martedì, luglio 14, 2026

Come tenere a freno l’invidia e la gelosia

 

da L'Internazionale del 3 Luglio 2026 di Anna van den Breemer, de Volkskrant, Paesi Bassi

Il confronto con gli altri può farci provare sentimenti negativi, causando frustrazione e insicurezza. Ma ci aiuta anche a capire cosa desideriamo davvero e quali sono i nostri obiettivi.

Nel film Amadeus (1984) l’ambizioso compositore Antonio Salieri è messo in difficoltà dal suo giovane rivale Wolfgang Amadeus Mozart. Non solo perché compone musica geniale apparentemente senza sforzo, ma anche perché è molto amato dalle donne, racconta Rob Compaijen, docente universitario di filosofia dell’università teologica protestante dei Paesi Bassi, nel suo libro Afgunst. Een filosofie van een pijnlijke emotie (Invidia. Filosofia di un’emozione nociva). 

Oggi questo fenomeno è chiamato anche “sindrome di Salieri”: la frustrazione che nasce quando altri eccellono in qualcosa per cui tu ti stai impegnando moltissimo.

Nessuno parla volentieri di gelosia e invidia. “Le persone si vergognano di provare questo tipo di sentimenti”, dice Karlijn Massar, psicologa sociale all’università di Maastricht. “Li considerano una dimostrazione di insicurezza o del fatto che si guarda con fastidio al successo altrui”.

Anche se sono concetti che spesso vengono confusi tra loro, tra gelosia e invidia c’è una netta differenza. La gelosia sorge soprattutto all’interno delle relazioni: è la paura di perdere qualcuno a favore di un possibile rivale. L’invidia, invece, nasce dal desiderio di avere qualcosa che appartiene a un’altra persona, che sia lo status sociale, il successo, l’aspetto fisico o i beni materiali.

Gli esperti distinguono tra invidia benigna e maligna. 

Nel caso di invidia benigna (benign envy) il successo altrui diventa uno stimolo a migliorarsi. “Si prende l’altro come modello”, spiega la psicologa Pieternel Dijkstra, autrice del libro Jaloezie. Omgaan met jaloerse gevoelens (Gelosia. Come gestire questo sentimento). Per esempio, se un’amica è in ottima forma, può diventare uno stimolo ad allenarsi più spesso.

L’invidia maligna (malicious envy) si spinge oltre: è quando non si vuole che l’altra persona abbia successo. “In questa variante il divario appare impossibile da colmare”, dice Dijkstra. “Per esempio quando un’amica ha un fisico migliore del tuo e tu hai la sensazione che, per quanto possa impegnarti, non riuscirai mai a raggiungere lo stesso risultato”. A quel punto può nascere il desiderio di sminuirla, magari parlando male di lei o minimizzando i suoi successi.

Se un amico è bravo a tennis ma a te quello sport non interessa, probabilmente non proverai invidia. “In quel caso il suo talento non mette in discussione l’immagine che hai di te stesso”.

Segnale d’allarme

Quando si parla di gelosia, invece, si pensa subito a comportamenti manipolatori o a una coppia che litiga a una festa. 

Ma c’è di più: questo sentimento funziona anche come utile segnale d’allarme. “Dal punto di vista evolutivo, ha una funzione importante”, dice Massar. “Serve a proteggere una relazione. Spinge ad agire quando qualcuno percepisce una minaccia dall’esterno”. 

Le persone valutano in modo automatico e inconsapevole i possibili rivali in amore, ha concluso Massar durante il suo dottorato di ricerca. Inoltre, si è visto che le cause scatenanti della gelosia sono diverse per le donne e per gli uomini. In un esperimento, alle donne è stata mostrata per una frazione di secondo una fotografia di un viso femminile, e poi hanno dovuto leggere la descrizione di una scena in cui un uomo e una donna flirtano a una festa.

Le donne che, senza rendersene conto, avevano visto il viso di una donna attraente, riferivano di aver provato più gelosia rispetto a quelle che avevano visto il volto di una donna meno attraente. Negli uomini, invece, un bel viso maschile non ha provocato alcuna gelosia, ma un fisico muscoloso sì. 

Una leggera forma di gelosia può anche avere un effetto positivo. “È il segno che quella relazione è importante per te”, spiega Massar. Spesso le persone hanno paura che il loro partner le consideri deboli se ammettono di essere gelose. “Mentre parlarne può essere d’aiuto”.

