martedì, ottobre 13, 2026

Le emozioni suscitate dal "Sudario per Gaza" in una poesia di Sandro Bovassi



L'esposizione domenica a Paderno Dugnano del Sudario per Gaza, con i nomi di più di 18.000 bambini uccisi a Gaza è stato sicuramente un momento emozionante per tutti i presenti.

In particolare pubblichiamo qui la poesia scritta da Sandro Bovassi, scritta sull'onda di emozioni vissute:

di Sandro Bovassi - 12 Ottobre 2026

se appoggio le mani sul tavolo
e dovrei ringraziare qualcuno per averlo
sento le vibrazioni che si trasmettono
se cammino a cerchio
attorno ad un sudario
piango a non saper neppure pronunciare
la parola bambini distrutti
cammino avvolto dal verde dei miei abiti
dagli alberi che ancora abbiamo
e non trovo di meglio che guardare al cielo
che è così bello ovunque
senza confini e senza bandiere
devo stare in silenzio per
ascoltare i silenzi di chi ha smesso
di correre e ridere e tornare
papà voglio andare a casa
così chiedeva un bambino
e non sapeva di avere un posto
una famiglia a cui tornare
tutti se ne vanno
resto ancora un po' al sole
se chiudo gli occhi sento il canto
degli alberi al vento che dicono?
se allungo la mano c'è chi la stringe e mi accompagna
qui dove il mondo sa cantare
e restare in silenzio
senza piangere e ricordare
sono così tanti che
il mio cielo non riesce a contenerli
alle porte dei campi si raccoglievano
i nomi di chi usciva?
ho studiato come si dava la morte
e mi hanno spiegato che può essere giusto se siamo i vincitori
ho imparato a girarmi se ci sono come posso?
non ho tempo per dire i nomi e i giorni
di chi è andato con la condiscendenza
che si deve a chi governa
permettetemi di rifiutare
che sono avvolto in migliaia di vite rubate
e non desidero fermarmi a discutere con chi
disquisisce sulle parole e dichiara
che non si può dimenticare
il passato di vergogna
di cui siamo colpevoli
ma il mio nonno è sopravvissuto ai fasci e
ha continuato senza sapere che
sarei arrivato io a piangere con il suo nome
i bambini sanno solo giocare
e non hanno mai ucciso un adulto
che fosse da questa parte e dall'altra
i bambini distruggono ciò che non conoscono
ma solo per gioco
gli adulti distruggono
anche solo obbedendo
camminavo in tondo e ascoltavo il sole
i richiami e le chiacchere
ero avvolto di verde e non mi vergognavo
se non dei nomi che sventolavano senza che nessuno di qui
li riconoscesse
un nome non è niente se
non è il tuo
nuvole di polvere e cenere
aspettiamo le ruspe che coprano

LIBRO: "LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO: Storie giapponesi per riparare ció che la vita ha rotto" di Elena Giappone

 

E se tutto ciò che consideri rotto in te fosse in realtà la parte più preziosa?

In Giappone, quando un oggetto si rompe, lo riparano con l'oro. Non per nascondere la frattura. Per renderla visibile. Perché la crepa racconta una storia. E quella storia è oro puro.

Elena Giappone ha fatto scoprire il Giappone a 138.000 italiani su Instagram. Ma questo libro non parla di templi o ciliegi in fiore. Parla di te. Delle tue cicatrici. Del tempo che passa troppo in fretta. Di tutto quello che pensi sia "sbagliato" nella tua vita.

19 verità che L'Occidente ha dimenticato.
19 concetti che non hanno traduzione.
19 storie di persone normali.

Italiani come te che hanno scoperto l'arte del kintsukuroi: trasformare le fratture in oro. Il kaizen: migliorare dell'1% ogni giorno invece di aspettare la grande rivoluzione. Il wabi-sabi: trovare bellezza nell'imperfezione. La filosofia giapponese applicata alla vita vera.

Ogni storia nasconde un significato e un'antica pratica.

Scoprirai che:

✨ Le cicatrici diventano oro, non difetti da nascondere (kintsugi)
✨ Le cose che finiscono sono le più belle (
mono no aware)
✨ Lo spazio vuoto è dove trovi pace (
ma)
✨ "Non posso farci niente" a volte è libertà (
shōganai)

E molto altro ancora che ti aspetta.

Non è teoria zen da monaco. Non è auto-aiuto con le bacchette.

Storie vere. Pratiche concrete. Emozioni che riconosci.

Un esempio?


