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L’eclissi lunare del 7 settembre scorso: la spiegazione scientifica...
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Israele è colpevole anche di ecocidio
da l'Internazionale del 3 Ottobre di George Monbiot
Le Nazioni Unite hanno riferito che a Gaza solo l’1,5 % dei terreni agricoli è accessibile o non danneggiato. Se si considerano insieme l’ecocidio e il genocidio, si comincia a cogliere la totalità del tentativo dello stato israeliano di eliminare sia i palestinesi sia la loro terra
Un popolo senza terra e una terra senza popolo: sembrano questi gli obiettivi del governo israeliano per Gaza. Ci sono due metodi per raggiungerli.
Il primo consiste nell’uccidere ed espellere in massa i palestinesi.Il secondo consiste nel rendere quella terra inabitabile.
Accanto al crimine di genocidio si sta compiendo un altro grande orrore: l’ecocidio.
Mentre la distruzione di edifici e infrastrutture a Gaza è evidente in ogni video che vediamo, meno visibile è la distruzione parallela di ecosistemi e mezzi di sussistenza.
Prima delle atrocità del 7 ottobre che hanno provocato l’attuale aggressione a Gaza, era coltivato circa il 40 % della terra palestinese. Nonostante la sua densità abitativa estremamente alta, Gaza era per lo più autosufficiente per quel che riguardava ortaggi e pollame e riusciva a soddisfare gran parte della domanda della popolazione di olive, frutta e latte.
Ad agosto, però, le Nazioni Unite hanno riferito che solo l’1,5 % dei suoi terreni agricoli è accessibile o non danneggiato. Si tratta di circa duecento ettari: l’unica superficie disponibile per sfamare più di due milioni di persone.
Le truppe di terra hanno demolito le serre, le ruspe hanno abbattuto i frutteti, hanno sbancato le colture e danneggiato il suolo, mentre gli aerei hanno irrorato di erbicidi i campi coltivati.
L’esercito israeliano giustifica questi attacchi sostenendo che “Hamas opera spesso dall’interno di frutteti, campi e terreni agricoli” (e, a quanto pare, anche da ospedali, scuole, università, stabilimenti industriali e altre risorse da cui dipendono i palestinesi). Per giustificare la devastazione i militari devono semplicemente insinuare che Hamas ha operato o potrebbe operare dal luogo che l’esercito vuole distruggere. E poi se non ci sono prove, scusateci, è troppo tardi.
L’esercito sta progressivamente ampliando la “zona cuscinetto” lungo il confine orientale di Gaza, quella che comprende la maggior parte dei terreni agricoli della Striscia. Come sottolinea Hamza Hamouchene, studioso esperto di diritti umani, invece di “far fiorire il deserto” (come recita un pilastro della sua propaganda di stato) Israele sta trasformando terre fertili e produttive in un deserto.
Da decenni il governo israeliano abbatte gli ulivi secolari dei palestinesi per privarli dei mezzi di sussistenza, per colpirne il morale e spezzare il loro legame con la terra. Gli uliveti sono fondamentali su un piano materiale, perché rappresentano il 14 % dell’economia palestinese, e allo stesso tempo sul piano simbolico: se non ci sono ulivi, non può esserci nessun ramoscello d’ulivo.
La politica della terra bruciata attuata da Israele, insieme al blocco delle forniture alimentari, garantisce la carestia.
L’attacco dell’esercito israeliano a Gaza ha causato un collasso dei sistemi di smaltimento delle acque reflue. I liquami non trattati inondano i terreni, si infiltrano nelle falde e inquinano le acque costiere. Lo stesso succede con i rifiuti solidi: montagne di spazzatura restano a marcire e bruciare tra le rovine o finiscono in discariche informali, inquinando i terreni con sostanze tossiche.
