domenica, agosto 02, 2026

Rivalità a tavola


da L'Internazionale del 31 Luglio 2026 
Il sandwich è britannico o ebraico? Chi ha inventato l’hummus e il cous cous? Quando sono nati gli spaghetti? Nella storia di alcuni alimenti si nascondono pregiudizi e tensioni politiche.

Spaghetti o noodles, le corde della discordia 
Non è semplice distinguere gli spa ghetti (tendenzialmente di origi ne italiana) dai noodles (tendenzialmente di origine asiatica). La differenza sta soprattutto nel processo di fabbricazione e negli ingredienti: grano, riso o grano saraceno per i noodles, semola di grano duro per gli spaghetti. 
Se poi volessimo provare a stabilire chi li ha inventati, rischieremmo di scatenare una terza guerra mondiale tra storici e archeologi. 
Per evitare conflitti, diremo che la storia degli spaghetti si è sviluppata in civiltà diverse allo stesso tempo. 
In Cina le prime ricette risalgono al sesto secolo, ma gli spaghetti potrebbero essere apparsi nel secondo secolo avanti Cristo. Tutta via nulla è certo. Gli spaghetti esistevano (forse) anche in Mesopotamia. 
E anche ammesso che Marco Polo abbia (forse) riportato degli spaghetti dalla Cina nel 1292, non è stato lui a introdurli in Europa. 
Nel 1154 il geografo arabo Al Idrisi scriveva che in Sicilia si mangiava un piatto “a base di farina a forma di corde”. 
Per fortuna c’è un fatto indiscutibile, cioè il contributo germanico a questa cultura: lo Spaghetti eis, un gelato che sembra un piatto di spaghetti al pomodoro. Chi lo assaggia non può farne a meno, un po’ come succede con gli spaghetti istantanei, i chikin rāmen (ramen al pollo) inventati in Giappone nel 1958 da Momofuku Andō, con l’aiuto di un altro pioniere, Yo shio Murata, che nel 1953 aveva inventato un processo meccanico per piegare gli spaghetti. Andō ha ideato anche i cup noodles nel 1971. 
Forse tra venti secoli, quando gli archeologi ne troveranno le tracce, si lanceranno in dispute infinite sul loro uso. 
Michel Henry 

Il kimchi, o quando i diplomatici s’incavolano 
Il kimchi più tipico è a base di cavolo napa (o cavolo cinese) fermentato, ma ne esistono centinaia di varianti. 
Basta abbandonare all’effetto del tempo al cuni ingredienti (peperoncino, aglio, zen zero e verdure), salare, mischiare e sotterrare quasi completamente. Poi avviene la magia: il tutto fermenta, e quindi vive. 
In Corea “un pasto senza il kimchi è come una frase senza il verbo”. Un dettaglio, però, infastidisce i puristi: il peperoncino non è di origine coreana. È sbarcato nella penisola nel seicento, partendo dalle Americhe e passando per Europa e Giappone. 
Il kimchi, dunque, non è sempre stato rosso. Anche le tradizioni culinarie più sacre hanno un passato migratorio. Il primo fronte di battaglia del kimchi si apre nel 1990. 
Il Giappone comincia a esportare un kimchi istantaneo, non fermentato, chiamato kimuchi. Seoul va su tutte le furie: se non è fermentato, non è kimchi! Il caso approda davanti agli esperti internazionali. Nel 2001 arriva la sen tenza: per chiamarsi kimchi, il prodotto dev’essere fermentato e a base di cavolo, anche se questo contraddice gli usi culinari della Corea, dove il kimchi indica una famiglia intera di verdure salate e fermentate (ravanelli, cetrioli, verdure a foglia…), a volte senz’ombra di cavolo. 
Poco importa, Seoul usa la gastronomia come arma di soft power, kimchi in testa. Lo promuovono perfino le star del k-pop. Nel 2008 la campagna si spinge oltre i confini della Terra: a bordo della navi cella Soyuz l’astronauta Yi So-yeon porta un kimchi pensato appositamente per lo spazio. Poi arriva il divorzio. 
Nel 2013 il kimjang sudcoreano (la preparazione collettiva del kimchi prima dell’inverno) è inserito nella lista del patrimonio cultura le immateriale dell’Unesco. Nel 2015 la Corea del Nord ottiene lo stesso riconoscimento. Una tradizione, due rappresentanti. In mezzo, la zona demilitarizzata che separa le due Coree, con il suo filo spinato e le sue mine antiuomo. Un’assurdità amministrativa. 
Ultimo episodio, nel 2020: il pao cai del Sichuan (un piatto di verdure fermentate) è codificato dall’International standards organization (Iso). Ufficialmente non c’entra nulla con il kimchi. Ma in Cina i giornali di stato celebrano uno “standard internazionale del kimchi rappresentato dalla Cina”. Seoul denuncia l’appropriazione. 
Il cavolo è destinato ad avere tante storie quante ricette. 
Perrine Daubas

