Contesto internazionale
Secondo il World Migration Report
dell’International Organization for Migration (IOM), da circa 84 milioni
di migranti internazionali nel 1970, passiamo a 153 milioni nel 1990 e
agli attuali 281 milioni; più del triplo in 55 anni.
Che corrispondono al 2,3% della
popolazione mondiale nel 1970 al 2,9% nel 1990 fino all’attuale 3,6% della
popolazione mondiale.
Il fenomeno è globale, con
bilanci relativamente stabili (a livello macro, in America Latina, Africa,
Medio Oriente ed Asia gli emigranti superano gli immigranti, mentre Europa,
Oceania e America Settentrionale presentano un saldo, all’opposto, positivo) e
direzioni di flusso abbastanza radicate (in termini molto generali, dall’antica
periferia globale verso il centro, occidentale, del sistema, seppur la mobilità
intra-regionale rappresenti un fenomeno rilevante, specialmente per i
rifugiati).
Contesto italiano:
cittadinanze
Nel 2023 si è assistito anche a
una progressiva diminuzione degli arrivi e della presenza di cittadini ucraini
nel nostro Paese, che è attestata con più evidenza dai dati relativi al 2024.
In realtà, le stime dell’UNHCR
sui cittadini ucraini dicono che, seppure abbiano fatto rientro in Ucraina 1,3
milioni di sfollati e 324 mila rifugiati in altri Stati, alla fine del 2023
rimanevano ancora 9,7 milioni di ucraini forzatamente migrati.
Sono invece aumentati nel 2024
gli arrivi via aerea da parte di cittadini dall’America Latina, Peruviani in
particolare. La difficile situazione economica, sociale, l’insicurezza diffusa
nel Paese hanno determinato un aumento del flusso migratorio.
Al 1° gennaio 2024 la popolazione
residente in Italia è pari a 58 milioni e 990 mila unità (dati provvisori), in
calo di 7 mila unità rispetto alla stessa data dell’anno precedente.
La componente straniera è
decisiva per mantenere stabile la popolazione residente: la popolazione
residente di cittadinanza straniera al 1° gennaio 2024 è di 5 milioni e 308
mila unità, in aumento di 166 mila individui (+3,2%) sull’anno precedente.
L’incidenza sulla popolazione
totale tocca il 9%. Il 58,6% degli stranieri, pari a 3 milioni e 109 mila
unità, risiede al Nord, per un’incidenza dell’11,3%. Altrettanto attrattivo per
gli stranieri è il Centro, dove risiedono 1 milione e 301 mila individui (24,5%
del totale) con un’incidenza dell’11,1%. Più contenuta la presenza di residenti
stranieri nel Mezzogiorno, 897 mila unità (16,9%), che raggiunge un’incidenza
di appena il 4,5%.
Supera le 200 mila unità il
numero di cittadini stranieri che nel 2023 hanno acquisito la cittadinanza
italiana, dato in linea con l’anno precedente (214 mila), pur se in leggero
calo.
La popolazione di cittadinanza
straniera è nettamente più giovane rispetto a quella italiana: nella prima,
la classe di età prevalente è quella fino a 17 anni (20,6%), seguita dalla
fascia opposta; ovvero quella dei 60enni e over (10,8%); dai 35-39enni (10,7%)
e dai 40-44enni (10,2%).
La totalità dei permessi di
soggiorno validi fino ai primi 3 mesi del 2024 è di 4.244.521, in leggero
aumento dal 2023 (+0,4%).
Quanto alle prime dieci
nazionalità dei titolari, il primato spetta ancora al Marocco, seguito da
Albania e Ucraina. Nella stessa graduatoria riappare al decimo posto la
Tunisia, che lo scorso anno era stata sopravanzata dalla Moldavia.