Rovescio della medaglia

“In generale tendiamo a reprimere o mascherare l’invidia perché la giudichiamo severamente”, dice Dijkstra. Ma così finiamo per restarne intrappolati. E inconsciamente rischiamo di assumere un atteggiamento ostile verso quella collega di successo o quell’amico così in forma. “Il primo passo è riconoscere i propri sentimenti”, spiega la psicologa. “Creandogli spazio si può reagire in modo più consapevole”.

La tendenza a paragonarsi agli altri è del tutto naturale, ma bisogna tenere conto di alcune cose. Di solito notiamo soprattutto i successi altrui. “Invece bisogna domandarsi: che cosa ha dovuto fare quella persona per arrivare dove sognava di essere?”, dice Dijkstra. “Magari la tua collega ha ottenuto una promozione lavorando tutti i fine settimana, e così facendo ha mandato in crisi il suo matrimonio”. Quando ci rendiamo conto del rovescio della medaglia, proviamo ancora la stessa invidia?

Chi prende in considerazione solo i traguardi raggiunti dagli altri rischia di allontanarsi dai propri obiettivi, ritrovandosi a desiderare l’auto sportiva del vicino o magari un viaggio intorno al mondo. 

“Invece bisogna riuscire a concentrarsi sul proprio percorso”, dice Dijkstra. 

In psicologia questo fenomeno si chiama confronto temporale: non ci si paragona agli altri, ma a una versione precedente di se stessi. “A che punto ero un anno fa? Che passi avanti ho fatto da allora? E dove voglio arrivare?”. Così si sposta l’attenzione dalla competizione alla crescita personale.

Se conduce all’introspezione, l’invidia non è per forza un sentimento negativo. “Anzi, può motivare le persone a porsi degli obiettivi e a sviluppare le proprie capacità”, dice Massar. “Quando si prova invidia bisogna chiedersi perché una cosa ci tocca tanto”. A volte, chi è invidioso di un collega ha solo bisogno di più riconoscimento. 

“Spesso l’invidia fa emergere una necessità non soddisfatta e, alla fine, dice qualcosa soprattutto sulla persona che la prova”.


lunedì, luglio 13, 2026

LIBRO: "Ogni istante è una vita. Racconti da Gaza al tempo del genocidio" di Susan Abulhawa, Tomaso Montanari (Prefazione), Viola Ardone (Postfazione)


Fazi Editore devolverà il 5% dei proventi del libro al Palestine Writes Literature Festival, dedicato alla promozione della letteratura, dell’arte e della cultura palestinesi.

Nel 2024 Susan Abulhawa, autrice del romanzo Ogni mattina a Jenin, ha organizzato nei campi tenda una serie di laboratori di scrittura con giovani palestinesi sfollati, le cui vite sono state sconvolte dalla violenza, dalla fame, dalla perdita della casa, della famiglia e di ogni forma di normalità. 


Da quell’esperienza nasce questa antologia: diciotto racconti brevi e intensi, scritti durante il genocidio perpetrato da Israele, nei quali la vita reale assume la forza della letteratura. 


Queste storie aprono uno squarcio sull’esistenza a Gaza sotto le bombe. 


Raccontano l’orrore dall’interno, nei gesti della vita quotidiana, nei suoni, negli odori: l’odissea per un buono alimentare, recuperare i propri vestiti dalle macerie, il viaggio in ospedale per partorire, dare un nome a un bambino salvato dalla morte, bere un caffè davanti al mare dopo aver perso tutto.


Con coraggio, rabbia, amore e – incredibilmente – speranza, queste voci restituiscono dignità, memoria e umanità a un popolo sotto assedio. 
E mostrano come, anche nella devastazione più estrema, raccontare possa diventare un gesto di resistenza.





sabato, luglio 11, 2026

Parole O_Stili: Essere donne nel 2026

l 2026 continua, purtroppo, ad essere un anno orribile per le donne.
In primis per le dichiarazioni di Roberto Vannacci, che nei giorni scorsi è tornato a negare l’esistenza del femminicidio, sostenendo una posizione che ignora il significato stesso della parola. Femminicidio, infatti, non è un sinonimo di omicidio, ma indica l'uccisione di una donna in quanto donna. È un termine introdotto dalla criminologa Diana Russell proprio perché il linguaggio tradizionale non riusciva a descrivere adeguatamente questa forma di violenza.