Fate l’hummus, non la guerra 
L’ hummus è fatto con ceci schiaccia ti e pasta di sesamo. Senza pasta di sesamo è una semplice purea di ceci ma in realtà anche questa può chiamarsi hummus: in arabo, infatti, la parola significa “ceci”. 
Il fatto che sia un piatto semplice non lo rende meno controverso: in Medio Oriente otto paesi rivendicano la paternità di questa ricetta, le cui origini risalgono all’epoca ottomana. Libano, Israele e Palestina hanno portato la disputa sulla scena internazionale: c’è chi si sveglia deciso a cambiare il mondo, e chi pensando di preparare il più grande hummus del pianeta. 
Nel 2010 gli israeliani aprono le ostilità cucinandone seicento chili. 
Il Libano risponde con un piatto da due tonnellate, ma poi è superato da Abu Ghosh, paesino arabo in Israele, dove cinquanta cuochi ne preparano quattro tonnellate. Come osserva un rappresentante del Guinness dei primati, “la guerra sarà lunga, ma squisita”. 
E infatti il Libano ci riprova con più di dieci tonnellate di hummus, esponendolo simbolicamente vicino alla frontiera israeliana e suscitando un certo allarme nella Forza d’interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil). 
Alla gara dei record si aggiunge quella delle denominazioni, delle esportazioni e di un mercato mondiale del valore di quasi un miliardo di dollari. 
Da sapere: i ceci sono apparsi più di settemila anni fa in Medio Oriente e in Turchia, mentre oggi il 75 per cento della produzione mondiale arriva dall’India. 
Questa battaglia culinaria è al centro di un documentario australiano del 2012, Make hummus, not war (Fate l’hummus, non fa te la guerra). Il regista, Trevor Graham, ricorda che l’hummus non è né una bandiera né un’arma, ma una pietanza da condividere, mangiandola dallo stesso piatto e spezzando lo stesso pane. 
Léna Mauger

Le patatine fritte spaccano 
Secondo lo storico belga Pierre Le clercq, esperto di patatine fritte, già nel 1629 esistevano delle “papas fri as” in Cile. 
Ma le patatine come le cono sciamo noi sono nate all’inizio dell’otto cento a Parigi, dall’estro culinario delle venditrici di frittelle del Pont-Neuf. 
Un musicista bavarese, Frederik Krieger, avrebbe poi esportato la ricetta in Belgio, aprendo un “locale di tuberi arrosto”. Si faceva chiamare con il nomignolo di Monsieur Fritz, o Monsieur Frites. 
Un genio del marketing. 
Negli Stati Uniti le patatine si sono chiamate french fries fino al 2003. Quell’anno alcuni deputati conservatori, irritati dalle critiche del governo francese all’invasione dell’Iraq, impongono il cambio di nome in freedom fries nei ristoranti della camera dei rappresentanti. È un trionfo, la stampa abbocca e l’azienda pro duttrice di senapi French’s, in difficoltà, pubblica un comunicato precisando che “la senape French’s di francese ha solo il nome”. 
Quando nel 2006 il congresso ripristina il nome french fries, i belgi, revanscisti, provano a lanciare l’espressione belgian fries. Con i loro caratteristici chioschi (baraques à frites) i belgi sono i campioni mondiali di patatine fritte (un’avvertenza ai vegani: le friggono nel grasso bovino). 
Ma non le hanno inventate loro. Chi è sta to? Tutti e nessuno. 
Le patatine fritte hanno finito per invadere il pianeta grazie ai fast food… statunitensi. 
Non ditelo a Donald Trump, potrebbe decidere di bombardare i chioschetti belgi. 
Michel Henry

