martedì, ottobre 27, 2026

Pagine di Legalità: Progetto educativo nazionale promosso da "Fondazione Scintille di futuro" con Paolo Grasso

 

Rivolto a studentesse e studenti delle scuole secondarie di I e di II grado.

Due webinar dedicati ai docenti in diretta streaming (5 novembre e 1 dicembre 2026) con Pietro Grasso, testimoni e protagonisti dell'impegno civile che raccontano storie di legalità, memoria, diritti e bene comune. 

A sostegno del lavoro in aula, ogni classe riceve un kit didattico multimediale, con spunti e materiali. 

Al termine del percorso, il 22 aprile, una grande diretta nazionale per docenti e studenti trasmessa dall’Aula Bunker di Palermo, quella dove si svolse il Maxiprocesso.

È il momento in cui la legalità smette di essere una parola e diventa un tema da abitare: si ascolta, si discute, ci si interroga. 

Un terreno comune su cui costruire cittadinanza, insieme. 

Pagine di Legalità è il primo passo di un percorso più grande. Il modo migliore per iniziare a guardare il mondo intorno a noi e cominciare a chiedersi “da che parte stare”.

Perché la storia non è fatta solo dai grandi eventi. È fatta dalle scelte di ciascuno.

Per maggiori informazioni e iscrizioni: 

Pagine di legalità 2027. Con Pietro Grasso - Unisona Live



Gaza, un anno di tregua non ha fermato la sofferenza delle donne: i numeri di UN Women


tratto da IO DONNA Simona Sirianni

In 3 anni di guerra sono state uccise o ferite gravemente, 50mila donne e ragazze, triplicati gli aborti spontanei. E dopo il cessate il fuoco, si continua. I dati delle Nazioni Unite Donne (UN Women)


Amani era palestinese, aveva trentacinque anni, faceva la psicologa e sognava di veder crescere i suoi quattro figli: è stata uccisa insieme a loro da un raid israeliano. 
Sua madre, però, vuole che venga ricordata per com’era da viva e non perché è morta. 
Lo ha chiesto lei alle operatrici di UN Women, nella settimana in cui la guerra a Gaza compiva tre anni. Lo ha raccontato Sofia Calltorp, che guida l’azione umanitaria dell’agenzia Onu, accanto a un tragico conto: dall’ottobre del 2023 quasi 50 mila donne e ragazze sono state uccise o ferite così gravemente da restare disabili per sempre. 
Il cessate il fuoco ha appena compiuto un anno e i dati dell’agenzia dicono che cosa, nella vita delle donne di Gaza, è cambiato, ma soprattutto cosa non è cambiato.

Donne di Gaza: un anno di tregua, ma il conto non si ferma

Calltorp lo ha detto chiaramente: donne e ragazze continuano a essere uccise e ferite anche dopo che l’accordo è entrato in vigore. 
Dall’ottobre del 2025 le vittime sono 277 e, quello che l’agenzia ha trovato è, nelle sue parole, una quantità orribile di sofferenza collettiva e un dolore immenso. 
Quasi un milione di donne e ragazze è stato costretto a lasciare la propria casa e oggi praticamente tutte vivono ancora da sfollate, la maggior parte in una tenda. 
Per questo, UN Women chiede che il cessate il fuoco venga applicato fino in fondo, che il diritto internazionale sia rispettato e che chi lo viola ne risponda.

Gravidanze interrotte

Poi ci sono le gravidanze. 
Nei primi sei mesi del 2026, secondo il rapporto che l’Ocha, l’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari, gli aborti spontanei registrati sono stati quasi 4 mila e il loro tasso è più che triplicato rispetto alla seconda metà del 2025. 
Perché tante gravidanze si interrompano non è ancora stabilito: l’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, sta avviando uno studio proprio per capire quali siano i fattori di rischio e dove manchino le cure.

Le case che restano in piedi sulle spalle di una donna

In tre anni sono cambiate anche le famiglie. 
Oggi a Gaza una casa su quattro è guidata da una donna, mentre prima della guerra era una su nove.
Nour è una di loro. La sua casa è stata distrutta e il marito, un infermiere, è stato arrestato: da allora non lo ha più visto e non ne ha più avuto notizie. 
Ci sono momenti, ha raccontato UN Women, in cui si perde così a fondo nei suoi pensieri da non riuscire a rispondere nemmeno ai suoi bambini.