Alla stazione di Tokyo, un treno ad alta velocità resta fermo 12 minuti. Per pulirlo tutto, da cima a fondo, ne bastano 7.
E prima di cominciare, chi lo pulisce si inchina al treno.
Funziona così. Sul binario, qualche minuto prima dell'arrivo, si mette in fila una squadra di una ventina di persone in divisa. Quando lo Shinkansen entra in stazione, tutti insieme fanno un inchino. Le porte si aprono, i passeggeri scendono, e loro sono lì, con un sacco in mano, a raccogliere i rifiuti di chi passa, ringraziando uno per uno.
Poi salgono. E comincia il conto alla rovescia.
Ognuno ha la sua carrozza. Circa cento posti a testa. Raccogliere tutto quello che è rimasto sui sedili e per terra. Controllare le tasche degli schienali e sotto i sedili, in cerca di oggetti dimenticati. Pulire ogni tavolino. Cambiare le fodere dei poggiatesta. Girare tutte le file di sedili nella direzione del nuovo viaggio. Intanto altri puliscono i bagni.
Sette minuti. Poi scendono, si rimettono in fila sul binario, e si inchinano di nuovo. Questa volta ai passeggeri che stanno per salire.
La società si chiama TESSEI e lavora per le ferrovie dell'est del Giappone. Nel mondo quella scena la chiamano "il miracolo dei sette minuti". I turisti la filmano. Le televisioni straniere la raccontano. La Harvard Business School ci ha scritto sopra un caso di studio.
Ma la cosa più interessante di questa storia non sono i sette minuti. È quello che c'era prima.
Perché non è sempre stato così.
Fino alla metà degli anni Duemila, pulire i treni era considerato uno dei lavori più umili che esistessero. La maggior parte degli addetti non era giovane: l'età media superava i cinquant'anni, e tanti ci erano arrivati dopo che la vita li aveva spinti fuori da altri lavori. Nessuno li guardava. I passeggeri passavano loro accanto come si passa accanto a un muro. E loro, lentamente, avevano cominciato a guardarsi allo stesso modo. C'era chi, si racconta, a chi glielo chiedeva preferiva non dire che lavoro facesse.
Nel 2005 arrivò in azienda un dirigente delle ferrovie, Teruo Yabe. Per molti, un posto di fine carriera. Non aveva mai pulito un treno in vita sua.
La cosa più ovvia sarebbe stata aggiungere controlli, regole, rimproveri. Lui fece un'altra cosa. Andò sui binari. Guardò. Ascoltò. E capì che il problema non era come pulivano. Il problema era che nessuno li vedeva. E chi non viene mai visto finisce per credere di non valere niente.
Allora non cambiò il lavoro. Cambiò lo sguardo.
Disse a quelle persone che il loro mestiere non era "pulire". Era accogliere chi viaggia. Arrivarono divise nuove, più vivaci; d'estate, perfino camicie a fiori. Cominciò a chiedere a loro, e non ai dirigenti, come migliorare il servizio, e a mettere in pratica le loro idee. E nacquero i "rapporti degli angeli": ogni giorno qualcuno annotava i piccoli gesti belli dei colleghi, quello che aveva rincorso un passeggero per restituirgli il portafoglio, quella che aveva aiutato una persona anziana con la valigia. Poi quei gesti venivano letti, raccontati, ringraziati.
Piano piano, qualcosa si è girato. Le stesse persone, lo stesso straccio, gli stessi sette minuti. Ma adesso c'era qualcuno che guardava. E loro hanno cominciato a lavorare come chi sa di essere guardato con rispetto. Oggi chiamano quella scena, quasi scherzando, "il teatro dello Shinkansen".
Adesso fermati un momento, e pensa a quante cose, intorno a te, restano in piedi grazie a qualcuno che non vedi.
L'ufficio pulito la mattina. Il cestino svuotato. La tavola apparecchiata. Il frigorifero che non resta mai vuoto. La persona che si ricorda di tutti i compleanni. Chi tiene insieme un gruppo senza che nessuno se ne accorga. Chi rimette in ordine dopo la festa, quando gli altri sono già andati via.
La maggior parte del lavoro che regge il mondo è invisibile. E la maggior parte delle persone che lo fanno, a un certo punto, smette di aspettarsi un grazie. Poi, piano, smette anche di darsi valore da sola.
Mi è capitato di sedermi a un tavolo pulito senza chiedermi nemmeno chi l'avesse pulito. E mi è capitato anche il contrario: fare bene una cosa che nessuno ha notato, e cominciare a pensare che, se nessuno la vede, forse non conta.
Quella squadra di Tokyo racconta che conta eccome. E racconta anche un'altra cosa, più sottile. L'inchino al treno, prima di cominciare, non lo fanno per i passeggeri. Lo fanno per il lavoro stesso. È un modo di dire, senza parole: quello che sto per fare merita rispetto. Anche se lo faccio io. Anche se nessuno guarda.
Non sempre possiamo cambiare il lavoro che ci tocca. Ma possiamo cambiare lo sguardo con cui lo facciamo. E possiamo, ogni tanto, alzare gli occhi e accorgerci di chi, accanto a noi, sta facendo in sette minuti un miracolo che nessuno applaude.
Da qualche parte, in questo momento, qualcuno sta tenendo in piedi un pezzo del tuo mondo senza farsi notare. Forse è una persona accanto a te. Forse sei tu.
Ho scritto un libro con 19 idee giapponesi come questa, diverse da quelle dei miei post e mai raccontate prima: 19 modi per accorgersi del valore delle cose che nessuno vede, a cominciare da quelle che fai tu.
"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO", disponibile su Amazon e in libreria.
Non è un manuale. È un invito a guardare la tua vita con occhi nuovi.

www.facebook.com/elenagiappone

lunedì, ottobre 12, 2026

LIBRO: "Il corso dell'amore" di Alain de Botton

 
Eccezionalmente un romanzo tra i libri di Restare Umani...

