Restare Umani
Circolo Culturale di Paderno Dugnano
martedì, settembre 22, 2026
LIBRO: "Il sistema periodico" di Primo Levi - tra i 50 più grandi libri di ogni tempo
lunedì, settembre 21, 2026
LIBRO: "Studiare per amore. Gioie e ragioni di un infinito incanto" di Nicola Gardini - Da leggere!
Lo studio ci rende liberi, originali, migliori.
Il primo modo che abbiamo di accedere alla conoscenza, da bambini così come da adulti, è osservare la realtà che ci circonda. Contemplando un panorama o una rosa, un tempio o un dipinto, un cielo stellato o una poesia impariamo infatti a cogliere i rapporti tra le cose e a entrare in contatto con il mondo intorno a noi, sino a esplorarne gli spazi più remoti e nascosti.
Ma impariamo anche a sviluppare un rapporto sincero e profondo con noi stessi, a riporre fiducia nell’altro, a esercitare la libertà.
Nicola Gardini porta la parola «studiare» fuori dalle aule scolastiche, spogliandola dei significati deteriori oggi più in voga: affrancato dal senso del dovere e dell’imposizione, lo studente si fa studioso, finalmente pronto ad accogliere il dono di infinite possibilità. Studiare per amore ci offre l’esaltante occasione di scoprire ciò che crediamo di sapere da sempre e invece conosciamo molto poco, con la promessa che, quando volteremo l’ultima pagina, saremo in grado di guardare fuori e dentro di noi con occhi completamente nuovi.
Nicola Gardini:
In questo libro ho presupposto
l'esistenza di due modelli di sapere ben distinti, che potremmo chiamare
addirittura due mentalità, due visioni antitetiche della vita:
- Un modello utilitaristico-razionalistico, orizzontale, pratico, quantitativo, classificatorio, presuntamente oggettivo, consumisticamente tecnologico, che concepisce la conoscenza solo in termini di profitto certo e di rendimento immediato; che non ammette divagazioni e sorprese; che è fissato sul presente; che presume di percorrere infallibilmente la via migliore; che ha nella computazione il suo strumento principale e trova nel già accaduto un paradigma del futuro;
- Un modello scientifico-umanistico, periscopico, speculativo, soggettivo, sperimentale, creativo, poetico, libertario, anticonformista, che persegue la ricerca pura per tentativi, senza darsi un obiettivo certo, e fa tesoro di ogni momento dell'indagine, esplorando il mondo in ogni suo aspetto e in ogni direzione, attraverso l'immaginazione, la memoria, la pluralità dei punti di vista, e impegnandosi a salvare e, se possibile, potenziare le facoltà e le qualità più indistintamente umane (la fantasia, la curiosità, l'ammirazione, l'empatia, ecc.), e guardando tanto al passato quanto al futuro, con piena coscienza storica di quel che dura, di quel che è finito e di quel che sarà o potrà essere, e aumentando la consapevolezza e il rispetto di tutte le manifestazioni della vita, e la coscienza dei suoi misteri; mai dimenticando di porre domande sul senso delle cose e dell'esistenza; mai dimenticando la bellezza e la gratificazione dello spirito.
Io ho preso chiaramente posizione
a sostegno del secondo modello. Con questo ho identificato lo “studio” e sulla validità
e necessità di questo ho voluto soffermarmi.
Avrete notato che parlo di un
modello scientifico-umanistico. A qualcuno potrà sembrare che io utilizzi un
ossimoro, ma se mi avete seguito fin qui sapete che non è così. Mi pare di aver
sufficientemente mostrato che le discipline scientifiche (matematica, fisica,
biologia, ecc.), e le discipline umanistiche, (la letteratura in primo luogo,
ma anche la filosofia, la storia, ecc.) non rappresentano paradigmi differenti
se anche praticano indagini differenti e si danno oggetti differenti. Chi ha
Leone sia le altre, perseguono la conoscenza pura e solamente coloro che
credono per pregiudizio che scienza e tecnica siano un'unica cosa finiscono per
credere che scienza e sapere umanistico siano due cose distinte. Per citare
Weber anche in queste conclusioni: “l'uomo di scienza (…) afferma di esercitare
l'attività scientifica in maniera fine a se stessa, e non solo perché altri
possano trarne dei vantaggi tecnici o economici, perché si possano meglio
vestire, nutrire, illuminare e governare”. Così l'uomo di lettere.
