martedì, settembre 29, 2026

SANITA': Cosa è cambiato dal 15 Settembre 2026 per la prenotazione delle visite mediche - Info sullo SPORTELLO SALUTE di SPI-CGIL


In Lombardia dal 15 settembre ci sarà meno tempo per prenotare visite ed esami: cosa cambia e a cosa fare attenzione:

Per cercare di garantire le urgenze e migliorare la gestione delle liste di attesa,  da martedì 15 settembre 2026, si riduce il tempo a disposizione del paziente per prenotare le visite con priorità U (Urgente) e B (Breve)

Le prenotazioni

Le prestazioni di specialistica ambulatoriale; visite, esami e quanto altro, sono classificate a seconda della loro urgenza. 

  • La classe di priorità U (Urgente) include le prestazioni da erogare nel più breve tempo possibile e, comunque, entro le 72 ore successive alla presentazione dell’impegnativa. 
  • La classe con priorità B (Breve), da erogare entro 10 giorni, 
  • La classe con priorità D (Differibile), da erogare entro 30 giorni per le visite ed entro 60 giorni per le prestazioni strumentali e 
  • La classe con priorità P (Programmabile), da erogare entro 120 giorni. 

E fino a qui non cambia nulla

Quello che cambia è la validità delle ricette che prescrivono visite ed esami.

Fino al 15 settembre 2026, tutte le ricette, indipendentemente dalla classe di priorità avevano una scadenza pari a 180 giorni. 

Questo vuol dire che c’erano 6 mesi per effettuare la prenotazione, un lungo termine che è stato individuato come motivo di ingolfamento nello sviluppo delle liste d’attesa (!!!!)

Ora si cambia: dal 15 settembre le ricette emesse con

  • priorità U avranno una validità di 10 giorni dalla data di prescrizione 
  • priorità B avranno una validità di 30 giorni dalla data di prescrizione.

Per tutte le altre classi di priorità (D - Differibile e P - Programmabile) la durata di validità delle ricette SSR rimane pari a 180 giorni dalla data di prescrizione. 

Se il cittadino non prenota entro il limite previsto dalle ricette, la ricetta non sarà più utilizzabile.

C’è anche, nell’istanza del Codacons, un richiamo ai gestori del sistema delle prenotazioni e a chi regge il timone della sanità lombarda. “Qualora non sia possibile individuare una disponibilità compatibile con la classe di priorità della prescrizione – scrivono dal Codacons – devono essere attivati i percorsi previsti dal sistema sanitario per garantire l'erogazione della prestazione nei tempi stabiliti”. Per il Codacons è “inaccettabile” che un cittadino, di fronte alla risposta “non ci sono posti”, ritenga di avere come unica alternativa quella di pagare una visita privata.

Si invitano pertanto tutti gli utenti del sistema sanitario lombardo a verificare con attenzione la priorità indicata dal medico di base al momento della prescrizione, per evitare l’annullamento della ricetta. 
Il consiglio è anche conservare la documentazione relativa alla richiesta di prenotazione, soprattutto quando non viene trovata disponibilità nei tempi indicati. 

Ricordiamo che per i cittadini che ricevono prenotazioni delle visite con tempi SUPERIORI a quelli previsti per legge, in particolare per le visite P - Programmabili da erogare entro 120 giorni, che per fare rispettare i tempi è disponibile il servizio SPORTELLO SALUTE presso il Sindacato SPI_CGIL di Via Roma, 68 a Paderno Dugnano. 
Con la ricetta e la prenotazione della visita che supera i tempi previsti (es. 120 giorni) è possibile fare una richiesta all'ente ospedaliero dove è stata fatta la prenotazione affinché rispetti i tempi previsti.  
E' possibile fare richiesta anche nel caso in cui non è stata aperta la lista di attesa.

Le percentuali di successo rasentano il 100% !





LIBRO: "Il Novecento. Sulle spalle dei giganti. Il Secolo in dieci vite" di Enrico Deaglio

 

Una fotografia dei piedi di Bobbi Campbell appesa alla porta di una farmacia di Castro Street, nell’autunno del 1981; 
Rosa Parks, la donna nera che nel 1955, in Alabama, si era rifiutata di cedere a un uomo bianco il proprio posto sull’autobus, chiamata da Jesse Jackson, molti anni dopo, ormai anziana, sul palco della Convention democratica di Atlanta; 
Nelson Mandela, già Presidente del Sudafrica, aspetta paziente di andare in scena dietro le quinte di uno show televisivo nazionale, seduto su uno sgabello tra comparse, cavi elettrici e sponsor in abito da sera;
Madre Francesca Cabrini arriva a New Orleans, pochi giorni dopo un terribile linciaggio di immigrati italiani, sul finire dell’Ottocento, agli albori di una nuova epoca. 

