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sabato, settembre 19, 2026
LIBRO: "La sedia del sadico. Il design sul corpo delle donne" di Chiara Alessi
venerdì, settembre 18, 2026
Singapore inaugura il primo data-center AI al mondo, alimentato da 16 milioni di neuroni umani vivi
Dal Corriere della Sera del 30 Agosto 2026 di Ivan Miralli
Nasce il primo data center biologico formato da neuroni creati da staminali pluripotenti: vanno nutriti con zuccheri e micronutrienti ma consumano pochissima energia e non hanno bisogno di essere raffreddati
Sedici milioni di neuroni umani vivi: è questo l’impressionante numero di cellule necessarie ad alimentare il primo data center «biologico» al mondo recentemente inaugurato a Singapore, frutto della stretta collaborazione tra Nus Medicine (l’Università nazionale di Singapore), Day One (un’azienda di infrastrutture digitali) e Cortical Labs, una startup australiana specializzata in biotecnologie.
L’intelligenza artificiale, ormai entrata a pieno regime nelle vite quotidiane di milioni di persone in tutto il mondo, richiede un fabbisogno energetico sempre più crescente, difficile da sostenere con i mezzi tradizionali (lo sa bene il governo del Kenya): è proprio qui che entra in gioco l’idea, sviluppata da Cortical Labs, di alimentare i server dedicati all’AI con cellule neuronali.
Una struttura «pulsante», completamente diversa nella sua architettura da tutte quelle che abbiamo conosciuto sinora: il sistema è composto da 20 computer biologici «CL1» che operano in sinergia tra di loro, alimentati da 800.000 neuroni ciascuna. Ogni unità CL1 fa riferimento al sistema operativo proprietario biOS, che permette al software di interagire con la rete neurale in tempo reale.
I neuroni come «motore» per l’AI
Tutto inizia dalle cellule staminali pluripotenti coltivate in laboratorio, che poi si differenziano in neuroni e vengono posizionati sopra una piattaforma in silicio, contenente una matrice di microelettrodi. Sono proprio questi microelettrodi, in particolare, a mandare segnali elettrici alla rete neurale, permettendo di registrare l’attività elettrica prodotta a loro volta dalle cellule. È come uno scambio biunivoco tra giocatori di ping-pong: i microelettrodi inviano un’informazione sottoforma di input, i neuroni lo elaborano e rispondono con un certo segnale di output capace di influenzare un ambiente simulato o la successiva operazione di calcolo del computer, alla stregua di un classico processore.
Dimenticatevi dunque i tradizionali server con chip in silicio, capaci di spegnersi o accendersi al bisogno: per vivere e funzionare, le cellule che compongono questo innovativo data center devono essere quotidianamente nutrite, al pari di un qualsiasi essere umano o di un Tamagotchi. Ogni tre giorni, i tecnici di laboratorio alimentano i neuroni con un «cocktail» a base di zuccheri, micronutrienti e soluzioni tampone, utili a stabilizzare il pH dell’ambiente in cui sono immersi. A questo si aggiunge un miscelatore di gas, che infonde anidride carbonica, ossigeno e azoto e funge da sistema di supporto vitale. Le colture di neuroni possono essere mantenute in vita per un massimo di 6 mesi, al termine dei quali devono essere sostituite da nuove cellule.
Perchè il futuro è nei data center biologici
Benché il progetto di Singapore si trovi ad un livello ancora sperimentale, la combinazione tra neuroni e hardware tradizionale potrebbe rappresentare un’alternativa valida e sostenibile per il futuro dei data center dedicati all’intelligenza artificiale. A suggerirlo è Chong Hon Weng, fondatore e amministratore delegato di Cortical Labs, secondo cui i data center biologici rappresentano la soluzione ideale in caso di banche dati più piccole e limitate, al contrario di quelli tradizionali che necessitano di un numero spropositato di esempi statistici per addestrarsi e funzionare correttamente. A questo si aggiunge poi l’alta plasticità dei neuroni, in grado di adattarsi alle condizioni più imprevedibili stabilendo nuove connessioni (o sinapsi, nello specifico) tra loro.