Sia la fisica, sia la letteratura
o la storia o la filosofia o altro, indagano i misteri della vita con uguali
disposizioni intellettuali, presupponendo che non esiste oggetto che si arrivi
a conoscere mai completamente, perché ogni oggetto è sempre capace di apparire
in modi sempre diversi, in sempre diversi sistemi di rapporti. Studiare
significa amare l'oggetto, qualunque oggetto scegliamo di indagare, nel suo
infinito rivelarsi.
I due modelli che indico,
naturalmente, non si escludono a vicenda, la dicotomia esiste, ma non è
contraddizione, il secondo non ha mai soppiantato né soppianterà il primo, la
dicotomia, infatti, è molto antica, e il secondo modello si è sempre dovuto
affermare in contrapposizione al primo, che invece nelle varie fogge in cui
appariva d'epoca in epoca, ha sempre dato per indiscutibile la sua superiorità.
In verità, il primo modello, con
tutta la sua sicumera, non ha mai dimostrato in alcun momento storico che il
secondo avesse perso importanza. Io non sono nemico né della tecnica né dei
processi computazionali. Non ho scritto questo libro per attaccarli. Sono
convinto però che siamo arrivati a un punto della nostra cosiddetta civiltà in
cui, assai più che in qualunque momento del passato, occorra sostenere, di
fronte alla sempre più debordante fede (per ingenuità, presunzione,
irresponsabilità?) nei portati della rivoluzione digitale, la necessità di un
sapere soggettivo e personale, che da sempre, fin da quando il genere umano è
comparso sulla Terra, ha nelle risorse dell'intelletto e nell'utilizzo dei
sensi i suoi fondamenti. Un sapere che distingue e collega, che coglie e
somiglianze e differenze, che rinnova di continuo lo sguardo dell'osservatore
anche di fronte ai soliti oggetti (guardare un albero - raccomandava quel gran romanziere
che era Maupassant - finché non ci appaia completamente nuovo); un sapere
sempre “sospettoso”, sempre incline a sollevare lo sguardo a un livello più
alto di partecipazione (come suggerisce il verbo latino suspicio, o “guardare
in su”); un sapere che ci porti tutti, ognuno per quel che può e desidera, a
confrontarci, a non sottostare a visioni automatizzanti, a imparare gli uni
dall'esempio e dalle idee degli altri, a considerare gli uni il buono degli
altri; un sapere che non veda una sola via e sappia fare tesoro dell'imprevisto;
un sapere che, eterogeneo e variegato, ci unisca nel dialogo pacifico e
rispetti tutte le differenze di cui si compone la bellezza della vita; un
sapere che restituisca incanto al mondo.
Occorre una conciliazione tra i
due modelli, e perché conciliazione ci sia, occorre opposizione, come vuole una
vera democrazia.
Il secondo modello, quello
scientifico-umanistico, è sicuramente all'opposizione e invoca, per amore della
libertà universale che si applichino all'osservazione del mondo le energie più
creative dell'intelligenza di ciascuno; che il “dentro” dell'essere umano non
si disperda definitivamente nel “fuori” di tutte le appendici e di tutti i suoi
sostituti meccanici.
Lo studio dà la felicità. Distrae
dall'egoismo e dall'invidia; distrae persino dalla malattia e dalla povertà.
Soffriamo quando la nostra mente non sta imparando nulla; quando non si espande
perché rimastica vecchie convinzioni e si affida a false aspettative, e non
accoglie pensieri freschi, e non vede mai qualcosa di più, e non prova gioia, e
per non soccombere al disprezzo di sé si irrigidisce nella presunzione e nel
rifiuto della varietà.
Aprendoci all'altro ci apriremo a
noi stessi.
Via l'assuefazione! Via la
quiescenza! Via l'indifferenza!
E saremo migliori in una vita
migliore.
domenica, settembre 20, 2026
I robot battono i record ma non piegano i panni
Un robot umanoide ha corso più velocemente di ogni essere umano. Un altro ha superato i tre metri nel salto in alto battendo un record umano. E un terzo ha gareggiato con un campione olimpico in una partita dimostrativa di ping pong. Sono scene dalla seconda edizione dei World humanoid robot games di Pechino, che hanno messo alla prova le capacità fisiche dei robot.
I giochi hanno evidenziato i rapidi progressi degli umanoidi, che sfruttano l’intelligenza artificiale per apprendere, pianificare ed eseguire attività reali. Ma hanno anche dimostrato che le macchine dovranno fare ancora molta strada prima di poter essere usate per mansioni pratiche.