È da dettagli minimi, quanto mai evocativi, dentro i quali s’addensano stagioni ed eventi, che Enrico Deaglio racconta il Novecento. 

A partire da dieci figure incontrate o intercettate nel corso della sua vita e del suo lavoro di giornalista: dieci lampi capaci di illuminare un intero secolo; storie personali che diventano punti d’osservazione su eventi più grandi, e sul modo in cui le iniziative dei singoli possono incidere sulla vita di molti. 
Con una scrittura che unisce memoria personale, reportage e riflessione storica, Deaglio attraversa un tempo segnato da violenze e promesse, fallimenti e possibilità. 
Al centro della sua narrazione, non ci sono soltanto i grandi avvenimenti, ma prima di tutto le scelte individuali: atti di coraggio, responsabilità, dissenso o semplice umanità che hanno contribuito a modificare il corso delle cose.

lunedì, settembre 28, 2026

Il paradosso generazionale: a 30 anni si comincia già a pensare alla vecchiaia, ma a 70 ci si sente ancora giovani

 

dal Corriere della Sera  del 20 Settembre 2026

La ricerca «Human After All» di Hearts United e Doxa, fotografa un paradosso generazionale: 
la consapevolezza di invecchiare arriva prima, ma la percezione di essere anziani si allontana con l’età.
A 30 anni gli italiani iniziano a pensare all’invecchiamento. Ma più gli anni passano, meno si sentono vecchi. È il paradosso che emerge dalla ricerca «Human After All», realizzata da Hearts United con Doxa su un campione rappresentativo di 2 mila italiani, presentata nell’ambito di Villa Futura, il format dedicato ai cambiamenti culturali che influenzano il rapporto tra persone, consumi e brand. 
Per il 26% degli italiani il momento in cui si comincia a riflettere sul proprio invecchiamento è tra i 25 e i 34 anni. La paura di invecchiare arriva a 30 anni

Mindful ed Ageless
Tra i 18 e i 24 anni si sente più giovane il 22% degli intervistati. 
La percentuale sale al 37% tra i 25-34enni, arriva al 58% tra i 35-44enni e raggiunge il 62% tra gli over 65. 
Sulla base di questo fenomeno diffuso, la ricerca divide la popolazione tra «Mindful», cioè quel 51% di italiani che pensa almeno occasionalmente al proprio invecchiamento, ed «Ageless», il 49% che si sente più giovane della propria età. 
Due categorie a cui potenzialmente si può appartenere contemporaneamente.

Invecchiare non sempre significa avere paura
La consapevolezza dell'età che avanza non produce automaticamente un sentimento negativo: tra i «Mindful», il 41% considera l'invecchiamento una parte naturale della vita, mentre solo il 19% ammette di averne paura. Il timore è particolarmente presente tra i 25-34enni, proprio la fascia nella quale più spesso emerge la prima riflessione sul tema. 
Per altri, invece, prendere coscienza del passare del tempo diventa uno stimolo a cambiare priorità: il 15% sente l'esigenza di gestire meglio tempo ed energie e il 13% dichiara di voler dedicare maggiore attenzione alla cura di sé. 
Per il 51% degli intervistati vivere meglio e più a lungo significa infatti occuparsi quotidianamente del proprio benessere, attraverso relazioni, qualità del sonno, movimento, alimentazione, benessere mentale e senso della vita.

Il rapporto con i brand

Un 13% degli intervistati anticipa ulteriormente questa consapevolezza, collocandola prima dei 25 anni. Complessivamente, il 51% degli intervistati afferma di pensare all’invecchiamento almeno qualche volta. Non si tratta però soltanto di una questione legata al corpo o al passare del tempo. Secondo la ricerca, a pesare sono anche le aspettative sociali associate alle diverse fasi della vita. 

Percorsi professionali meno lineari, maggiore difficoltà nel raggiungere l'autonomia economica e percorsi familiari meno prevedibili possono alimentare la sensazione di essere in ritardo rispetto alle tappe considerate tradizionalmente normali. A questo si aggiunge il confronto con modelli di successo e realizzazione personale diffusi attraverso i social.

Il quadro è ben diverso quando si passa dalla consapevolezza dell'invecchiamento alla percezione della propria età. 

