mercoledì, agosto 19, 2026

Iran, ricordate la protesta di Ahoo Daryaei in reggiseno?


La studentessa aveva sfidato le regole sul velo spogliandosi in un'università di Teheran. Secondo il «Daily Mail», dopo il ricovero è stata costretta ad accettare una diagnosi psichiatrica e oggi riceve iniezioni mensili di un farmaco utilizzato per trattare la schizofrenia

Diciotto giorni legata a un letto di ospedale psichiatrico. Poi la liberazione, ma a una condizione: accettare l'etichetta di malata mentale. È il destino raccontato da un'amica di Ahoo Daryaei, la studentessa iraniana e madre di due bambini diventata un simbolo della protesta contro l'obbligo del velo dopo essere stata ripresa mentre camminava in biancheria intima all'interno dell’università Azad di Teheran. Un simbolo, quasi come  Mahsa Amini, brutalmente uccisa dalla polizia morale nel 2022. La vicenda, a quasi due anni di distanza, torna a mostrare uno dei meccanismi più inquietanti della repressione iraniana: trasformare la contestazione in una patologia, la disobbedienza in un disturbo, la protesta in qualcosa da curare.

A ricostruire la storia è il Daily Mail, che ha raccolto le testimonianze di persone vicine alla donna. Secondo quanto riferito al giornale britannico, dopo l'arresto, le autorità avrebbero cercato una spiegazione alternativa alla protesta diventata virale sui social. Il piano, ha raccontato un'amica di Daryaei, sarebbe stato quello di attribuire l'accaduto a problemi psichici: «Poiché un video di lei era diventato virale, dovevano costringerla ad ammettere di essere malata e che questo episodio era dovuto ai suoi problemi mentali», ha riferito la donna. E, secondo la stessa testimonianza, il regime avrebbe esercitato pressioni sulla famiglia per ottenere quella versione. A quel punto sarebbe entrato in scena l'ex marito. L'uomo è stato costretto ad ammettere che Daryaei soffriva di problemi mentali. Solo con questa conferma la studentessa è stata slegata dal letto e liberata dopo 18 giorni di ricovero.

La libertà, però, ha un prezzo ulteriore. Le autorità iraniane le hanno comunicato che da lì in avanti sarebbe stata sorvegliata e che il suo telefono sarebbe stato intercettato. Daryaei ha inoltre da allora l’obbligo di assumere farmaci antipsicotici, con i costi coperti dalla sua assicurazione. La sorveglianza, secondo l'amica citata dal Daily Mail, sarebbe arrivata al punto che i funzionari si sono accorti che la giovane non stava assumendo i farmaci semplicemente osservandola camminare «normalmente»: l'effetto delle medicine avrebbe dovuto renderla visibilmente stordita. Cosa che lei non era per niente. Oggi Daryaei è costretta a ricevere ogni mese iniezioni di flupentixolo, un farmaco utilizzato nel trattamento della schizofrenia. E non è lei a decidere quando e come assumere la terapia: sono i medici a somministrargliela per assicurarsi che venga presa regolarmente.

«La sua famiglia ha detto che è meglio per lei ricevere queste iniezioni con l'etichetta di malata di mente, piuttosto che essere impiccata, messa in prigione o torturata», ha spiegato l'amica. La storia di Daryaei ha così un prima e un dopo. Prima c'è quella scena diventata virale: una giovane donna che, dopo un alterco con i membri della sicurezza dell'università per il velo, si spoglia e attraversa l'area dell'ateneo in biancheria intima. Dopo ci sono il ricovero, la diagnosi, la sorveglianza e le terapie obbligatorie. In mezzo, il tentativo di stabilire chi abbia il controllo sul corpo di una donna: lei, oppure lo Stato.