Chi aiuta, da sotto una tenda

Per donne come Nour, ha detto Calltorp, le associazioni femminili sono un’ancora di salvezza, ma i tagli ai finanziamenti ne minacciano il lavoro. UN Women ne ha interpellate quattordici, fra Gaza e la Cisgiordania: tredici dicono che il bisogno è cresciuto da quando, nel 2025, la riduzione dei fondi da parte dell’amministrazione Trump ha travolto il settore degli aiuti, e che non riescono più a farvi fronte.
Tutte hanno visto aumentare la violenza contro le donne, la povertà e il disagio psicologico, i matrimoni precoci.

«Un’unica preghiera: sopravvivere»

Nel novembre del 2023, quando la guerra era cominciata da poche settimane, Amani aveva raccontato a UN Women che i sogni dei suoi figli si erano ridotti a un’unica, ardente preghiera: sopravvivere.
Faceva la psicoterapeuta per il ministero della Salute di Gaza e consolava chi era stato travolto dal conflitto. 
Sei mesi e cinque sfollamenti dopo, il raid si è portato via lei, Firas, Hanan, Amir e Mustafa. 
Oggi sua madre continua a raccontarla da viva, perché il mondo non la ricordi soltanto per quel martedì di maggio.


Donne di Gaza, il bilancio di UN Women dopo un anno di tregua | iO Donna

lunedì, ottobre 26, 2026

LIBRO: "Il paradosso verde" di Roberto Della Seta

 

La crisi climatica è sempre più fuori controllo, le risposte necessarie a fronteggiarla, a fermare il ‘grande caldo’, sono sempre più impopolari: è questo il ‘paradosso verde’! 

In Occidente la transizione ecologica è vista da molti come un ‘massacro sociale’, un progetto tecnocratico imposto ai popoli da élite oscure e privilegiate. 

Gli ambientalisti sembrano afoni o balbuzienti. 

Come si esce da questo groviglio di problemi? 

Prima di tutto con un po’ di sano fact checking su tante bugie in circolazione, descrivendo la realtà del clima impazzito e illustrando con chiarezza e nel dettaglio i suoi costi che, soprattutto per noi europei, sono vistosi.

domenica, ottobre 25, 2026

Matteo Lancini: «Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso un modello violento di società»


Dal Corriere della Sera del 21 ottobre 2026 di Nino Luca

Matteo Lancini: «Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso un modello violento di società» | Corriere TV

Lo psicologo, presidente della fondazione Minotauro, riflette sugli scontri di Milano: «La violenza si previene costruendo alternative»

«Siete solo dei vandali», «Noi combattiamo anche per i vostri diritti». Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della fondazione Minotauro di Milano, commenta il «dialogo» tra il poliziotto e la ragazza che manifestava in piazza Duomo sabato scorso. 
«C'è stata molta devastazione, quindi il capo della polizia definisce quei ragazzi vandali, mentre la ragazza prova a richiamare l'attenzione sui diritti e sulle motivazioni della protesta. Forse, in quel contesto, nel centro di Milano, non era il luogo ideale per affrontare la questione. Resto convinto della necessità di una mediazione tra le diverse rappresentazioni della realtà».
Nel suo ultimo libro, A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni (Einaudi), affronta le trasformazioni delle relazioni e le fragilità dei ragazzi. 

Professore, lei da anni si occupa del disagio adolescenziale e del rapporto tra giovani e adulti. 
«Da almeno dieci anni, ben prima della pandemia, assistiamo a un aumento del disagio delle nuove generazioni, documentato dai dati italiani e internazionali. Sono cresciute le richieste di aiuto e gli accessi ai servizi di neuropsichiatria infantile. È cambiato anche il modo di esprimere la sofferenza: aumentano gli attacchi al proprio corpo e, negli ultimi anni, abbiamo visto diffondersi anche forme di violenza in strada, come i ragazzi che girano con i coltelli».

