi comunicati. 
Alcune hanno l’obiettivo di facilitare l’acquisto di terreni da parte dei coloni, in particolare abrogando una legge risalente a decenni fa che impediva agli ebrei di comprare direttamente appezzamenti in Cisgiordania. 
Inoltre le autorità israeliane potranno amministrare due importanti siti religiosi che si trovano nel sud della Cisgiordania: la Tomba dei patriarchi (chiamata moschea di Abramo dai musulmani) a Hebron e la tomba di Rachele a Betlemme. 
Sarà anche più semplice per i coloni ottenere il permesso per costruire in alcune zone di Hebron. 
La comunità internazionale ha espresso preoccupazione. 
In un comunicato comune Arabia Saudita, Egitto, Emira ti Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar e Turchia hanno denunciato “i tentativi di annessione illegale e sfollamento del popolo palestinese”

LIBRO: "Carnivori o vegani? Manuale per tutti di alimentazione ragionevole" di Stefano Vendrame

 
«Quale posto può trovare il consumo di cibi di origine animale in un’alimentazione sana, equilibrata e sostenibile, tanto per la nostra salute, quanto per quella del pianeta, dell’ambiente, delle generazioni future, del benessere degli animali e dei diritti dei lavoratori?»

Se c’è un dibattito che infiamma gli animi in ambito alimentare, è quello tra carnivori e vegani. 
Hanno ragione i primi, quando sostengono che è nella natura dell’uomo mangiare principalmente carne e alimenti animali e che non esiste una possibile alternativa? 
O invece sono nel giusto i vegani, secondo i quali la dieta ottimale per la nostra salute è quella basata su alimenti vegetali e che accusano chi mangia carne di compiere un atto scellerato verso il pianeta?

Pur non condividendo le loro posizioni estreme, Stefano Vendrame riconosce che entrambi gli schieramenti hanno anche validissime ragioni: non si tratta quindi solo di criticarli, ma soprattutto di imparare le buone lezioni da entrambi. 
Con ben informato equilibrio ed eccezionale chiarezza divulgativa, l’autore ci offre una documentata ed esaustiva panoramica sulle principali controversie e i tanti falsi miti che circolano sugli alimenti animali. 
E mentre dirime i troppi dubbi che offuscano e complicano le nostre scelte alimentari, traccia un prezioso manuale di alimentazione completo delle indicazioni pratiche necessarie per un consumo ragionevole di alimenti animali nella nostra dieta: come sceglierli, quanti consumarne e in che modo inserirli nel quadro di un piano nutrizionale equilibrato

venerdì, febbraio 13, 2026

LIBRO: "Il prezzo della libertà. Sibilla e Anna. Una storia di disobbedienza" di Valentina Petrini

 
Sibilla e Anna appartengono a due generazioni diverse: una è nata nel 1963, l’altra nel 1945.
Anche i loro mondi sono differenti, la buona borghesia intellettuale e la classe operaia.

Eppure, sebbene nemmeno si conoscano, hanno qualcosa in comune: una malattia che le costringe a soffrire di un dolore invalidante e insopportabile, e poco tempo davanti.

Sibilla è un’attivista nella battaglia per la piena attuazione della legge sul suicidio assistito e soprattutto, a differenza di Anna, è benestante: sa che non è tenuta a sopportare all’infinito il suo calvario, potendosi permettere la prospettiva di una fine dignitosa in Svizzera. 

Anna, al contrario, figlia del dopoguerra, ha svolto lavori umili per tutta la vita, la possibilità di studiare le è stata negata e non ha risorse economiche, né la consapevolezza piena dei suoi diritti. 

Così, mentre Sibilla fa di tutto per ribellarsi, Anna finisce per non poter disporre nemmeno del suo stesso corpo, perché sono altri a decidere per lei. 
E la sua tenace e generosa sorella Gabriella si troverà da sola a districarsi tra le inefficienze e le ingiustizie di un Servizio sanitario sempre meno pubblico.

