sabato, settembre 26, 2026

NAZA, documentario su Gaza, alla Mostra del Cinema di Venezia


di Alberto Crespi 

Avete visto Naza? Forse il film più atteso e più importante del concorso veneziano 2026...

Pensavamo che il titolo fosse un gioco di parole fra “Gaza” e “Nazi”. Sapevamo, che è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor. E sapevamo che nel film parlano 24 esponenti dell’esercito e dell’Intelligence israeliani, nelle modalità che ora vi descriveremo.

Abbiamo scoperto dalle primissime battute del film che il termine “naza” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che potrebbero essere uccise nel momento in cui viene colpito un “obiettivo”, ovvero un militante (o presunto tale) di Hamas attivo nella striscia di Gaza. Ma può darsi che il gioco di parole da noi ipotizzato, sotto sotto, ci sia: e il fatto che l’IDF e il Mossad definiscano così i morti palestinesi rende il tutto doppiamente sinistro.
No Other Land era un documentario sulla Cisgiordania, sulle violenze dei coloni. Era diretto da quattro registi: oltre ai due citati, Basel Adra e Hamdan Ballal, palestinesi. Era dunque un raro e coraggioso esempio di collaborazione fra cineasti israeliani e palestinesi. Naza è firmato dai soli Abraham e Szor ed è facile capire perché: solo degli israeliani, probabilmente, potevano convincere dei militari a sbottonarsi in quel modo. Prima di ogni altra cosa crediamo sia giusto riportarvi le loro parole, dal catalogo della mostra: “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.
È inoltre fondamentale aggiungere alcune informazioni sulla produzione. Le interviste montate negli 80 minuti di film sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti, +972 Magazine e Local Call. Fra i produttori figura Jonathan Glazer, il regista di La zona d’interesse (il film su Auschwitz), e magari può essere interessante sapere che Glazer, nato a Londra, è un ebreo ashkenazita. Il Guardian è per così dire il “garante giornalistico” del film. È importante dirlo perché vedendo il film potrebbe sorgere il sospetto della messinscena: una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili. Per cui qualcuno potrebbe alzare il ditino e chiedere: chi ci assicura che siano veri? Lo assicura il Guardian, uno dei giornali più seri del mondo.
Naza è tutto girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv: si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico, l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano. Tel Aviv fa da controcanto alle dichiarazioni. Che sono spaventose. A un certo punto Abraham – che invece è riconoscibile come intervistatore – chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta. Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”. E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”.
Vanno dette due cose. Nessuno degli intervistati è un soldato che lavorava – diciamo così – sul campo. Sono tutti addetti alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”. E questo è importante: non è gente che ha ammazzato qualcuno, e gli va riconosciuto il coraggio di testimoniare. Ma l’altra cosa da dire è che nessuno di loro sembra particolarmente sconvolto da ciò che ha visto e che ha contribuito a fare. Tre o quattro di loro lo dicono chiaramente: “Io sono un tecnico. Io individuo un terrorista nel suo appartamento e dico all’autorità militare che intorno a lui ci sono dieci, venti, cento naza, possibili vittime collaterali. Poi è l’ufficiale che decide se sparare o no. Sono le regole. Io obbedisco alle regole”.
Più o meno quello che diceva Eichmann nel famoso processo raccontato da Hannah Arendt in "Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male"
Uno dei passaggi più impressionanti, ma anche più illuminanti del film è la descrizione dell’operazione Lavender – l’hanno chiamata così, “lavanda”, come un profumo. È una pura operazione di Intelligence. IDF e Mossad, secondo questi testimoni, controllano TUTTI i telefoni cellulari attivi a Gaza. Possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona diventi a sua volta un potenziale terrorista.
Ovviamente i telefoni sono localizzati. Quando si decide di eliminare un esponente di Hamas, lo si individua attraverso il cellulare, possibilmente a casa, di notte, mentre dorme: “È più sicuro”. Uno dei testimoni racconta che una volta si sono assicurati che il cellulare fosse nello stesso punto da un po’ di tempo, poi hanno colpito: “Il giorno dopo abbiamo scoperto che l’uomo era uscito e aveva dimenticato il telefono a casa. Abbiamo ammazzato tutti i suoi familiari e i suoi vicini e lui se l’è cavata. Dal punto di vista professionale è stato uno smacco”. Un altro confessa che Lavender funziona all’85%. Quindi – chiede Abraham – nel 15% dei casi ammazzate gente che non c’entra nulla. “Sì”. Il testimone non lo dice, ma si capisce chiaramente che – dal punto di vista dell’esercito israeliano – a Gaza non esistono persone “che non c’entrano nulla”.
Naza è il film più terribile e spaventoso che abbiate mai visto. Perché è “freddo”. Non gioca sull’emotività. Questa gente non piange né si emoziona raccontando queste cose. È il loro lavoro. Sono i volonterosi carnefici di Netanyahu.»

venerdì, settembre 25, 2026

Quanti pagano le tasse in Italia? E quanto?


dal Corriere della Sera del 24/09/2026

In Italia quelli che hanno presentato una dichiarazione dei redditi nel 2025 sono 42,8 milioni (267.885 in più rispetto al 2023). Di questi quelli che hanno versato almeno un euro di Irpef sono solo 34,1 milioni. I restanti 24,8 milioni (rispetto al totale della popolazione di circa 58 milioni), ben il 46% degli italiani, non hanno redditi e non pagano l’Irpef.  A fare il punto della situazione è il tradizionale rapporto sulle spese pubbliche e sulle entrate di Itinerari previdenziali, presentato giovedì 24 settembre al Cnel nel corso delle celebrazioni per l’80° anniversario di Cida.