Di fronte a episodi come questi veniamo da voi a chiedere perché non abbiamo visto arrivare.
«Abbiamo ascoltato i nostri figli più di quanto siano stati ascoltati i giovani delle generazioni precedenti, ma abbiamo faticato ad accogliere le emozioni che ci disturbavano. Molti ragazzi sono cresciuti intercettando soprattutto i bisogni degli adulti di riferimento, senza trovare uno spazio sufficiente per esprimere la propria sofferenza. Oggi vediamo disillusione e disincanto nei confronti del futuro. Crescere significa anche investire in ciò che verrà, ma molti giovani faticano a immaginare un futuro desiderabile. Quando si è disperati, l'attacco al proprio corpo o a quello degli altri può diventare una modalità di espressione del dolore. Questo non giustifica la violenza, ma aiuta a comprenderne alcune dinamiche».

Riconoscere la disperazione dei ragazzi significa giustificare chi commette reati?
«Assolutamente no. La giustizia minorile italiana è un sistema avanzato, pensato anche per tutelare i ragazzi. Se un giovane commette un reato, deve risponderne. Ma il buonismo non consiste nel riconoscere i segnali di disperazione: consiste, semmai, nel non volerli vedere. Dobbiamo domandarci se, dietro certi comportamenti, ci sia anche una fragilità degli adulti che si presenta come autorevolezza e finisce per togliere spazio ai ragazzi».

Un anno e mezzo fa alcuni studenti, al termine del percorso scolastico, hanno contestato pubblicamente il sistema dell'esame di maturità. Invece di ascoltarli, abbiamo introdotto regole più rigide. Non c'è una contraddizione?
«Quei ragazzi hanno cercato di dirci che la scuola aveva prodotto disagio e che la società in cui vivevano non piaceva loro. Avremmo potuto ascoltarli e chiederci che cosa non avesse funzionato. Invece, abbiamo introdotto una norma che prevede la bocciatura per chi non risponde all'orale. Ma che cos'è, un interrogatorio? Dobbiamo chiederci se, dietro il nostro interventismo educativo, non ci sia una fragilità adulta che ci porta a prevalere sui ragazzi anche quando cercano di esprimersi. Dare voce alle loro idee dovrebbe essere una garanzia per tutti».

La risposta dei governi alla violenza è spesso la repressione. Ma che cosa dovrebbe fare un adulto per prevenire questi comportamenti?

«Prima di tutto, dobbiamo chiederci che cosa stiamo offrendo ai giovani. Sono generazioni troppo ascoltate oppure cresciute con adulti distratti dai social, concentrati soprattutto su se stessi? E quale modello di violenza hanno respirato? Viviamo in una società attraversata dalle guerre, dalla violenza politica, dalle risse televisive e dalle immagini di persone e bambini uccisi. I ragazzi non vengono educati soltanto dai genitori e dalla scuola: ricevono continuamente modelli dalla società e dai mezzi di comunicazione. Abbiamo normalizzato la violenza e l'individualismo. Pensiamo a quando un bambino spinge un compagno: invece di domandarci se abbia bisogno di aiuto, rischiamo di considerarlo una minaccia alla crescita di nostro figlio. Stiamo raccogliendo anche ciò che abbiamo seminato. Attribuire tutto alla musica trap o ai social è una scorciatoia che ci impedisce di guardare alle responsabilità degli adulti».

I social possono trasformare singoli episodi in comportamenti collettivi da imitare? Lei ha proposto di vietarli.
«Ho presentato questa proposta durante un'audizione alla Commissione Cultura della Camera. Ritengo che vietare i social a tutti sia l'unica misura realmente praticabile, perché non credo sia possibile limitarli efficacemente a una determinata età. Spesso si fanno promesse che hanno soprattutto una funzione elettorale, mentre intervenire sulla scuola e sul sistema educativo è molto più difficile. Dovremmo anche ripensare alcune abitudini degli adulti: i gruppi WhatsApp dei genitori, che hanno contribuito alla diffusione del cyberbullismo; il registro elettronico, che permette ai genitori di conoscere i voti prima dei figli; la geolocalizzazione continua dei ragazzi. Dobbiamo restituire loro uno spazio di vita autonoma. Anche la condivisione continua di immagini dei figli contribuisce a cancellare il confine tra privato e pubblico. Abbiamo ridotto sempre più il confine tra esperienza privata e pubblica. Ci sono bambini ripresi fin dalla gravidanza, dalla prima recita all'asilo fino alle feste scolastiche, spesso anche dagli insegnanti. Le nuove generazioni crescono sotto uno sguardo continuo, con una parte importante della loro esperienza esposta agli altri. È un cambiamento culturale che dobbiamo prendere sul serio».