“Se chiedete cosa è più difficile tra piegare il bucato o fare una capriola all’indietro, la maggior parte delle persone risponde la seconda”, dice Karen Liu, informatica dell’università di Stanford, in California. “Ma in realtà per gli umanoidi un compito quotidiano risulta decisamente più difficile di un salto acrobatico”.
I giochi di quest’anno, che si sono svolti dal 22 al 26 agosto e hanno coinvolto più di seicento squadre soprattutto di università, istituti di ricerca e aziende di robotica cinesi, hanno ampliato la competizione dalle gare di corsa veloce e salto in alto a sfide quotidiane come sistemare i libri su una mensola e rifare il letto. In queste simulazioni, che hanno preceduto le gare di atletica, i robot che sono riusciti a completare le mansioni da soli ottenevano un punteggio più alto di quelli azionati da remoto. I giochi “non sono solo una gara, ma un importante terreno di prova per l’intelligenza artificiale applicata ai robot”, spiega Cheng Hao, amministratore delegato della Booster Robotics di Pechino, che ha partecipato alle gare con quasi trecento macchine.
L’enfasi sulle mansioni pratiche è essenziale per sviluppare robot utili, osserva Aya Durbin, responsabile della progettazione dell’umanoide Atlas per la statunitense Boston Dynamics, che non ha partecipato alla competizione. “Finché saranno solo ‘giocattoli’, gli umanoidi non faranno parte della nostra vita quotidiana. Devono essere usati per risolvere problemi concreti e migliorare il mondo”.
Ai giochi un robot della X-Humanoid di Pechino ha ottenuto la medaglia d’oro per i cento metri con un tempo di 8,64 secondi, quasi un secondo in meno del record stabilito dal campione olimpico Usain Bolt nel 2009. Nel 2025 lo stesso robot aveva vinto la gara in 21,5 secondi, a riprova della velocità con cui avanza la tecnologia. Secondo il quotidiano ufficiale Global Times, un altro robot della X-Humanoid è arrivato a 3,4 metri nel salto in alto senza rincorsa battendo un record umano del 1993.
Gli umanoidi eccellono nelle gare di atletica perché traducono l’energia in accelerazione con estrema efficienza, spiega Liu. Le capriole e la corsa sono azioni che seguono una precisa traiettoria. “In ogni millisecondo il robot sa cosa fare e quanta forza generare. Non ha bisogno di ‘pensare’”.
A creargli problemi sono invece i compiti ad alta destrezza, continua Liu. Sviluppare appendici robotiche capaci di imitare la forza e la coordinazione delle mani è complicato, spiega, e usare strumenti è difficilissimo per i robot, perché le pinze faticano a creare un contatto sufficiente a permettere di applicare la forza che serve.
Durante le prove gli umanoidi hanno avuto difficoltà a piantare dei chiodi in una bacheca di sughero perfino se azionati da umani dotati di guanti per controllarne i movimenti.
I “modelli d’intelligenza artificiale fisica” che trasformano i dati in azioni concrete stanno aiutando gli umanoidi a migliorare, dice Durbin. I ricercatori possono addestrarli in vari modi, per esempio con persone munite di visori per la realtà virtuale e sensori sul corpo per accumulare dati relativi alle attività da far imitare ai robot, oppure mediante simulazioni prima dei tentativi veri e propri.
sabato, settembre 19, 2026
LIBRO: "La sedia del sadico. Il design sul corpo delle donne" di Chiara Alessi
venerdì, settembre 18, 2026
Singapore inaugura il primo data-center AI al mondo, alimentato da 16 milioni di neuroni umani vivi
Dal Corriere della Sera del 30 Agosto 2026 di Ivan Miralli
Nasce il primo data center biologico formato da neuroni creati da staminali pluripotenti: vanno nutriti con zuccheri e micronutrienti ma consumano pochissima energia e non hanno bisogno di essere raffreddati
Sedici milioni di neuroni umani vivi: è questo l’impressionante numero di cellule necessarie ad alimentare il primo data center «biologico» al mondo recentemente inaugurato a Singapore, frutto della stretta collaborazione tra Nus Medicine (l’Università nazionale di Singapore), Day One (un’azienda di infrastrutture digitali) e Cortical Labs, una startup australiana specializzata in biotecnologie.