Daryaei, oggi trentaduenne e studentessa in un'altra università, ha ripensato alla propria protesta anche attraverso questa domanda. «Il punto fondamentale era, prima di tutto, che non le piaceva il modo in cui la tiravano e il modo in cui la trattavano solo per una sciarpa», ha specificato la sua amica al giornale britannico. Quella umiliazione, nella sua lettura, avrebbe trasformato un episodio legato al velo in qualcosa di più grande: «Lasciatemi resistere in un modo che sia all'altezza di quello che mi state facendo passare». E poi il corpo. «L'obiettivo è stato quello di mostrare che lei ha il controllo del proprio corpo, delle proprie scelte».

martedì, agosto 18, 2026

Parole O_Stili: L'Intelligenza Artificiale c'è. Ma si vede?


Dal 2 agosto sono diventate applicabili gran parte delle disposizioni dell'AI Act, il regolamento europeo che disciplina lo sviluppo e l'utilizzo dell'intelligenza artificiale. Tra le novità più importanti c'è un principio tanto semplice quanto necessario: il diritto di sapere quando stiamo interagendo con un sistema di IA o quando un testo, un'immagine, un audio o un video sono stati generati artificialmente. L'obiettivo non è limitare la tecnologia, ma rendere più leggibile un ambiente digitale in cui la sua presenza è ormai sempre più diffusa.
Le notizie degli ultimi giorni mostrano bene quanto questo panorama sia già complesso. Snapchat ha annunciato che penalizzerà i contenuti interamente generati con l’IA per dare più spazio alla creatività umana. Intanto, però, social sempre più popolati da bot, creator virtuali e contenuti pensati per compiacere gli algoritmi rendono quasi plausibile (enfasi sul “quasi”, mi raccomando!) la Dead internet theory: l’idea di piattaforme affollatissime, ma sempre meno abitate da persone reali.
Anche noi utenti contribuiamo a questo ecosistema, spesso senza rendercene conto. Il trend Mini You, che accosta una foto dell’infanzia a una attuale, avrebbe già prodotto circa 40 milioni di immagini potenzialmente utili per studiare il processo di invecchiamento del volto umano. E mentre l’IA impara da ciò che condividiamo, qualcuno ne mette alla prova i limiti: il designer Eric Lu ha creato Ghost Font, una scrittura dinamica leggibile dalle persone ma non dai modelli che analizzano i video fotogramma per fotogramma.
Insomma, la situazione è complessa ed è proprio qui che l’AI Act prova a intervenire, cercando di rendere la presenza dell’Intelligenza Artificiale più visibile e di responsabilizzare chi ne fa uso. 
Fare un uso consapevole, in fondo, significa anche essere in grado di capire quando entra nei nostri feed, quali dati le consegniamo e quali effetti può produrre negli spazi digitali che abitiamo.


lunedì, agosto 17, 2026

Per de Coubertin le donne non dovevano correre. La risposta delle italiane

 
da Il Corriere della Sera di Barbara

Quando il barone Pierre de Coubertin rilanciò i Giochi olimpici, aveva già deciso chi doveva correre e chi doveva applaudire. Alle donne riservava la corona d'alloro da posare sul capo dei vincitori, non la pista. Il corpo femminile, sosteneva, apparteneva alla maternità: era riservato al parto, non alla prestazione. La partecipazione — quella frase che la storia gli ha cucito addosso come la più nobile delle medaglie — era, nei fatti, un privilegio maschile. Competere, in generale, una cosa da uomini.

Centotrent'anni dopo, agli Europei di Birmingham, l'Italia che vince porta soprattutto nomi di donna. Nadia Battocletti vola e si ripete: oro nei 5.000 e nei 10.000 metri, prima nella storia a firmare la doppietta in due edizioni continentali consecutive. Sofia Fiorini, ventuno anni, demolisce il record del mondo nella neonata maratona di marcia e stacca le avversarie di minuti, non di secondi. Dariya Derkach, 33 anni e tre operazioni al tendine d'Achille, sale sul gradino più alto del salto triplo — prima italiana mai riuscita nell'impresa in una rassegna outdoor. Larissa Iapichino arriva alla finale del lungo da leader stagionale d'Europa, pronta a giocarsi l'oro. E poi c'è Kelly Doualla, sedici anni, che a Rieti corre i 100 metri in 11"14 e diventa la seconda più veloce nella storia azzurra: un'adolescente che riscrive gli almanacchi mentre fa ancora i compiti.