Il 49% degli italiani dichiara infatti di sentirsi più giovane rispetto agli anni indicati dalla carta d'identità. Una sensazione aumenta proprio con l'età.

La consapevolezza dell'età che avanza non produce automaticamente un sentimento negativo: 

tra i «Mindful», il 41% considera l'invecchiamento una parte naturale della vita, mentre solo il 19% ammette di averne paura. Il timore è particolarmente presente tra i 25-34enni, proprio la fascia nella quale più spesso emerge la prima riflessione sul tema. 

Per altri, invece, prendere coscienza del passare del tempo diventa uno stimolo a cambiare priorità: il 15% sente l'esigenza di gestire meglio tempo ed energie e il 13% dichiara di voler dedicare maggiore attenzione alla cura di sé. Per il 51% degli intervistati vivere meglio e più a lungo significa infatti occuparsi quotidianamente del proprio benessere, attraverso relazioni, qualità del sonno, movimento, alimentazione, benessere mentale e senso della vita.

Il cambiamento nella percezione del tempo e dell'età si riflette anche sul rapporto con le marche. 

Il 31% degli italiani dichiara di sentirsi più vicino ai brand capaci di evolvere insieme ai bisogni delle diverse fasi della vita. Il 29% apprezza invece quelli in sintonia con il presente, mentre il 22% premia chi innova senza rendere la vita più complicata. La richiesta principale è quindi quella di prodotti utili, semplici e adatti alla vita reale, indicata dal 27% del campione. 

Una prospettiva che mette in discussione l'idea di utilizzare l'età anagrafica come principale criterio per descrivere consumatori e generazioni.

domenica, settembre 27, 2026

ReggioParmaFestival 2026: arti in movimento


Reggio Parma Festival 2026 | Il Giornale della Musica

Il Reggio Parma Festival presenta un cartellone 2026 che conferma la vocazione della rassegna a mettere in dialogo musica contemporanea, teatro, opera e nuova drammaturgia. Quattro nuovi appuntamenti, distribuiti tra Festival Aperto a Reggio Emilia, Festival Verdi/Ramificazioni e Teatro Festival a Parma, affiancheranno la terza edizione delle Giornate d’Autore, dedicate alla drammaturgia europea contemporanea. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatro Due e Fondazione Teatro Regio di Parma, con l’obiettivo di costruire un percorso condiviso tra due città e tre istituzioni teatrali.


sabato, settembre 26, 2026

NAZA, documentario su Gaza, alla Mostra del Cinema di Venezia


di Alberto Crespi 

Avete visto Naza? Forse il film più atteso e più importante del concorso veneziano 2026...

Pensavamo che il titolo fosse un gioco di parole fra “Gaza” e “Nazi”. Sapevamo, che è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor. E sapevamo che nel film parlano 24 esponenti dell’esercito e dell’Intelligence israeliani, nelle modalità che ora vi descriveremo.