L’intelligenza artificiale, ormai entrata a pieno regime nelle vite quotidiane di milioni di persone in tutto il mondo, richiede un fabbisogno energetico sempre più crescente, difficile da sostenere con i mezzi tradizionali (lo sa bene il governo del Kenya): è proprio qui che entra in gioco l’idea, sviluppata da Cortical Labs, di alimentare i server dedicati all’AI con cellule neuronali.
Una struttura «pulsante», completamente diversa nella sua architettura da tutte quelle che abbiamo conosciuto sinora: il sistema è composto da 20 computer biologici «CL1» che operano in sinergia tra di loro, alimentati da 800.000 neuroni ciascuna. Ogni unità CL1 fa riferimento al sistema operativo proprietario biOS, che permette al software di interagire con la rete neurale in tempo reale.
I neuroni come «motore» per l’AI
Tutto inizia dalle cellule staminali pluripotenti coltivate in laboratorio, che poi si differenziano in neuroni e vengono posizionati sopra una piattaforma in silicio, contenente una matrice di microelettrodi. Sono proprio questi microelettrodi, in particolare, a mandare segnali elettrici alla rete neurale, permettendo di registrare l’attività elettrica prodotta a loro volta dalle cellule. È come uno scambio biunivoco tra giocatori di ping-pong: i microelettrodi inviano un’informazione sottoforma di input, i neuroni lo elaborano e rispondono con un certo segnale di output capace di influenzare un ambiente simulato o la successiva operazione di calcolo del computer, alla stregua di un classico processore.
Dimenticatevi dunque i tradizionali server con chip in silicio, capaci di spegnersi o accendersi al bisogno: per vivere e funzionare, le cellule che compongono questo innovativo data center devono essere quotidianamente nutrite, al pari di un qualsiasi essere umano o di un Tamagotchi. Ogni tre giorni, i tecnici di laboratorio alimentano i neuroni con un «cocktail» a base di zuccheri, micronutrienti e soluzioni tampone, utili a stabilizzare il pH dell’ambiente in cui sono immersi. A questo si aggiunge un miscelatore di gas, che infonde anidride carbonica, ossigeno e azoto e funge da sistema di supporto vitale. Le colture di neuroni possono essere mantenute in vita per un massimo di 6 mesi, al termine dei quali devono essere sostituite da nuove cellule.
Perchè il futuro è nei data center biologici
Benché il progetto di Singapore si trovi ad un livello ancora sperimentale, la combinazione tra neuroni e hardware tradizionale potrebbe rappresentare un’alternativa valida e sostenibile per il futuro dei data center dedicati all’intelligenza artificiale. A suggerirlo è Chong Hon Weng, fondatore e amministratore delegato di Cortical Labs, secondo cui i data center biologici rappresentano la soluzione ideale in caso di banche dati più piccole e limitate, al contrario di quelli tradizionali che necessitano di un numero spropositato di esempi statistici per addestrarsi e funzionare correttamente. A questo si aggiunge poi l’alta plasticità dei neuroni, in grado di adattarsi alle condizioni più imprevedibili stabilendo nuove connessioni (o sinapsi, nello specifico) tra loro.
Non ultimo, il minor consumo energetico: ogni unità CL1 che compone il data center di Singapore richiede all’incirca 30 Watt, un valore infinitamente piccolo se confrontato con i chip in silicio, come H100 Sxm di Nvidia, che a pieno regime consumano oltre 700 Watt. Numeri alla mano, un data center tradizionale composto da 8 chip H100 Sxm può arrivare ad un consumo complessivo di 10.200 Watt, considerando anche l’energia richiesta dall’hardware di supporto.
Infine, i neuroni non necessitano di sistemi di raffreddamento e possono essere tranquillamente mantenuti in vita ad una temperatura media di 37 gradi centigradi, al contrario dei server tradizionali che generano un enorme quantitativo di calore che va necessariamente dissipato.
Al netto di questi vantaggi le sfide da affrontare sono ancora tante, prime tra tutte la velocità di calcolo e la ripetibilità nettamente inferiori rispetto ai server in silicio, ad oggi indispensabili per il funzionamento di modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGpt e simili.
giovedì, settembre 17, 2026
PISA - Programma per la valutazione internazionale degli studenti. Come si posizionano gli studenti italiani?