Il sandwich, aristocratico e popolare 
Sandwich è una città portuale del Kent, vicino a Dover. In antico inglese sandwicæ significa “porto sulla sabbia” o “centro di commercio”. 
Si narra che il sandwich sia nato proprio lì, nel 1762, grazie al vizio del gioco di John Montagu, quarto conte di Sandwich: non riuscendo ad allontanarsi dal tavolo durante le interminabili partite, avrebbe chiesto ai domestici di portargli un pezzo di manzo tra due fette di pane. 
Il nome è rimasto, ma il conte non ave va inventato nulla. 
Già all’epoca di Erode, re di Giudea, Hillel il vecchio, un religioso ebreo nato nel 70 avanti Cristo, aveva infilato un pezzo di agnello e delle erbe amare tra due matsoth (pane azzimo), come prescritto dalla Bibbia. 
Nasceva così il korech, la cui tradizione perdura nelle celebrazioni per la Pasqua ebraica, solo che il charoset (impasto di noci, mele e spezie) ha sostituito l’agnello. 
Mangiare cibo usando unicamente le mani è un concetto diffuso in Medio Oriente, lungo il Mediterraneo, nei mercati persiani o ottomani, dove ci si aiuta con la pita. 
Nel Medioevo, in Europa, il tranchois indicava una grossa fetta (tran che in francese) di pane su cui disporre alimenti solidi. Montagu ha vinto solo la battaglia del nome, con una conseguenza non da poco: nel suo paese il sandwich passa con disinvoltura dalle tavole aristocratiche (per l’high tea serale) ai portapranzo degli operai. Poi se ne sono appropriati i fast food, guadagnandoci in salute (finanziaria), mentre la nostra ci ha rimesso. 
Michel Henry

Cous cous e scossoni 
Il cous cous più che un piatto è una scena. E un’onomatopea. È venerdì: “ks ks” fa il chicco di grano che viene sgranato, inumidito e passato tra i palmi delle mani. Il tavolo è troppo piccolo, i piatti straripano, le mani s’incrociano come le conversazioni. È un piatto che riunisce per eccellenza. 
Chi avrebbe potuto prevedere la “guerra del cous cous”? 
Nel 2016 alcuni dirigenti algerini annunciano di voler far iscrivere il cous cous nel patrimonio immateriale dell’umanità. Apriti cielo. 
Sulla stampa maghrebina scoppiano dibattiti infuocati. 
Nel 2018 il portavoce del governo marocchino lo pro clama piatto nazionale: “Secondo un paese fratello e vicino, l’unico posto al mondo dove esiste il cous cous è casa loro. Dimostreremo il contrario!”. 
Nel giro di poche ore la polemica passa dal piano della cucina a quello della sovranità. 
La semola diventa un argo mento di dibattito, la ricetta una prova storica. 
La questione del cous cous lascia intravedere la rivalità tra Algeri e Rabat, riaccesa dal conflitto sul Sahara Occidentale. È un fenomeno noto: la gastrodiplomazia. 
Da quando, nel 2003, l’Unesco ha creato la categoria “patrimonio culturale immateriale”, le cucine sono diventate uno strumento di soft power. Far riconoscere un piatto vuol dire ottenere legittimità culturale, aumentare il turismo, conquistare un valore simbolico, a volte anche a costo di scatenare un conflitto. 
Nel 2020, dopo anni di tensioni, si giunge finalmente a un trattato di pace. 
L’Algeria, il Marocco, la Tunisia e la Mauritania presentano una candidatura comune. 
Cosa rara, perché l’Unesco preferisce le candidature nazionali. 
Il cous cous è riconosciuto patrimonio maghrebino condiviso, privo di una paternità – o maternità – esclusiva. 
Ora che la pace diplomatica à stata raggiunta, su un fatto sono tutti d’accordo: il cous cous migliore è sempre quello della mamma. 
Perrine Daubas