Criminalità e
discriminazioni: attori, ma anche vittime di reato
Il dato della presenza straniera
negli istituti penitenziari è coerente con quello degli ultimi anni. Al 31
dicembre 2023 i detenuti stranieri erano 18.894 su un totale di 60.166, pari al
31,4% della popolazione carceraria complessiva. Di questi, 18.193 erano
uomini e 701 donne.
Per quanto riguarda la geografia
carceraria, le prime cinque nazioni più rappresentate sono il Marocco (il 20%
della popolazione straniera ristretta), la Romania (l’11%), l’Albania (il 10%),
la Tunisia (il 10%) e la Nigeria (il 6%).
Pur rappresentando meno di un
terzo della popolazione carceraria femminile, parla straniero quasi la metà
delle detenute madri con figli al seguito (sono 11 mamme migranti con 11 figli
su un totale di 20 donne detenute e di altrettanti bambini al seguito).
Agli immigrati, al pari di chi è
nato in Italia, sono contestati soprattutto reati contro il patrimonio (9.635
detenuti stranieri), reati contro la persona (8.130) e reati in materia di
stupefacenti (5.988).
I cittadini stranieri
risultano vittime di violenze e frodi più dei cittadini italiani, a cui si
aggiungono anche molteplici forme di discriminazione, talvolta
istituzionalizzate.
Scuola e formazione
Il numero degli alunni con
cittadinanza non italiana, dai dati dell’ultima rilevazione, si avvicina ai 915
mila, rappresentando quasi l’11,2% del totale della popolazione scolastica.
Negli ultimi anni inoltre è cresciuto il numero di bambini e ragazzi non
accompagnati e rifugiati.
La complessità di queste presenze
fa emergere nuovi bisogni e pone domande al sistema scolastico e formativo. In
questi anni la scuola ha fatto passi avanti sui temi dell’accoglienza e
dell’integrazione, tuttavia divari e criticità permangono ancora, anche per gli
studenti provenienti da contesti migratori ma nati e cresciuti in Italia (sono
il 64,5% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana, e in
progressivo aumento).
Tra le principali difficoltà si
segnalano:
·
la ridotta frequenza della scuola dell’infanzia
da parte dei figli di immigrati provenienti in particolare da Asia e Africa;
·
il ritardo scolastico, a causa di ritardato
inserimento iniziale e ripetenze;
·
la difficoltà nel completamento e proseguimento
degli studi;
·
l’abbandono scolastico, in particolare dopo la
scuola secondaria di primo grado.
In molti casi, disturbi
dell’apprendimento vengono certificati e medicalizzati, e sono in aumento.
Spesso sono gli alunni stranieri che vengono “certificati”: difficoltà normali
di apprendimento linguistico o difficoltà di orientamento da parte di chi è un
nuovo arrivato, da famiglie e tradizioni diverse, vengono etichettate con
diagnosi “scientifiche”.
È importante promuovere e
adottare misure comuni e condivise di accoglienza e integrazione nel maggior
numero di scuole al fine di evitare discrezionalità e disparità da scuola a
scuola, da città a città.
Da un’analisi dei libri di
testo in uso nel sistema scolastico italiano emerge che il ruolo della scuola e
dei processi di scolarizzazione nell’integrazione della popolazione straniera
risulta marginale.
Allo stesso tempo, è
completamente assente un discorso sui minori non accompagnati e sulle
protezioni che la normativa internazionale e la legge italiana riserva loro,
nonostante sia un fenomeno di ampia portata.
In generale, si parla poco delle
difficoltà incontrate dalle persone migranti nei Paesi di destinazione, non
trovano spazio l’azione della Chiesa cattolica, di altre istituzioni religiose,
né di associazioni della società civile nel sostegno alla popolazione immigrata
e ai processi di integrazione sul territorio, così come non compaiono in alcun
modo migranti in situazioni legate alla religiosità.