Abbiamo scoperto dalle primissime battute del film che il termine “naza” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che potrebbero essere uccise nel momento in cui viene colpito un “obiettivo”, ovvero un militante (o presunto tale) di Hamas attivo nella striscia di Gaza. Ma può darsi che il gioco di parole da noi ipotizzato, sotto sotto, ci sia: e il fatto che l’IDF e il Mossad definiscano così i morti palestinesi rende il tutto doppiamente sinistro.
No Other Land era un documentario sulla Cisgiordania, sulle violenze dei coloni. Era diretto da quattro registi: oltre ai due citati, Basel Adra e Hamdan Ballal, palestinesi. Era dunque un raro e coraggioso esempio di collaborazione fra cineasti israeliani e palestinesi. Naza è firmato dai soli Abraham e Szor ed è facile capire perché: solo degli israeliani, probabilmente, potevano convincere dei militari a sbottonarsi in quel modo. Prima di ogni altra cosa crediamo sia giusto riportarvi le loro parole, dal catalogo della mostra: “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.
È inoltre fondamentale aggiungere alcune informazioni sulla produzione. Le interviste montate negli 80 minuti di film sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti, +972 Magazine e Local Call. Fra i produttori figura Jonathan Glazer, il regista di La zona d’interesse (il film su Auschwitz), e magari può essere interessante sapere che Glazer, nato a Londra, è un ebreo ashkenazita. Il Guardian è per così dire il “garante giornalistico” del film. È importante dirlo perché vedendo il film potrebbe sorgere il sospetto della messinscena: una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili. Per cui qualcuno potrebbe alzare il ditino e chiedere: chi ci assicura che siano veri? Lo assicura il Guardian, uno dei giornali più seri del mondo.
Naza è tutto girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv: si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico, l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano. Tel Aviv fa da controcanto alle dichiarazioni. Che sono spaventose. A un certo punto Abraham – che invece è riconoscibile come intervistatore – chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta. Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”. E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”.
Vanno dette due cose. Nessuno degli intervistati è un soldato che lavorava – diciamo così – sul campo. Sono tutti addetti alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”. E questo è importante: non è gente che ha ammazzato qualcuno, e gli va riconosciuto il coraggio di testimoniare. Ma l’altra cosa da dire è che nessuno di loro sembra particolarmente sconvolto da ciò che ha visto e che ha contribuito a fare. Tre o quattro di loro lo dicono chiaramente: “Io sono un tecnico. Io individuo un terrorista nel suo appartamento e dico all’autorità militare che intorno a lui ci sono dieci, venti, cento naza, possibili vittime collaterali. Poi è l’ufficiale che decide se sparare o no. Sono le regole. Io obbedisco alle regole”.
Più o meno quello che diceva Eichmann nel famoso processo raccontato da Hannah Arendt in "Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male"
Uno dei passaggi più impressionanti, ma anche più illuminanti del film è la descrizione dell’operazione Lavender – l’hanno chiamata così, “lavanda”, come un profumo. È una pura operazione di Intelligence. IDF e Mossad, secondo questi testimoni, controllano TUTTI i telefoni cellulari attivi a Gaza. Possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona diventi a sua volta un potenziale terrorista.
Ovviamente i telefoni sono localizzati. Quando si decide di eliminare un esponente di Hamas, lo si individua attraverso il cellulare, possibilmente a casa, di notte, mentre dorme: “È più sicuro”. Uno dei testimoni racconta che una volta si sono assicurati che il cellulare fosse nello stesso punto da un po’ di tempo, poi hanno colpito: “Il giorno dopo abbiamo scoperto che l’uomo era uscito e aveva dimenticato il telefono a casa. Abbiamo ammazzato tutti i suoi familiari e i suoi vicini e lui se l’è cavata. Dal punto di vista professionale è stato uno smacco”. Un altro confessa che Lavender funziona all’85%. Quindi – chiede Abraham – nel 15% dei casi ammazzate gente che non c’entra nulla. “Sì”. Il testimone non lo dice, ma si capisce chiaramente che – dal punto di vista dell’esercito israeliano – a Gaza non esistono persone “che non c’entrano nulla”.
Naza è il film più terribile e spaventoso che abbiate mai visto. Perché è “freddo”. Non gioca sull’emotività. Questa gente non piange né si emoziona raccontando queste cose. È il loro lavoro. Sono i volonterosi carnefici di Netanyahu.»

venerdì, settembre 25, 2026

Quanti pagano le tasse in Italia? E quanto?


dal Corriere della Sera del 24/09/2026

In Italia quelli che hanno presentato una dichiarazione dei redditi nel 2025 sono 42,8 milioni (267.885 in più rispetto al 2023). Di questi quelli che hanno versato almeno un euro di Irpef sono solo 34,1 milioni. I restanti 24,8 milioni (rispetto al totale della popolazione di circa 58 milioni), ben il 46% degli italiani, non hanno redditi e non pagano l’Irpef.  A fare il punto della situazione è il tradizionale rapporto sulle spese pubbliche e sulle entrate di Itinerari previdenziali, presentato giovedì 24 settembre al Cnel nel corso delle celebrazioni per l’80° anniversario di Cida.


I redditi dichiarati dagli italiani nel 2025

Il totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ai fini Irpef è ammontato a 1.076 miliardi, per un gettito generato al netto del Tir di 216,24 miliardi di euro. I dichiaranti fino 7.500 euro lordi sono 7,9 milioni e pagano in media 19 euro di Irpef annui, che salgono a 204 euro per i 7,4 milioni di dichiaranti con redditi tra 7.500 e 15 mila euro lordi l’anno. A seguire la scomposizione mostra quindi 4,79 milioni di cittadini che dichiarano tra i 15 mila e i 20 mila euro l’anno e versano un’imposta media di 1.773 euro (che si riduce a 1.288 euro se rapporta al numero di abitanti).  A salire, con redditi lordi tra 20 e 26 mila euro si contano poi 6,65 milioni di cittadini, che versano in media 3.284 euro (2.384 per cittadino), mentre tra 26 e 29 mila euro lordi, altri 3 milioni e poco più di versanti, che corrispondono 4.413 euro ciascuno, vale a dire 3.205 euro se rapportato al numero di cittadini. Questo significa che gli italiani con redditi fino a 29 mila euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l'Irpef. Mentre quanti dichiarano dai 35 mila euro lordi in su rappresentano il 18,78% del totale contribuenti e pagano il 65% di tutta l’Irpef. Tenendo conto anche dei redditi tra i 29 mila e i 35 mila euro (l’11,44% del totale), l’analisi mostra come il 30,22% degli italiani corrisponda il 78,67% dell’Irpef. 