Non ultimo, il minor consumo energetico: ogni unità CL1 che compone il data center di Singapore richiede all’incirca 30 Watt, un valore infinitamente piccolo se confrontato con i chip in silicio, come H100 Sxm di Nvidia, che a pieno regime consumano oltre 700 Watt. Numeri alla mano, un data center tradizionale composto da 8 chip H100 Sxm può arrivare ad un consumo complessivo di 10.200 Watt, considerando anche l’energia richiesta dall’hardware di supporto.
Infine, i neuroni non necessitano di sistemi di raffreddamento e possono essere tranquillamente mantenuti in vita ad una temperatura media di 37 gradi centigradi, al contrario dei server tradizionali che generano un enorme quantitativo di calore che va necessariamente dissipato.
Al netto di questi vantaggi le sfide da affrontare sono ancora tante, prime tra tutte la velocità di calcolo e la ripetibilità nettamente inferiori rispetto ai server in silicio, ad oggi indispensabili per il funzionamento di modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGpt e simili.
giovedì, settembre 17, 2026
PISA - Programma per la valutazione internazionale degli studenti. Come si posizionano gli studenti italiani?
Il “Programma per la valutazione internazionale degli studenti" (PISA) è una prova standardizzata sulle competenze delle allieve e degli allievi 15enni promossa dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) al fine di valutare le competenze in lettura (comprensione dello scritto), matematica e scienze. PISA “si basa sul concetto di literacy, ossia l'abilità dell'allieva e dell'allievo di mobilitare le proprie conoscenze e competenze per riflettere e comunicare efficacemente in contesti conosciuti e non (OECD, 2019)" (Ambrosetti & Fenaroli, 2023, p. 179).
In Svizzera per questa indagine è coinvolto un campione rappresentativo di allieve e allievi 15 enni che possono frequentare l'ultimo anno della scuola media (IV media) o il primo anno post-obbligatorio (liceo, scuole professionali, ecc.). Va inoltre sottolineato che il Ticino, a differenza degli altri cantoni svizzeri, ha deciso di avvalersi di un campione rappresentativo delle allieve e degli allievi 15enni scolarizzati/e nel cantone, al fine di poter comparare i loro risultati con quelli delle loro coetanee e dei loro coetanei valutati a livello svizzero e a livello internazionale.
L'indagine è attiva dal 2000 ed è condotta a intervalli di tre anni; ad ogni ciclo, uno dei tre ambiti è designato quale ambito principale e viene maggiormente approfondito rispetto agli altri due. L'ambito principale della lettura è stato rilevato nel 2000, 2009, 2018, la matematica nel 2003, 2012 e 2022, e le scienze nel 2006 e 2015. Nel 2025 l'ambito principale saranno le scienze. Oltre alla misura delle competenze, l'indagine PISA, attraverso un questionario, permette la raccolta di informazioni relative alla vita scolastica ed extra scolastica delle allieve e degli allievi partecipanti. I risultati della Svizzera sono pubblicati nei rapporti internazionali e nazionali; in Ticino, grazie al campione rappresentativo delle sue allieve e dei suoi allievi 15 enni, viene inoltre pubblicato un rapporto specifico ai risultati cantonali.
mercoledì, settembre 16, 2026
Come mantenere una buona vita sociale
da l'Internazionale del 28 Agosto 2026
Perché da adulti tendiamo ad avere meno amici, e come possiamo costruire una rete di rapporti che ci fanno stare bene, sia con conoscenti di lunga data sia con persone nuove
A Jean Edelstein è capitato diverse volte di ricominciare da capo. La prima volta è stata più di vent’anni fa a Londra, dove si era trasferita per frequentare un master con il suo ragazzo. La sua vita sociale si era prosciugata su tutti i fronti: gli amici che si era fatta al master se ne erano andati dopo la laurea, quelli che condivideva con il suo ragazzo sono spariti quando loro due si sono lasciati e i colleghi del nuovo lavoro avevano meno voglia di lei di socializzare fuori dall’ufficio.
Da allora Edelstein, che ha 44 anni, ha avuto diverse opportunità per affinare la sua capacità di fare amicizia. Ha vissuto cinque grandi spostamenti, compreso uno da Brooklyn a Montclair, in New Jersey, dove oggi vive con il marito e i figli.
Ogni volta trovare nuovi amici era in cima alla lista delle cose da fare. “Mi sono sempre detta: ‘Sono qui, ora devo trovare qualcuno con cui uscire’”, racconta. “O questo, o la solitudine”.