A Edimburgo, Rabih e Kirsten si conoscono sul lavoro - lui architetto, lei funzionaria comunale - si piacciono, iniziano a frequentarsi, decidono di sposarsi e hanno dei figli. 
Una storia d'amore come tante. Potrebbe finire qui, con le tradizionali parole e vissero per sempre felici e contenti... 
Ma cosa succede dopo? 
Cosa succede una volta che la passione degli inizi lascia spazio alle prime difficoltà, alla noia, alla ripetitività degli anni passati insieme? 

In questo nuovo romanzo, che arriva a più di vent'anni dall'esordio con "Esercizi d'amore", Alain de Botton racconta la fase della relazione che segue l'innamoramento e ci mostra, alternando la storia di Rabih e Kirsten a considerazioni illuminanti, come sia possibile "imparare" di nuovo ad amarsi, di un amore più razionale e meno romantico, forse, ma proprio per questo più profondo. 
Seguiamo Rabih e Kirsten nelle loro vicende quotidiane e li vediamo alle prese con le grandi gioie della genitorialità, ma anche con le continue discussioni per le piccole cose, le delusioni, le aspettative non corrisposte, i tradimenti. 

Il percorso è accidentato, e non sempre i due ce la faranno da soli, ma nonostante tutto sceglieranno di provarci ancora. 
Una riflessione originale sulle relazioni moderne e allo stesso tempo il sorprendente romanzo dell'amore non romantico.

Il Sudario per GAZA a Paderno Dugnano: in silenzio, per urlare la nostra richiesta di PACE in tutto il mondo


Ieri mattina, nella Piazza del mercato di Paderno Dugnano è stato srotolato il “Sudario per Gaza, per non dimenticare un solo nome”, un telo bianco lungo 25 metri e largo 8, ricoperto dai nomi scritti a mano di 18.457 bambini e ragazzi palestinesi tra 0 e 17 anni, uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023 al 31 luglio 2025. Anche un bambino di ZERO giorni!

Un telo con dello spazio bianco, per ricordare quei bambini che ancora oggi sono sepolti tra le macerie di Gaza, il cui nome non sarà mai riportato in nessun elenco.

Un telo per non dimenticare i bambini che ancora in questi giorni stanno morendo a Gaza.

Un telo, creato dall’Associazione Carnia per la Pace, che da più di un anno sta girando l’Italia, suscitando molta emozione ovunque.

E vi posso assicurare che sono stati momenti davvero di commozione, alla presenza delle associazioni padernesi che in questi anni hanno operato, ognuna con modalità diverse, ma anche, e soprattutto, alla  presenza di molti cittadini, centinaia di persone, a ribadire il loro NO alla guerra, a chiedere la PACE, a RESTARE UMANI.

Il telo, mosso dall’aria, in alcuni momenti sembrava respirasse, immaginando che per un momento, quei bambini fossero ancora tra noi.

Avere tra le braccia il sudario, nelle fasi iniziale e finale, dava l’illusione di poter cullare quei bambini ancora una volta e dare loro un’ultima carezza.

Tra la lettura delle poesie di pace e la testimonianza di un cittadino di Gaza, il SILENZIO ha rappresentato una forte richiesta di PACE, in tutto il mondo, ogni giorno, perché tutti i popoli del mondo hanno diritto alla PACE !












domenica, ottobre 11, 2026

EDUCAZIONE CIVICA: I diritti della persona


da "Il Corriere della Sera" di Marta Cartabia

La tutela dei diritti della persona

La Costituzione italiana del 1948, come molte costituzioni del secondo dopoguerra, è assai ricca di garanzie per tutelare la persona umana di fronte ai possibili eccessi o abusi di potere da parte del potere politico, ma anche di soggetti privati. In particolare, uno dei primi articoli della Costituzione, quelli che fanno parte dei principi fondamentali su cui si regge l'intero ordinamento costituzionale, l'articolo due, è dedicato proprio a enunciare l'impegno della Repubblica nella tutela dei diritti della persona. 
Leggiamolo interamente: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità e richiede l'adempimento di doveri inderogabili di solidarietà economica, politica e sociale». 
Ci sono alcune parole che sono particolarmente importanti per comprendere il significato e la concezione della tutela dei diritti della persona.
Una delle parole più importanti è la scelta del verbo «riconoscere». 
La Repubblica riconosce qualcosa che viene prima, qualcosa che non è creato dalla stessa Repubblica, ma che è insito nella persona umana. 
La scelta di quel verbo non fu casuale, perché si volle proprio sottolineare che la persona porta con sé un bagaglio di propri diritti che debbono essere anzitutto riconosciuti da tutti i poteri pubblici.