Sono corpi-mente che non si limitano a vincere: 

esprimono un'idea di forza, di bellezza, di tempo 

— quello lungo di una carriera ricostruita, quello breve di un'esplosione teenager – 

che apre spazi e possibilità

Un’infinita moltiplicazione di spazi e possibilità per ogni ragazza che li guarda e sogna e ci prova. 

Lo sport resta una straordinaria leva per l’equità, la libertà, la partecipazione piena alla vita.

domenica, agosto 16, 2026

L’immane senso di impotenza che proviamo davanti alle atrocità del mondo. Sapere non ci salva e quindi "Che fare?" di Lavinia Marchetti

Zoran Mušič, Nous ne sommes pas les derniers (We are not the last ones)

Qualche notte fa ho chiuso il computer molto tardi. Sullo schermo era rimasto il volto di Ratil Mahmoud Musa Abdullah, otto anni, uccisa mentre dormiva in una tenda ad Al-Mawasi. Poco prima avevo riguardato il filmato di Abderrahim Fakir immobilizzato e lasciato morto e legato sull’asfalto rovente di Bologna, poi sono salita in aereo e le schede sono rimaste aperte, come un accumulo di coscienza. 

Stamani le ho riviste tutte assieme, un mosaico della crudeltà umana a cui si aggiungevano le ossa spezzate di due contadini palestinesi in Cisgiordania e la notizia dei militari italiani mandati nel Golfo dentro una guerra che il governo evita accuratamente di chiamare guerra. Ho spento tutto e riavviato. Non è servito a nulla. 

Vorremmo, quasi tutti noi, riavviare il mondo come fosse un PC pieno di inutili atrocità. Ma poi Ratil continua a essere morta. Fakir continua a chiedere aiuto in un video che ricominciava da capo a beneficio dell’algoritmo. 

Il mondo prosegue senza aspettare che noi riusciamo a comprenderlo ed elaborarlo, perché nel frattempo, oggi, altre atrocità erano lì ad attendermi e siamo sempre lì, a inseguire la prossima atrocità.

Che fare?

Ogni giorno sotto i miei articoli leggo la fatidica domanda: Che cosa possiamo fare? Ho provato a rispondere mille volte. Ci ho scritto molti post in merito. Ma le risposte sono sempre inefficaci, insufficienti. Non convinco nessuno, neanche me stessa. Quella domanda compare sotto le fotografie dei bambini coperti di sangue e riappare dopo l’ennesima casa palestinese demolita. La ritrovo perfino negli articoli sul caldo, quando le temperature trasformano le città in “selettori sociali” dove sarà la povertà a decidere chi vive e chi muore. Chi possiede un condizionatore e chi, specie gli anziani, attraversa la notte con il cuore sotto sforzo sperando di non morire. Dentro questa domanda vivono due facce bipolari della stessa medaglia, da un lato c’è una richiesta politica, di azione possibile, ma dall’altra c’è una stanchezza esistenziale più intima che è anche la mia. Chi legge vorrebbe sapere se l’attenzione prestata a tutto questo serva ancora a qualcosa, o se stiamo soltanto assistendo con maggiore definizione alla nostra irrilevanza. Io non ho alcuna risposta. Non lo so.

Negli ultimi mesi ho scritto quasi ogni giorno. Ho seguito i bombardamenti su Gaza e i pogrom dei coloni, ho studiato la morte di Fakir dentro filmati incompleti e versioni ufficiali di comodo distribuite da chi sa bene che l’attenzione dell’opinione pubblica dura due tre giorni e poi si passa alla prossima indignazione. Nel frattempo il caldo uccide braccianti esposti sotto il sole e uccide anziani poveri in appartamenti di chi non può partire, o non può permettersi un condizionatore, tutto questo mentre la politica europea prepara altre armi spiegandoci che la pace richiede arsenali sempre più grandi. A forza di passare da un documento all’altro ho avvertito una sensazione psicofisica molto precisa. La realtà si allargava e la mia facoltà di raggiungerla diminuiva.