Raccontando con il passo di un romanzo la storia dell’ultimo tempo di vita di queste due donne che ha incontrato e a cui è stata vicina, Valentina Petrini parla di tutti noi: dei nostri cari, del nostro futuro, dei nostri diritti. 
Illumina l’ipocrisia e l’ingiustizia di una società che chiude un occhio – o entrambi – quando le disuguaglianze economiche e culturali incidono sulla nostra carne viva e ci rendono cittadini di serie A o di serie B anche di fronte alle scelte più cruciali. 
Se non siamo liberi di decidere se e come curarci, come vivere e come morire, quanto vale veramente la nostra libertà?

come dice Sorrentino nel film "La grazia"

DI CHI SONO I NOSTRI GIORNI? 

giovedì, febbraio 12, 2026

MOSTRA: "HeART of GAZA" disegni dei bambini di Gaza nel Foyer di Tilane - dal 14 al 28 Febbraio 2026

 

I disegni mostrati, eseguiti dai bambini di Gaza, provengono dai luoghi di guerra e sono stati raccolti a cura dell'Associazione HeART of Gaza

Dato il valore civico e umano, la mostra sarà visitabile sia per le scuole che per la cittadinanza, 

nel foyer di Tilane dal 14 al 28 Febbraio 

visitabile negli orari di apertura biblioteca (9 -19), 

con inaugurazione il 14 Febbraio ore 16.45

Attraverso questi disegni, noi possiamo prendere coscienza della disumanità che colpisce la popolazione di Gaza e in particolare i bambini, mostrando emozioni, traumi e paure.

I bambini di Gaza, a cui invieremo le foto della mostra, potranno forse avere alcuni momenti di sollievo, nel sapere che non sono del tutto abbandonati.

Ecco alcuni disegni in anteprima:









mercoledì, febbraio 11, 2026

11 Febbraio 2026: "Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza"

 

Donne e scienza, nuovi mattoni per costruire il futuro 

L’11 febbraio si celebra la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, un’occasione per interrogarsi sul rapporto tra parità di genere, conoscenza scientifica e futuro della società. Non solo materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), ma IA (Intelligenza Artificiale), scienze sociali e finanza.

Istituita dall’ONU nel dicembre 2015, la giornata nasce per richiamare l’attenzione sull’accesso equo e paritario delle donne ai percorsi scientifici, tecnologici e di ricerca celebrando lavoro e impegno per il loro contributo alla scienza e all’innovazione.
Non si tratta dunque solo di un invito a riflettere sull’accesso al sapere scientifico, ma anche a celebrare la parità nella scienza come opportunità e miglioramento dell’intera società. 

Le barriere invisibili che allontanano le ragazze dalle STEM

Nonostante i progressi degli ultimi decenni, le discipline STEM continuano a essere percepite come spazi non pienamente accessibili. 

Tra i primi fattori resistono bias culturali e sociali che, presenti nei contesti educativi, influenzano l’orientamento dei ragazzi e delle ragazze nei diversi percorsi scolastici, limitando l’accesso delle donne in opportunità di formazione e carriera scientifica. 

Modelli di riferimento e ambienti inclusivi: una questione culturale

Una scarsa visibilità di scienziate, ricercatrici e professioniste STEM nei ruoli apicali riduce la possibilità, per le giovani, di immaginarsi in quei percorsi. A questo si affiancano contesti lavorativi e accademici che non sempre favoriscono l’inclusione, la conciliazione tra vita professionale e personale o una reale parità nelle opportunità di crescita.

Pubblicità, giochi e campagne di comunicazione giocano un ruolo altrettanto importante nella valorizzazione della partecipazione delle donne negli ambienti STEM. Le scelte di immagini, claim e visibilità, generano stereotipi nei generi, idee preconcette su come maschi e femmine dovrebbero comportarsi, agire e quali ruoli ricoprire nella società.  

Parità di genere e scienza: il legame con l’Agenda 2030

La Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza si inserisce pienamente nel quadro dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, in particolare nel Goal 5, dedicato al raggiungimento dell’uguaglianza di genere e all’empowerment di tutte le donne e le ragazze.