Nel 2024, a distanza di tre anni
dalla prima rilevazione, è stata lanciata una nuova indagine sui doposcuola
diocesani nella sfida post-pandemica, che ha coinvolto le Caritas e Migrantes
sul territorio, al fine di verificare l’impatto delle azioni attuate dagli
operatori diocesani, se queste siano proseguite anche dopo la pandemia o se
siano state avviate azioni supplementari di supporto alla didattica in favore
degli alunni stranieri, e quali eventuali nuovi bisogni/fragilità siano emersi
dalla fine della pandemia ad oggi.
Sono 121.165 gli studenti con
cittadinanza straniera iscritti negli atenei italiani, il 6,3% del totale degli
studenti universitari in Italia, categoria che negli ultimi 10 anni è cresciuta
del +74%, dai 69.582 iscritti nell’anno 2013/2014.
Si tratta sia di foreign student,
studenti con cittadinanza straniera diplomati in Italia (il 31,5% dell’insieme
degli studenti universitari in Italia con cittadinanza straniera e il 2% del
totale degli studenti), sia di international student, studenti che hanno
affrontato un percorso migratorio per motivi di studio, lasciando la famiglia
nel Paese d’origine (il 4,3% del totale degli iscritti negli atenei italiani e
oltre la metà degli studenti con cittadinanza straniera in Italia).
I foreign student provengono in
prevalenza da Romania (10.302), Albania (5.053), Cina (2.406), Ucraina (1.957)
e Marocco (1.924), nazionalità fra le più presenti tra i residenti stranieri in
Italia. Gli international student, invece, per lo più da Iran (9.837), Cina
(5.687), Turchia (4.939), India (4.066) e Albania (2.971).
Lavoro, povertà ed economia
Il 2023 ha visto una crescita
complessiva dell'occupazione in Italia rispetto all'anno precedente. L'analisi
rivela una realtà complessa e sfaccettata, segnata da differenze significative
tra cittadini italiani e stranieri, nonché da persistenti disparità di genere e
nazionalità.
La crescita ha riguardato
prevalentemente gli occupati italiani (+2,3%), a fronte di un leggero aumento
della componente non comunitaria (+0,2%) e di un lieve calo degli stranieri con
cittadinanza Ue (-0,5%).
Il volume dei rapporti di lavoro
attivati dai cittadini stranieri ammonta a 2.518.047, di cui il 75,9% di
nazionalità non-Ue (1.910.624).
I datori di lavoro che, nel corso
del 2023, hanno assunto almeno un lavoratore straniero sono stati 414.409
(35,1% del totale delle aziende che, nel periodo, hanno registrato delle
attivazioni). Il 70,8% dei rapporti attivati sono stati a tempo determinato, il
20,3% a tempo indeterminato, il 3,2% contratti di apprendistato, l’1,5%
contratti di collaborazione e il 5,6% altre modalità.
A livello provinciale, la maggior
parte delle attivazioni si è avuta a Milano (9,8%), seguita da Roma (8,0%),
Bolzano (3,3%), Verona (2,8%) e Firenze (2,5%). Le attivazioni che hanno
riguardato i cittadini stranieri sono state come “personale non qualificato”
nei vari settori, soprattutto in:
·
agricoltura e manutenzione del verde (22,2% del
totale),
·
servizi di pulizia,
·
costruzioni e professioni assimilate,
·
spostamento e consegna merci.
Continua a prevalere
l’inquadramento come operaio (73,9% degli occupati totali) rispetto a quello
come impiegato (11,1%), quadro (0,9%) o dirigente (0,2%).
Contemporaneamente, in Italia è
ancora diffusa la tendenza secondo cui migranti altamente istruiti continuano a
essere meno occupati delle controparti native, e a occupare spesso posizioni
per le quali sono sovra-qualificati, e l’Italia è tra i Paesi dove la sovra-qualifica
è più elevata.
A guardare la tendenza generale
in atto, tra il 2019 e il 2023, la domanda di lavoratori immigrati è aumentata
significativamente, superando la crescita generale delle assunzioni (+68,6%,
rispetto al +19,4% per tutte le assunzioni programmate).