Professore, diranno che lei vuole tornare al Medioevo.

«C'è un'esperienza che continua a funzionare secondo modelli medioevali: la scuola. Tutti sanno che servirebbe cambiarla, ma nessuno vuole affrontare davvero questa trasformazione, anche perché potrebbe avere un costo politico. Eppure è da lì che dovremmo cominciare. Nel frattempo, però, a scuola si sequestrano i cellulari per favorire la concentrazione.  È incredibile che gli adulti non siano disposti a rinunciare ai social, considerandoli ormai indispensabili, mentre pensano di risolvere il problema togliendo il cellulare ai ragazzi prima che entrino a scuola. Così crediamo di averli aiutati a concentrarsi, senza mettere in discussione il nostro rapporto con la tecnologia. È una dissociazione che a volte sfiora l'ipocrisia».

Che cosa dovrebbero fare concretamente genitori, insegnanti, governo e poliziotti?
«Sono situazioni diverse. Il poliziotto ha il compito di far rispettare la legge e, quando qualcuno la viola, deve intervenire. La legge deve fare il suo corso. Ma l'intervento nell'emergenza è diverso dal lavoro di prevenzione, che spetta anche agli adulti, alla scuola, alle famiglie e alla politica. Prima di rivolgerci a un giovane, dovremmo porci una domanda fondamentale: lo sto facendo per me o per te? Se ci rendiamo conto che stiamo agendo soprattutto per noi stessi, per la nostra paura o per il bisogno di controllo, dobbiamo fermarci. Se, invece, agiamo davvero per il bene dei ragazzi, dobbiamo essere pronti a rinunciare a qualcosa e a investire maggiormente su di loro».

Che cosa significa, per gli adulti, fare davvero qualcosa per le nuove generazioni?
«Significa ascoltarle, ma anche mettere in discussione i nostri comportamenti. Non possiamo dire di agire per i giovani se continuiamo a ignorare problemi come il disboscamento del pianeta e la plastificazione dei mari. Le scelte collettive dimostrano quanto sia difficile fare qualcosa per gli altri, persino per i propri figli e studenti. Oggi sembra contare soprattutto salvaguardare se stessi. Dovremmo cominciare a toglierci qualcosa per offrire di più alle nuove generazioni».

Intanto si inaspriscono le leggi...
«La mia lettura non vuole giustificare chi commette reati, ma cercare di prevenire il ripetersi di questi comportamenti. Se continuiamo a pensare che basti aumentare le pene e reprimere, non abbiamo letto i dati di chi lavora nella giustizia. Le misure punitive, da sole, non fanno diminuire i reati. La prevenzione richiede investimenti, servizi e modelli educativi capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza».

Il termine “maranza” è utile per descrivere questi fenomeni o rischia di diventare un'etichetta che ghettizza i ragazzi?
«Dobbiamo stare attenti alle parole che utilizziamo. Il termine “maranza” arriva da lontano, era vicino a quello di “tamarro”, ma il significato è cambiato nel tempo. Oggi bisogna chiedersi a chi ci riferiamo davvero. Le aggregazioni giovanili violente sono fenomeni complessi. Ci sono gruppi organizzati, realtà legate a contesti marginali e aggregazioni che nascono spontaneamente e si dissolvono rapidamente. Non possiamo ricondurre tutto alle baby gang, perché le situazioni sono diverse e cambiano continuamente. Servono ricerche serie, non etichette che semplificano la realtà».

Quale punizione è giusta per questi ragazzi? 
«Sono i tribunali per i minorenni a valutare i singoli casi. Il sistema penale minorile italiano è riconosciuto come uno dei più avanzati, anche per la capacità di considerare le situazioni individuali e cercare percorsi adeguati. I giudici che ho incontrato in questi anni svolgono un lavoro straordinario. Dovremmo investire molto di più nella giustizia minorile, nei servizi psico-socio-sanitari e nella prevenzione. Non è buonismo: è la necessità di adottare misure che producano risultati. La disponibilità di provvedimenti più severi non ha dimostrato, da sola, di ridurre i reati. La sicurezza si costruisce anche attraverso interventi capaci di comprendere e affrontare le cause del disagio».