La coscienza

La filosofia, in alcune sue declinazioni, ha descritto la coscienza come una stanza interna dalla quale osserviamo ciò che accade fuori, sensazione/percezione e successiva elaborazione.

....

continua L’immane senso di impotenza che proviamo davanti alle atrocità del mondo.

sabato, agosto 15, 2026

LIBRO: "L'urlo di Miles" di Reno Brandoni

 
L’urlo di Miles è un romanzo breve che intreccia esperienza personale e finzione narrativa per raccontare la fragilità dell’identità artistica quando viene meno la voce, il principale strumento di relazione con il mondo. 
Attraverso la figura di Miles, trombettista segnato da un intervento alle corde vocali e da un errore irreversibile durante la convalescenza, Reno Brandoni costruisce una riflessione intensa sul silenzio, la perdita, la dipendenza, la solitudine e la possibilità di rinascere attraverso la musica. 
La voce che cambia diventa metafora di una trasformazione più profonda: non solo fisica, ma esistenziale. 
Il protagonista attraversa una lunga caduta fatta di isolamento, rabbia e autodistruzione, fino a comprendere che ciò che definisce davvero un musicista non è il timbro della sua voce, ma il centro interiore da cui nasce il suono. 
Con uno stile asciutto, essenziale e introspettivo, il libro racconta il rapporto tra corpo e arte, tra vulnerabilità e creazione, trasformando una crisi personale in una meditazione universale sull’identità e sul significato del fare musica.

venerdì, agosto 14, 2026

ARCI: Che estate stanno vivendo i bambini di Gaza?

 

giovedì, agosto 13, 2026

LIBRO: "Amblimblè. Rime e riti dei giochi di strada" di Piero Dorfles

 

Come si giocava una volta, quando i bambini passavano più tempo in strada e non c'erano a disposizione molti svaghi, tantomeno quelli elettronici e il digitale? 

Piero Dorfles racconta i giochi, che erano soprattutto di gruppo: tana liberatutti, le biglie, dire fare baciare lettera testamento, facciamo che ero, campana, lo schiaffo del soldato, la lippa, rubabandiera, le belle statuine e tanti altri. 
Accanto ad essi, raccoglie le conte che li accompagnavano: filastrocche, poesiole spesso surreali e apparentemente senza significato, ispirate al lavoro, alle fiabe, alla parodia della vita adulta. 

Dorfles riflette su come i giochi collettivi siano fondamentali nella formazione di un individuo: perché insegnano a confrontarsi con gli altri stabilendo regole e rispettandole, in un contesto in cui si è tra pari e le differenze di censo non contano; perché sono strumenti per sviluppare la creatività, la fantasia e anche un senso di indipendenza e responsabilità; perché consentono al bambino di trovare un proprio ruolo e affermare sé stesso. 
Ne risulta l’affresco di un mondo perduto solo in parte, che forse non sarebbe così difficile ritrovare.

mercoledì, agosto 12, 2026

L'Unione europea può finire? Dai missili su Lublino alle «bombe umane» su Gibilterra, perché non abbiamo mai avuto tanti nemici


da Il Corriere della Sera di Federico Fubini

Forse mai come in questi ultimi anni l’Unione europea si ritrova «accerchiata» da più nemici: dalla Russia, che continua a testare la pazienza di Bruxelles, dall’amministrazione Trump e da una certa destra americana e anche da «figure interne» che vorrebbero che l’Ue si dissolvesse, come l’Urss nel 1991

L'atmosfera delle vacanze, oltre all'accavallarsi dell'attualità, mi induce a proporre ai lettori un nuovo gioco enigmistico nel primo lunedì di agosto. 

Trovate i punti in comune tra queste 3 foto... 