Di conseguenza, la quota di
lavoratori stranieri sulle assunzioni totali è salita dal 13,6% del 2019 al
19,2% del 2023.
La crescita nelle assunzioni
riguarda tutti i livelli professionali: sono quasi raddoppiate per gli operai
specializzati (+75% per le professioni tecniche) e incrementate del 67% per le
professioni qualificate nel commercio e nei servizi, che rappresentano il 27%
della domanda di personale straniero.
I giovani migranti
mostrano un tasso di occupazione superiore di quasi 10 punti percentuali
rispetto ai loro pari italiani, sebbene il livello complessivo di occupazione
nel Paese sia inferiore alla media europea.
La questione dei Neet (giovani
che non sono impegnati né in attività lavorative né in percorsi educativi o
formativi) è particolarmente rilevante. Nel 2023, in Italia ci sono circa 1,4
milioni di giovani Neet, con una prevalenza significativa di italiani (85,1%),
seguiti da giovani comunitari (2,9%) e non comunitari (12%).
Il fenomeno dell'abbandono
scolastico, noto come Elet, è un altro aspetto critico, soprattutto tra i
giovani stranieri non comunitari: quasi un terzo di loro (29,5%) lascia
prematuramente la scuola, un tasso che è circa tre volte superiore a quello dei
giovani italiani (9%).
Questo fenomeno è particolarmente
evidente tra i giovani provenienti da Sri Lanka, Bangladesh e Senegal, dove più
della metà dei giovani non completa il percorso di studi superiori.
Le donne sono
particolarmente colpite, con tassi di Neet molto elevati tra le non comunitarie
(39,6%), seguite da quelle Ue (25,2%) e italiane (16%).
Le migranti, in particolare
quelle con figli, hanno più alti livelli di disoccupazione e di lavoro
part-time involontario.
La partecipazione dei cittadini
stranieri alle attività autonome e imprenditoriali è sempre dinamica e vivace.
I dati attestano che nel 2023 il numero di imprese individuali che hanno come
titolare un cittadino non comunitario sono 392.489, con un aumento dall’anno
precedente di circa 2 mila unità (+0,5%). L’incidenza media sul totale delle
imprese si attesta sul 13% del totale, con punte più elevate in Liguria
(20,6%), Toscana (19,6%), Lombardia (18,3%) e Lazio (16,9%).
I 703.569 infortuni sul
lavoro denunciati nel 2022 (ultimo aggiornamento disponibile)
rappresentano un dato in sensibile crescita rispetto agli anni precedenti, con
un balzo del +24,6% dal 2021 (laddove fra il 2020 e il 2021 c’era stata una
flessione, -1,4%). Gli infortuni denunciati dai cittadini stranieri
rappresentano il 17,5% del totale.
Secondo i dati provenienti da 144
diocesi aderenti al sistema nazionale di raccolta dati Ospoweb, nel corso del
2023 le persone che si sono rivolte a 744 Centri di Ascolto o servizi Caritas
per chiedere aiuto e sostegno sono state 269.689.
La maggioranza è costituita da
soggetti di cittadinanza straniera (57,0%), mentre gli italiani sono pari al
41,4% degli individui ascoltati. Gli apolidi e le persone con doppia
cittadinanza costituiscono l’1,6% del totale. Nel corso degli ultimi sette anni
il peso dell’utenza straniera è andato crescendo.
Nel 2023 le persone di origine
straniera aiutate sono state 146.415, in gran parte concentrate nelle regioni
del Nord-Est e del Nord-Ovest. I primi dieci Paesi di provenienza risultano
Marocco (17,1%), Ucraina (9,1%), Romania (7,3%), Perù (6,5%), Nigeria (6,4%),
Albania (5,3%), Tunisia (5,0%), Senegal (3,6%), Egitto (3,0%) e Pakistan
(3,0%). Gli stranieri aiutati hanno un’età media di 42 anni, sono per lo più
coniugati, in maggioranza con un livello di istruzione basso e in condizione di
fragilità occupazionale. Le persone senza dimora sono pari a 24.146 unità
(23,8% del totale degli stranieri).