«L’Italia, unica nel suo genere, è del resto il Paese della tripla (o forse anche più) progressività» commenta il professor Alberto Brambilla,  precisando che «la prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall’incremento dell’aliquota. La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi “occulta”, perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione». Il presidente di Cida Stefano Cuzzilla pone l’accento sul fatto che «oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera Irpef. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio».

I dipendenti iscritti all’Inps

Il rapporto di Itinerari previdenziali confronta anche i redditi medi lordi dichiarati per il 2024 rispettivamente dei lavoratori iscritti all’Inps, dai professionisti iscritti alle Casse professionali, che a volte sono professionisti con contratto di lavoro subordinato, e una selezione di lavoratori autonomi soggetti a Isa ricompresi nelle gestioni Inps. Dalle tabelle si vede che per quanto riguarda gli iscritti all’Inps, i maggiori redditi (250 mila euro lordi l’anno) sono dichiarati dagli sportivi professionisti, seguiti dai sanitari con 94.000 euro annui e dai giornalisti dipendenti con 70.219 euro. Seguono poi i 12.831 lavoratori del settore volo, piloti e personale di bordo con 40.527 euro, gli statali dipendenti di Stato ed enti locali tutti intorno ai 35/38 mila euro. 


Quanto dichiarano i liberi professionisti

Per quel che riguarda i liberi professionisti, al primo posto ci sono i notai con un reddito medio annuo di 164.758 euro. Al secondo posto si classificano i 250 attuari con 113 mila euro di redditi dichiarati, seguiti dai 23.800 farmacisti titolari di farmacie con circa 112 mila euro (dato stimato sulla base dei dati Federfarma). 


L’affidabilità fiscale degli autonomi

Per quel che riguarda invece i lavoratori autonomi soggetti a Isa (gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale), il rapporto evidenzia come 274.927 contribuenti (10,23%) dichiarino ricavi fino a 30.000 euro, mentre 2.411.567 (89,77%) dichiarino ricavi superiori a tale soglia. Se si guarda agli indici di affidabilità emerge che i contribuenti con indice inferiore a 8 sono complessivamente 1.433.208,  vale a dire più di metà dell’intera platea (53,35%). Tra i contribuenti con ricavi superiori ai 30.000 euro emergono alcune categorie nelle quali la percentuale di soggetti con Isa inferiore a 8 è particolarmente elevata, come servizi di ristorazione commerciale
(70,4%), tintorie e lavanderie (71,1%), commercio al dettaglio di giochi, giocattoli e articoli sportivi (63,8%) e i servizi di pompe funebri (60,7%).



Il viceministro Leo: «L’obiettivo è estendere l’aliquota al 33%  ai redditi fino a 60 mila euro»

«Noi siamo intervenuti nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, del 2026, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50 mila euro, l’abbiamo portata al 33%», ha dichiarato il viceministro dell’Economia Maurizio Leo. «Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60 mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%».

Il costo del welfare

In un Paese in cui il costo del welfare continua ad aumentare questa disparità pesa molto. Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali evidenzia che nel 2024 sono occorsi 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Per finanziare solo queste tre funzioni è stato sostanzialmente necessario utilizzare tutte le imposte dirette (IRPEF, IRES, IRAP, ISOST e addizionali territoriali), per un totale di 325,27 miliardi, e almeno altri 7 miliardi di imposte dirette. 

giovedì, settembre 24, 2026

LIBRO: "La nostra sicurezza. Contro le guerre e le diseguaglianze" di Roberto Speranza