Prima dell’attacco israeliano cominciato nel 2023 la popolazione di Gaza aveva accesso a circa 85 litri d’acqua pro capite al giorno, che pur per poco rientra nei livelli minimi raccomandati dalle Nazioni Unite. A febbraio di quest’anno la media era scesa a 5,7 litri.
L’importantissima falda acquifera costiera di Gaza è ulteriormente minacciata dalla pratica attuata dall’esercito israeliano d’inondare i tunnel di Hamas con acqua di mare: l’intrusione di sale oltre una certa soglia renderà la falda inutilizzabile.
L’anno scorso il Programma ambientale dell’Onu ha stimato che a ogni metro quadro di Gaza corrispondeva una media di 107 chili di detriti derivanti dai bombardamenti e dalla distruzione. Molte di queste macerie contengono amianto, ordigni inesplosi, resti umani e tossine rilasciate dalle armi. Le munizioni contengono metalli come piombo, rame, manganese, composti dell’alluminio, mercurio e uranio impoverito. Ci sono informazioni credibili secondo cui l’esercito di Tel Aviv avrebbe usato illegalmente anche il fosforo bianco, un’arma chimica e incendiaria che causa anche una diffusa contaminazione di suolo e acqua. Le polveri tossiche e l’inalazione dei fumi hanno un impatto molto pesante sulla salute delle persone.
Oltre alle devastanti ricadute immediate sulla vita degli abitanti di Gaza, le emissioni di anidride carbonica provocate dall’attacco israeliano sono astronomiche: a quelle dirette causate dalla guerra si devono aggiungere gli impressionanti costi climatici della ricostruzione di Gaza (se mai questa sarà consentita), che da sola produrrebbe un quantitativo di gas serra equivalente alle emissioni annuali di un paese di media grandezza.
Se si considerano insieme l’ecocidio e il genocidio, si comincia a cogliere la totalità del tentativo dello stato israeliano di eliminare sia i palestinesi sia la loro terra. Come afferma l’ecologo palestinese Mazin Qumsiyeh, “il degrado dell’ambiente non è accidentale, è intenzionale, prolungato e mira a spezzare l’eco-sumud (la tenacia ecologica) del popolo palestinese”.
Negli ultimi anni ho scritto molto poco sull’impatto ambientale delle forze armate, perché ho la sensazione che se non riusciamo a convincere i governi che è sbagliato uccidere le persone, non riusciremo mai a convincerli che anche uccidere altre forme di vita è sbagliato.
Credo che tanti altri abbiano pensato la stessa cosa e questo è uno dei motivi per cui gli eserciti tendono a essere risparmiati dalle critiche ambientaliste rivolte ad altri settori. Eppure, la loro impronta ecologica, anche in tempi di pace, è immensa.
Secondo le stime del Conflict and Environment Observatory (Ceobs) – un ente di beneficenza britannico dedicato alla ricerca e alla sensibilizzazione sull’impatto ambientale dei conflitti e delle attività militari – le forze armate di tutto il mondo producono circa il 5,5 % delle emissioni globali di gas serra.
Tuttavia, in parte come conseguenza delle pressioni del governo statunitense, sono esentati dalle rendicontazioni obbligatorie previste dall’accordo sul clima di Parigi. Quasi mai, inoltre, si chiede conto agli eserciti della vasta gamma di altri danni ambientali causati, dalla deforestazione all’inquinamento, dalla distruzione del suolo allo smaltimento illegale.
Nessuna persona impegnata nelle questioni ambientali chiede mai “proiettili verdi” o “bombe verdi”, ma di tanto in tanto i ricercatori militari e i dipartimenti della difesa tentano di convincerci che oggi possono far esplodere degli esseri umani in modo sostenibile.
Da molti anni chi lotta per cause legate all’ecologia afferma che la pace e la difesa dell’ambiente devono andare di pari passo. La guerra è devastante per gli ecosistemi tanto quanto lo è per le persone, e le crisi ambientali sono una causa importante di conflitti.