I redditi dichiarati dagli italiani nel 2025

Il totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ai fini Irpef è ammontato a 1.076 miliardi, per un gettito generato al netto del Tir di 216,24 miliardi di euro. I dichiaranti fino 7.500 euro lordi sono 7,9 milioni e pagano in media 19 euro di Irpef annui, che salgono a 204 euro per i 7,4 milioni di dichiaranti con redditi tra 7.500 e 15 mila euro lordi l’anno. A seguire la scomposizione mostra quindi 4,79 milioni di cittadini che dichiarano tra i 15 mila e i 20 mila euro l’anno e versano un’imposta media di 1.773 euro (che si riduce a 1.288 euro se rapporta al numero di abitanti).  A salire, con redditi lordi tra 20 e 26 mila euro si contano poi 6,65 milioni di cittadini, che versano in media 3.284 euro (2.384 per cittadino), mentre tra 26 e 29 mila euro lordi, altri 3 milioni e poco più di versanti, che corrispondono 4.413 euro ciascuno, vale a dire 3.205 euro se rapportato al numero di cittadini. Questo significa che gli italiani con redditi fino a 29 mila euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l'Irpef. Mentre quanti dichiarano dai 35 mila euro lordi in su rappresentano il 18,78% del totale contribuenti e pagano il 65% di tutta l’Irpef. Tenendo conto anche dei redditi tra i 29 mila e i 35 mila euro (l’11,44% del totale), l’analisi mostra come il 30,22% degli italiani corrisponda il 78,67% dell’Irpef. 

«L’Italia, unica nel suo genere, è del resto il Paese della tripla (o forse anche più) progressività» commenta il professor Alberto Brambilla,  precisando che «la prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall’incremento dell’aliquota. La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi “occulta”, perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione». Il presidente di Cida Stefano Cuzzilla pone l’accento sul fatto che «oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera Irpef. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio».

I dipendenti iscritti all’Inps

Il rapporto di Itinerari previdenziali confronta anche i redditi medi lordi dichiarati per il 2024 rispettivamente dei lavoratori iscritti all’Inps, dai professionisti iscritti alle Casse professionali, che a volte sono professionisti con contratto di lavoro subordinato, e una selezione di lavoratori autonomi soggetti a Isa ricompresi nelle gestioni Inps. Dalle tabelle si vede che per quanto riguarda gli iscritti all’Inps, i maggiori redditi (250 mila euro lordi l’anno) sono dichiarati dagli sportivi professionisti, seguiti dai sanitari con 94.000 euro annui e dai giornalisti dipendenti con 70.219 euro. Seguono poi i 12.831 lavoratori del settore volo, piloti e personale di bordo con 40.527 euro, gli statali dipendenti di Stato ed enti locali tutti intorno ai 35/38 mila euro. 


Quanto dichiarano i liberi professionisti

Per quel che riguarda i liberi professionisti, al primo posto ci sono i notai con un reddito medio annuo di 164.758 euro. Al secondo posto si classificano i 250 attuari con 113 mila euro di redditi dichiarati, seguiti dai 23.800 farmacisti titolari di farmacie con circa 112 mila euro (dato stimato sulla base dei dati Federfarma). 


L’affidabilità fiscale degli autonomi

Per quel che riguarda invece i lavoratori autonomi soggetti a Isa (gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale), il rapporto evidenzia come 274.927 contribuenti (10,23%) dichiarino ricavi fino a 30.000 euro, mentre 2.411.567 (89,77%) dichiarino ricavi superiori a tale soglia. Se si guarda agli indici di affidabilità emerge che i contribuenti con indice inferiore a 8 sono complessivamente 1.433.208,  vale a dire più di metà dell’intera platea (53,35%). Tra i contribuenti con ricavi superiori ai 30.000 euro emergono alcune categorie nelle quali la percentuale di soggetti con Isa inferiore a 8 è particolarmente elevata, come servizi di ristorazione commerciale
(70,4%), tintorie e lavanderie (71,1%), commercio al dettaglio di giochi, giocattoli e articoli sportivi (63,8%) e i servizi di pompe funebri (60,7%).



Il viceministro Leo: «L’obiettivo è estendere l’aliquota al 33%  ai redditi fino a 60 mila euro»

«Noi siamo intervenuti nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, del 2026, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50 mila euro, l’abbiamo portata al 33%», ha dichiarato il viceministro dell’Economia Maurizio Leo. «Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60 mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%».

