Restare Umani
Circolo Culturale di Paderno Dugnano
lunedì, ottobre 26, 2026
LIBRO: "Il paradosso verde" di Roberto Della Seta
domenica, ottobre 25, 2026
Matteo Lancini: «Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso un modello violento di società»
Dal Corriere della Sera del 21 ottobre 2026 di Nino Luca
Lo psicologo, presidente della fondazione Minotauro, riflette sugli scontri di Milano: «La violenza si previene costruendo alternative»
«Abbiamo ascoltato i nostri figli più di quanto siano stati ascoltati i giovani delle generazioni precedenti, ma abbiamo faticato ad accogliere le emozioni che ci disturbavano. Molti ragazzi sono cresciuti intercettando soprattutto i bisogni degli adulti di riferimento, senza trovare uno spazio sufficiente per esprimere la propria sofferenza. Oggi vediamo disillusione e disincanto nei confronti del futuro. Crescere significa anche investire in ciò che verrà, ma molti giovani faticano a immaginare un futuro desiderabile. Quando si è disperati, l'attacco al proprio corpo o a quello degli altri può diventare una modalità di espressione del dolore. Questo non giustifica la violenza, ma aiuta a comprenderne alcune dinamiche».
Riconoscere la disperazione dei ragazzi significa giustificare chi commette reati?
«Assolutamente no. La giustizia minorile italiana è un sistema avanzato, pensato anche per tutelare i ragazzi. Se un giovane commette un reato, deve risponderne. Ma il buonismo non consiste nel riconoscere i segnali di disperazione: consiste, semmai, nel non volerli vedere. Dobbiamo domandarci se, dietro certi comportamenti, ci sia anche una fragilità degli adulti che si presenta come autorevolezza e finisce per togliere spazio ai ragazzi».
Un anno e mezzo fa alcuni studenti, al termine del percorso scolastico, hanno contestato pubblicamente il sistema dell'esame di maturità. Invece di ascoltarli, abbiamo introdotto regole più rigide. Non c'è una contraddizione?
«Quei ragazzi hanno cercato di dirci che la scuola aveva prodotto disagio e che la società in cui vivevano non piaceva loro. Avremmo potuto ascoltarli e chiederci che cosa non avesse funzionato. Invece, abbiamo introdotto una norma che prevede la bocciatura per chi non risponde all'orale. Ma che cos'è, un interrogatorio? Dobbiamo chiederci se, dietro il nostro interventismo educativo, non ci sia una fragilità adulta che ci porta a prevalere sui ragazzi anche quando cercano di esprimersi. Dare voce alle loro idee dovrebbe essere una garanzia per tutti».
La risposta dei governi alla violenza è spesso la repressione. Ma che cosa dovrebbe fare un adulto per prevenire questi comportamenti?
«Prima di tutto, dobbiamo chiederci che cosa stiamo offrendo ai giovani. Sono generazioni troppo ascoltate oppure cresciute con adulti distratti dai social, concentrati soprattutto su se stessi? E quale modello di violenza hanno respirato? Viviamo in una società attraversata dalle guerre, dalla violenza politica, dalle risse televisive e dalle immagini di persone e bambini uccisi. I ragazzi non vengono educati soltanto dai genitori e dalla scuola: ricevono continuamente modelli dalla società e dai mezzi di comunicazione. Abbiamo normalizzato la violenza e l'individualismo. Pensiamo a quando un bambino spinge un compagno: invece di domandarci se abbia bisogno di aiuto, rischiamo di considerarlo una minaccia alla crescita di nostro figlio. Stiamo raccogliendo anche ciò che abbiamo seminato. Attribuire tutto alla musica trap o ai social è una scorciatoia che ci impedisce di guardare alle responsabilità degli adulti».
I social possono trasformare singoli episodi in comportamenti collettivi da imitare? Lei ha proposto di vietarli.