  

C'è a stento bisogno di dirlo, ma la prima in alto ha tre giorni e rappresenta l'assalto disperato alle rive di Ceuta, in Spagna, che ha coinvolto 60 mila persone e causato almeno cento morti. La seconda foto ha cinque giorni e mostra il cratere di una decina di metri di diametro aperto nei pressi di Lublino (Polonia orientale), con ogni probabilità da un missile balistico russo. La terza invece è dell'8 dicembre 1991 e cattura l'attimo della dissoluzione dell'Unione sovietica: la firma sull'atto di divorzio da parte dei leader di Russia (Boris Eltsin), Bielorussia (Stanislaŭ Šuškevič) e Ucraina (Leonid Kravčuk), seguito da una lunga cena a base di vodka e da una sauna nella foresta bielorussa di Belaveža.

Fatico a immaginare Giorgia Meloni, il premier spagnolo Pedro Sánchez, il tedesco Friedrich Merz o Ursula von der Leyen in una serata a base di superalcolici con sauna finale. Ma ciò che le tre foto hanno in comune è l'obiettivo: non ci sono mai state tante potenze fuori, né mai tante forze in ascesa all'interno, che vorrebbero per l'Unione europea l'equivalente di quella foto di Belaveža; né ci sono mai state tante azioni di guerra ibrida pensate o almeno utilizzate dall'esterno per un simile scopo. Fra queste sicuramente bisogna contare l'assalto a Ceuta, così come la crescente pressione di atti ostili - missili, droni, propaganda, fondi occulti - che la Russia lancia verso il territorio europeo per saggiare dov'è la nostra linea rossa e fino a quando continueremo a tollerare.



Sì, siamo una superpotenza

Un punto da chiarire è che, malgrado le difficoltà di cui io stesso ho scritto spesso, non bisogna credere alla retorica trumpiana. I numeri raccontano un'altra storia. L'Unione europea resta saldamente una superpotenza economica, l'unica al mondo oltre agli Stati Uniti e alla Cina. A volte davanti agli Stati Uniti o alla Cina. Il grafico sopra, tratto dalla newsletter dell'economista Paul Krugman, mostra che siamo ancora secondi al mondo dopo l'America per dimensioni del prodotto interno lordo espresso in puri e semplici euro o dollari al valore corrente. Il grafico sotto mostra poi come anche il valore aggiunto manifatturiero dell'Unione europea - cioè il valore creato nel prodotto finale della manifattura, dati certi apporti di materie prime e altro - sia secondo al mondo davanti agli Stati Uniti. Se poi si guarda al prodotto interno lordo cosiddetto in "parità di poteri d'acquisto" - cioè parametrato ai prezzi interni, in modo da misurare i volumi prodotti - allora l'Unione europea è praticamente allineata agli Stati Uniti: circa 30 mila miliardi di dollari l'anno di Pil per entrambe, mentre la Cina è molto più in alto.

Ma un'altra misura dà l'idea di quanto fuorviante sia la retorica trumpiana sul vecchio continente che riecheggia in questi anni. Dal 2022 la crescita dell'Unione europea è stata del 23%, se misurata per abitante; quella degli Stati Uniti è stata invece solo del 15,4% (secondo dati della Banca mondiale). Pro-capite, cresciamo più noi europei degli americani. Il maggiore tasso di crescita in termini assoluti degli Stati Uniti rispetto all'Unione europea - fra il 2022 e il 2026 è atteso del 9% contro il 4% dell'Unione europea, secondo i dati di Bruxelles - si spiega principalmente con il fatto che in America la popolazione aumenta più in fretta. E ciò a sua volta è dovuto ai maggiori flussi di immigrati, inclusi gli irregolari, durante l'amministrazione di Joe Biden. Era già chiaro almeno dal 2024 e all'epoca ne ho parlato qui. In pratica in questi giorni Donald Trump critica ferocemente il governo spagnolo solo perché Madrid sta gestendo lo stesso fenomeno che si trova alla base della crescita americana da anni: lo stesso che lui osteggia.