 
Sicurezza. È questo che chiedono le persone dinanzi alle innumerevoli paure del nostro tempo: un’enorme domanda di protezione a cui la nostra democrazia fatica a dare risposta. 
Guerre alle porte dell’Europa, diseguaglianze crescenti, salari poveri e svalutati, servizi pubblici indeboliti, democrazie sempre più fragili, mentre si impone la legge del più forte. Intere fasce della popolazione si sentono abbandonate: i giovani costretti a emigrare per lavoro, i pensionati che non arrivano a fine mese, i ceti più deboli schiacciati dall’inflazione. 
E milioni di persone si pongono un’identica domanda: chi mi protegge? 
Per rispondere serve affermare una nuova idea di sicurezza, un’idea molto più larga di quella, pur fondamentale, della difesa dai reati. 
Non la sicurezza della paura, dei muri e della propaganda, ma quella che nasce dalla pace, dal lavoro dignitoso, dalla salute garantita, dall’istruzione pubblica, dalla giustizia sociale. 
È l’unica via per ricucire lo strappo che si è prodotto tra cittadini e democrazia. 
È questa la promessa della nostra Costituzione, a cui è tempo di dare piena attuazione. 
Ed è la promessa originaria del progetto europeo, oggi molto indebolito ma che occorre coraggiosamente rilanciare.

Attraverso un’analisi dei grandi cambiamenti in corso – anche dovuti all’ascesa di un potentissimo tecnocapitalismo – questo libro individua le cause della frattura tra popolo e politica e traccia una strada per ricostruire fiducia, partecipazione e speranza. 
Disegna una visione alternativa per l’Italia con la forza di proposte concrete: lavoro dignitoso, una sanità e una scuola che non lascino indietro nessuno, politiche industriali più incisive, un fisco equo, una transizione ecologica che sappia combinarsi con la tutela delle fasce più deboli. 
Perché senza protezione non c’è libertà. E senza sicurezza non c’è democrazia.

mercoledì, settembre 23, 2026

Festival della Fotografia Etica 2026 - LODI 26 Settembre / 25 Ottobre

 
Festival Della Fotografia Etica | XVII Edizione 2026

l Festival della Fotografia Etica nasce nel 2010 da un’idea del Gruppo Fotografico Progetto Immagine, associazione no-profit con sede a Lodi, con l’intento di focalizzare l’attenzione del grande pubblico su contenuti di grande rilevanza etica, avvicinandolo a tematiche sociali.

Crediamo che la fotografia sia tuttora uno strumento vitale per accendere un faro sull’ingiustizia sociale nel mondo e vogliamo sottolineare il rapporto tra etica, comunicazione e fotografia attraverso un festival innovativo e diversificato.

Un ricco programma di mostre di fotoreporter internazionali pluripremiati, si accompagna a incontri tematici, workshop, letture portfolio, videoproiezioni, visite guidate, talk d’autore, presentazioni di libri, progetti educational per studenti e tante altre iniziative.

Organizziamo inoltre un concorso internazionale, il World Report Award | Documenting Humanity. Non solo un’opportunità per sostenere economicamente i fotografi impegnati in questo difficile settore della fotografia, ma un modo per entrare in una comunità che abbiamo costruito nel corso degli ultimi 10 anni composta da professionisti del settore che collaborano con la nostra organizzazione.

Sin dalla sua prima edizione, il Festival della Fotografia Etica ha dedicato particolare attenzione all’utilizzo della fotografia da parte di organizzazioni che si occupano di tematiche sensibili dal punto di vista sociale. Lo spazio dedicato alle organizzazioni no profit, è una sezione speciale riservata alla presentazione di lavori fotografici commissionati ai fotografi dagli attori del no profit dove le ONG possono sviluppare un’importante attività di advocacy.

Oltre all’evento annuale che si svolge ogni autunno (la prossima edizione si terrà tra settembre e ottobre 2026), l’organizzazione del Festival lavora quotidianamente per far si che il lavoro dei fotografi sia condiviso e le loro voci ascoltate attraverso numerose altre iniziative quali il Travelling Festival, mostre che sono ideate e curate a Lodi e viaggiano in giro per l’Italia e l’Europa.


martedì, settembre 22, 2026

LIBRO: "Il sistema periodico" di Primo Levi - tra i 50 più grandi libri di ogni tempo


Sono ventuno gli elementi chimici che danno il titolo ai racconti di questo libro, e ventuno i capitoli di un autobiografia che per affinità e accostamenti corre sul filo di una storia personale e collettiva, affondando le radici nell'oscura qualità della materia, raccontando le storie di un mestiere "che è poi un caso particolare, una versione più strenua del mestiere di vivere".