Il borsch, l’identità fatta zuppa 
Il borsch è una zuppa che si mangia calda o fredda. In Lituania lo chiamano barščiai, in Polonia barszcz, in Romania borș, in Bielorussia, in Russia e Ucraina boršč, mentre in yiddish è borscht. 
“Borsch” viene dal nome slavo del suo ingrediente di origine, lo spondilio, una pianta dalle foglie commestibili, chiamata anche panace comune, verzena o seda no dei prati. 
Dal cinquecento la ricetta si è evoluta fino a diventare una preparazione a base di barbabietola (che le dà il colore rosso), cavolo, carota, altre verdure e car ne. In Europa dell’est esistono anche borsch bianchi (a base di farina di segale fermentata e cumino) e verdi (più simili a una zuppa di acetosa). 
I russi sostengono di aver inventato il piatto, che a quanto pare era molto apprezzato da Caterina II e dalla ballerina Anna Pavlova. 
Gli ucraini, però, ne rivendicano la paternità: nella regione della Podolia, il terzo giorno di matrimonio è chiamato “donevistky, naboršč”, che alla lettera si traduce “far visita alla nuora per mangiare del borsch”, diventato l’equivalente di “fare l’asso pigliatutto”. 
Una zuppa elevata a fattore identitario. 
La “guerra del borsch” è entrata in una nuova fase con l’invasione russa dell’Ucraina. 
Qualche mese dopo, il 1 luglio 2022, l’Unesco ha iscritto la “cultura della preparazione del borsch ucraino” nella lista del patrimonio culturale immateriale che richiede “una salvaguardia urgente”. 
Una decisione eccezionale, presa senza aspettare la riunione di fine anno del comitato intergovernativo in cui general mente si approvano le richieste. 
Léna Mauger

sabato, agosto 01, 2026

LIBRO: "Senza adulti" di Gustavo Zagrebelsky

 
Tutte le società possono perire, corrompendosi dal loro interno. 
Come gli organismi, possono degenerare. 
Per rigenerarsi, occorre mettere fine a qualcosa del passato, rinunciare a qualcosa cui si è fatta l'abitudine. 
Si dice che, per vivere, occorre saper morire: del tutto, se la degenerazione è inarrestabile; in parte, se è ancora rimediabile. 
Nel discernimento di ciò che è vivo e ciò che è morto dovrebbe consistere la politica. 
L'ideologia odierna è l'esatto contrario: la crescita e lo sviluppo che non ostacolano, ma moltiplicano i fattori della degenerazione. 
Così, al di là di vuoti e ipocriti discorsi a favore dei cosiddetti diritti delle generazioni future, la presente, credendo di salvare se stessa, sta lavorando contro. 
Come le età della vita si stanno contraendo nella sola giovinezza, così le generazioni corrono il rischio di ridursi a quella presente che opera credendo di potere disporre illimitatamente e immediatamente delle risorse che la terra, ancora per poco, è capace di offrire.

venerdì, luglio 31, 2026

LIBRO: "Gelosia" di Barbara Alberti

Che cos'è la gelosia? Perché siamo gelosi? Che relazione c'è tra l'amore e la gelosia? 
Barbara Alberti tratta il tema alla sua maniera, con verve, ironia e gusto del paradossale. 

Attraverso aforismi personali e racconti in parte autobiografici, familiari, storie sentite o orecchiate, storie paradigmatiche di ogni tempo, personaggi storici o letterari, l'autrice traccia i confini di un sentimento così terribile e sleale ma al tempo stesso comune ai più, e le sue ricadute nei rapporti di coppia, tra tradimenti, riconciliazioni, vendette e sparizioni. 

Alberti va al cuore di una «reazione» e ci racconta tutto quello che rappresenta oggi un'emozione così forte e incontenibile. 
Gelosia è un libro corsaro, come l'amore. Che è un disastro «indispensabile».

giovedì, luglio 30, 2026

LIBRO: "Aprire lo sguardo. 15 fotografie che raccontano l'Italia" di Alessandra Mauro


In Aprire lo sguardo Alessandra Mauro raccoglie 15 fotografie memorabili che, nel comporre il «mosaico visuale» del nostro paese, testimoniano «come lo abbiamo ritratto e come ci siamo ritratti» negli anni. 

È un viaggio che abbraccia l’Italia intera e che inizia quasi due secoli fa, con una delle prime vedute di Roma realizzata da Giacomo Caneva nel 1847. 