Il costo del welfare

In un Paese in cui il costo del welfare continua ad aumentare questa disparità pesa molto. Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali evidenzia che nel 2024 sono occorsi 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Per finanziare solo queste tre funzioni è stato sostanzialmente necessario utilizzare tutte le imposte dirette (IRPEF, IRES, IRAP, ISOST e addizionali territoriali), per un totale di 325,27 miliardi, e almeno altri 7 miliardi di imposte dirette. 

giovedì, settembre 24, 2026

LIBRO: "La nostra sicurezza. Contro le guerre e le diseguaglianze" di Roberto Speranza

 
Sicurezza. È questo che chiedono le persone dinanzi alle innumerevoli paure del nostro tempo: un’enorme domanda di protezione a cui la nostra democrazia fatica a dare risposta. 
Guerre alle porte dell’Europa, diseguaglianze crescenti, salari poveri e svalutati, servizi pubblici indeboliti, democrazie sempre più fragili, mentre si impone la legge del più forte. Intere fasce della popolazione si sentono abbandonate: i giovani costretti a emigrare per lavoro, i pensionati che non arrivano a fine mese, i ceti più deboli schiacciati dall’inflazione. 
E milioni di persone si pongono un’identica domanda: chi mi protegge? 
Per rispondere serve affermare una nuova idea di sicurezza, un’idea molto più larga di quella, pur fondamentale, della difesa dai reati. 
Non la sicurezza della paura, dei muri e della propaganda, ma quella che nasce dalla pace, dal lavoro dignitoso, dalla salute garantita, dall’istruzione pubblica, dalla giustizia sociale. 
È l’unica via per ricucire lo strappo che si è prodotto tra cittadini e democrazia. 
È questa la promessa della nostra Costituzione, a cui è tempo di dare piena attuazione. 
Ed è la promessa originaria del progetto europeo, oggi molto indebolito ma che occorre coraggiosamente rilanciare.

Attraverso un’analisi dei grandi cambiamenti in corso – anche dovuti all’ascesa di un potentissimo tecnocapitalismo – questo libro individua le cause della frattura tra popolo e politica e traccia una strada per ricostruire fiducia, partecipazione e speranza. 
Disegna una visione alternativa per l’Italia con la forza di proposte concrete: lavoro dignitoso, una sanità e una scuola che non lascino indietro nessuno, politiche industriali più incisive, un fisco equo, una transizione ecologica che sappia combinarsi con la tutela delle fasce più deboli. 
Perché senza protezione non c’è libertà. E senza sicurezza non c’è democrazia.

mercoledì, settembre 23, 2026

Festival della Fotografia Etica 2026 - LODI 26 Settembre / 25 Ottobre

 
Festival Della Fotografia Etica | XVII Edizione 2026

l Festival della Fotografia Etica nasce nel 2010 da un’idea del Gruppo Fotografico Progetto Immagine, associazione no-profit con sede a Lodi, con l’intento di focalizzare l’attenzione del grande pubblico su contenuti di grande rilevanza etica, avvicinandolo a tematiche sociali.

Crediamo che la fotografia sia tuttora uno strumento vitale per accendere un faro sull’ingiustizia sociale nel mondo e vogliamo sottolineare il rapporto tra etica, comunicazione e fotografia attraverso un festival innovativo e diversificato.

Un ricco programma di mostre di fotoreporter internazionali pluripremiati, si accompagna a incontri tematici, workshop, letture portfolio, videoproiezioni, visite guidate, talk d’autore, presentazioni di libri, progetti educational per studenti e tante altre iniziative.

Organizziamo inoltre un concorso internazionale, il World Report Award | Documenting Humanity. Non solo un’opportunità per sostenere economicamente i fotografi impegnati in questo difficile settore della fotografia, ma un modo per entrare in una comunità che abbiamo costruito nel corso degli ultimi 10 anni composta da professionisti del settore che collaborano con la nostra organizzazione.

Sin dalla sua prima edizione, il Festival della Fotografia Etica ha dedicato particolare attenzione all’utilizzo della fotografia da parte di organizzazioni che si occupano di tematiche sensibili dal punto di vista sociale. Lo spazio dedicato alle organizzazioni no profit, è una sezione speciale riservata alla presentazione di lavori fotografici commissionati ai fotografi dagli attori del no profit dove le ONG possono sviluppare un’importante attività di advocacy.

Oltre all’evento annuale che si svolge ogni autunno (la prossima edizione si terrà tra settembre e ottobre 2026), l’organizzazione del Festival lavora quotidianamente per far si che il lavoro dei fotografi sia condiviso e le loro voci ascoltate attraverso numerose altre iniziative quali il Travelling Festival, mostre che sono ideate e curate a Lodi e viaggiano in giro per l’Italia e l’Europa.


martedì, settembre 22, 2026

LIBRO: "Il sistema periodico" di Primo Levi - tra i 50 più grandi libri di ogni tempo


Sono ventuno gli elementi chimici che danno il titolo ai racconti di questo libro, e ventuno i capitoli di un autobiografia che per affinità e accostamenti corre sul filo di una storia personale e collettiva, affondando le radici nell'oscura qualità della materia, raccontando le storie di un mestiere "che è poi un caso particolare, una versione più strenua del mestiere di vivere".