La società aperta e i suoi avversari

Dietro gli attacchi della Casa Bianca in sostanza potrebbe non esserci solo un complesso di superiorità verso noi europei. Non credeteci. C'è anche la forma mentale di Trump. Per lui la vita non è una dinamica di cooperazione e benefici reciproci, ma un gioco a somma zero: perché gli Stati Uniti possano vincere, l'Europa deve necessariamente perdere. Questa del resto è la visione del mondo che gli ha inculcato dall'infanzia suo padre, uno spietato costruttore della jungla del mercato immobiliare newyorkese del secondo dopoguerra (illuminante in proposito il memoir familiare della nipote Mary Trump).

Qui c'è ciò accomuna gli eventi alle frontiere dell'Unione europea in questi giorni, da Lublino lungo la frontiera ucraina allo Stretto di Gibilterra 3.600 chilometri a sud-ovest. Non sapremo mai se l'amministrazione americana era al corrente su Ceuta, se ha dato il suo silenzio-assenso o qualche impulso alle azioni del Marocco. Possiamo solo fare l'elenco degli indizi che creano sospetti. Sappiamo però che la Casa Bianca ha subito cercato di fare di questa crisi migratoria un'arma impropria contro i suoi avversari nell'Unione europea: in questo caso contro il premier di Madrid Pedro Sánchez, colpevole di aver contestato Trump sull'Iran, sulle Big Tech, sulla Nato e colpevole soprattutto di seguire una propria politica dell'attenzione verso la Cina. In questo l'uso politico delle ondate di rifugiati in altri Paesi fatto da Trump ricorda il modo in cui Russia e Bielorussia pressano i migranti contro le frontiere di Polonia e Finlandia: vogliono solo destabilizzare (benché nel caso di Ceuta le responsabilità dell'America siano tutte da dimostrare).  

La sostanza è che l’Unione europea non aveva mai contato tanti nemici esterni, che cercano di spingerla alla paralisi e alla frammentazione. Venerdì si è riunito l’Integrated Political Crisis Response, l’organismo di Bruxelles nato per condividere informazioni e decisioni di fronte a eventi gravi. Lì il Servizio esterno della Commissione europea — la squadra di politica estera che collabora con l’intelligence delle capitali e risponde alla vicepresidente Kaja Kallas — ha passato un messaggio ai governi: la corsa dei migranti verso Ceuta è stato un attacco mirato — c'è dunque una regia — ed è stato amplificato dall’esercito digitale russo, che ha fatto rimbalzare sui social media l’eco della crisi. Ha diffuso quella eco all’interno stesso dell’Unione europea, in America Latina, in Africa. Lo scopo politico è sempre lo stesso, hanno riferito i collaboratori di Kallas: alimentare un senso di caos in Europa e approfondire le divisioni.

In questo il cratere di Lublino e gli altri attacchi ibridi russi — i droni sugli aeroporti europei, gli sconfinamenti dello spazio aereo, l'uso stesso dei migranti — sono parte della stessa strategia vecchia ormai più di dieci anni. Attorno a Ceuta si è notata però una novità: per la prima volta, Mosca e un certo universo americano di destra stavano entrambi cercando di sfruttare lo stesso terremoto europeo. Entrambi si sono mossi per esacerbare. Non solo Trump in persona ha subito scaricato sul governo di Madrid le responsabilità; la galassia della destra Usa ha dato rapidamente dato seguito. Elon Musk con i suoi 241 milioni di follower su X ha diffuso un video fatto con l’intelligenza artificiale — immagini stomachevoli, per brutalità e violenza — di un preteso assalto a Ceuta. L’influencer Maga Jack Posobiec, da 3,2 milioni di follower su X, ha iniziato a invocare il ritorno del dittatore Francisco Franco morto nel 1975 (immagine sotto). 