Non tutti reagiscono con la stessa prontezza. Secondo Jaimie Krems, psicologa e direttrice del Centro per la ricerca sull’amicizia dell’università della California a Los Angeles, non sempre le persone sono motivate a coltivare le amicizie con la stessa dedizione che riservano alle relazioni sentimentali o familiari. Invece dovrebbero. “Dobbiamo smetterla di sottovalutare i benefici dell’amicizia”, dice Krems. Avere legami forti è associato a una vita più lunga, a una maggiore felicità e perfino a una riduzione del rischio di declino cognitivo in età avanzata. “I vantaggi sono enormi, ma tendiamo a considerare l’amicizia un lusso anziché una necessità”.
In generale ci sono due cose da fare per evitare che la propria vita sociale si smorzi nel tempo: mantenere le amicizie che abbiamo e continuare a farne di nuove.
Sembra facile, dice Krems, ma per vari motivi sono entrambe imprese abbastanza ardue, soprattutto con l’avanzare dell’età. Se ripensiamo a un periodo in cui avevamo una vita sociale florida, osserva Moe Ari Brown, terapeuta ed esperto di relazioni, probabilmente c’erano occasioni quotidiane per stare insieme a potenziali amici: andavamo a scuola, lavoravamo in un ambiente che favoriva la socialità, abitavamo con dei coinquilini o nello stesso quartiere dei nostri amici. Senza queste condizioni può essere difficile mantenere una buona vita sociale.
In primo luogo ci sono le difficoltà e i cambiamenti connessi ai grandi passaggi della vita, prosegue Brown: un trasloco, un nuovo lavoro, un nuovo partner o l’arrivo dei figli possono modificare le priorità e la disponibilità. Per non parlare del fatto che la maggior parte delle amicizie di lunga data comporta dei conflitti, osserva Brown, che molte persone non sono in grado di gestire. A volte, anziché affrontare una conversazione difficile, preferiamo lasciar affievolire un rapporto.
Ciò non toglie che possano esserci delle buone ragioni per lasciare che un’amicizia finisca: crescendo si cambia, ed è naturale non sentirsi più in sintonia con alcune persone, osserva Brown. Secondo Brown, inoltre, è sempre più difficile trovare i terzi luoghi, ovvero spazi informali in cui incontrare gli altri. Esistono ancora attività e strutture pubbliche come caffè, parchi, biblioteche, bar e ristoranti, ma secondo una ricerca del 2019 dopo la grande recessione negli Stati Uniti i piccoli luoghi di aggregazione di quartiere stanno diminuendo. Inoltre, a causa dei prezzi alti, non sono sempre accessibili a tutti.
Per fortuna nessuna di queste difficoltà è insormontabile. Innanzitutto è utile cambiare punto di vista. Magari ci sembrerà di dover ricominciare da zero, ma inquadrare così la situazione può contribuire ad aumentare la pressione. “Adattarsi ai cambiamenti fa parte della vita” dice Brown. Coltivare le relazioni sociali non significa ricostruire quello che avevamo un tempo, ma trovare ciò che per noi va bene adesso.
Cominciare dai “legami deboli”
Anche se l’obiettivo è cercare amicizie profonde, può essere d’aiuto affrontare la solitudine immediata. “Le persone che incontriamo nella vita di tutti i giorni sono tutte micro-connessioni”, afferma Brown. Magari è il barista con cui chiacchieriamo la mattina, il frequentatore abituale della palestra, una vicina di casa o
un genitore che incrociamo a scuola. Anche queste brevi interazioni possono creare un senso di appartenenza. Quando ci sentiremo più a nostro agio possiamo fare dei passi avanti. È una cosa che per Edelstein ha funzionato: “Sono felice di essere io a dire ‘andiamo a prendere un caffè’ a qualcuno che non conosco”, racconta.
Frequentarsi con regolarità
Secondo Krems uno dei fattori più importanti in una nuova amicizia, oltre all’attrazione reciproca, è vedersi spesso. Per questo può funzionare far parte di un gruppo o di un’associazione nella zona in cui viviamo. Brown suggerisce di cercare nella propria comunità gruppi legati a un hobby, club di lettura, associazioni di volontariato o un bar da frequentare.
Contattare vecchi amici
È molto probabile che ci siamo allontanati da qualcuno che vorremmo risentire. Cerchiamo di non cadere nella trappola dell’ansia. “Dal punto di vista psicologico, spesso sottovalutiamo quanto ai nostri amici o ex amici faccia piacere ricevere nostre notizie”, dice Krems.