«Ho presentato questa proposta durante un'audizione alla Commissione Cultura della Camera. Ritengo che vietare i social a tutti sia l'unica misura realmente praticabile, perché non credo sia possibile limitarli efficacemente a una determinata età. Spesso si fanno promesse che hanno soprattutto una funzione elettorale, mentre intervenire sulla scuola e sul sistema educativo è molto più difficile. Dovremmo anche ripensare alcune abitudini degli adulti: i gruppi WhatsApp dei genitori, che hanno contribuito alla diffusione del cyberbullismo; il registro elettronico, che permette ai genitori di conoscere i voti prima dei figli; la geolocalizzazione continua dei ragazzi. Dobbiamo restituire loro uno spazio di vita autonoma. Anche la condivisione continua di immagini dei figli contribuisce a cancellare il confine tra privato e pubblico. Abbiamo ridotto sempre più il confine tra esperienza privata e pubblica. Ci sono bambini ripresi fin dalla gravidanza, dalla prima recita all'asilo fino alle feste scolastiche, spesso anche dagli insegnanti. Le nuove generazioni crescono sotto uno sguardo continuo, con una parte importante della loro esperienza esposta agli altri. È un cambiamento culturale che dobbiamo prendere sul serio».
Professore, diranno che lei vuole tornare al Medioevo.
«C'è un'esperienza che continua a funzionare secondo modelli medioevali: la scuola. Tutti sanno che servirebbe cambiarla, ma nessuno vuole affrontare davvero questa trasformazione, anche perché potrebbe avere un costo politico. Eppure è da lì che dovremmo cominciare. Nel frattempo, però, a scuola si sequestrano i cellulari per favorire la concentrazione. È incredibile che gli adulti non siano disposti a rinunciare ai social, considerandoli ormai indispensabili, mentre pensano di risolvere il problema togliendo il cellulare ai ragazzi prima che entrino a scuola. Così crediamo di averli aiutati a concentrarsi, senza mettere in discussione il nostro rapporto con la tecnologia. È una dissociazione che a volte sfiora l'ipocrisia».
Che cosa dovrebbero fare concretamente genitori, insegnanti, governo e poliziotti?
«Sono situazioni diverse. Il poliziotto ha il compito di far rispettare la legge e, quando qualcuno la viola, deve intervenire. La legge deve fare il suo corso. Ma l'intervento nell'emergenza è diverso dal lavoro di prevenzione, che spetta anche agli adulti, alla scuola, alle famiglie e alla politica. Prima di rivolgerci a un giovane, dovremmo porci una domanda fondamentale: lo sto facendo per me o per te? Se ci rendiamo conto che stiamo agendo soprattutto per noi stessi, per la nostra paura o per il bisogno di controllo, dobbiamo fermarci. Se, invece, agiamo davvero per il bene dei ragazzi, dobbiamo essere pronti a rinunciare a qualcosa e a investire maggiormente su di loro».
Che cosa significa, per gli adulti, fare davvero qualcosa per le nuove generazioni?
«Significa ascoltarle, ma anche mettere in discussione i nostri comportamenti. Non possiamo dire di agire per i giovani se continuiamo a ignorare problemi come il disboscamento del pianeta e la plastificazione dei mari. Le scelte collettive dimostrano quanto sia difficile fare qualcosa per gli altri, persino per i propri figli e studenti. Oggi sembra contare soprattutto salvaguardare se stessi. Dovremmo cominciare a toglierci qualcosa per offrire di più alle nuove generazioni».
Intanto si inaspriscono le leggi...
«La mia lettura non vuole giustificare chi commette reati, ma cercare di prevenire il ripetersi di questi comportamenti. Se continuiamo a pensare che basti aumentare le pene e reprimere, non abbiamo letto i dati di chi lavora nella giustizia. Le misure punitive, da sole, non fanno diminuire i reati. La prevenzione richiede investimenti, servizi e modelli educativi capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza».
Il termine “maranza” è utile per descrivere questi fenomeni o rischia di diventare un'etichetta che ghettizza i ragazzi?