Per il governo israeliano, invece, la cancellazione degli ecosistemi e dei mezzi di sussistenza delle persone sembra essere un obiettivo strategico cruciale.
Israele sembra perseguire quello che alcuni hanno definito “olocidio”: la distruzione totale di ogni aspetto della vita a Gaza. Anche senza una specifica normativa sull’ecocidio, chiesta da molti attivisti ambientalisti, la distruzione degli ecosistemi palestinesi è una chiara violazione dell’articolo 8 dello Statuto di Roma – il trattato internazionale istitutivo della Corte penale internazionale firmato nel 1998 e in vigore dal 2002 – e dev’essere presa in considerazione insieme al grave crimine di genocidio previsto dal trattato.
Ma se il piano finale è quello di creare una “Riviera di Gaza”, o un progetto simile per costruire un’inquietante metropoli ipertecnologica d’élite che cancella la storia e il legame con quella località – come quello a cui aspirano Donald Trump e alcuni politici israeliani di primo piano – a che servirebbero allora gli alberi, il suolo o le colture? I colpevoli non pagheranno alcun prezzo. Almeno finché non saranno assicurati alla giustizia.
I portuali bloccano le armi dirette in Israele
da L'Internazionale - Dalia Ismail, Middle East Eye, Regno Unito
In Italia i sindacati e gli attivisti sostenitori della Palestina hanno organizzato uno sciopero generale per protestare contro il genocidio commesso da Israele a Gaza. I promotori dello sciopero del 22 settembre hanno condannato la complicità del governo italiano e dell’Unione europea nelle atrocità compiute dallo stato ebraico contro i palestinesi nella Striscia e hanno espresso il loro sostegno alla Global sumud flotilla, la missione che sta tentando di forzare il blocco israeliano imposto a Gaza per consegnare aiuti umanitari.
Lo sciopero è stato indetto dal Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp), dall’Unione sindacale di base (Usb) e dal Global movement to Gaza Italia, una rete di solidarietà che sostiene la missione della flotilla. Guido Lutrario, segretario nazionale dell’Usb, ha detto che lo sciopero vuole mettere pressione sul governo italiano affinché intraprenda azioni più significative contro Israele.
Con la flotilla
In tutto il paese ci sono state mobilitazioni popolari contro il governo di destra guidato da Giorgia Meloni e per sostenere il popolo palestinese. Il 18 settembre sono stati bloccati nel porto di Ravenna due container diretti verso Israele e carichi di esplosivi su ordine del sindaco Alessandro Barattoni e delle autorità, dopo che i portuali avevano scoperto la natura del carico. Il 7 agosto i portuali di Genova avevano impedito alla nave saudita Bahri Yanbu di caricare a bordo un cannone Oto Melara, prodotto dall’azienda italiana Leonardo. Il carico era diretto ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti.
Il 30 agosto diversi componenti del collettivo dei lavoratori portuali si sono imbarcati su una nave partita da Genova per unirsi alla flotilla. In quella occasione oltre cinquantamila persone hanno riempito le strade del capoluogo ligure per manifestare il proprio appoggio all’iniziativa.
Durante la manifestazione che ha accompagnato la partenza della flotilla, i portuali hanno lanciato un duro avvertimento: se Israele la attaccherà, i lavoratori bloccheranno tutti i prodotti diretti verso Israele e paralizzeranno il commercio in tutta Europa. “Se anche solo per 20 minuti perdiamo il contatto con le nostre barche, noi blocchiamo tutta l’Europa”, ha dichiarato il leader portuale Riccardo Rudino. “Insieme al nostro sindacato Usb, insieme a tutti i lavoratori portuali che ci stanno, insieme a tutta la città di Genova”.