Accanto alle difficoltà di tipo
economico-materiale si attestano altre forme di vulnerabilità, come problemi
familiari, oppure legate allo stato di salute o ai processi migratori. A fronte
delle tante fragilità e vulnerabilità, le azioni intraprese dagli oltre tremila
servizi Caritas in rete hanno riguardato per lo più la distribuzione di beni e
prestazioni materiali.
Tra le mille e più sfaccettature
che caratterizzano il fenomeno migratorio vi è quella, talvolta sottovalutata,
del rapporto tra sistema finanziario e migranti. Si tratta di una relazione non
semplice per entrambi gli attori, che deve tener conto di numerosi fattori,
molti dei quali solo apparentemente lontani dall’economia e dalla finanza, che
contraddistinguono la società infra-culturale dei nostri giorni.
Una indagine inedita realizzata
da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes ha voluto approfondire le strategie
di resilienza attivate da persone migranti residenti sul territorio nazionale,
con un’attenzione particolare alle condizioni lavorative, al livello di
soddisfazione rispetto ad esse e alla diffusione di esperienze imprenditoriali.
L’interesse è restituire uno spaccato dei vissuti quotidiani dei cittadini
migranti, osservati come lavoratori ed eventualmente come imprenditori,
cercando di fornire una lente di osservazione diversa rispetto a quella della
marginalità, della vulnerabilità e della povertà.
Salute
Nel 2022, su 7.002.779 dimissioni
per acuti registrate, relative sia ai ricoveri ordinari che a quelli in Day
Hospital, 6.536.427 riguardavano cittadini italiani e 458.890 cittadini non
italiani (il 6,6% del totale).
Tra i cittadini stranieri si
mostra una predominanza di pazienti provenienti dall’Europa, il 50,7% del
totale. I pazienti di origine africana costituiscono quasi un quarto del
totale, con il 23,2%, mentre gli asiatici sono il 15,9%.
Le complicazioni legate alla
gravidanza, al parto e al puerperio hanno rappresentato la diagnosi principale
(24,03% dei casi).
Le interruzioni volontarie di
gravidanza (IVG) notificate sono state 63.653 (-4,2% rispetto a quelle
notificate nel 2020). Le IVG relative alle donne di cittadinanza straniera sono
state il 27% di tutte quelle praticate in Italia (28,5% nel 2020), pari a
17.130.
Nel Sistema informativo per il
monitoraggio e la tutela della salute mentale (SISM) è riportata la
distribuzione per diagnosi degli utenti di nazionalità non italiana che hanno
avuto almeno un contatto con i Dipartimenti di salute mentale (DSM), pari nel
2022 a 39.584.
La fruibilità dei servizi e delle
cure mediche non è facilmente accessibile a tutti coloro che risiedono più o
meno stabilmente nel territorio nazionale. Ciò purtroppo vale in particolar
modo per chi proviene da paesi non comunitari e si trova in una condizione socioeconomica
di marginalità.
Analizzando le criticità di
accesso al servizio sanitario pubblico si evidenzia che il primo vero ostacolo
per gli stranieri in Italia, che rende difficile o impossibile l’utilizzo dei
servizi in generale e di quelli sanitari nello specifico, è rappresentato
proprio dalla normativa vigente in materia, ulteriormente complicata dalle
recenti modifiche introdotte all’iscrizione al Servizio sanitario nazionale per
gli stranieri extracomunitari.
Comunicazione
È perciò doppiamente importante
considerare gli atti discriminatori subìti dalla popolazione di cittadinanza
straniera residente in Italia: per la gravità degli atti in sé e perché le
persone immigrate si collocano fra quelle fasce di popolazione che permettono
di evidenziare situazioni in peggioramento nel Paese, anche in merito agli atti
discriminatori o di intolleranza.