Lo storico quotidiano britannico “The Telegraph” ha inserito "Il sistema periodico" di Primo Levi tra i 50 più grandi libri di ogni tempo. Forse la sua opera più torinese, piemontese, familiare e insieme universale. E per quanto contino graduatorie e classifiche (la letteratura non è il Festival di Sanremo), è una bellissima notizia che questo testo così singolare e denso, dall’ingannevole apparenza di autobiografia di un chimico, acquisti nel tempo sempre maggiore considerazione e peso internazionale e letterario, pensando anche alla fatica che Levi fece per quasi tutta la vita per essere giudicato per quello che era: non soltanto un altissimo testimone della Shoah, non solo un uomo di scienza prestato alle lettere, ma un grande scrittore e basta, un narratore e un poeta (anche se in questa frequentazione era ancor più schivo del solito).

Oltre Manica amano molto "Il sistema periodico", uscito nel 1975 per Einaudi. La “Royal Institution” di Londra lo definì nel 2006 il migliore libro di scienza mai scritto, facendosi forse un poco fuorviare dal contesto e dalla struttura dell’opera, da quei 21 capitoli che prendono ognuno il nome da un elemento della Tavola di Mendeleev: una cornice chimica e fisica, certamente, ma per un viaggio del tutto letterario.



lunedì, settembre 21, 2026

LIBRO: "Studiare per amore. Gioie e ragioni di un infinito incanto" di Nicola Gardini - Da leggere!


Lo studio ci rende liberi, originali, migliori.

Il primo modo che abbiamo di accedere alla conoscenza, da bambini così come da adulti, è osservare la realtà che ci circonda. Contemplando un panorama o una rosa, un tempio o un dipinto, un cielo stellato o una poesia impariamo infatti a cogliere i rapporti tra le cose e a entrare in contatto con il mondo intorno a noi, sino a esplorarne gli spazi più remoti e nascosti. 


Ma impariamo anche a sviluppare un rapporto sincero e profondo con noi stessi, a riporre fiducia nell’altro, a esercitare la libertà. 


Nicola Gardini porta la parola «studiare» fuori dalle aule scolastiche, spogliandola dei significati deteriori oggi più in voga: affrancato dal senso del dovere e dell’imposizione, lo studente si fa studioso, finalmente pronto ad accogliere il dono di infinite possibilità. Studiare per amore ci offre l’esaltante occasione di scoprire ciò che crediamo di sapere da sempre e invece conosciamo molto poco, con la promessa che, quando volteremo l’ultima pagina, saremo in grado di guardare fuori e dentro di noi con occhi completamente nuovi.

Nicola Gardini:

In questo libro ho presupposto l'esistenza di due modelli di sapere ben distinti, che potremmo chiamare addirittura due mentalità, due visioni antitetiche della vita:

  1.   Un modello utilitaristico-razionalistico, orizzontale, pratico, quantitativo, classificatorio, presuntamente oggettivo, consumisticamente tecnologico, che concepisce la conoscenza solo in termini di profitto certo e di rendimento immediato; che non ammette divagazioni e sorprese; che è fissato sul presente; che presume di percorrere infallibilmente la via migliore; che ha nella computazione il suo strumento principale e trova nel già accaduto un paradigma del futuro;
  2. Un modello scientifico-umanistico, periscopico, speculativo, soggettivo, sperimentale, creativo, poetico, libertario, anticonformista, che persegue la ricerca pura per tentativi, senza darsi un obiettivo certo, e fa tesoro di ogni momento dell'indagine, esplorando il mondo in ogni suo aspetto e in ogni direzione, attraverso l'immaginazione, la memoria, la pluralità dei punti di vista, e impegnandosi a salvare e, se possibile, potenziare le facoltà e le qualità più indistintamente umane (la fantasia, la curiosità, l'ammirazione, l'empatia, ecc.), e guardando tanto al passato quanto al futuro, con piena coscienza storica di quel che dura, di quel che è finito e di quel che sarà o potrà essere,  e aumentando la consapevolezza e il rispetto di tutte le manifestazioni della vita, e la coscienza dei suoi misteri; mai dimenticando di porre domande sul senso delle cose e dell'esistenza; mai dimenticando la bellezza e la gratificazione dello spirito.

Io ho preso chiaramente posizione a sostegno del secondo modello. Con questo ho identificato lo “studio” e sulla validità e necessità di questo ho voluto soffermarmi.

Avrete notato che parlo di un modello scientifico-umanistico. A qualcuno potrà sembrare che io utilizzi un ossimoro, ma se mi avete seguito fin qui sapete che non è così. Mi pare di aver sufficientemente mostrato che le discipline scientifiche (matematica, fisica, biologia, ecc.), e le discipline umanistiche, (la letteratura in primo luogo, ma anche la filosofia, la storia, ecc.) non rappresentano paradigmi differenti se anche praticano indagini differenti e si danno oggetti differenti. Chi ha Leone sia le altre, perseguono la conoscenza pura e solamente coloro che credono per pregiudizio che scienza e tecnica siano un'unica cosa finiscono per credere che scienza e sapere umanistico siano due cose distinte. Per citare Weber anche in queste conclusioni: “l'uomo di scienza (…) afferma di esercitare l'attività scientifica in maniera fine a se stessa, e non solo perché altri possano trarne dei vantaggi tecnici o economici, perché si possano meglio vestire, nutrire, illuminare e governare”. Così l'uomo di lettere.