L’Italia, sesto esportatore di armamenti al mondo, è al terzo posto nella classifica dei fornitori di armi a Israele, dopo gli Stati Uniti e la Germania. Genova è un importante snodo marittimo del Mediterraneo per l’Italia e l’Unione europea, con una movimentazione pari a 2,74 milioni di container nel 2023. Secondo il Calp, ogni anno dalla Liguria partono 13-14mila container diretti verso Israele.
Per questo motivo il porto di Genova è diventato un fulcro della protesta contro l’uso dei porti italiani per la spedizione di armi. In passato era già accaduto che i portuali genovesi intervenissero concretamente per contrastare le guerre che ritenevano ingiuste.
Alterare l’economia di guerra
A giugno, insieme ai portuali di Marsiglia, i lavoratori genovesi si sono rifiutati di caricare armi su una nave diretta verso Israele. A luglio gli stessi lavoratori si sono coordinati con i colleghi del Pireo, in Grecia, per bloccare un altro carico simile. Ad agosto hanno fermato una spedizione verso il Qatar la cui destinazione finale sarebbe stata il Sudan.
“Di fronte all’inerzia degli stati siamo noi a prenderci il fardello sulle spalle e a rompere il blocco su Gaza. Vogliamo fare la nostra parte e dimostrare che se si vogliono fare, le cose si fanno”, ha dichiarato al quotidiano la Repubblica Jose Nivoi, portuale del Calp che si trova a bordo di una delle imbarcazioni dirette a Gaza. I portuali sperano di alterare il corso dell’economia di guerra al punto da salvare vite umane. Le azioni del passato, tra cui il blocco delle spedizioni di armamenti verso l’Arabia Saudita durante la guerra contro lo Yemen, hanno avuto ripercussioni sulla politica estera dell’Italia. “Sfido chiunque a caricare un bancale di armi che ammazzano bambini e poi tornare a casa e sedersi tranquillamente a tavola con il proprio figlio”, ha sottolineato Nivoi. “Con che stomaco? Non si può non fare niente per fermare questa barbarie”.
I portuali hanno subìto pesanti conseguenze per il loro attivismo politico e sociale. Nel 2021 otto lavoratori del collettivo sono stati indagati per reati che vanno dall’associazione a delinquere e attentato alla sicurezza dei trasporti per aver protestato l’anno precedente contro le navi della flotta Bahri, accusata di trasportare armi per rifornire l’Arabia Saudita nella guerra in Yemen. Nel 2023 il giudice ha dichiarato infondate le accuse, sostenendo che le azioni dei portuali rientrano nel diritto all’attività politica.
venerdì, ottobre 03, 2025
GAZA: l’Italia che non resta a guardare
La mobilitazione per Gaza unisce persone di età e provenienze diverse. Intercetta tante lotte e una rabbia sociale diffusa.
Sotto al monumento di bronzo dedicato a papa Giovanni Paolo II in piazza dei Cinquecento a Roma, davanti alla stazione Termini, gli attivisti hanno montato un cartello con la scritta: “Piazza Gaza” e la bandiera palestinese.
Poi hanno aperto delle tende colorate sul marciapiede e dei gazebo, dove distribuiscono volantini che spiegano i motivi della protesta. C’è un lenzuolo bianco appeso su un lampione con la scritta in rosso: “Basta morti” e l’appuntamento per la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma.
Il presidio è stato allestito al termine del corteo del 22 settembre, il giorno in cui in Italia mezzo milione di persone è sceso in piazza durante uno sciopero generale proclamato dai sindacati di base, per chiedere al governo di riconoscere la Palestina, interrompere i rapporti commerciali e diplomatici con Israele, aprire canali umanitari e smettere d’inviare armi a Tel Aviv.
Solo a Roma migliaia di persone hanno partecipato a un corteo partito proprio dal piazzale davanti alla stazione, mentre manifestazioni simili si sono svolte in molte altre città italiane.