Naturalmente non basta riconoscere ma occorre anche garantire questi diritti. 
E a questo proposito è interessante notare che l'effettiva tutela dei diritti richiede l'esistenza di un sistema di giudici indipendenti (i giudici ordinari, innanzitutto). 
Nella Costituzione italiana è anche stato istituito un giudice speciale, la Corte Costituzionale, che ha come compito di tutelare tali diritti, di garantirli effettivamente anche nei confronti delle leggi dello Stato. Se una legge dello Stato dovesse, intenzionalmente o non intenzionalmente, ledere un diritto della persona, c'è un giudice che può annullarla in tutto o in parte.

Naturalmente anche le leggi sono necessarie per garantire l'effettività dei diritti. 
Se pensiamo soprattutto ai diritti sociali, al diritto alla salute, ai diritti di sostegno (per esempio all'educazione, il diritto allo studio), occorrono gli interventi del legislatore, dell'amministrazione pubblica che mettano in atto sistemi normativi, risorse e anche risorse amministrative per rendere in effettivi questi diritti in concreto.

Ad esempio, negli anni 70 - sicuramente non una stagione facile per la vita della nostra Repubblica: erano gli anni bui, gli anni di piombo -  le istituzioni erano molto attive e cooperavano per la realizzazione in concreto di tanti diritti sociali. 
Uno per tutti basti ricordare la legge sul Servizio sanitario nazionale che ha reso molto più capillare e fruibile, da parte dei cittadini, un sistema sanitario che dà concretezza al diritto alla salute proclamato dall'articolo 32 della nostra Costituzione.

L'individuo e le persone 

Ma proseguiamo con l'analisi dell'articolo due. 
Dunque, la Repubblica prima «riconosce», «garantisce» e poi parla di «diritti inviolabili». 
Questa è una parola forte: è una parola che sta a significare che nessuno potere può incidere così radicalmente sul riconoscimento dei diritti da eliminarli, da farli sparire. 
Persino con la revisione costituzionale non è possibile eliminare i diritti riconosciuti nella nostra Costituzione.

L'articolo prosegue con una frase che caratterizza in modo peculiare l'esperienza costituzionale italiana perché si sottolinea che la persona è titolare di questi diritti inviolabili sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. 
Dunque il titolare dei diritti della persona è sicuramente l'individuo, ciascuno nella sua unicità e insostituibilità, ma quello che si vuole sottolineare - facendo riferimento alle formazioni sociali - è che questo io, questo individuo, non vive isolato in un mondo lontano dagli altri, vive sempre in relazione alle altre persone.
C'è dunque una concezione relazionale della persona, dove l'io ha un valore indiscutibile e insostituibile ma questo io vive sempre in un noi.
Tutto questo si riflette anche nella parte prima della Costituzione, quella che segue i principi fondamentali, (che raduna gli articoli da 13 a 54), nei quali sono poi enumerati tutti i diritti che la Costituzione riconosce: dal diritto alla libertà personale, all'inviolabilità del domicilio, alla libertà di manifestazione del pensiero, alla libertà religiosa, alla libertà sindacale e molti altri.

Ciò che è interessante notare è che questa prima parte della Costituzione è organizzata in quattro titoli, ognuno dei quali è intestato a dei tipi di rapporti in cui si svolge la personalità di ciascuno: 
  • rapporti civili, 
  • rapporti etico sociali, 
  • rapporti economici e 
  • rapporti politici. 
Questo è un unicum della nostra Costituzione anche rispetto ad altre esperienze analoghe, dove si vuole sottolineare questa naturale socialità, questa naturale relazionalità della persona.

La limitazione dei diritti

Questo aspetto ci porta a sottolineare un altro punto importantissimo: i diritti della persona sono inviolabili, nessun potere li può togliere o eliminare del tutto, ma inviolabilità non significa che si tratti di diritti assoluti. 
I diritti sono sempre limitabili per fare spazio ai diritti dell'altro o ad altri diritti protetti nella Costituzione. 
Sembra un po’ un paradosso ma se ci pensiamo bene un diritto affermato in modo assoluto, senza tenere conto del contesto complessivo, rischierebbe di diventare il suo opposto.
Lo ha detto la Corte Costituzionale in una famosa sentenza del 2013 in cui afferma che la tutela dei diritti è sempre integrata, sempre complessiva, sempre sistemica, perché altrimenti, se un diritto si presentasse come assoluto, diverrebbe (usa questa parola la Corte) «un tiranno».
 