Prenderla come un appuntamento
Quando cerchiamo una relazione sentimentale scarichiamo un’app d’incontri, andiamo a un appuntamento e vediamo che succede, ma per le amicizie accade molto meno. Invece esistono app come Bumble Bff o Timeleft per incontrare amici. Anche se ci sembra poco naturale o goffo vale la pena di provarci comunque. “Le persone che incontriamo probabilmente hanno la stessa sensazione”, dice Brown. “L’importante è evitare che l’imbarazzo ci blocchi”.
Aspettarsi un po’ di difficoltà
È sbagliato pensare che non serva sforzarsi troppo per fare nuove amicizie o per mantenerle, e che se un’amicizia deve nascere allora succederà in modo naturale. “Magari sarà stato vero in passato, ma non è questo il mondo in cui viviamo oggi”, dice Krems. “Dovremmo mettere in conto la fatica da fare anche solo per incontrare una persona che potrebbe piacerci”. E poi dobbiamo impegnarci per continuare a frequentarla
martedì, settembre 15, 2026
SESSUALITÀ: Le sessantenni e i sex toys
lunedì, settembre 14, 2026
LIBRO: "La Grecia. Biografia di una nazione moderna" di Roderick Beaton
domenica, settembre 13, 2026
LIBRO: "Giù le mani dal femminismo" di Rosi Braidotti, Jennifer Guerra e Giorgia Serughetti
sabato, settembre 12, 2026
Parole O_Stili: Fin che ci sono sagre, c’è speranza
Nate come appuntamenti religiosi che scandivano la vita comunitaria, le sagre di paese e di quartiere oggi intrecciano territorio, musica, tavolate condivise e persone di tutte le età. E, a giudicare dalla quantità di appuntamenti che riempiono i calendari estivi in tutta Italia, continuano ad andare fortissimo.
venerdì, settembre 11, 2026
SFERA EBBASTA A SAN SIRO: UNA SCENA SU CUI RIFLETTERE di Alberto Pellai
Sfera Ebbasta entra a San Siro seguito da 10 ragazze.
La scena celebrata da moltissimi media e diventata virale è un concentrato di stereotipi di genere che dovrebbe far riflettere tutti, adulti e giovanissimi. Il paradosso oggi sta nel fatto che da ogni parte si invoca all’educazione di genere e alla rimozione degli stereotipi di genere. A scuola si inventano progetti, si mobilitano specialisti e formatori. I ragazzi sembrano afferrare il messaggio, desiderare cambiamenti che appaiono così funzionali al loro benessere socio-relazionale ed emotivo.
giovedì, settembre 10, 2026
EUROPA, l’eterna depressa: i limiti della «superpotenza gentile» e le troppe previsioni sbagliate
Corriere della Sera del 5 settembre 2026
La «superpotenza gentile», così è stata definito l’Europa al
Forum The European House Ambrosetti di Cernobbio, è caratterizzata anche da una
dose di depressione.
La «superpotenza gentile», così è stata definito l’Europa al
Forum The European House Ambrosetti di Cernobbio. Un grande osservatore
del mondo presente e passato, uno degli esperti più acuti e autorevoli che da
anni frequenta il Forum, ha aggiunto però che alla gentilezza si accompagna
una dose di depressione. L’Eurobarometro rileva ampie maggioranze di cittadini
convinti che i rispettivi paesi siano sulla cattiva strada: dal 75% degli
italiani fino all’88% dei francesi, l’86% dei tedeschi e il 77% degli inglesi.
Europessimismo è un’espressione che nacque molti anni fa e in genere aveva una
connotazione un po’ diversa: all'origine descriveva soprattutto la sfiducia
verso il progetto di integrazione. Oggi è un pessimismo più
generalizzato, sullo stato di salute e sul futuro del Vecchio continente.
L’esperto in questione – che evoco senza citarlo per rispettare la Chatham
House rule che impone riservatezza sul Forum – ha il vantaggio di essere
europeo ma residente negli Stati Uniti da molti anni, con uno sguardo critico
su entrambe. Per difendersi in un mondo violento, agitato e instabile, ha
detto, l’Europa ha troppi diplomatici e pochi soldati.