L’esasperata
deresponsabilizzazione degli ambienti “virtuali” accentua molteplici forme di
violenza, soprattutto in mancanza di un’adeguata trasparenza nella moderazione
dei contenuti da parte delle multinazionali dei social network.
Studi recenti suggeriscono che
l’aumento degli arrivi di migranti e rifugiati è fra i principali fattori
scatenanti dell’incitamento all’odio. Per giunta, l’esposizione dei giovani di
origine straniera ai contenuti online risulta più accentuata rispetto a quella
dei coetanei di origine italiana: fra le cause, l’uso massivo del cellulare,
spazi abitativi più ristretti e il molto tempo trascorso su internet, anche in
mancanza di alternative, con l’aggravio del rischio di isolamento, di
alienazione e l’accresciuta vulnerabilità a diverse forme di violenza.
Il risultato è che tra i giovani
stranieri il 49,5% dichiara di aver subìto almeno un episodio offensivo, non
rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi nell’ultimo mese, contro il
42,4% dei coetanei italiani.
La misoginia è la forma più
diffusa di odio online: si stima che una ragazza su due sia stata vittima di
violenza di genere online, in particolare a sfondo sessuale. A peggiorare il
quadro è la frequente combinazione intersezionale di più di un fattore di
discriminazione e di incitamento all’odio, come l’essere donna e migrante.
Se da un lato è importante
denunciare lo scandalo globale rappresentato dalla violenza sulle donne,
dall’altro porre in evidenza esclusivamente le “vulnerabilità” delle migrazioni
femminili rischia di contribuire a riaffermare il pregiudizio riduttivo e marginalizzante
delle condizioni di “svantaggio” della donna migrante.
La relazione fra genere, media e
migrazioni è un oggetto di studio poco esplorato in Italia per ragioni almeno
parzialmente ascrivibili alla diffusione degli studi su media e genere nel
contesto nazionale.
I risultati dei monitoraggi
2014-2015 mettono in evidenza l’invisibilità delle donne migranti: 0,7% nei
programmi di informazione del 2014; 2,7% in quelli del 2015.
I dati dei monitoraggi 2018-2019
attestano una più generale predominanza delle donne di origine etnica
occidentale: 94% nell’offerta televisiva della RAI del 2018; 95,5% in quella
del 2019. Una rielaborazione dei dati relativi agli anni dal 2019 al 2023,
condotta ad hoc per il presente contributo, rileva che negli ultimi cinque anni
le notizie che guardano al fenomeno migratorio secondo una prospettiva di
genere sono solo 113, pari all’1% delle 12.468 complessivamente dedicate a
questioni migratorie.
Le donne migranti e/o rifugiate
fonti di notizia sono una minoranza stabile attorno al 7%. Di qui l’auspicio
che il focus sulla visibilità delle donne rappresentanti minoranze, come quelle
delle comunità immigrate o rifugiate, possa evolversi in adeguati strumenti
metodologici e teorici per raccogliere dati su questo fenomeno nel mondo,
Italia inclusa.
Cultura: musica migrante e
di nuova generazione in Italia
La musica rappresenta uno dei
principali canali di comunicazione e integrazione fra culture. Come ogni forma
d’arte, è figlia del proprio tempo e ha la capacità di narrarlo. Le canzoni
italiane di fine Ottocento e inizio Novecento non possono non raccontare
dell’esperienza emigratoria degli italiani verso le Americhe. Così come quelle
della seconda metà del Novecento mostrano un nuovo scenario, ovvero un’Italia
che prima vive il grande fenomeno dell’emigrazione interna dal Meridione al
Settentrione e poi diventa Paese d’approdo di migranti, per restare o
raggiungere altri Paesi europei, in particolare dall’Albania e dal continente
africano.