Lo abbiamo tutti sperimentato in modo molto incisivo nel periodo della pandemia, quando era indispensabile limitare ad esempio la libertà di circolazione per determinati periodi di tempo o la libertà di lavoro, di partecipare alla vita pubblica o sociale o addirittura la libertà e il diritto all’educazione. 
Per tanto tempo i nostri ragazzi non hanno potuto recarsi a scuola ma questo non per un capriccio o un abuso di potere ma per la necessità di tutelare quel diritto che in quel momento aveva la preminenza su tutti gli altri, che era il diritto all'integrità stessa della persona e alla tutela della salute di tutti.

Un ultimo aspetto che non si può omettere è il richiamo ai doveri inderogabili di solidarietà.
Anche questo aspetto, questo richiamo ai doveri di solidarietà, è un riflesso della socialità e della relazionalità della persona. 
Siamo individui ma viviamo in comunità, viviamo in società e dunque quello che ci è richiesto, anche per rendere effettivi questi diritti, è pensare al nostro vivere in una dimensione sociale, anche in termini di responsabilità o di dovere.

In tutto questo bisogna concludere facendo una riflessione importante: la Costituzione italiana e tutti il suo apparato di garanzie è sicuramente il primo presidio per la tutela della persona umana. 

Ma nello stesso periodo di tempo, (alla fine della Seconda guerra mondiale), anche a livello europeo sono state sviluppate importanti tutele che svolgono un compito complementare e integrano un sistema di tutela dei diritti della persona che è profondamente intrecciato. 

In particolare, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo riveste un ruolo importantissimo nel completare il nostro sistema costituzionale e anche l'Unione europea, con i suoi valori tutelati anch'essi in un articolo due, (ma questa volta del Trattato sull'Unione europea e della Carta dei diritti fondamentali approvata nel 2000), offre un importante supporto alla tutela dei diritti della persona che sono un caposaldo del costituzionalismo contemporaneo.

sabato, ottobre 10, 2026

LIBRO: "La stupidità" di Dietrich Bonhoeffer e commento di Vito Mancuso

 

Dobbiamo imparare a valutare gli uomini più per quello che soffrono che per quello che fanno o non fanno. Un volume della serie Setteminuti per lo spirito, agili libretti pensati per coniugare il nostro bisogno di spiritualità con i tempi della vita moderna.

Commento di Vito Mancuso:

Di solito si pensa che la stupidità sia solo un difetto dell’intelligenza, ma non è così: la stupidità non riguarda solamente l’intelligenza ma riguarda anche la volontà, il cuore.
Ci sono persone che sono sommamente intelligenti e tuttavia sono incapaci di comprensione, di empatia, di comprendere veramente la realtà e le situazioni, e sono stucchevoli nella loro stupidità di fondo.
Uno dei saggi più belli sulla stupidità che io conosca è l'opera di Dietrich Bonhoeffer in cui scrive che «la stupidità è essenzialmente un difetto che interessa non l’intelletto ma l’umanità».
Forse siamo già arrivati alla depravazione.
Forse già c’è qualcuno che gode ed è contento nel pensare che qualcun altro stia morendo, tanto più se è un bambino, o meglio se è un bambino dell’etnia diversa.
«Muore? Bene… un nemico in meno».
Forse siamo già arrivati a questa forma di stupidità.
La stupidità è direttamente proporzionale alla massa; più massa umana, più pericolo di stupidità.
Dice Seneca a Lucilio nella lettera 6:
«Cos’è la prima cosa che bisogna fare per avere una vita sana? Evitare la folla, evitare la massa».
E altri filosofi lo ripetono.
Pitagora diceva ai suoi discepoli: «Non andate per la via principale», una metafora naturalmente, vera dal punto di vista fisico in sé, ma anche vera nel suo significato metaforico,
ovvero «pensa con la tua testa».

venerdì, ottobre 09, 2026

LIBRO: "A volte ti amo: La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni" di Matteo Lancini

 
Ha ancora senso pensare a un futuro a due, soprattutto per le nuove generazioni, sempre piú combattute tra il bisogno profondo di intimità e il timore di dipendere dall'altro? 
Con la sensibilità clinica e lo sguardo attento che contraddistinguono il suo lavoro, Matteo Lancini aggiunge una nuova tessera a quel grande puzzle che sta costruendo in questi anni per aiutarci a comprendere il mondo degli adolescenti e dei giovani adulti, che nei confronti delle relazioni amorose mettono in luce quella paura verso un sentimento intenso e totalizzante che in fondo spaventa tutti, non solo loro.

A breve la coppia potrebbe non esistere piú. 
In senso tradizionale è già scomparsa da tempo, ma l'incontro quotidiano con ragazze e ragazzi testimonia quanto sia sempre piú complicata l'integrazione tra i bisogni individuali e l'investimento progettuale richiesto da qualsiasi relazione di coppia. 