E poi per la notizia spaventosa arrivata da Milano, dove alcuni dipendenti ATM sono stati sospesi per aver condiviso e commentato in una chat immagini di donne riprese dalle telecamere di sorveglianza dei mezzi pubblici. È difficile non cogliere la gravità della vicenda: dispositivi pensati per garantire la sicurezza delle persone sono stati trasformati in strumenti di violenza, derisione e violazione ai danni di donne di tutte le età, che salivano su un tram convinte di essere tutelate per poi diventare oggetti di osservazione e intrattenimento.
Ancora una volta viene messo in discussione il diritto delle donne a essere riconosciute come persone e non come corpi a disposizione dello sguardo, del giudizio o del controllo maschile. Da un lato, attraverso il tentativo di svuotare di significato una parola che nomina un problema estremamente reale, dall’altro attraverso immagini sottratte, condivise e commentate senza consenso.
Sul caso ATM vogliamo condividere  un’interessante riflessione di Carolina Capria, che osserva come dietro questo e tanti altri episodi si celi un fenomeno più profondo che lega la costruzione di appartenenza e complicità maschili ai corpi delle donne. Riconoscere il filo che lega lo sguardo che umilia, la parola che minimizza e la violenza che colpisce non è un esercizio accademico, ma un atto di responsabilità collettiva che riguarda tutti e tutte noi. Episodi come questi, infatti, non sono eccezioni ma il prodotto specifico della cultura che li rende possibili.
Riflessione: 
Questa cosa ce la ripetiamo da tempo. E sono convinta che gli uomini lo abbiano sempre fatto, solo che adesso grazie alla tecnologia lo vediamo coi nostri occhi. Prima non potevamo saperlo, perché queste situazioni avvenivano in ambienti maschili dai quali le donne erano escluse. Ma gli uomini hanno sempre usato il corpo delle donne per instaurare relazioni tra di loro. Scopano le donne non perché vogliono le donne ma perché vogliono essere idolatrati dagli altri maschi. Gli uomini cercano l'approvazione degli altri maschi attraverso il corpo delle donne. Il loro reale oggetto del desiderio è l'approvazione degli altri maschi. Del resto è facilissimo verificarlo, e pure banale nella sua semplicità, basta riflettere: quando ami qualcuno ne ricerchi l'approvazione. E gli uomini di chi cercano l'approvazione? Delle loro mogli e fidanzate? No, degli altri uomini!! Ecco qua. Noi siamo solo il campo sul quale loro si incontrano. Io ormai (e dirò una cosa provocatoria ma comincio a pensare che sia vera) mi sto convincendo che gli uomini in realtà siano tutti omosessuali, e che il patriarcato sia stato inventato per obbligare gli uomini a stare con le donne, perché altrimenti si scopano solo tra di loro e nessuno fa figli. Perché altrimenti come si spiega questa ossessione maschile per il maschile? Persino da bambini ne sono ossessionati. I ragazzini stanno sempre a misurarsi il pene a vicenda, disegnano cazzi sui banchi, sui muri, nei bagni, hanno questa parola sempre in bocca come intercalare (vi siete mai chiesti perché diciamo "cazzo" per imprecare invece di qualsiasi altra parola?) e addirittura organizzano i sega party. Cioè, ma quando mai noi abbiamo mai fatto una qualsiasi di queste cose? E non dipende dall'educazione,è proprio una fissazione. Che loro hanno sui loro peni, e noi no. Ma non dovremmo essere noi quelle ossessionate dal sesso maschile, se così fosse?!

venerdì, luglio 10, 2026

Una nuova parola: "Astroturfing"

 

Potresti aver già sentito questa espressione perché deriva da un famoso brand americano che produce erba sintetica, AstroTurf appunto.