“Quel giorno abbiamo deciso di aprire presidi permanenti in cento città per continuare a dimostrare la nostra solidarietà al popolo palestinese e il sostegno alla Global Sumud Flotilla, diretta a Gaza per rompere il blocco navale e portare aiuti umanitari”, spiega Anita Palermo, una studente di scienze politiche di 22 anni, seduta su una sedia di plastica sotto a un gazebo.
“Vengono persone di tutte le età. Ci lasciano soldi, chiedono notizie, ci ringraziano”, racconta.
Mentre parla, arriva un ragazzo in pantaloncini corti e scarpe da ginnastica con in mano un vassoio di pasticcini. Si chiama Fabio, passava davanti al presidio per caso e ha deciso di andare a comprare qualcosa da mangiare per gli attivisti. “Credo che il governo israeliano di Benjamin Netanyahu vada isolato, sta affamando la popolazione di Gaza”, dice prima di sparire tra i passanti.
Dopo un po’ un uomo in giacca e cravatta si ferma a chiedere come può aiutare: “Sono una partita iva, non posso scioperare”.
“Episodi come questo succedono sempre da quando siamo qui”, racconta Palermo, che ha cominciato a fare politica alle superiori con Opposizione Studentesca d’Alternativa (Osa) e ora fa parte di Potere al Popolo. “Sono cresciuta a Genova, una città molto politicizzata, in una famiglia in cui si è sempre parlato di politica. Mia madre è andata alle manifestazioni contro il G8 del 2001, insieme a mia nonna e alla mia bisnonna. Genova è una città medaglia d’oro della resistenza, che nel 1960 ha fatto cadere il governo guidato da Fernando Tambroni perché aveva l’appoggio politico del Movimento sociale italiano e che oggi ha lanciato le grandi proteste per Gaza al grido dei portuali che hanno chiesto di ‘bloccare tutto’. Sa che se il popolo si organizza ha il potere di ottenere quello che vuole”, conclude la ragazza che sottolinea il ruolo delle donne nelle mobilitazioni italiane. Sono alla guida del movimento e sono più attive che in passato: “È un cambiamento dovuto soprattutto al movimento femminista degli ultimi anni e alla trasversalità delle lotte. Le donne sono più discriminate in ogni ambito, pagano sempre un prezzo più alto”.
Una novità del movimento italiano per Gaza è che travalica i confini dell’attivismo tradizionale: non è composto solo da studenti e attivisti, ma è appoggiato anche da persone di solito poco politicizzate.
Lo conferma Paola Palmieri, sindacalista dell’Unione Sindacale di Base (Usb), che ha avuto un ruolo centrale nelle mobilitazioni. “I giorni precedenti allo sciopero abbiamo ricevuto molte chiamate e richieste d’informazioni da persone che volevano partecipare, ma non sapevano come fare”, spiega Palmieri. Secondo lei, molti datori di lavoro, soprattutto nelle grandi aziende, hanno detto ai dipendenti che non potevano scioperare, perché non c’erano rappresentanze dei sindacati che lo avevano convocato. “Il diritto di sciopero è garantito dalla costituzione, significa bloccare la produzione, fermare le attività, ma molti non sanno più come si fa”.
Per Palmieri, dentro alle mobilitazioni per Gaza convergono tante proteste piccole e grandi e una rabbia sociale diffusa.
“L’indignazione per Gaza ha risvegliato dall’immobilismo tante persone che non erano più abituate a pensare che le cose si possano cambiare. Le persone che passano da qui si sentono sole e apprezzano che ci sia qualcuno che dà voce e direzione alle lotte”.
Palmieri, seduta da ore al presidio nella piazza romana, parla di “una moltitudine di istanze”:
“Ci sono i movimenti per l’abitare, perché in questo paese le persone non hanno più soldi per pagare affitti e mutui e contestano l’idea che sia no stati spesi più fondi pubblici per i bonus di ristrutturazione che per costruire case popolari o calmierare gli affitti”.