In una rassegna di grande forza evocativa, sfilano volti, luoghi, momenti: dall’arresto di un giovane Benito Mussolini, immortalato da Adolfo Porry-Pastorel nel 1915, agli innovativi ritratti di Wanda Wulz, alla realtà manicomiale documentata da Gianni Berengo Gardin nel 1968, fino alla fotografia di moda di Ferdinando Scianna e allo studio del tessuto urbano condotto da Gabriele Basilico. 

Dall’autoritratto al reportage di guerra, dai primi tentativi di fotogiornalismo alle testimonianze visive di una società che cambia, Mauro intreccia così l’evoluzione della ricerca fotografica e la storia del nostro paese attraverso le opere di alcuni tra gli autori italiani più significativi di tutti i tempi. 

Mezzo di espressione, pratica artistica, strumento di denuncia; nel racconto appassionante di Alessandra Mauro la fotografia si rivela testimone ineguagliata del nostro passato.

mercoledì, luglio 29, 2026

LIBRO: "Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti" di Matteo Lancini


In "Chiamami adulto", libro che conclude la trilogia iniziata nel 2021 con "L’età tradita", Matteo Lancini esplora i molteplici contesti e le modalità in cui gli adolescenti costruiscono relazioni: dalla famiglia alla scuola, dagli ambienti digitali alle stanze di psicoterapia, dal gruppo dei pari al rapporto di coppia. 
Partendo da alcuni spunti già introdotti in "Sii te stesso a modo mio", come l’assenza di prospettive future e la fragilità adulta che spesso ostacola un dialogo autentico, l’autore scava in profondità, rivelando che cosa serve davvero per avvicinarsi ai giovani: l’ascolto e una presenza empatica
Attraverso esempi concreti, storie personali e riflessioni incisive, il libro offre a genitori, insegnanti e psicologi gli strumenti per superare l’urgenza del fare e per imparare finalmente a stare nella relazione, aiutando i ragazzi a non sentirsi più soli in mezzo agli altri, ma compresi e sostenuti.

  



martedì, luglio 28, 2026

LIBRO: "Dalla parte del suolo. L'ecosistema invisibile" di Paolo Pileri

Il suolo è sotto attacco. 
Cemento, asfalto, microplastiche, pesticidi, erosione e incendi sono colpi che feriscono a morte l’ecosistema più fragile e vitale del pianeta. 
Grande regolatore climatico e custode di un terzo della biodiversità terrestre, il suolo è l’habitat di miliardi di esseri viventi che consentono alle piante di sopravvivere, una riserva preziosissima di acqua e la fonte di quasi tutto il cibo di cui si nutrono animali e umani. 
Ma noi continuiamo a non riconoscere il suo status di corpo vivente, natura non rinnovabile e non resiliente, dato che impiega 2000 anni per crescere di soli 10 centimetri. 
Fuori dall’agenda dei beni comuni, il suolo resta un prodotto di mercato, una risorsa da consumare senza scrupoli, con conseguenze drammatiche per tutti noi. 
Paolo Pileri ci fa conoscere la ricchezza ecologica del suolo, la sua incredibile generosità e i suoi benefici, additando chi ha l’ingratitudine di fargli male: logistica, agricoltura intensiva, cave, guerre, incentivi edilizi, piani urbanistici e altro ancora. 
Ci aiuta a capire cos’è il suolo, come difenderlo imparando a porre le domande giuste a coloro – tecnici, amministratori, urbanisti – che avallano il suo consumo, spesso camuffato da sostenibilità. 
Un libro che dà voce alla terra e invita il lettore a stare dalla sua parte, l’unica parte che possiamo permetterci nella crisi ambientale odierna.

 

lunedì, luglio 27, 2026

La pace, sostantivo femminile. Il pensiero femminista come fondamento dell’etica nonviolenta e della cura dell’umano di Laura Tussi

La pace, sostantivo femminile. Il pensiero femminista come fondamento dell'etica nonviolenta e della cura dell'umano (Laura Tussi) - FarodiRoma

Nel panorama del pensiero critico contemporaneo, il contributo teorico e pratico dei movimenti femministi rappresenta una delle trasformazioni più profonde nella comprensione dell’essere umano e delle sue forme di convivenza. Lungi dall’essere una mera istanza rivendicativa di settore, il femminismo si declina come un’autentica ermeneutica dell’esistenza, capace di disvelare la complessità delle relazioni sociali, di ridefinire il concetto di democrazia e di offrire una nuova grammatica epistemologica.