Sia la fisica, sia la letteratura o la storia o la filosofia o altro, indagano i misteri della vita con uguali disposizioni intellettuali, presupponendo che non esiste oggetto che si arrivi a conoscere mai completamente, perché ogni oggetto è sempre capace di apparire in modi sempre diversi, in sempre diversi sistemi di rapporti. Studiare significa amare l'oggetto, qualunque oggetto scegliamo di indagare, nel suo infinito rivelarsi.

I due modelli che indico, naturalmente, non si escludono a vicenda, la dicotomia esiste, ma non è contraddizione, il secondo non ha mai soppiantato né soppianterà il primo, la dicotomia, infatti, è molto antica, e il secondo modello si è sempre dovuto affermare in contrapposizione al primo, che invece nelle varie fogge in cui appariva d'epoca in epoca, ha sempre dato per indiscutibile la sua superiorità.

In verità, il primo modello, con tutta la sua sicumera, non ha mai dimostrato in alcun momento storico che il secondo avesse perso importanza. Io non sono nemico né della tecnica né dei processi computazionali. Non ho scritto questo libro per attaccarli. Sono convinto però che siamo arrivati a un punto della nostra cosiddetta civiltà in cui, assai più che in qualunque momento del passato, occorra sostenere, di fronte alla sempre più debordante fede (per ingenuità, presunzione, irresponsabilità?) nei portati della rivoluzione digitale, la necessità di un sapere soggettivo e personale, che da sempre, fin da quando il genere umano è comparso sulla Terra, ha nelle risorse dell'intelletto e nell'utilizzo dei sensi i suoi fondamenti. Un sapere che distingue e collega, che coglie e somiglianze e differenze, che rinnova di continuo lo sguardo dell'osservatore anche di fronte ai soliti oggetti (guardare un albero - raccomandava quel gran romanziere che era Maupassant - finché non ci appaia completamente nuovo); un sapere sempre “sospettoso”, sempre incline a sollevare lo sguardo a un livello più alto di partecipazione (come suggerisce il verbo latino suspicio, o “guardare in su”); un sapere che ci porti tutti, ognuno per quel che può e desidera, a confrontarci, a non sottostare a visioni automatizzanti, a imparare gli uni dall'esempio e dalle idee degli altri, a considerare gli uni il buono degli altri; un sapere che non veda una sola via e sappia fare tesoro dell'imprevisto; un sapere che, eterogeneo e variegato, ci unisca nel dialogo pacifico e rispetti tutte le differenze di cui si compone la bellezza della vita; un sapere che restituisca incanto al mondo.

Occorre una conciliazione tra i due modelli, e perché conciliazione ci sia, occorre opposizione, come vuole una vera democrazia.

Il secondo modello, quello scientifico-umanistico, è sicuramente all'opposizione e invoca, per amore della libertà universale che si applichino all'osservazione del mondo le energie più creative dell'intelligenza di ciascuno; che il “dentro” dell'essere umano non si disperda definitivamente nel “fuori” di tutte le appendici e di tutti i suoi sostituti meccanici.

Lo studio dà la felicità. Distrae dall'egoismo e dall'invidia; distrae persino dalla malattia e dalla povertà. Soffriamo quando la nostra mente non sta imparando nulla; quando non si espande perché rimastica vecchie convinzioni e si affida a false aspettative, e non accoglie pensieri freschi, e non vede mai qualcosa di più, e non prova gioia, e per non soccombere al disprezzo di sé si irrigidisce nella presunzione e nel rifiuto della varietà.

Aprendoci all'altro ci apriremo a noi stessi.

Via l'assuefazione! Via la quiescenza! Via l'indifferenza!

E saremo migliori in una vita migliore.

domenica, settembre 20, 2026

I robot battono i record ma non piegano i panni

 
da L'Internazionale del 4 Settembre 2026 di Kaia Glickman, Nature, Regno Unito

I World humanoid robot games di Pechino hanno mostrato i rapidi progressi degli umanoidi ma hanno anche confermato le loro difficoltà a svolgere compiti utili nel mondo reale

Un robot umanoide ha corso più velocemente di ogni essere umano. Un altro ha superato i tre metri nel salto in alto battendo un record umano. E un terzo ha gareggiato con un campione olimpico in una partita dimostrativa di ping pong. Sono scene dalla seconda edizione dei World humanoid robot games di Pechino, che hanno messo alla prova le capacità fisiche dei robot.

I giochi hanno evidenziato i rapidi progressi degli umanoidi, che sfruttano l’intelligenza artificiale per apprendere, pianificare ed eseguire attività reali. Ma hanno anche dimostrato che le macchine dovranno fare ancora molta strada prima di poter essere usate per mansioni pratiche.

“Se chiedete cosa è più difficile tra piegare il bucato o fare una capriola all’indietro, la maggior parte delle persone risponde la seconda”, dice Karen Liu, informatica dell’università di Stanford, in California. “Ma in realtà per gli umanoidi un compito quotidiano risulta decisamente più difficile di un salto acrobatico”.