Fra i migranti che arrivano in
Italia ci sono, naturalmente, anche musicisti, alcuni dei quali entrano nella
scena musicale della World Music italiana. Ma il fenomeno oggi certamente più
interessante e che sta vivendo una sempre più ampia rappresentazione nella
scena musicale italiana sono i cantanti e musicisti di nuova generazione (non
solo, dunque, di seconda generazione, ma ormai anche di terza o quarta), i
quali vivono su crinali pluriculturali, fra la cultura di origine dei genitori
e quella del Paese in cui sono nati e/o cresciuti, e che per questo
rappresentano ponti culturali naturali.
Il rap in Italia ha vissuto
nell’ultimo quindicennio un’evoluzione importante: è passato dall’essere un
genere musicale di nicchia, ascoltato e sperimentato da pochi, ad un genere di
massa, mainstream, con tantissimi protagonisti. Tra questi, troviamo oggi un
buon numero di artisti di seconda generazione, figli di immigrati o di coppie
miste, ragazzi nati in Italia, o arrivati in tenera età, che hanno trovato
nella musica rap la via per esprimere al meglio le proprie speranze e i propri
sogni, ma anche la propria rabbia e frustrazione. L’universo rap, e più in
generale l’intera cultura hip hop, ha un legame stretto e non nuovo con
l’immigrazione. Ne deriva una variegata e pirotecnica mescolanza di parole,
musiche e stili, punto di forza non solo del rap ma più in generale della nuova
musica italiana.
Appartenenza religiosa e
fede
All’inizio del 2024 i cristiani
tornano ad incidere sul totale della popolazione straniera iscritta nelle
anagrafi dei comuni italiani per il 53,0% sul totale, mantenendo il proprio
ruolo di maggioranza assoluta; quello di maggioranza relativa passa per molto
poco ai musulmani, col 29,8% d’incidenza (1 milione 582 mila).
La componente ortodossa, infatti,
considerata separatamente dal collettivo cattolico, raggiunge all’inizio del
presente anno una quota d’incidenza solamente del 29,1% (1 milione e 545 mila).
I cattolici (902 mila), d’altra parte, si fermano al 17,0% d’incidenza sul
totale del fenomeno migratorio, gli evangelici (145 mila) risultano il 2,7%,
mentre i copti (84 mila) si collocano all’1,6%.
Tra le altre confessioni
religiose, i buddisti (177 mila) incidono per il 3,3%, gli induisti (112 mila)
per il 2,1%, i sikh (90 mila) per l’1,7%, mentre la quota di atei e agnostici
(512 mila) si colloca al 9,7%.
Un’analisi più approfondita per
fasce d’età al 1° gennaio 2024 permette di constatare importanti situazioni
differenziali tra i diversi collettivi religiosi, evidenziando come se nel loro
complesso, musulmani e ortodossi quasi si pareggiano in valore assoluto, gli
islamici sono di più degli ortodossi all’interno di tutte le fasce d’età più
giovani, fino ai 35-39enni compresi, mentre dai 40- 44enni in poi sono più
numerosi gli ortodossi.
La religione Sikh, con le sue
profonde radici storiche e la sua diffusione globale, rappresenta una delle
grandi tradizioni religiose del mondo. Il movimento Sikh si è sviluppato nel
contesto di una società caratterizzata da profondi contrasti religiosi e
sociali tra Induismo e Islam. La diaspora sikh è il risultato di una serie di
criticità economiche, politiche e ambientali che ha spinto molti alla ricerca
di migliori opportunità economiche: significative emigrazioni si sono dirette
in Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Australia e altri Paesi, inclusa l’Italia.
Ad oggi, la comunità sikh si
considera diversificata e vibrante, una parte integrante, dinamica e rispettata
della società italiana, apprezzata per il suo contributo economico, i valori
etici e il suo impegno nel dialogo interreligioso. La sua presenza arricchisce
la diversità culturale del Paese e promuove una cultura di inclusione.
XXXIII Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes 2024 - Caritas Italiana
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