Alla base di questa riflessione vi è il riconoscimento che l’umanità non si costituisce come un blocco omogeneo e astratto, bensì come un insieme plurale di soggettività, ciascuna portatrice di una singolarità irriducibile. Il principio di uguaglianza nei diritti non viene dunque concepito in termini di omologazione, ma come un’istanza che trae forza proprio dalla valorizzazione delle differenze. In questa prospettiva, il corpo cessa di essere un mero supporto biologico per diventare il luogo primario dell’esperienza, del sapere e dell’azione politica. Riconoscere che noi siamo i nostri corpi significa radicare la conoscenza e la politica nella concretezza della vita materiale, superando quel dualismo cartesiano che, per secoli, ha subordinato il sensibile all’astratto.

L’intuizione secondo cui la sfera personale e quella politica non sono separate da un abisso rappresenta un altro pilastro fondamentale di questo paradigma. L’esperienza individuale non è mai privata nel senso di isolata dal contesto sociale; al contrario, le strutture di potere plasmano il quotidiano, l’intimità e le relazioni interpersonali. L’atto di partire da sé non è, quindi, un esercizio egocentrico, ma una metodologia intellettuale e politica che consente di decostruire le narrazioni universalistiche e neutrali – quasi sempre espressione dell’egemonia patriarcale – per approdare a un autentico incontro con l’altro. La pluralità e la relazione emergono così come le modalità ontologiche proprie dell’umanità: l’individuo non preesiste alla relazione, ma si costituisce attraverso di essa.

Questa consapevolezza relazionale porta con sé una decisa critica strutturale a tutte le forme di autoritarismo, militarismo e dogmatismo, individuate come espressioni di una logica di dominazione che trova una delle sue principali radici storicamente determinate nel maschilismo e nel patriarcato. L’organizzazione sociale fondata sulla sopraffazione viene così messa radicalmente in discussione: la violenza non è un elemento ineludibile della natura umana, ma il prodotto di modelli culturali e istituzionali oppressivi. Di conseguenza, il femminismo si configura come una delle più alte espressioni storiche della nonviolenza, la sua corrente più vitale e trasformativa. La nonviolenza femminista non si risolve in una passiva astensione dal conflitto, ma nell’esercizio attivo della compassione, dell’ascolto e della cura come strumenti fondamentali di liberazione.

Il compito comune che ne deriva supera i confini tradizionali della politica formale per abbracciare un’etica della responsabilità globale. Generare e proteggere la vita, prendersi cura delle persone e della biosfera, opporsi a ogni forma di sfruttamento, umiliazione e devastazione ecologica diventano imperativi strettamente interconnessi. La lotta contro l’oppressione umana e quella per la salvaguardia del pianeta condividono la medesima urgenza etica e la stessa radice critica.

In ultima analisi, parlare di femminismo al singolare rischia di oscurare la ricchezza di un autentico arcipelago di prospettive. È più corretto declinare il termine al plurale, riconoscendo la pluralità dei pensieri e dei movimenti delle donne che hanno saputo, nel tempo, rinnovare il senso della liberazione collettiva. Questo percorso di autocoscienza continua a offrire all’umanità non solo gli strumenti per denunciare l’ingiustizia, ma soprattutto un orizzonte di senso nel quale la compassione, la cura e il rispetto per la vita diventano le fondamenta di una nuova civiltà.

domenica, luglio 26, 2026

LIBRO:" L'omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)" di Miguel Gotor


Il 6 gennaio 1980, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, considerato l’erede politico di Aldo Moro, viene assassinato. 
Dopo l’assoluzione, nel 1999, dei neofascisti Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, a tutt’oggi si conoscono soltanto i mandanti mafiosi dell’omicidio, ma non gli esecutori materiali ed è ancora in corso un’inchiesta per individuarli. 
Miguel Gotor prende le mosse dal delitto Mattarella per compiere un viaggio inquietante attraverso le stratificazioni del potere italiano soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia e apparati deviati dello Stato. 
La ricerca approfondisce anche le relazioni tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna di pochi mesi dopo, sullo sfondo di uno scenario internazionale in profondo cambiamento a causa della decisione degli Stati Uniti e della Nato di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e l’Unione Sovietica
L’autore affronta, con il rigore del metodo storico e uno stile avvincente, il contesto in cui l’assassinio di Mattarella è maturato, mettendo in luce temi e snodi che ancora incidono sulla storia del nostro Paese. Un libro importante sull’Italia di ieri che parla all’Italia di oggi e alla sua crisi.
 

sabato, luglio 25, 2026

PEACE WALK: un pellegrinaggio collettivo europeo per la PACE, fino a Gerusalemme. Unisciti anche tu, magari solo per un giorno...