Il mandato familiare e sociale che ha orientato la crescita delle nuove generazioni è quello di essere autonomi e di non dipendere da nessuno sin dalla piú tenera età. 
Il progetto individuale è tutto e oggi il sesso interessa sempre meno. 
Del resto, si tratta delle prime generazioni della storia dell'umanità che crescono in una società in cui l'atto sessuale non è piú necessario alla sopravvivenza della specie e mettere al mondo un figlio non implica necessariamente l'unione con il corpo dell'altro. 

Che senso ha la coppia oggi per gli adolescenti e i giovani adulti? 
Perché si predilige una «frequentazione» a una vera relazione? 
Perché il corteggiamento è difficile, se non impossibile? 
Che significato ha il controllo del partner tramite geolocalizzazione e conoscenza delle reciproche password dello smartphone? 
La dipendenza affettiva è davvero un problema? 
A quali emozioni si deve fare fronte quando ci si lascia?
 
Queste sono solo alcune delle domande a cui questo libro prova a dare risposta, come una bussola per orientarsi nelle relazioni evitate o intrattenute da parte di ragazze e ragazzi. 
Perché l'educazione affettiva e il contrasto alla violenza di genere non sono didattica, ma una delicata e autorevole identificazione con le emozioni e i vissuti delle nuove generazioni.

giovedì, ottobre 08, 2026

LIBRO: "Storia senza padroni" di Lorenzo Kamel

 
Censure, patenti morali, polarizzazioni estreme. Il dibattito pubblico contemporaneo sembra bloccato in una guerra culturale senza via d'uscita. La radice del problema, però, è profonda. Una memoria storica selettiva ha escluso il resto del mondo dal racconto, riducendo l'universalismo e la storiografia a un'esclusiva occidentale.

«Crisi della Storia», «slogan schiacciati sul presente», «unicità dell'universalismo occidentale»: formule abusate che celano piú di quanto rivelino. 
Dietro ognuna di esse svaniscono il senso del nostro tempo e i giganti del pensiero universalista: Lourenço da Silva Mendonça, Zera Ya'icob, Zumbi dos Palmares. 
Insieme a centinaia di altre figure storiche, istituzioni e conquiste umane rimaste a lungo nell'ombra. Storia senza padroni fa luce su questo rimosso, muovendo da una precisa premessa: semplificare il passato significa normalizzare vecchie asimmetrie di potere. 
E rinunciare a capire chi siamo. 
Un saggio per ripensare le narrazioni della nostra epoca e ricordare che la Storia non è in crisi, né lo è la sua utilità. Lo sono, piuttosto, i modelli con cui viene spesso interpretata e divulgata.

mercoledì, ottobre 07, 2026

Perché non parlare di sesso a scuola?


da "l'Internazionale" del 2 Ottobre 2026 di Barbara Celis, El País, Spagna

Ci sono grida strazianti il cui eco può scuotere la coscienza di un paese. 
Quelle di Franco Isceri il 5 settembre hanno attraversato l’Italia. 
Piangeva mentre implorava i politici di mettere da parte le divisioni. “Chiedo a tutta la politica di essere unita. Prendete provvedimenti all’unanimità, senza destra né sinistra. Lavorate nelle scuole, potenziate i centri antiviolenza e gli strumenti normativi per prendere provvedi menti affinché non succeda più. Ve lo chiedo con tutto il cuore”. 
Due giorni prima avevano ucciso sua figlia, Lorena Isceri. 
L’ex fidanzato, Federico Vella, l’aveva aspettata nascosto nel garage della sua casa a Firenze. 
L’aveva chiusa nel bagagliaio dell’auto, aveva guidato per un’ora mentre Lorena, al buio, chiamava la poli zia, poi si era fermato su un cavalcavia e l’aveva gettata nel vuoto mentre lei era ancora viva. 
Poi si era suicidato. 
Isceri non è il primo padre a fare una denuncia pubblica, in Italia, dopo un femminicidio. 
Nel 2023 Gino Cecchettin era stato ancora più netto, attribuendo la morte di sua figlia Giulia alla cultura patriarcale, al maschilismo e agli stereotipi di genere, parole fino ad allora tabù in Italia. 
La sua denuncia aveva portato a una mobilitazione enorme e messo al centro del dibattito la violenza di genere, e il bisogno di un’educazione sessuo-affettiva per trasformare la cultura patriarcale che, nel la sua versione più estrema, sfocia nei femminicidi e nelle aggressioni sessuali ma che si manifesta anche nelle etichette che ingabbiano le donne in ruoli del passa to. 