Sintomi di frammentazione

Qui non siamo semplicemente di fronte a una crisi migratoria. Fosse solo questo, essa andrebbe comunque messa in prospettiva. Secondo l'agenzia europea Frontex, gli arrivi di irregolari nell'Unione europea sono più che dimezzati dai 380 mila del 2023 ai 178 mila del 2025 e poi sono scesi di un ulteriore 40% nei primi cinque mesi del 2026 (rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso). Non solo. Sia quest'anno che dal 2021 l'Italia ha ricevuto un numero di irregolari costantemente doppio o quasi rispetto alla Spagna; dunque sospendere Schengen e proporre di isolare il governo di Madrid equivale, per l'Italia stessa, a legittimare la sospensione della libera circolazione dei propri cittadini in Europa e il rifiuto di ogni solidarietà da parte degli altri governi quando ci sarà la prossima ondata di sbarchi a Lampedusa. Un prevedibile autogol.   

Ma, appunto, questa non è solo una crisi migratoria. È un atto di guerra ibrida contro un Paese europeo, non chiaro nelle origini ma chiaro nelle conseguenze e nel contesto: non si erano mai visti primi tanti attori esterni pronti a sfruttarlo per i propri fini, seminando zizzania in Europa.

Per questo la reazione dell'Italia e degli altri 21 governi che ora mettono Pedro Sánchez sul banco degli imputati - qualunque idea si abbia sulle sue politiche - sembra essa stessa un sintomo di frammentazione dell'Unione europea. Un piccolo passo verso una nostra versione occidentale della dacia di Belaveža, magari senza vodka, saune e cerimonie. Non sarebbe il solo sintomo, per la verità. Un altro è la totale assenza di leadership di Ursula von der Leyen, una presidente della Commissione che pure non smette di accentrare potere e informazioni a Bruxelles: ha volutamente lasciato cadere la sostanza delle raccomandazioni di Mario Draghi per il rilancio dell'economia. Nel frattempo sulla Russia l'Unione europea sembra sempre più spezzarsi in due tronconi: baltici, nordici, polacchi, olandesi e in parte la Germania innovano nella difesa, sviluppano tecnologie e stanno dando forma a un'entità geopolitica e militare ben distinta riconoscibile; altri governi invece non sembrano realmente interessati. 

Quanto all'Italia, questo mese ha presentato a Bruxelles un documento riservato in cui - in sostanza - chiede più flessibilità e meno automatismi a Bruxelles nella sorveglianza sul rispetto dello stato di diritto nei singoli Paesi. È possibile che sia solo un riflesso "gollista" del governo di Roma; è certo però che quel documento avrebbe fatto felice un campione dell'illiberalismo come Viktor Orbán. Che un Paese fondatore arrivi a tanto è in sé un ulteriore sintomo di potenziale frammentazione o svuotamento dell'Unione europea. Intanto ci attendono le presidenziali francesi fra nove mesi con Marine Le Pen in testa nei sondaggi, come in Germania lo è l'estrema destra di Alternative für Deutschland. 

Mi chiedo a volte se non siamo semplicemente viziati. Diamo talmente per acquisite le conquiste degli ultimi 70 anni, che non pensiamo davvero di poterle perdere. 

Non sarebbe la prima volta in Europa che i leader, e le opinioni pubbliche, si muovono come dei sonnambuli.     





martedì, agosto 11, 2026

LIBRO: "Spiritualità" di Michelangelo Pistoletto e Antonio Spadaro

 

Un maestro dell’arte contemporanea, creatore di simboli e forme, e un gesuita, esegeta rinomato e appassionato d’arte, intrecciano in queste pagine un dialogo vertiginoso. 
Le parole di Michelangelo Pistoletto e di padre Antonio Spadaro non si limitano a incontrarsi: si rincorrono, si sfidano, costruendo un percorso imprevedibile che esplora l’essenza stessa degli uomini e delle donne. 
Al centro di questa conversazione, nata negli anni e maturata come una sinfonia, emergono i temi della memoria collettiva e del bisogno di dare e ricevere cura, della sofferenza umana e dell’intelligenza artificiale, della spiritualità intesa come «fermentazione», desiderio di un aldilà e di un senso, necessità di costruire una pace che abiti il mondo. 
Allo stesso tempo, l’arte, strumento di indagine esistenziale, estende il suo rapporto con l’intera società, portando la spiritualità a ritrovare il suo posto. 
Spiritualità e arte, compenetrandosi, smettono così di essere due mondi separati e diventano luoghi per comprendere l’essere umano e la sua capacità di trasformare la realtà. 
Con una prosa ricca e suggestiva, il volume combina teoria e pratica, emozione e intelletto, lasciando un segno profondo nel lettore, chiamato a rendere l’incontro tra le idee un’esperienza viva di ricerca. 
Un invito a riscoprire la meraviglia, a interrogarsi sul proprio ruolo nell’universo e a immaginare nuovi orizzonti dinanzi al futuro.