I giochi di quest’anno, che si sono svolti dal 22 al 26 agosto e hanno coinvolto più di seicento squadre soprattutto di università, istituti di ricerca e aziende di robotica cinesi, hanno ampliato la competizione dalle gare di corsa veloce e salto in alto a sfide quotidiane come sistemare i libri su una mensola e rifare il letto. In queste simulazioni, che hanno preceduto le gare di atletica, i robot che sono riusciti a completare le mansioni da soli ottenevano un punteggio più alto di quelli azionati da remoto. I giochi “non sono solo una gara, ma un importante terreno di prova per l’intelligenza artificiale applicata ai robot”, spiega Cheng Hao, amministratore delegato della Booster Robotics di Pechino, che ha partecipato alle gare con quasi trecento macchine.

L’enfasi sulle mansioni pratiche è essenziale per sviluppare robot utili, osserva Aya Durbin, responsabile della progettazione dell’umanoide Atlas per la statunitense Boston Dynamics, che non ha partecipato alla competizione. “Finché saranno solo ‘giocattoli’, gli umanoidi non faranno parte della nostra vita quotidiana. Devono essere usati per risolvere problemi concreti e migliorare il mondo”.

Ai giochi un robot della X-Humanoid di Pechino ha ottenuto la medaglia d’oro per i cento metri con un tempo di 8,64 secondi, quasi un secondo in meno del record stabilito dal campione olimpico Usain Bolt nel 2009. Nel 2025 lo stesso robot aveva vinto la gara in 21,5 secondi, a riprova della velocità con cui avanza la tecnologia. Secondo il quotidiano ufficiale Global Times, un altro robot della X-Humanoid è arrivato a 3,4 metri nel salto in alto senza rincorsa battendo un record umano del 1993.

Gli umanoidi eccellono nelle gare di atletica perché traducono l’energia in accelerazione con estrema efficienza, spiega Liu. Le capriole e la corsa sono azioni che seguono una precisa traiettoria. “In ogni millisecondo il robot sa cosa fare e quanta forza generare. Non ha bisogno di ‘pensare’”.

A creargli problemi sono invece i compiti ad alta destrezza, continua Liu. Sviluppare appendici robotiche capaci di imitare la forza e la coordinazione delle mani è complicato, spiega, e usare strumenti è difficilissimo per i robot, perché le pinze faticano a creare un contatto sufficiente a permettere di applicare la forza che serve.

Durante le prove gli umanoidi hanno avuto difficoltà a piantare dei chiodi in una bacheca di sughero perfino se azionati da umani dotati di guanti per controllarne i movimenti.

I “modelli d’intelligenza artificiale fisica” che trasformano i dati in azioni concrete stanno aiutando gli umanoidi a migliorare, dice Durbin. I ricercatori possono addestrarli in vari modi, per esempio con persone munite di visori per la realtà virtuale e sensori sul corpo per accumulare dati relativi alle attività da far imitare ai robot, oppure mediante simulazioni prima dei tentativi veri e propri.

Cadute pericolose

Perfezionare la capacità degli umanoidi di svolgere attività pratiche è importante perché è lì che sta la loro utilità, sotttolineano alcuni ricercatori. “Abbiamo creato Atlas per svolgere le mansioni che non ci va di fare”, spiega Durbin. 
Per esempio piegare il bucato o lavorare in situazioni pericolose – come in ambienti altamente radioattivi – in cui i robot possono tollerare condizioni nocive per gli umani. 
Hao dice che la Booster Robotics sta anche cercando di addestrare i suoi umanoidi per attività ripetitive, fisicamente impegnative o che richiedono flessibilità.

Ma gli umanoidi commettono ancora troppi errori per essere impiegati in contesti reali, dice Durbin. E dato che sono pesanti e potrebbero ferire qualcuno se vanno in blocco e cadono, rischiano di essere pericolosi senza supervisione umana, spiega Chris Atkeson della Carnegie Mellon university di Pittsburgh. Atkeson immagina e progetta da tempo robot più leggeri, più morbidi e più capaci di prendersi cura delle persone senza causare danni. 
Durbin ammette che fino a quando non ci saranno norme e standard l’uso degli umanoidi in contesti come le abitazioni potrebbe essere rischioso e spiega che andrebbero progettati affinché, in caso di guasto, finiscano a terra nel “modo più sicuro e controllato” possibile.

Al momento i robot hanno un costo esorbitante, quindi è improbabile che possano offrire presto un aiuto per le faccende domestiche. Uno dei più economici sul mercato è un modello base venduto dalla azienda cinese di robotica Unitree a poco meno di cinquemila dollari. I modelli più avanzati possono superare i centomila dollari.