Il “Programma per la valutazione internazionale degli studenti" (PISA) è una prova standardizzata sulle competenze delle allieve e degli allievi 15enni promossa dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) al fine di valutare le competenze in lettura (comprensione dello scritto), matematica e scienze. PISA “si basa sul concetto di literacy, ossia l'abilità dell'allieva e dell'allievo di mobilitare le proprie conoscenze e competenze per riflettere e comunicare efficacemente in contesti conosciuti e non (OECD, 2019)" (Ambrosetti & Fenaroli, 2023, p. 179).
In Svizzera per questa indagine è coinvolto un campione rappresentativo di allieve e allievi 15 enni che possono frequentare l'ultimo anno della scuola media (IV media) o il primo anno post-obbligatorio (liceo, scuole professionali, ecc.). Va inoltre sottolineato che il Ticino, a differenza degli altri cantoni svizzeri, ha deciso di avvalersi di un campione rappresentativo delle allieve e degli allievi 15enni scolarizzati/e nel cantone, al fine di poter comparare i loro risultati con quelli delle loro coetanee e dei loro coetanei valutati a livello svizzero e a livello internazionale.
L'indagine è attiva dal 2000 ed è condotta a intervalli di tre anni; ad ogni ciclo, uno dei tre ambiti è designato quale ambito principale e viene maggiormente approfondito rispetto agli altri due. L'ambito principale della lettura è stato rilevato nel 2000, 2009, 2018, la matematica nel 2003, 2012 e 2022, e le scienze nel 2006 e 2015. Nel 2025 l'ambito principale saranno le scienze. Oltre alla misura delle competenze, l'indagine PISA, attraverso un questionario, permette la raccolta di informazioni relative alla vita scolastica ed extra scolastica delle allieve e degli allievi partecipanti. I risultati della Svizzera sono pubblicati nei rapporti internazionali e nazionali; in Ticino, grazie al campione rappresentativo delle sue allieve e dei suoi allievi 15 enni, viene inoltre pubblicato un rapporto specifico ai risultati cantonali.
mercoledì, settembre 16, 2026
Come mantenere una buona vita sociale
da l'Internazionale del 28 Agosto 2026
Perché da adulti tendiamo ad avere meno amici, e come possiamo costruire una rete di rapporti che ci fanno stare bene, sia con conoscenti di lunga data sia con persone nuove
A Jean Edelstein è capitato diverse volte di ricominciare da capo. La prima volta è stata più di vent’anni fa a Londra, dove si era trasferita per frequentare un master con il suo ragazzo. La sua vita sociale si era prosciugata su tutti i fronti: gli amici che si era fatta al master se ne erano andati dopo la laurea, quelli che condivideva con il suo ragazzo sono spariti quando loro due si sono lasciati e i colleghi del nuovo lavoro avevano meno voglia di lei di socializzare fuori dall’ufficio.
Da allora Edelstein, che ha 44 anni, ha avuto diverse opportunità per affinare la sua capacità di fare amicizia. Ha vissuto cinque grandi spostamenti, compreso uno da Brooklyn a Montclair, in New Jersey, dove oggi vive con il marito e i figli.
Ogni volta trovare nuovi amici era in cima alla lista delle cose da fare. “Mi sono sempre detta: ‘Sono qui, ora devo trovare qualcuno con cui uscire’”, racconta. “O questo, o la solitudine”.
Non tutti reagiscono con la stessa prontezza. Secondo Jaimie Krems, psicologa e direttrice del Centro per la ricerca sull’amicizia dell’università della California a Los Angeles, non sempre le persone sono motivate a coltivare le amicizie con la stessa dedizione che riservano alle relazioni sentimentali o familiari. Invece dovrebbero. “Dobbiamo smetterla di sottovalutare i benefici dell’amicizia”, dice Krems. Avere legami forti è associato a una vita più lunga, a una maggiore felicità e perfino a una riduzione del rischio di declino cognitivo in età avanzata. “I vantaggi sono enormi, ma tendiamo a considerare l’amicizia un lusso anziché una necessità”.
In generale ci sono due cose da fare per evitare che la propria vita sociale si smorzi nel tempo: mantenere le amicizie che abbiamo e continuare a farne di nuove.