«Dobbiamo stare attenti alle parole che utilizziamo. Il termine “maranza” arriva da lontano, era vicino a quello di “tamarro”, ma il significato è cambiato nel tempo. Oggi bisogna chiedersi a chi ci riferiamo davvero. Le aggregazioni giovanili violente sono fenomeni complessi. Ci sono gruppi organizzati, realtà legate a contesti marginali e aggregazioni che nascono spontaneamente e si dissolvono rapidamente. Non possiamo ricondurre tutto alle baby gang, perché le situazioni sono diverse e cambiano continuamente. Servono ricerche serie, non etichette che semplificano la realtà».
Quale punizione è giusta per questi ragazzi?
«Sono i tribunali per i minorenni a valutare i singoli casi. Il sistema penale minorile italiano è riconosciuto come uno dei più avanzati, anche per la capacità di considerare le situazioni individuali e cercare percorsi adeguati. I giudici che ho incontrato in questi anni svolgono un lavoro straordinario. Dovremmo investire molto di più nella giustizia minorile, nei servizi psico-socio-sanitari e nella prevenzione. Non è buonismo: è la necessità di adottare misure che producano risultati. La disponibilità di provvedimenti più severi non ha dimostrato, da sola, di ridurre i reati. La sicurezza si costruisce anche attraverso interventi capaci di comprendere e affrontare le cause del disagio».
Alla fine, cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
sabato, ottobre 24, 2026
INCONTRO: "Criminalità minorile. Povertà educativa, urbana e culturale" Giovedì 29 ottobre 2026 - ore 20.30 - Tilane - Paderno Dugnano
Dopo le proteste e le violenze in alcune città italiane ed europee, è evidente che non si può rispondere solo con la repressione.
E' necessario che per combattere la 𝑷𝒐𝒗𝒆𝒓𝒕𝒂̀ 𝒆𝒅𝒖𝒄𝒂𝒕𝒊𝒗𝒂, 𝒖𝒓𝒃𝒂𝒏𝒂 𝒆 𝒄𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂𝒍𝒆 𝑒̀ 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑟𝑖𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑒𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑙𝑒"! Una riflessione comune sul disagio giovanile e la coesione sociale a partire da scuola, educatori e genitori.
Se ne discute a
Paderno Dugnano, all'Auditorium Tilane
Giovedì 29 Ottobre 2026 - ore 20.30
Tra i relatori:
- 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐂𝐨𝐫𝐧𝐞𝐥𝐥𝐢 - 𝑃𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑜𝑟𝑒 𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑟𝑖𝑚𝑖𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎,
- Fiorenza Melani - Psicologa
- Giansandro Barzaghi - Presidente Associazione NonUnoDiMeno
Dal SUDAFRICA una generazione eccezionale
di Mondli Makhanya - Daily Maverick, Sudafrica
Il Sudafrica è la patria di sei Premi Nobel. (ndr: in realtà sono 11 se si tiene conto dei Nobel scientifici o dati a persone che poi hanno acquisito nazionalità straniere)
Nel campo della pace, Albert Luthuli, Desmond Tutu, Nelson Mandela e FW de Klerk.
Ora è arrivata anche l’onorificenza per Navi Pillay, una guerriera nella battaglia globale contro l’impunità per crimini mostruosi.
Il suo Nobel può essere anche visto come un tributo a un’epoca in cui questo paese era capace di sfornare delle icone.
C’è un ottimo motivo per cui la rivoluzione sudafricana e il passaggio alla democrazia sono considerati tra i processi storici più significativi dell’ultimo secolo e mezzo: per gran parte di quella rivoluzione a comandare sono stati uomini e donne di statura e integrità immense, il frutto di una straordinaria fucina di leader.
Pillay viene da quella fucina.
La sua è una storia di avversità superate e di una grande determinazione, affinché nessun altro al mondo debba faticare come ha fatto lei per vivere una vita dignitosa. È un prodotto di questo posto speciale che chiamiamo casa e delle lotte che sono state combattute qui.