Il 18 settembre, per esempio, il ministro degli esteri Antonio Tajani ha scatenato una polemica affermando che di fronte a una donna “affascinante”, ma potenzialmente infedele, consiglierebbe di sposarne un’altra “meno appariscente” e con “la gonna più lunga”, perché sarebbe “una madre di famiglia migliore” e garantirebbe “la stabilità della casa”. 
È probabile che né Tajani, 73 anni, né Lorena Isceri, 45, né Federico Vella, 36, abbiano mai ricevuto alcun tipo di educazione sessuo-affettiva a scuola. 

Nonostante la sinistra abbia presentato negli anni tante proposte di legge, l’Italia non l’ha mai trasformata in una materia obbligatoria. 
Fino allo scorso anno scolastico molte scuole la offrivano (non ci sono dati ufficiali), ma secondo un rapporto di Save the children solo il 47 per cento degli studenti l’ha ricevuta. 
“Dipendeva dall’interesse del singolo istituto nel promuoverla, dalla disponibilità di fondi e di specialisti. Nell’ultimo decennio le scuole si sono impegnate perché il tema dei femminicidi è entrato nel dibattito pubblico e preoccupa anche gli studenti”, spiega la psicoterapeuta Marta Giuliani, esperta di educazione sessuo-affettiva e segretaria nazionale dell’associa zione AltraPsicologia. 
“Oggi bambini e ragazzi sono esposti a un bombardamento continuo d’informazioni e sono fragili, hanno bisogno di strumenti per elaborarle, che si tratti di pornografia, molestie o della gestione della propria immagine sui social. Senza questo tipo di educazione, li abbandoniamo a loro stessi. 
E abbandoniamo anche famiglie e insegnanti, che si trovano disarmati di fronte a ciò che i ragazzi vedono nella loro quotidianità”, aggiunge Giuliani. 

Il ruolo della cultura 

Lei è una delle oltre 576.000 persone che hanno firmato la petizione popolare “Sì educazione affettiva nelle scuole” per organizzare un referendum con cui abrogare la cosiddetta legge Valditara. 
Le firme sono state depositate lo scorso 10 settembre.

Da quest’anno la norma vieta l’educazione sessuale nelle scuole dell’infanzia e alle primarie. 
E mette così tanti ostacoli alle scuole secondarie che, di fatto, sarà molto difficile insegnarla, perché numerosi isti tuti non riusciranno a sostenere i costi economici e burocratici, tra cui il consenso scritto di ogni famiglia, la visione preventiva dei materiali e l’obbligo di istituire corsi alternativi. 

“La legge va benissimo come l’abbiamo concepita perché difende la libertà educativa dei genitori”, ha affermato il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara, che nel proporla aveva sottolineato la necessità di tutelare i bambini e le bambine dalla “propaganda gender”, trasformando così l’educazione sessuale in una questione ideologica. 

La petizione per il referendum è partita da un gruppo di insegnanti, studenti, psicologi e attivisti come Fabrizio Marrazzo, portavoce del partito Gay Lgbt+ e consulente per i contenuti didattici sull’inclusione e sulle differenze. 
“La rapidità con cui abbiamo raccolto le firme ci dice che questo tema preoccupa gli italiani”, spiega Marrazzo. 

Anche le Nazioni Unite e l’Unione Europea raccomandano l’educazione sessuo-affettiva obbligatoria per combattere la violenza di genere. 

Nel 2025 il Consiglio d’Europa aveva richiamato l’Italia perché era uno dei sette stati europei a non aver fatto ancora questo passo. 
Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni politiche, in un paese in cui nel 2025 ci sono stati 97 femminicidi e dove dall’inizio del 2026 se ne contano già 56. 

Il paese, governato da una coalizione di estrema destra guidata da Giorgia Meloni, è in ritardo in tutti gli indici internazionali sulla parità: è all’83º posto su 146 nel Global gender gap report 2026 ed è in fondo anche su scala europea. 
Inoltre in Italia la misoginia figura al primo posto nella Mappa dell’intolleranza online del 2025. 

Perché un paese che negli anni settanta è stato all’avanguardia approvando la legge sul divorzio e sull’aborto è in ritardo rispetto al resto d’Europa in termini di uguaglianza? 
“Perché il patriarcato non vive solo nelle leggi, ma anche nella quotidianità, nel lavoro di cura di bambini e anziani, che ricade principalmente sulle donne. 
Vive negli stereotipi, nelle differenze economiche, nella difficoltà di conciliare maternità e lavoro. 
E vive nel linguaggio usato per definire l’amore. La gelosia non è amore. Il controllo non è protezione. Il possesso non è affetto”, spiega Stefania Ascari, del Movimento 5 stelle, promotrice di una proposta del 2021 che, come molte altre, non è mai stata convertita in legge. Poneva l’accento sull’educazione sessuo-affettiva fin dalla prima infanzia. 
Ascari aggiunge: “È fondamentale insegnare fin da piccoli ai bambini e alle bambine a dare un nome alla rabbia, alla paura, alla gelosia, alla frustrazione e imparare che un no è un no”. 