Ai giochi non è filato tutto liscio: gli umanoidi si sono rotti sbattendo contro i muri, sono inciampati nei loro stessi piedi e hanno preso fuoco al traguardo. Ma l’evento è stato comunque una piacevole occasione per abituarci all’idea che prima o poi, con qualche miglioramento, i robot entreranno nella nostra quotidianità, dice Durbin. “La robotica dovrebbe essere divertente”

sabato, settembre 19, 2026

LIBRO: "La sedia del sadico. Il design sul corpo delle donne" di Chiara Alessi

 
Gli oggetti sono neutrali o ‘sessisti’? 
Il design contribuisce al sistema patriarcale di oppressione? 
È possibile immaginare una progettazione che tenga conto di queste domande? 
L’utenza dei prodotti del design industriale del Novecento si rifà storicamente al cosiddetto standard dell’uomo medio: un individuo di genere maschile, abile, astratto dal contesto. 
La stessa storia del design, anche quando non scritta da uomini, o addirittura anche quando dedicata a isolare le eccezioni delle donne che si sono distinte in questo ambito, risente della logica maschile: 
o perché si segue il criterio dei grandi nomi, delle invenzioni, del successo di poche e per poche; 
o perché gli oggetti, anche quando progettati da donne, si sono adeguati agli standard dettati dagli uomini;
o perché la storia sociale della produzione materiale delle donne è stata raccontata sì, ma in una logica passiva, se non addirittura oppressiva. 

Guardare il design in una prospettiva femminista ci aiuta non solo a denunciare un’esclusione, ma a immaginare un mondo in cui siano le donne a progettare strumenti capaci di garantire la propria salute riproduttiva, il proprio piacere, la propria sicurezza, a partire dalla conoscenza riappropriata del loro corpo. 

Chiara Alessi, grande esperta di design, descrive alcuni di questi progetti a partire dal lettino ginecologico, passando per lo speculum e gli strumenti di autodiagnosi, fino ai dispositivi mestruali e quelli per il piacere. 
È ormai tempo di rinegoziare il design in una prospettiva critica di genere: rinegoziare il potere, rinegoziare i corpi, rinegoziare il sapere, rinegoziare la funzione.

venerdì, settembre 18, 2026

Singapore inaugura il primo data-center AI al mondo, alimentato da 16 milioni di neuroni umani vivi

Dal Corriere della Sera del 30 Agosto 2026 di Ivan Miralli

Nasce il primo data center biologico formato da neuroni creati da staminali pluripotenti: vanno nutriti con zuccheri e micronutrienti ma consumano pochissima energia e non hanno bisogno di essere raffreddati

Sedici milioni di neuroni umani vivi: è questo l’impressionante numero di cellule necessarie ad alimentare il primo data center «biologico» al mondo recentemente inaugurato a Singapore, frutto della stretta collaborazione tra Nus Medicine (l’Università nazionale di Singapore), Day One (un’azienda di infrastrutture digitali) e Cortical Labs, una startup australiana specializzata in biotecnologie. 

L’intelligenza artificiale, ormai entrata a pieno regime nelle vite quotidiane di milioni di persone in tutto il mondo, richiede un fabbisogno energetico sempre più crescente, difficile da sostenere con i mezzi tradizionali (lo sa bene il governo del Kenya): è proprio qui che entra in gioco l’idea, sviluppata da Cortical Labs, di alimentare i server dedicati all’AI con cellule neuronali. 

Una struttura «pulsante», completamente diversa nella sua architettura da tutte quelle che abbiamo conosciuto sinora: il sistema è composto da 20 computer biologici «CL1» che operano in sinergia tra di loro, alimentati da 800.000 neuroni ciascuna. Ogni unità CL1 fa riferimento al sistema operativo proprietario biOS, che permette al software di interagire con la rete neurale in tempo reale.

I neuroni come «motore» per l’AI

Tutto inizia dalle cellule staminali pluripotenti coltivate in laboratorio, che poi si differenziano in neuroni e vengono posizionati sopra una piattaforma in silicio, contenente una matrice di microelettrodi. Sono proprio questi microelettrodi, in particolare, a mandare segnali elettrici alla rete neurale, permettendo di registrare l’attività elettrica prodotta a loro volta dalle cellule. È come uno scambio biunivoco tra giocatori di ping-pong: i microelettrodi inviano un’informazione sottoforma di input, i neuroni lo elaborano e rispondono con un certo segnale di output capace di influenzare un ambiente simulato o la successiva operazione di calcolo del computer, alla stregua di un classico processore.

Dimenticatevi dunque i tradizionali server con chip in silicio, capaci di spegnersi o accendersi al bisogno: per vivere e funzionare, le cellule che compongono questo innovativo data center devono essere quotidianamente nutrite, al pari di un qualsiasi essere umano o di un Tamagotchi. Ogni tre giorni, i tecnici di laboratorio alimentano i neuroni con un «cocktail» a base di zuccheri, micronutrienti e soluzioni tampone, utili a stabilizzare il pH dell’ambiente in cui sono immersi. A questo si aggiunge un miscelatore di gas, che infonde anidride carbonica, ossigeno e azoto e funge da sistema di supporto vitale. Le colture di neuroni possono essere mantenute in vita per un massimo di 6 mesi, al termine dei quali devono essere sostituite da nuove cellule.