La domanda che dobbiamo farci ora è se la fucina funzioni ancora.
Pillay ha 85 anni. È cresciuta in un’epoca oppressiva durante la quale però sono emerse persone come lei, in grado di tenere testa ai potenti e di dare voce ai deboli.
Dovrebbe essere l’inizio di un dialogo su quello che il paese può diventare e su come riportare agli stessi livelli del passato la produzione di quella fucina di leader.
Il Sudafrica di oggi ne ha terribilmente bisogno.
venerdì, ottobre 23, 2026
LIBRO:" La memoria fragile. Viaggio al centro dell'Alzheimer" di Paolo Maria Rossini
giovedì, ottobre 22, 2026
Una società che tradisce i giovani
da L'Internazionale del 16 Ottobre 2026 di Lefteris Charalampopoulos, In, Grecia
Riflettiamo su cosa significa essere giovani oggi: avere tra i 15 e i 25 anni, andare a scuola, all’università oppure essere già entrati nel mondo del lavoro.
- Significa dover affrontare un sistema scolastico in profonda crisi, con personale insufficiente, spesso scollegato dalla realtà e incapace di prepararti a un mondo sempre più complesso e incerto.
- Significa frequentare un’università pubblica sottofinanziata, che fatica a trovare un equilibrio tra la sua capacità di produrre conoscenza, ricerca e competenze, e le patologie di una società e di un’economia che spesso premiano l’opportunismo più della creatività.
- Significa pensare che la prospettiva, almeno all’inizio, non è trovare un lavoro all’altezza delle tue conoscenze e competenze, ma, nel migliore dei casi, un impiego nel grande settore dei “servizi” o “stagionale”.
- Significa rendersi conto di non essere considerati il futuro della società, ma un problema e un peso. Essere guardati con sospetto dalle “forze dell’ordine” e, se si protesta per i propri diritti, ritrovarsi di fronte manganelli e gas lacrimogeni.
- Significa avere 16 o 20 anni e sapere che quando ne avrai 45 vaste aree del pianeta saranno inabitabili, perché non si sta facendo nulla per fermare la catastrofe climatica; significa vedere le élite politiche creare un mondo sempre più diviso, violento e pericoloso; confrontarsi con una società che invecchia drammaticamente.
Liquidiamo i giovani dicendo che “non leggono” o che “stanno incollati agli schermi”, ma se li ascoltassimo vedremmo che sono inquieti e angosciati, che hanno valori e ideali, che prediligono la qualità della vita al reddito, che desiderano relazioni sociali autentiche e tempo libero invece di dover continuamente dimostrare di essere all’altezza.
I giovani che scendono in piazza non sono criminali: lo è una società che s’impegna ogni giorno a rendere le loro vite più difficili e il loro futuro peggiore.
E che hanno tutte le ragioni di voler cambiare.
mercoledì, ottobre 21, 2026
Teatro: “La Mangiata. La cena dei mafiosi” - Venerdì 30 ottobre ore 21.00 - ARCI Falcone Borsellino di Paderno Dugnano - GRATUITO
LIBRO: "Argento vivo: Longevità, la rivoluzione incompresa del nostro tempo" di Federico Rampini
martedì, ottobre 20, 2026
Magdy, della comunità di don Massimo Mapelli, dall'Egitto a Rozzano: e in due giorni ripara gratis la scuola cittadina devastata
https://www.corriere.it/buone-notizie/26_ottobre_19/magdy-dall-egitto-a-rozzano-e-in-due-giorni-ripara-gratis-la-scuola-cittadina-devastata-c45fd66e-edf3-43df-80a4-b8c9828edxlk.shtml
Quando l'istituto «Calvino» di Rozzano è stato devastato si è messo al lavoro gratis e con i suoi operai ha aggiustato tutto consentendo la ripresa delle lezioni. Il grazie del sindaco.