Sembra facile, dice Krems, ma per vari motivi sono entrambe imprese abbastanza ardue, soprattutto con l’avanzare dell’età. Se ripensiamo a un periodo in cui avevamo una vita sociale florida, osserva Moe Ari Brown, terapeuta ed esperto di relazioni, probabilmente c’erano occasioni quotidiane per stare insieme a potenziali amici: andavamo a scuola, lavoravamo in un ambiente che favoriva la socialità, abitavamo con dei coinquilini o nello stesso quartiere dei nostri amici. Senza queste condizioni può essere difficile mantenere una buona vita sociale.
In primo luogo ci sono le difficoltà e i cambiamenti connessi ai grandi passaggi della vita, prosegue Brown: un trasloco, un nuovo lavoro, un nuovo partner o l’arrivo dei figli possono modificare le priorità e la disponibilità. Per non parlare del fatto che la maggior parte delle amicizie di lunga data comporta dei conflitti, osserva Brown, che molte persone non sono in grado di gestire. A volte, anziché affrontare una conversazione difficile, preferiamo lasciar affievolire un rapporto.
Ciò non toglie che possano esserci delle buone ragioni per lasciare che un’amicizia finisca: crescendo si cambia, ed è naturale non sentirsi più in sintonia con alcune persone, osserva Brown. Secondo Brown, inoltre, è sempre più difficile trovare i terzi luoghi, ovvero spazi informali in cui incontrare gli altri. Esistono ancora attività e strutture pubbliche come caffè, parchi, biblioteche, bar e ristoranti, ma secondo una ricerca del 2019 dopo la grande recessione negli Stati Uniti i piccoli luoghi di aggregazione di quartiere stanno diminuendo. Inoltre, a causa dei prezzi alti, non sono sempre accessibili a tutti.
Per fortuna nessuna di queste difficoltà è insormontabile. Innanzitutto è utile cambiare punto di vista. Magari ci sembrerà di dover ricominciare da zero, ma inquadrare così la situazione può contribuire ad aumentare la pressione. “Adattarsi ai cambiamenti fa parte della vita” dice Brown. Coltivare le relazioni sociali non significa ricostruire quello che avevamo un tempo, ma trovare ciò che per noi va bene adesso.
Cominciare dai “legami deboli”
Anche se l’obiettivo è cercare amicizie profonde, può essere d’aiuto affrontare la solitudine immediata. “Le persone che incontriamo nella vita di tutti i giorni sono tutte micro-connessioni”, afferma Brown. Magari è il barista con cui chiacchieriamo la mattina, il frequentatore abituale della palestra, una vicina di casa o
un genitore che incrociamo a scuola. Anche queste brevi interazioni possono creare un senso di appartenenza. Quando ci sentiremo più a nostro agio possiamo fare dei passi avanti. È una cosa che per Edelstein ha funzionato: “Sono felice di essere io a dire ‘andiamo a prendere un caffè’ a qualcuno che non conosco”, racconta.
Frequentarsi con regolarità
Secondo Krems uno dei fattori più importanti in una nuova amicizia, oltre all’attrazione reciproca, è vedersi spesso. Per questo può funzionare far parte di un gruppo o di un’associazione nella zona in cui viviamo. Brown suggerisce di cercare nella propria comunità gruppi legati a un hobby, club di lettura, associazioni di volontariato o un bar da frequentare.
Contattare vecchi amici
È molto probabile che ci siamo allontanati da qualcuno che vorremmo risentire. Cerchiamo di non cadere nella trappola dell’ansia. “Dal punto di vista psicologico, spesso sottovalutiamo quanto ai nostri amici o ex amici faccia piacere ricevere nostre notizie”, dice Krems.
Prenderla come un appuntamento
Quando cerchiamo una relazione sentimentale scarichiamo un’app d’incontri, andiamo a un appuntamento e vediamo che succede, ma per le amicizie accade molto meno. Invece esistono app come Bumble Bff o Timeleft per incontrare amici. Anche se ci sembra poco naturale o goffo vale la pena di provarci comunque. “Le persone che incontriamo probabilmente hanno la stessa sensazione”, dice Brown. “L’importante è evitare che l’imbarazzo ci blocchi”.
Aspettarsi un po’ di difficoltà
È sbagliato pensare che non serva sforzarsi troppo per fare nuove amicizie o per mantenerle, e che se un’amicizia deve nascere allora succederà in modo naturale. “Magari sarà stato vero in passato, ma non è questo il mondo in cui viviamo oggi”, dice Krems. “Dovremmo mettere in conto la fatica da fare anche solo per incontrare una persona che potrebbe piacerci”. E poi dobbiamo impegnarci per continuare a frequentarla