Ma l’astroturfing di cui parliamo, con l’erba non c’entra nulla, o quasi. 
È una pratica usata nel marketing e in politica per costruire un finto consenso dal basso, in modo da generare fiducia immediata attorno a un’idea o a un prodotto. Ma nel caso dell’astroturfing, il sostegno che sembra spontaneo e autentico è in realtà artificiale, proprio come un prato di erba finta.
Nell’era dei social questo fenomeno ha assunto nuove modalità. Se in origine erano persone vere e proprie ad essere utilizzate come comparse, pagate per costruire un clima favorevole attorno a un dato tema, adesso sono scesi in campo i bot. Un’ulteriore differenza, inoltre, è data dal fatto che non vengono utilizzati per creare consenso positivo ma per promuovere e istigare posizioni estreme, polarizzando le discussioni.
Davanti a temi caldi che stimolano opinioni altamente divisive, come le recenti dichiarazioni di Vannacci in merito al femminicidio, sembra quasi naturale aspettarsi delle reazioni forti da parte del pubblico. Come scrive Ruffino, meno naturale è pensare che il 90% dei commenti al post in questione provenga da profili falsi, di “persone” inesistenti creati per generare reazioni e attirare l’attenzione dell’algoritmo.
Il principio è semplice: l’indignazione genera interazione e più commenti ci sono, più la piattaforma valorizza il contenuto, portandolo in alto senza valutarne l’effettiva sostanza. L’odio diventa così un’esca per alimentare le visualizzazioni. Un meccanismo pericoloso che trascina anche chi osserva: l’illusione che tutto il web sia contro qualcosa o qualcuno spinge ad allinearsi ad un’opinione che sembra essere condivisa da tutti e tutte.

giovedì, luglio 09, 2026

Parole O_Stili: "Il ritorno di Temptation Island"

 

È arrivato quel momento dell’estate che tante persone attendono trepidanti: il ritorno di Temptation Island, il programma italiano che mette alla prova la fiducia tra coppie facendole vivere in due isole separate per qualche settimana, in mezzo a una schiera di tentatori e tentatrici. Da un po’ di anni questo show è un vero e proprio rito estivo, con ascolti alle stelle e una scia di contenuti, tra spezzoni e meme, che nei giorni successivi alla puntata animano la conversazione sui social e non solo. La sua portata è tale che spesso anche chi dice che non guarderebbe mai questo genere di trasmissioni, vuoi o non vuoi, finisce per essere trascinato in questo uragano del trash.

Ma come ha fatto a diventare un fenomeno di questa portata? 
Da un lato, la cosiddetta tv spazzatura è diventata un po’ il pretesto per recuperare un’abitudine che sembrava andato persa, quella di riunirsi per guardare un programma in compagnia e commentare con leggerezza. 
Dall’altro, Temptation Island mette in luce conflitti universali come tradimenti, fragilità e zone d’ombra delle relazioni, puntando sul fascino che inevitabilmente si prova nell’essere testimoni delle debolezze altrui. E funziona, forse proprio perché, in qualche modo, in quelle dinamiche spesso tossiche e disfunzionali riconosciamo il riflesso di situazioni e paure che ci appartengono.

C’è un dato che non andrebbe ignorato, però, e che riguarda le persone che lo seguono: a fronte di un aumento generale degli ascolti, la fascia d’età più interessata è quella più giovane, che include ragazzi e ragazze tra i 15 e i 24 anni. E così, in un momento storico dove lo spazio dedicato all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è pressoché inesistente, Temptation Island diventa uno degli standard di riferimento a disposizione delle nuove generazioni su questi temi, con il rischio che la normalizzazione di tutto ciò che il reality spettacolarizza possa trasformare dinamiche di controllo, gelosia morbosa e stereotipi di genere in modelli relazionali desiderabili, che non sono e non dovrebbero essere mai un esempio.

mercoledì, luglio 08, 2026

Perché preferiamo svoltare a sinistra

 

da "L'Internazionale" del 19 Giugno 2026 di Ian Sample, The Guardian, Regno Unito

Uno studio rivela che i gruppi di persone camminano prevalentemente in senso antiorario, ma i motivi alla base di questa tendenza non sono ancora stati chiariti.

“Non riesco a girare a sinistra”, si lamenta Derek Zoolander nell’eponimo film dei primi anni duemila sul modello più fico del mondo e il suo raro blocco da passerella. “È un problema che ho fin da quando ero piccolo”. 
Ora una ricerca suggerisce che la peculiarità di Zoolander è perfino più insolita di quanto si pensasse, rivelando che abbiamo una naturale tendenza ad andare a sinistra e a camminare in senso antiorario. 
“Se chiedete a qualcuno di camminare, che sia in un museo, in un supermercato o anche in una stanza vuota, è molto probabile che lo faccia in senso antiorario”, dice Iñaki Echeverría Huarte dell’università della Navarra, in Spagna. 
Come tante altre scoperte scientifiche, anche questa rivelazione deve molto al caso. 