Un dato pubblicato a settembre 2026 conferma questa necessità: secondo l’Istat, il 15% delle italiane (tre milioni di persone) ha subìto aggressioni sessuali prima dei sedici anni, spesso all’interno della famiglia. 
Anche gli studenti sono contrari alla legge Valditara. “L’educazione che chiediamo non serve solo a cambiare le dinamiche patriarcali nei rapporti sessuali tra uomo e donna, ma nella vita in generale”, spiega Sophie Volpato, vent’anni, del sindacato Rete degli studenti medi. “Tra noi le differenze sono ancora un problema, e questo non si risolverà con i divieti”.
Sara Ferrari, insegnante, deputata del Partito Democratico e attuale responsabile della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere, afferma che si è persa un’occasione perché, pur avendo per la prima volta una donna alla guida del governo, non sono stati fatti passi avanti. 
Il governo “non ha introdotto strumenti per superare le disparità salariali, non ha approvato il salario minimo e non è intervenuto sulla povertà delle fasce sociali più deboli, tra cui ci sono fondamentalmente le donne. 
E ora stiamo discutendo in parlamento una nuova legge elettorale che elimina le quote di genere nelle liste elettorali”, spiega Ferrari. 

Dopo la morte di Giulia Cecchettin, Meloni ha approvato una norma che introduce il femminicidio nel codice penale, ma “quello che conta non è la repressione, è la prevenzione, e il successo di questa richiesta di referendum dimostra che i cittadini lo capiscono e sono più avanti della politica”, spiega Valeria Valente, senatrice del PD. 
L’assassino di Cecchettin, Filippo Turetta, è stato condannato all’ergastolo nel 2025. 
La famiglia della ragazza ha costituito una fondazione per promuovere il cambiamento a partire dalle scuole. Oggi suo padre è una delle voci più rispettate sull’argomento. È anche autore del libro Cara Giulia (Rizzoli 2024), una lunga lettera alla figlia alla quale si è ispirata la regista Paola Randi per dirigere "Se domani non torno", titolo ripreso dalla poesia femminista di Cristina Torres-Cáceres.

 “La cultura deve prendere posizione perché facciamo parte della società civile e dobbiamo contribuire al cambiamento. È importante il ruolo delle registe come narratrici, perché presentiamo altre realtà possibili”, spiega Randi. 
Il suo film uscirà a novembre e sarà proiettato anche nelle scuole, come era già accaduto nel 2023 con il campione d’incassi "C’è ancora domani", di Paola Cortellesi, un’altra regista che ha offerto uno sguardo sulla violenza di genere assente dagli schermi per decenni e che ha contribuito al dibattito che continua ad agitare il paese.

LIBRO: "Terra e sterminio. Dall'antisemitismo al nazionalismo ebraico" di Claudio Gatti

 

Pure con i nazisti. 
Ottant'anni prima del 7 ottobre 2023, una fazione della destra sionista ha tentato di stringere un'alleanza con la Germania di Hitler, convinta che perfino il più implacabile dei nemici potesse servire da leva per conquistare uno Stato ebraico, avendo la meglio sugli inglesi del Mandato britannico. 

Anche un regime votato alla tua distruzione può essere utilizzato per i tuoi fini strategici. 
È ciò che è successo tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il leader di Hamas Yahya Sinwar, la cui convergenza di interessi, per anni, è ormai documentata da un fitto e robusto giro di finanziamenti provenienti dal Qatar, di cui Claudio Gatti racconta in un capitolo dedicato. 
Nell'affollato panorama editoriale sul tema, questo è un libro di storia essenziale e illuminante; è un reportage investigativo, tutto costruito su fonti primarie; 
è un testo che contiene anche una dimensione fortemente personale: parlando di antisemitismo, nel capitolo sull'Olocausto il libro ricostruisce il massacro della comunità ebraica di Kolno, in Polonia, alla quale apparteneva la suocera dell'autore; è un documento che porta il lettore a confrontarsi con i meccanismi ricorrenti della violenza etnico-religiosa e coloniale 
«la storia offre parallelismi altrettanto scomodi. 
Mentre erano oppressi dalla Gran Bretagna anglicana, i puritani inglesi esaltavano il rigore morale, sognando una società fondata su principi biblici. 
E, perseguitati dalla Francia cattolica, gli ugonotti celebravano una forma più pura di fede cristiana basata su un rapporto personale e diretto con Dio. 
Ma una volta sbarcati in America, divennero mercanti di schiavi e sterminatori di indigeni».

Dall'antisemitismo che ha travolto l'Europa per secoli fino allo sterminio di massa dell'Olocausto, dalla nascita del movimento sionista fino alla devastazione della guerra a Gaza. 
Una narrazione appassionata, precisa e rigorosa, che offre una fotografia nitida del conflitto che sta devastando il Medio Oriente.