Alla fine, cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
«Non ho una risposta semplice. Credo però che dovremmo smettere di parlare soltanto dei giovani e cominciare a interrogarci sui nostri comportamenti quotidiani. Dobbiamo chiederci se abbiamo contribuito a costruire una società in cui la violenza e l'individualismo hanno preso il sopravvento. Se vogliamo che i ragazzi cambino, dobbiamo essere disposti a cambiare anche noi».


sabato, ottobre 24, 2026

INCONTRO: "Criminalità minorile. Povertà educativa, urbana e culturale" Giovedì 29 ottobre 2026 - ore 20.30 - Tilane - Paderno Dugnano


Dopo le proteste e le violenze in alcune città italiane ed europee, è evidente che non si può rispondere solo con la repressione.

E' necessario che per combattere la 𝑷𝒐𝒗𝒆𝒓𝒕𝒂̀ 𝒆𝒅𝒖𝒄𝒂𝒕𝒊𝒗𝒂, 𝒖𝒓𝒃𝒂𝒏𝒂 𝒆 𝒄𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂𝒍𝒆  𝑒̀ 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑟𝑖𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑒𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑙𝑒"! Una riflessione comune  sul disagio giovanile e la coesione sociale a partire da scuola, educatori e genitori.

Se ne discute a 

Paderno Dugnano, all'Auditorium Tilane  

Giovedì 29 Ottobre 2026 - ore 20.30 

Tra i relatori:

  • 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐂𝐨𝐫𝐧𝐞𝐥𝐥𝐢 - 𝑃𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑜𝑟𝑒 𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑟𝑖𝑚𝑖𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎, 
  • Fiorenza Melani - Psicologa 
  • Giansandro Barzaghi - Presidente Associazione NonUnoDiMeno


Dal SUDAFRICA una generazione eccezionale


di Mondli Makhanya - Daily Maverick, Sudafrica

Il Sudafrica è la patria di sei Premi Nobel. (ndr: in realtà sono 11 se si tiene conto dei Nobel scientifici o dati a persone che poi hanno acquisito nazionalità straniere)

In campo letterario abbiamo avuto Nadine Gordimer, gigante della parola scritta e icona dei diritti umani.
Nel campo della pace, Albert Luthuli, Desmond Tutu, Nelson Mandela e FW de Klerk. 
Ora è arrivata anche l’onorificenza per Navi Pillay, una guerriera nella battaglia globale contro l’impunità per crimini mostruosi. 

Il suo Nobel può essere anche visto come un tributo a un’epoca in cui questo paese era capace di sfornare delle icone. 

C’è un ottimo motivo per cui la rivoluzione sudafricana e il passaggio alla democrazia sono considerati tra i processi storici più significativi dell’ultimo secolo e mezzo: per gran parte di quella rivoluzione a comandare sono stati uomini e donne di statura e integrità immense, il frutto di una straordinaria fucina di leader.

Pillay viene da quella fucina. 

La sua è una storia di avversità superate e di una grande determinazione, affinché nessun altro al mondo debba faticare come ha fatto lei per vivere una vita dignitosa. È un prodotto di questo posto speciale che chiamiamo casa e delle lotte che sono state combattute qui.

La domanda che dobbiamo farci ora è se la fucina funzioni ancora. 

Pillay ha 85 anni. È cresciuta in un’epoca oppressiva durante la quale però sono emerse persone come lei, in grado di tenere testa ai potenti e di dare voce ai deboli. 

Il Sudafrica democratico dovrebbe attingere a quel codice genetico e usare le attuali lotte contro la povertà, le ingiustizie, la corruzione e l’illegalità per trovare nuove guide. 
Dovrebbe essere l’inizio di un dialogo su quello che il paese può diventare e su come riportare agli stessi livelli del passato la produzione di quella fucina di leader. 
Il Sudafrica di oggi ne ha terribilmente bisogno.

venerdì, ottobre 23, 2026

LIBRO:" La memoria fragile. Viaggio al centro dell'Alzheimer" di Paolo Maria Rossini

 


Ogni grande sfida della medicina comincia con la domanda: possiamo fare qualcosa? 