Durante la pandemia di Covid i ricercatori hanno condotto alcuni esperimenti per capire quante persone riuscissero a condividere uno spazio restando a distanza di sicurezza. Guardando i video hanno notato che quasi tutti camminavano in direzione antioraria. 
Questo risultato ha dato il via a un progetto di ricerca con una serie di esperimenti in cui i volontari, da soli o in piccoli gruppi, dovevano camminare in spazi delimitati. Ogni volta i ricercatori hanno rilevato la propensione a girare a sinistra.

Sospettando che potessero essere in gioco norme di tipo culturale, i ricercatori hanno contattato il dottor Claudio Feliciani dell’università di Tokyo. Ma anche gli esperimenti in Giappone hanno dato lo stesso risultato, che è rimasto valido quando hanno tenuto conto di chi aveva mano, piede e occhio destri dominanti, ed era comune a uomini e donne. L’unica differenza riscontrata è stata una tendenza più spiccata nei bambini.

“Ogni persona propende leggermente per un lato e quando sono in tanti a condividere uno spazio questo produce una tendenza complessiva a girare in senso antiorario”, spiega Echeverría Huarte.
Gli scienziati non sono sicuri di quale sia l’origine della preferenza, ma hanno svolto ulteriori esperimenti nella realtà virtuale, e altri in cui le persone fingevano di avere una gamba rotta, nella speranza di scoprire di più. “Non sappiamo perché succeda, ma se riuscissimo a capirlo potremmo comprendere meglio il modo in cui percepiamo il mondo”, ha commentato Feliciani. “E scoprire cose 
più importanti”. 

Nessuno è simmetrico
Gli esseri umani non sono gli unici a mostrare una simile preferenza. 
Un gruppo di ricercatori britannici ha dimostrato che le formiche Temnothorax albipennis tendono a girare a sinistra quando esplorano nidi sconosciuti.
I sospetti sono ricaduti sulla biomeccanica. “Nessuno è perfettamente simmetrico e il modo in cui il cervello raccoglie le informazioni sensoriali e le coordina con i muscoli sembra farci pendere da un lato”, dice Echeverría Huarte. “Abbiamo testato diverse ipotesi e la tendenza continua a risultare evidente, quindi il meccanismo esatto è ancora una questione aperta”.

Comprenderla potrebbe rendere più realistiche le simulazioni sul comportamento delle folle e sulle evacuazioni, e contribuire a progettare gli spazi in cui ci muoviamo ogni giorno, come musei, supermercati e stazioni ferroviarie, ha detto Echeverría Huarte. 

Alle prime olimpiadi moderne, nel 1896, gli atleti correvano sulla pista in senso orario, ma nel 1913 la regola è stata cambiata perché la maggior parte di loro lo trovava innaturale. 

“È plausibile che sia dovuto alla preponderanza dei destri rispetto ai mancini”, dice Gareth Irwin, responsabile della biomeccanica dello sport alla Cardiff metropolitan university. 
“Correndo in senso antiorario si mette più forza sul lato destro”.

Ma questo potrebbe avere meno a che fare con la biomeccanica e più con la prevalenza sociale di chi ha la gamba destra dominante. “L’idea del predominio del lato destro trascende lo sport e l’atletica e si può osservare in altri ambiti come la progettazione dei supermercati, che influisce sulla direzione verso cui le aziende vogliono indirizzarci all’interno dei punti vendita”, dice Irwin.

martedì, luglio 07, 2026

LIBRO: "Quando gli dèi lasciarono il mondo. L'ultima estate di Pompei" di Gabriel Zuchtriegel

 

Pompei, estate del 79 d.C. Mentre il Vesuvio si prepara a esplodere, nella città si vive come sempre: si commercia, si ama, si vota, si costruisce, si scrive sui muri. Ma qualcosa sta cambiando. Gli dèi appaiono sempre più irraggiungibili, il potere imperiale si insinua nei riti quotidiani e una nuova, strana setta – i cristiani – inizia a mettere radici. Sta cominciando la dissoluzione di un’epoca, non solo per Pompei ma per tutta una civiltà.

Gabriel Zuchtriegel ci accompagna nel cuore della città romana pochi mesi prima della catastrofe, ma il suo racconto è più di una cronaca dell’eruzione del Vesuvio: è un viaggio verso la fine di un mondo. È un mondo che non crolla solo sotto la pioggia di cenere e lapilli, ma sotto il peso di una crisi spirituale, simbolica, politica e sociale. A Pompei incontriamo lo splendore ma anche le crepe dell’Impero romano, è lì che si annunciano le trasformazioni religiose e culturali che segneranno i secoli a venire.