Perchè il futuro è nei data center biologici

Benché il progetto di Singapore si trovi ad un livello ancora sperimentale, la combinazione tra neuroni e hardware tradizionale potrebbe rappresentare un’alternativa valida e sostenibile per il futuro dei data center dedicati all’intelligenza artificiale. A suggerirlo è Chong Hon Weng, fondatore e amministratore delegato di Cortical Labs, secondo cui i data center biologici rappresentano la soluzione ideale in caso di banche dati più piccole e limitate, al contrario di quelli tradizionali che necessitano di un numero spropositato di esempi statistici per addestrarsi e funzionare correttamente. A questo si aggiunge poi l’alta plasticità dei neuroni, in grado di adattarsi alle condizioni più imprevedibili stabilendo nuove connessioni (o sinapsi, nello specifico) tra loro.

Non ultimo, il minor consumo energetico: ogni unità CL1 che compone il data center di Singapore richiede all’incirca 30 Watt, un valore infinitamente piccolo se confrontato con i chip in silicio, come H100 Sxm di Nvidia, che a pieno regime consumano oltre 700 Watt. Numeri alla mano, un data center tradizionale composto da 8 chip H100 Sxm può arrivare ad un consumo complessivo di 10.200 Watt, considerando anche l’energia richiesta dall’hardware di supporto. 

Infine, i neuroni non necessitano di sistemi di raffreddamento e possono essere tranquillamente mantenuti in vita ad una temperatura media di 37 gradi centigradi, al contrario dei server tradizionali che generano un enorme quantitativo di calore che va necessariamente dissipato.

Al netto di questi vantaggi le sfide da affrontare sono ancora tante, prime tra tutte la velocità di calcolo e la ripetibilità nettamente inferiori rispetto ai server in silicio, ad oggi indispensabili per il funzionamento di modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGpt e simili.


Singapore inaugura il primo data-center AI al mondo alimentato da 16 milioni di neuroni umani vivi | Corriere.it

giovedì, settembre 17, 2026

PISA - Programma per la valutazione internazionale degli studenti. Come si posizionano gli studenti italiani?

 

“L’edizione del 2022 del Programma internazionale per la valutazione degli studenti (Pisa) aveva già evidenziato un forte calo del livello dell’istruzione in Francia e nel resto del mondo. 
I dati pubblicati l’8 settembre rafforzano l’allarme”, scrive Le Monde commentando i risultati dell’ultimo studio Pisa, realizzato su un campione di 760mila studenti quindicenni di 91 paesi che fanno parte o collaborano con l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). 
In scienze, matematica e comprensione del testo è stato registrato il livello più basso in 25 anni. 
In Europa i risultati migliori sono stati ottenuti da Estonia, Polonia, Irlanda e Regno Unito, mentre Germania e Francia restano sotto la media. 
In Italia, se si considerano i livelli di una decina di anni fa, il calo delle competenze è significativo, tra i dieci e i venti punti, mentre rispetto alla rilevazione del 2022 la situazione è rimasta stabile. 
Nell’ultimo triennio gli studenti italiani hanno perso terreno in italiano e matematica, ma sono leggermente migliorati in scienze. Nel complesso restano allineati alla media Ocse. 

Prove standardizzate PISA

​Il “Programma per la valutazione internazionale degli stu​denti" (PISA) è una prova standardizzata sulle competenze delle allieve e degli allievi 15enni promossa dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) al fine di valutare le competenze in lettura (comprensione dello scritto), matematica e scienze. PISA “si basa sul concetto di literacy, ossia l'abilità dell'allieva e dell'allievo di mobilitare le proprie conoscenze e competenze per riflettere e comunicare efficacemente in contesti conosciuti e non (OECD, ​2019)" (Ambrosetti & Fenaroli, 2023, p. 179).

In Svizzera per questa indagine è coinvolto un campione rappresentativo di allieve e allievi 15 enni che possono frequentare l'ultimo anno della scuola media (IV media) o il primo anno post-obbligatorio (liceo, scuole professionali, ecc.). Va inoltre sottolineato che il Ticino, a differenza degli altri cantoni svizzeri, ha deciso di avvalersi di un campione rappresentativo delle allieve e degli allievi 15enni scolarizzati/e nel cantone, al fine di poter comparare i loro risultati con quelli delle loro coetanee e dei loro coetanei valutati a livello svizzero e a livello internazionale.

L'indagine è attiva dal 2000 ed è condotta a intervalli di tre anni; ad ogni ciclo, uno dei tre ambiti è designato quale ambito principale e viene maggiormente approfondito rispetto agli altri due. L'ambito principale della lettura è stato rilevato nel 2000, 2009, 2018, la matematica nel 2003, 2012 e 2022, e le scienze nel 2006 e 2015. Nel 2025 l'ambito principale saranno le scienze. Oltre alla misura delle competenze, l'indagine PISA, attraverso un questionario, permette la raccolta di informazioni relative alla vita scolastica ed extra scolastica delle allieve e degli allievi partecipanti. I risultati della Svizzera sono pubblicati nei rapporti internazionali e nazionali; in Ticino, grazie al campione rappresentativo delle sue allieve e dei suoi allievi 15 enni, viene inoltre pubblicato un rapporto specifico ai risultati cantonali.​