Lo storico quotidiano britannico “The Telegraph” ha inserito "Il sistema periodico" di Primo Levi tra i 50 più grandi libri di ogni tempo. Forse la sua opera più torinese, piemontese, familiare e insieme universale. E per quanto contino graduatorie e classifiche (la letteratura non è il Festival di Sanremo), è una bellissima notizia che questo testo così singolare e denso, dall’ingannevole apparenza di autobiografia di un chimico, acquisti nel tempo sempre maggiore considerazione e peso internazionale e letterario, pensando anche alla fatica che Levi fece per quasi tutta la vita per essere giudicato per quello che era: non soltanto un altissimo testimone della Shoah, non solo un uomo di scienza prestato alle lettere, ma un grande scrittore e basta, un narratore e un poeta (anche se in questa frequentazione era ancor più schivo del solito).

Oltre Manica amano molto "Il sistema periodico", uscito nel 1975 per Einaudi. La “Royal Institution” di Londra lo definì nel 2006 il migliore libro di scienza mai scritto, facendosi forse un poco fuorviare dal contesto e dalla struttura dell’opera, da quei 21 capitoli che prendono ognuno il nome da un elemento della Tavola di Mendeleev: una cornice chimica e fisica, certamente, ma per un viaggio del tutto letterario.



lunedì, settembre 21, 2026

LIBRO: "Studiare per amore. Gioie e ragioni di un infinito incanto" di Nicola Gardini - Da leggere!


Lo studio ci rende liberi, originali, migliori.

Il primo modo che abbiamo di accedere alla conoscenza, da bambini così come da adulti, è osservare la realtà che ci circonda. Contemplando un panorama o una rosa, un tempio o un dipinto, un cielo stellato o una poesia impariamo infatti a cogliere i rapporti tra le cose e a entrare in contatto con il mondo intorno a noi, sino a esplorarne gli spazi più remoti e nascosti. 


Ma impariamo anche a sviluppare un rapporto sincero e profondo con noi stessi, a riporre fiducia nell’altro, a esercitare la libertà. 


Nicola Gardini porta la parola «studiare» fuori dalle aule scolastiche, spogliandola dei significati deteriori oggi più in voga: affrancato dal senso del dovere e dell’imposizione, lo studente si fa studioso, finalmente pronto ad accogliere il dono di infinite possibilità. Studiare per amore ci offre l’esaltante occasione di scoprire ciò che crediamo di sapere da sempre e invece conosciamo molto poco, con la promessa che, quando volteremo l’ultima pagina, saremo in grado di guardare fuori e dentro di noi con occhi completamente nuovi.

Nicola Gardini:

In questo libro ho presupposto l'esistenza di due modelli di sapere ben distinti, che potremmo chiamare addirittura due mentalità, due visioni antitetiche della vita:

  1.   Un modello utilitaristico-razionalistico, orizzontale, pratico, quantitativo, classificatorio, presuntamente oggettivo, consumisticamente tecnologico, che concepisce la conoscenza solo in termini di profitto certo e di rendimento immediato; che non ammette divagazioni e sorprese; che è fissato sul presente; che presume di percorrere infallibilmente la via migliore; che ha nella computazione il suo strumento principale e trova nel già accaduto un paradigma del futuro;
  2. Un modello scientifico-umanistico, periscopico, speculativo, soggettivo, sperimentale, creativo, poetico, libertario, anticonformista, che persegue la ricerca pura per tentativi, senza darsi un obiettivo certo, e fa tesoro di ogni momento dell'indagine, esplorando il mondo in ogni suo aspetto e in ogni direzione, attraverso l'immaginazione, la memoria, la pluralità dei punti di vista, e impegnandosi a salvare e, se possibile, potenziare le facoltà e le qualità più indistintamente umane (la fantasia, la curiosità, l'ammirazione, l'empatia, ecc.), e guardando tanto al passato quanto al futuro, con piena coscienza storica di quel che dura, di quel che è finito e di quel che sarà o potrà essere,  e aumentando la consapevolezza e il rispetto di tutte le manifestazioni della vita, e la coscienza dei suoi misteri; mai dimenticando di porre domande sul senso delle cose e dell'esistenza; mai dimenticando la bellezza e la gratificazione dello spirito.

Io ho preso chiaramente posizione a sostegno del secondo modello. Con questo ho identificato lo “studio” e sulla validità e necessità di questo ho voluto soffermarmi.