Con rigore archeologico e una suggestiva forza narrativa, Quando gli dèi lasciarono il mondo dipinge un grande affresco sul tramonto di una civiltà e sull’inizio di un’altra. E restituisce a Pompei la sua verità più profonda: non quella di una città morta, ma quella di un mondo in trasformazione, come il nostro. 

E se Pompei fossimo noi?

lunedì, luglio 06, 2026

LIBRO: "L'italiano in 80 giochi. Mettiti alla prova divertendoti" di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota

 


In questo nuovo libro insieme, Valeria Della Valle e Giuseppe Patota propongono ottanta giochi tra enigmi, indovinelli e sfide, pensati per mettere alla prova il lettore e fargli scoprire quanto l'italiano possa essere una lingua da esplorare divertendosi. 
Una tappa dopo l'altra, i giochi diventano il motore di un percorso avvincente tra parole, storia e invenzioni linguistiche. 

A fare da cornice è un viaggio insolito: un itinerario a bordo di una mongolfiera, che sorvola alcuni dei luoghi decisivi per la nascita e l'evoluzione della nostra lingua. 

In compagnia dei due autori, attraversiamo città e territori in cui l'italiano ha compiuto passi fondamentali, tra documenti medievali, grandi opere letterarie, tradizioni dialettali e svolte culturali. 

La rotta non segue l'ordine cronologico ma quello del vento: Montecassino, Andria, Assisi, Ravenna, Venezia, Milano, Torino, Firenze e Roma diventano le tappe di un percorso che unisce divulgazione e avventura, nello spirito delle grandi imprese immaginate da Jules Verne. 

Ne nasce un libro che è insieme divertimento, viaggio e scoperta: un modo nuovo e coinvolgente per avvicinarsi alla storia dell'italiano, ricordando che una lingua si impara studiando, sbagliando, ma soprattutto giocando.

domenica, luglio 05, 2026

LIBRO: "Alla mia età" di Andrea Carandini


«Questo presente, privo di ogni faticosa formazione, stufa perché è un accumulo di attimi e fatti isolati e sfuggenti, come brandelli di un tessuto non più ricomponibile. Una volta, dietro a ogni uomo o cosa c’era un background: artigianale, contadino, militare, aristocratico, sacerdotale, commerciale, professionale, industrial-borghese e intellettuale. 
Ogni persona e circostanza risuonavano di echi in una polifonia di livelli sociali, epoche e luoghi, entro un tessuto umano carnale e sapienziale significativo. 
Tutto riecheggiava del tutto, essendone a un tempo la parte e l’intero. Ogni uomo aveva dignità – nei modi, nel vestire, nel sentire e nel pensare –, tra gli estremi del mendicante e del nuovo ricco. 

Oggi massa e classe dirigente prediligono una realtà allo spezzatino. Io me ne sto il più possibile nell’ozio ‘operoso’, come si sarebbe detto una volta. Appena ne esco vengo invaso da torrenti di turisti che nulla vedono e intendono, salvo lo specchiarsi unicamente nel cellulare. 
È come se gli individui, uniformati da un’uguaglianza più consumistica che democratica, si fossero incollati gli uni agli altri nel costume e nel comportamento. 
Le città non hanno quasi più abitanti: se chiedi a qualcuno d’indicarti una strada non la conosce, pur lavorando da tempo in quel luogo, perché i palazzi del centro sono ormai ridotti ad assemblaggi di Bed and Breakfast e Case Vacanza. 
Terra e cielo sono ormai un colossale meccanismo comandato da pochissimi padroni che ammaliano infima plebe e ricchissimi i quali, faticosamente oppure facilmente, acquistano cose e distrazioni solo per disfarsene al più presto volendone altre ancora».

L’autore
Andrea Carandini, nato a Roma nel 1937, è uno dei maggiori archeologi italiani. Ha condotto scavi fondamentali tra il Palatino e il Foro Romano, scoprendo la prima Roma dell’VIII secolo a.C. e la Roma precedente del IX e X secolo. È stato Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e del FAI, e collabora con il “Corriere della Sera”. Tra le sue opere precedenti si ricordano "Roma. Il primo giorno", "Io, Agrippina" e "Io, Nerone"