Nel caso delle demenze, la ricerca lentamente avanza, la prevenzione diventa più concreta e cresce la consapevolezza che il destino del nostro cervello non sia scritto una volta per tutte. 

Eppure i numeri colpiscono: ogni tre secondi, nel mondo, viene diagnosticato un nuovo caso. 
Oggi le persone affette da demenza sono già decine di milioni e, nei prossimi decenni, il fenomeno è destinato ad aumentare. 
Una realtà che ci riguarda tutti da vicino - anche quando non tocca direttamente le nostre vite - e che rende sempre più importante capire, informarsi, essere preparati. 

La voce esperta di Paolo Maria Rossini, direttore del dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell'IRCCS San Raffaele di Roma, ci guida in un percorso che intreccia scienza, approfondimenti clinici, ricerche innovative e storie di pazienti e familiari che toccano il cuore. 

Senza ricorrere a toni apocalittici, né pretendere di fornire conoscenze definitive e soluzioni facili, l'autore ci invita a guardare alla realtà con lucidità e fiducia, sfatando alcuni miti diffusi: come l'idea che una diagnosi di demenza sia un destino irreversibile e la convinzione, scientificamente infondata, che l'invecchiamento conduca inevitabilmente alla perdita delle capacità cognitive. 

Arricchito da informazioni utili su centri, associazioni, professionisti, leggi e agevolazioni disponibili in Italia, questo libro offre strumenti concreti per comprendere meglio l'Alzheimer e le altre demenze. Perché oggi, più che mai, abbiamo bisogno di pensare al nostro futuro.

giovedì, ottobre 22, 2026

Una società che tradisce i giovani

 

da L'Internazionale del 16 Ottobre 2026 di Lefteris Charalampopoulos, In, Grecia

Riflettiamo su cosa significa essere giovani oggi: avere tra i 15 e i 25 anni, andare a scuola, all’università oppure essere già entrati nel mondo del lavoro. 

  • Significa dover affrontare un sistema scolastico in profonda crisi, con personale insufficiente, spesso scollegato dalla realtà e incapace di prepararti a un mondo sempre più complesso e incerto. 
  • Significa frequentare un’università pubblica sottofinanziata, che fatica a trovare un equilibrio tra la sua capacità di produrre conoscenza, ricerca e competenze, e le patologie di una società e di un’economia che spesso premiano l’opportunismo più della creatività. 
  • Significa pensare che la prospettiva, almeno all’inizio, non è trovare un lavoro all’altezza delle tue conoscenze e competenze, ma, nel migliore dei casi, un impiego nel grande settore dei “servizi” o “stagionale”. 
  • Significa rendersi conto di non essere considerati il futuro della società, ma un problema e un peso. Essere guardati con sospetto dalle “forze dell’ordine” e, se si protesta per i propri diritti, ritrovarsi di fronte manganelli e gas lacrimogeni. 
  • Significa avere 16 o 20 anni e sapere che quando ne avrai 45 vaste aree del pianeta saranno inabitabili, perché non si sta facendo nulla per fermare la catastrofe climatica; significa vedere le élite politiche creare un mondo sempre più diviso, violento e pericoloso; confrontarsi con una società che invecchia drammaticamente. 

Liquidiamo i giovani dicendo che “non leggono” o che “stanno incollati agli schermi”, ma se li ascoltassimo vedremmo che sono inquieti e angosciati, che hanno valori e ideali, che prediligono la qualità della vita al reddito, che desiderano relazioni sociali autentiche e tempo libero invece di dover continuamente dimostrare di essere all’altezza. 

I giovani che scendono in piazza non sono criminali: lo è una società che s’impegna ogni giorno a rendere le loro vite più difficili e il loro futuro peggiore. 