Avrete notato che parlo di un modello scientifico-umanistico. A qualcuno potrà sembrare che io utilizzi un ossimoro, ma se mi avete seguito fin qui sapete che non è così. Mi pare di aver sufficientemente mostrato che le discipline scientifiche (matematica, fisica, biologia, ecc.), e le discipline umanistiche, (la letteratura in primo luogo, ma anche la filosofia, la storia, ecc.) non rappresentano paradigmi differenti se anche praticano indagini differenti e si danno oggetti differenti. Chi ha Leone sia le altre, perseguono la conoscenza pura e solamente coloro che credono per pregiudizio che scienza e tecnica siano un'unica cosa finiscono per credere che scienza e sapere umanistico siano due cose distinte. Per citare Weber anche in queste conclusioni: “l'uomo di scienza (…) afferma di esercitare l'attività scientifica in maniera fine a se stessa, e non solo perché altri possano trarne dei vantaggi tecnici o economici, perché si possano meglio vestire, nutrire, illuminare e governare”. Così l'uomo di lettere.

Sia la fisica, sia la letteratura o la storia o la filosofia o altro, indagano i misteri della vita con uguali disposizioni intellettuali, presupponendo che non esiste oggetto che si arrivi a conoscere mai completamente, perché ogni oggetto è sempre capace di apparire in modi sempre diversi, in sempre diversi sistemi di rapporti. Studiare significa amare l'oggetto, qualunque oggetto scegliamo di indagare, nel suo infinito rivelarsi.

I due modelli che indico, naturalmente, non si escludono a vicenda, la dicotomia esiste, ma non è contraddizione, il secondo non ha mai soppiantato né soppianterà il primo, la dicotomia, infatti, è molto antica, e il secondo modello si è sempre dovuto affermare in contrapposizione al primo, che invece nelle varie fogge in cui appariva d'epoca in epoca, ha sempre dato per indiscutibile la sua superiorità.

In verità, il primo modello, con tutta la sua sicumera, non ha mai dimostrato in alcun momento storico che il secondo avesse perso importanza. Io non sono nemico né della tecnica né dei processi computazionali. Non ho scritto questo libro per attaccarli. Sono convinto però che siamo arrivati a un punto della nostra cosiddetta civiltà in cui, assai più che in qualunque momento del passato, occorra sostenere, di fronte alla sempre più debordante fede (per ingenuità, presunzione, irresponsabilità?) nei portati della rivoluzione digitale, la necessità di un sapere soggettivo e personale, che da sempre, fin da quando il genere umano è comparso sulla Terra, ha nelle risorse dell'intelletto e nell'utilizzo dei sensi i suoi fondamenti. Un sapere che distingue e collega, che coglie e somiglianze e differenze, che rinnova di continuo lo sguardo dell'osservatore anche di fronte ai soliti oggetti (guardare un albero - raccomandava quel gran romanziere che era Maupassant - finché non ci appaia completamente nuovo); un sapere sempre “sospettoso”, sempre incline a sollevare lo sguardo a un livello più alto di partecipazione (come suggerisce il verbo latino suspicio, o “guardare in su”); un sapere che ci porti tutti, ognuno per quel che può e desidera, a confrontarci, a non sottostare a visioni automatizzanti, a imparare gli uni dall'esempio e dalle idee degli altri, a considerare gli uni il buono degli altri; un sapere che non veda una sola via e sappia fare tesoro dell'imprevisto; un sapere che, eterogeneo e variegato, ci unisca nel dialogo pacifico e rispetti tutte le differenze di cui si compone la bellezza della vita; un sapere che restituisca incanto al mondo.

Occorre una conciliazione tra i due modelli, e perché conciliazione ci sia, occorre opposizione, come vuole una vera democrazia.

Il secondo modello, quello scientifico-umanistico, è sicuramente all'opposizione e invoca, per amore della libertà universale che si applichino all'osservazione del mondo le energie più creative dell'intelligenza di ciascuno; che il “dentro” dell'essere umano non si disperda definitivamente nel “fuori” di tutte le appendici e di tutti i suoi sostituti meccanici.

Lo studio dà la felicità. Distrae dall'egoismo e dall'invidia; distrae persino dalla malattia e dalla povertà. Soffriamo quando la nostra mente non sta imparando nulla; quando non si espande perché rimastica vecchie convinzioni e si affida a false aspettative, e non accoglie pensieri freschi, e non vede mai qualcosa di più, e non prova gioia, e per non soccombere al disprezzo di sé si irrigidisce nella presunzione e nel rifiuto della varietà.

Aprendoci all'altro ci apriremo a noi stessi.

Via l'assuefazione! Via la quiescenza! Via l'indifferenza!

E saremo migliori in una vita migliore.