Se non sai cosa fare, cammina.

La Peacewalk è un pellegrinaggio collettivo per la pace—un viaggio attraverso l'Europa fino ad Al-Quds/Gerusalemme, seguendo la JERUSALEM WAY, il cammino di pace più lungo al mondo

In un periodo di profonda divisione e conflitto, la Peacewalk unisce persone di culture, religioni e nazioni per camminare fianco a fianco. È un atto sia simbolico che pratico: un modo per incarnare la pace, imparare da chi la costruisce sul campo e sostenere iniziative che mantengono viva la speranza. 

La passeggiata per la pace è più di un viaggio fisico, è una scuola per la pace, un festival itinerante e una campagna di raccolta fondi.

Per maggiori informazioni: Peacewalk

Una scuola per la pace: Camminare con i costruttori di pace palestinesi e israeliani di base, imparando dal loro coraggio e dalla loro saggezza.

Un festival itinerante: Con arte, musica e incontri culturali lungo il percorso. Vorresti organizzare un festival lungo la strada? Contattaci.

Una campagna di raccolta fondi: Non puoi camminare con noi? Puoi comunque fare la differenza. Il vostro sostegno aiuta a finanziare iniziative essenziali per la pace e mantiene viva la visione della Peacewalk in tutta la regione.

Il cammino è iniziato il 31 Gennaio 2026 in Spagna a Finisterra e da altre città d'Europa hanno già iniziato a camminare. In Italia partirà da Vicenza il 19 Agosto per arrivare a poi a Trieste dove si unirà ad altri cammini. L'arrivo a Gerusalemme è previsto per Maggio 2027. Itinerari – Peacewalk



venerdì, luglio 24, 2026

Parole O_Stili: lo scroll compulsivo del telefono

 

Hai presente la sera, prima di andare a dormire, quando prendi in mano il telefono per un attimo e improvvisamente è passata quasi un’ora? Ormai sappiamo che non succede per una questione di abitudine, ma che ad intervenire è il design stesso delle grandi piattaforme social, progettate per trattenere il più a lungo possibile gli utenti con i loro contenuti.
Ma se per anni, soprattutto in relazione al delicato rapporto tra minori e social, la conversazione ha continuato ad oscillare tra proposte di divieto basate sull’età degli utenti e un continuo rimbalzo di responsabilità tra le parti coinvolte, adesso qualcosa sta cambiando.
L’Unione Europea è finalmente intervenuta. La Commissione ha infatti contestato a Meta il design di Facebook e Instagram, sostenendo che strumenti come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica, le notifiche continue e le raccomandazioni personalizzate possano favorire un uso compulsivo, soprattutto tra i minori. In aggiunta all’annuncio dell’intenzione di introdurre un accesso graduale ai social in base all’età, prevedendo per le persone più giovani limiti di tempo e supervisione adulta, quindi, arriva per la prima volta un cambio di prospettiva che riconosce come il modo in cui utilizziamo i social non dipende soltanto dalla nostra capacità di darci delle regole, ma anche da come quegli ambienti sono progettati e dai comportamenti che incoraggiano.
Famiglie, scuola, istituzioni e utenti continuano ad avere un ruolo fondamentale, ma è importante riconoscere (come sta succedendo) che non tutte le responsabilità hanno lo stesso peso. Le piattaforme decidono come funzionano gli spazi digitali, quali contenuti privilegiare, quali comportamenti incentivare e quali meccanismi rendere sempre più difficili da interrompere.
Per questo, proteggere chi abita quegli spazi, persone adulte incluse, non significa soltanto stabilire a quale età vi si possa accedere. Significa chiedere che gli ambienti digitali siano progettati tenendo conto di diritti e benessere, e riconoscere che chi ne disegna la struttura ha una responsabilità proporzionale al potere che esercita su milioni di persone ogni giorno.