E che hanno tutte le ragioni di voler cambiare.

mercoledì, ottobre 21, 2026

Teatro: “La Mangiata. La cena dei mafiosi” - Venerdì 30 ottobre ore 21.00 - ARCI Falcone Borsellino di Paderno Dugnano - GRATUITO


Venerdì 30 ottobre - ore 21.00 
il circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano 
ospiterà il debutto dello spettacolo teatrale 
“La Mangiata. La cena dei mafiosi”

Il testo, firmato dai giornalisti Giambattista Anastasio (Il Giorno) e Giampiero Rossi  (Corriere della Sera) insieme a Silvia Gissi, ricostruisce attraverso le vere parole pronunciate dai mafiosi quella sera, uno dei summit più importanti della ’ndrangheta in Lombardia. 

La sera del 31 ottobre 2009, decine di boss mafiosi si riunirono nel centro anziani Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano. 
Un summit cruciale, durante il quale si dovevano ridefinire gli assetti dell’organizzazione mafiosa in Lombardia. 
Ma quella sera, ad ascoltare, registrare e filmare ogni parola, c’erano anche gli investigatori (sopra, un fotogramma tratto dalle riprese effettuate in quell’occasione). 
Di lì a pochi mesi sarebbe scattata l’“Operazione Infinito”, che avrebbe portato in carcere oltre un centinaio di persone, poi condannate in via definitiva. Per la prima volta, una riunione di ’ndrangheta, una «mangiata», come la chiamano gli stessi boss, diventava di pubblico dominio.  

Da quelle registrazioni Anastasio e Rossi hanno tratto un testo teatrale che riporta in scena le voci e i dialoghi di quella sera, proprio nel luogo in cui si svolse il summit. 

Sul palco Nicola Schiavone, Roberta Cavalleri e Alessandro Audino, che firmano anche adattamento e regia, insieme a Nadia Moretti, Alessandro Erba, Paola Turolla e Manuela Romagnoni.

LIBRO: "Argento vivo: Longevità, la rivoluzione incompresa del nostro tempo" di Federico Rampini

 
È la trasformazione più importante della nostra epoca, eppure la raccontiamo come una sciagura.
L'aumento della longevità umana, una delle più straordinarie conquiste della civiltà moderna, viene descritto come una bomba a orologeria: pensioni al collasso, sanità al tracollo, giovani depredati di un futuro. 

Federico Rampini non ci sta, e scrive un Manifesto per la sua generazione, oggi alle prese con una vecchiaia che nessuno ha mai vissuto così a lungo, in salute e ricca di possibilità. 
Con l'ironia di chi corre maratone a settant'anni e ha aperto un'impresa nell'età in cui in Italia si andrebbe in pensione, inizia smontando l'industria del panico demografico. 

I dati dicono che gli anziani sono il mercato di consumatori più ricco della storia, che l'occupazione non è una torta fissa, dove ogni anno in più lavorato da un settantenne toglie il pane a un ventenne, che il vero nemico non è l'età che avanza, ma l'ageism, l'ultimo razzismo legittimato. 

Lascia poi la parola a esperti e personaggi straordinari: scienziati che hanno esplorato la «curva della felicità» e le nuove frontiere della medicina della longevità, alcuni «magnifici vecchi» che hanno rifiutato il copione previsto per la loro età, fino ai grandi autori e filosofi, dai classici greci a Hemingway, da Seneca a Confucio, alla ricerca di ciò che l'umanità ha pensato sull'età che avanza. 

Non manca la parte più intima: il ritratto della propria famiglia, la gratitudine verso una generazione di donne da cui c'è ancora molto da imparare; il privilegio di cambiare idea, generoso regalo dell'età, da lasciare in eredità ai giovani; persino le ombre - le malattie neurodegenerative, la solitudine, la fatica di chi accudisce genitori centenari. 

Alla generazione che trabocca di energia e vitalità come fosse «argento vivo», Rampini offre poi lo sguardo di chi ha vissuto su tre continenti: 
il Giappone ha inventato il «dividendo della longevità», 
la Cina investe sulla silver economy, 
negli Stati Uniti l'età pensionabile è un concetto elastico. 

Con il piglio del polemista e la scrupolosità del reporter di lungo corso, Rampini firma un libro controcorrente: un invito a ribellarsi al catastrofismo demografico e a guardare ai «secondi cinquant'anni» come alla stagione più libera, produttiva e sorprendente della vita.