Garantire pari accesso all’istruzione, alle risorse, alla leadership e alle tecnologie non è solo una questione di diritti, ma una condizione necessaria per uno sviluppo sostenibile, inclusivo e duraturo. La scienza gioca un ruolo chiave in questo processo, perché produce conoscenza e  influenza per il futuro delle comunità.

Educare alla parità: il ruolo dei luoghi culturali

I musei, le istituzioni educative e i luoghi della cultura hanno una responsabilità strategica nel promuovere un immaginario più equo e plurale. Attraverso il gioco, l’esperienza e il linguaggio accessibile, è possibile stimolare domande, decostruire stereotipi e offrire a bambine e bambini la libertà di esplorare senza etichette.

PAROLE O_STILI: contrastare bullismo e cyberbullismo

 

Ecco una storia che chiede tutta la nostra attenzione. 

È una storia raccontata dal Corriere della Sera dal punto di vista di una madre che prova a rompere il silenzio intorno alla violenza che sua figlia di 14 anni subisce ogni giorno nella chat di classe. 
Parole di scherno e derisione che arrivano da mesi, già dalle prime ore del mattino.

Quello raccontato dal Corriere non è un caso isolato. 

Secondo lo studio ESPAD Italia 2024, oltre un milione di studenti e studentesse tra i 15 e i 19 anni ha subito episodi di cyberbullismo nel corso dell’ultimo anno e il 32% degli adolescenti dichiara inoltre di aver agito almeno una volta come cyberbullo. Le forme di aggressione più diffuse passano proprio dalle chat di gruppo, con modalità diverse tra ragazzi e ragazze, ma con un elemento comune: la difficoltà di interrompere dinamiche che si alimentano nella quotidianità digitale.

È per questo che il contrasto a bullismo e cyberbullismo non può essere delegato a singoli interventi o alla sola buona volontà delle famiglie. Serve una responsabilità adulta condivisa. 

Episodi come questo, quando non si trasformano in tragedia, non sono “ragazzate” ma segnali chiari di dinamiche che si costruiscono nel tempo e che vivono nell’assenza di intervento. 
Dinamiche la cui responsabilità non ha nulla a che fare con l’eventuale fragilità della persona bullizzata, e tutto a che fare con il contesto che rende possibile la violenza.

Come ha sottolineato Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili in occasione della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, la responsabilità delle parole non è solo di chi le pronuncia, dei ragazzi e delle ragazze che scelgono di dirle o non dirle: è prima di tutto di noi adulti, che abbiamo il dovere di osservarli, ascoltarli, accompagnarli nella vita.”

Parole O_Stili crede che il contrasto a bullismo e cyberbullismo passino necessariamente da un presa di parola consapevole: rimanere in silenzio significa tollerare e avallare la violenza. 
Per questo abbiamo deciso di rispondere a questa madre con una lettera aperta nata grazie al contributo di Barbara Laura Alaimo, pedagogista e formatrice.

Lettera ad Amelia | Parole O_Stili

Educare alle parole significa educare alla responsabilità e al rispetto delle persone. Agli adulti intorno a lei spetta il compito di scegliere di esserci davvero.


martedì, febbraio 10, 2026

LIBRO: "Farsi male. Variazioni sul masochismo" di Vittorio Lingiardi

 
Succede a tutti di farsi male, ma possiamo imparare a riconoscere le sofferenze che ci colpiscono alle spalle da quelle a cui noi stessi, più o meno consapevolmente, ci consegniamo. 

Vittorio Lingiardi delimita un territorio vastissimo e oscuro: percorre la storia dei nostri dolori e traccia un confine tra convivenza e connivenza. 
Masochista è un aggettivo che turba, ma qui non si parla di fruste e manette: lo sguardo è sulla personalità e sulle relazioni. 
Lingiardi ci accompagna in stanze interiori, arredate con gli spigoli aguzzi dell’autocritica, le mensole inaccessibili dell’ideale dell’Io, le casseforti del sabotatore interno, le lavatrici interminabili del senso di colpa. 
Un racconto sulla vita di tutti i giorni, con un finale sul masochismo politico e il dolore del mondo. Pagine scritte con le parole della psicoanalisi, della poesia, del cinema.