Lui stesso ricorda di essere stato pessimista sull’America
subito dopo l’11 settembre 2001, l’attacco terroristico di cui ricorre il
venticinquesimo anniversario tra pochi giorni. Allora vedeva tre deficit fatali
per l’impero americano: finanziario, umano, e di attenzione. Per poter
dominare il mondo l’America è troppo indebitata; non ha il personale
adeguato per «gestire le colonie»; e il suo elettorato è troppo volatile. Sono
tutti deficit veri. Per certi aspetti sono peggiorati. E tuttavia, ha ammesso
il grande esperto, il declino americano dopo il 2001 non c’è stato, anzi. L’economia
Usa ha sorpreso tutti in senso contrario: la sua quota sul Pil mondiale è
addirittura salita.
Le relazioni degli Stati Uniti col resto del mondo sono
pessime in questa fase; quelle transatlantiche sono in crisi. Ma questa
– ha osservato basandosi sull’analisi storica di questi 80 anni – non
è una «malattia», essere in crisi è nella natura stessa della relazione
transatlantica (diseguale, pertanto turbolenta, attraversata da rancori e
risentimenti). La nostalgia del passato è costruita su fantasie. La sua
conclusione è ottimista sull’America ma non sull’Europa. La superpotenza
gentile? «Un ossimoro».
Il chief economist di una grande banca è stato severo con
tutte le previsioni sbagliate di un anno fa, gli scenari allarmisti e
catastrofisti mai avverati. La resilienza dell’economia globale è stata
notevole: non l’hanno fatta deragliare né le guerre guerreggiate né le guerre
dei dazi e dei protezionismi.
Un noto economista che si era conquistato fama di Cassandra
si è unito al coro: lo shock dei dazi era senza precedenti dagli anni Trenta;
eppure, l’economia mondiale ha continuato a crescere a una velocità di
crociera più che rispettabile, +3,5% nel 2025 e +3% nel 2026. Anche lo
shock della chiusura di Hormuz si è rivelato transitorio e molto meno
disastroso di quanto era stato previsto. Tra le spiegazioni: l’economia di
mercato è flessibile; i consumi energetici sono sempre più diversificati; Trump
è meno ideologico di quanto si temeva e ha fatto marcia indietro su diversi
fronti per ridurre i danni; infine e soprattutto è partito il boom di
investimenti nell’AI e in altre tecnologie, un traino per la crescita. Se
si vuol capire perché i tassi d’interesse salgono, ha concluso, non bisogna
guardare né all’inflazione (in aumento ma non di molto) né ai debiti
pubblici (come sopra: in aumento ma secondo un trend già familiare da anni),
bensì alla voracità con cui il settore privato assorbe risparmio per finanziare
investimenti nella rivoluzione tecnologica del nostro tempo.
Quest’ultimo tema è stato al centro dell’intervento di uno
dei più grandi investitori mondiali. Ha parlato dell’AI come di una
forza «trasformativa a tutto campo, a 360 gradi», con ricadute anche
sull’economia «fisica», per esempio sul fronte dell’elettrificazione. Pure lui
è stato severo sull’Europa: la gara dell’AI oltre ai due campioni che
sono America e Cina vede affacciarsi altri inseguitori interessanti
come Giappone e Corea del Sud, ma per trovare dei soggetti europei di
stazza bisogna scendere molto nella classifica.
Il mega-investitore ha sfidato anche uno degli argomenti
favoriti degli europessimisti: la demografia. Il fatto che l’Europa invecchia
non è un alibi per giustificare che sia paurosa, timida e prudente, restìa a
innovare, avversa al rischio. La longevità in aumento non è un problema,
anzi: «Aumenteremo la produttività ancora di più, in modo da creare più
ricchezza con meno persone». Questo d’altronde è l’atteggiamento con cui
affrontano la maggiore durata della vita umana nazioni pur diversissime tra
loro come l’America, la Cina, il Giappone. E sarà il tema del mio prossimo
libro...
La resilienza si costruisce anche combattendo i cattivi
maestri, i profeti di sventura: il pessimismo è la classica profezia che si
autoavvera, perché fomenta passività e depressione. Mentre si svolgeva
il Forum è uscito un dato confortante sull’occupazione americana. Il
mega-investitore ha commentato: io non sono ottimista per partito preso, sono
uno che guarda al lungo termine, e nel lungo termine i trend sono tutti
positivi.