lunedì, agosto 10, 2026

L'atletica cambia regia: nuove linee guida contro le inquadrature sessualizzanti

 

di Elena Miglietti

L'EBU rivoluziona la regia dell'atletica femminile vietando inquadrature sessualizzanti per rimettere al centro la pura performance tecnica, salvaguardando al contempo la professionalità e la dignità delle donne nello sport. Una svolta culturale necessaria, con l'obiettivo che queste nuove linee guida escano presto dalle piste per estendersi stabilmente a tutti gli altri sport femminili.
Per anni, guardando una gara di atletica femminile in televisione, è capitato di vedere telecamere infilarsi dove la prestazione sportiva non c’entrava nulla: zoom insistiti, riprese dal basso, replay al rallentatore che non spiegavano il gesto tecnico, ma finivano per trasformare il corpo delle atlete in un oggetto da osservare. 
Non era una questione di sensibilità. Era una questione di narrazione. Una battaglia che, le donne giornaliste hanno portato al centro di un corso di formazione già a fine 2019, segnalando non solo la tossicità di certe inquadrature, ma anche la mobilitazione di molte atlete per ottenere divise di gara meno succinte. 

Oggi, finalmente, qualcosa cambia. 
L’European Broadcasting Union (EBU), l’organizzazione che riunisce le principali emittenti pubbliche europee, ha pubblicato nuove linee guida per la copertura televisiva dell’atletica femminile. L’obiettivo è semplice e rivoluzionario insieme: riportare al centro ciò che dovrebbe esserci sempre stato, cioè la performance.

Le indicazioni sono state elaborate insieme a European Athletics e con il contributo diretto di tre atlete. Tra loro la britannica Holly Bradshaw, campionessa del salto con l’asta, che ha raccontato di essersi vista trasformare in protagonista involontaria di video diffusi online e accompagnati da commenti molesti. La serba Ivana Španović, una delle migliori lunghiste degli ultimi vent’anni, ha spiegato che certe riprese non sono soltanto fastidiose: distraggono durante la gara e possono lasciare conseguenze sulla salute mentale delle sportive.

Le nuove regole chiedono ai registi di evitare le inquadrature dal basso, le riprese da dietro, gli zoom ravvicinati sul corpo e i replay rallentati che non abbiano alcuna utilità tecnica o narrativa. 

Nelle gare di corsa si raccomanda di non riprendere le atlete da sotto il bacino. Nei salti vengono suggerite angolazioni che valorizzano la rincorsa, il gesto atletico e la tecnica. Le immagini evocative, di copertura restano possibili, ma solo se raccontano davvero l’atleta e non la riducono a un corpo da consumare con lo sguardo.

«Lo sport femminile merita di essere visto, trasmesso e valorizzato su un piano di parità», ha spiegato Glen Killane, direttore di EBU Sport. Perché una regia non è mai neutrale. Decide cosa mostrare, ma soprattutto cosa considerare importante.

Le atlete non correranno più veloci per questo. Salteranno alla stessa altezza, lanceranno alla stessa distanza. A cambiare dovrà essere chi le guarda o, più precisamente, chi decide come guardarle.

In fondo non è una rivoluzione tecnica, è una rivoluzione grammaticale. 
Per anni il soggetto è stato il corpo. Adesso si prova a rimettere il gesto atletico all’inizio della frase.