Poi c’è il mondo del lavoro: “Quello sottopagato e sfruttato, i lavoratori del commercio retribuiti mille euro al mese, le cooperative, il pubblico impiego, i vigili del fuoco”.
Per la sindacalista una delle caratteristiche delle proteste è aggregare generazioni diverse:
“Gli operai e gli studenti marciano insieme. I ragazzi e le ragazze sono più istruiti di come eravamo noi alla loro età, sono preparati, ci stanno insegnando molto”.
Ma, come accadde a Genova nel 2001, anche in questo movimento non ci sono leader. “È un coordinamento, più che un’organizzazione vera e propria”, spiega la sindacalista, secondo cui questa è una forza, ma a lungo andare potrebbe diventare una debolezza.
Attacco alla libertà
Al presidio di piazza dei Cinquecento non sono passati politici né rappresentanti delle istituzioni.
A metà pomeriggio invece arriva in bicicletta Paolo Cergnar, 42 anni, vigile del fuoco che durante il corteo del 22 settembre è salito sul camion dell’Usb in divisa e con in mano la kefiah (il copricapo tradizionale palestinese). “Il mio intervento ha suscitato polemiche, perché ho parlato come vigile del fuoco, oltre che come cittadino. L’ho fatto soprattutto per i miei figli”, racconta, riferendosi alle critiche di alcuni politici. “Ho ricevuto solidarietà trasversale, da destra e da sinistra”, continua. “Noi siamo abituati a tirare fuori le persone dalle macerie e non possiamo sopportare le immagini che arrivano ogni giorno da Gaza. Questo vale per la Palestina e per gli altri 54 conflitti del mondo”, continua Cergnar, che critica chi vorrebbe trasformare i pompieri in un corpo militare o di polizia. “Siamo soccorritori, operatori di pace”, afferma.
Intanto da Livorno arriva la notizia che il 29 settembre i portuali hanno impedito l’attracco di una portacontainer della compagnia israeliana Zim: per la prima volta è stata bloccata una nave che trasporta materiale non militare. Alla fine il cargo è attraccato e i portuali hanno dichiarato uno sciopero a oltranza.
A Roma oltre alla facoltà di lettere e scienze politiche della Sapienza, tre licei hanno proclamato l’occupazione: il Roberto Rossellini, il Cavour e il Socrate. Ma il timore degli attivisti è che, proprio come nel 2001, si crei una divisione tra i manifestanti, agitando il timore delle violenze e delle conseguenze legali di occupazioni e proteste.
L’associazione Antigone l’ha definito “il più grave attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”.
Durante le manifestazioni di Milano il 22 settembre cinque persone sono state arrestate per gli scontri con le forze dell’ordine, tra cui due minorenni.
Gli attivisti temono tensioni al corteo del 4 ottobre e che le persone meno politicizzate si allontanino dalla piazza.
Il ministero dell’interno ha detto che tra i manifestanti potrebbero nascondersi frange violente e “infiltrati”.
Gli attivisti rispondono che leggi così severe producono illegalità e si arriva al paradosso di considerare violento anche chi fa lo sciopero della fame.
“È una questione che ci poniamo come attivisti”, spiega Beatrice Costantino, 32 anni, veterinaria e militante del gruppo ambientalista Ultima generazione. Da più di dieci giorni è in sciopero della fame insieme ad altre due ragazze per chiedere che il governo italiano riconosca il genocidio a Gaza e approvi sanzioni verso Israele.
“Siamo state raggiunte già da diversi decreti di allontanamento da Roma, siamo state portate al commissariato quattro volte”, racconta Costantino che per giorni si è seduta davanti al parlamento italiano con un cartello al collo. “Ci hanno accusate di manifestazione non autorizzata e ‘inadempimento agli obblighi di autorità’. Tutto questo per essere andate con cartelli e tisane davanti a Montecitorio.
Per me la non violenza è un conflitto creativo, come diceva Martin Luther King.
Le forme del dissenso possono cambiare nel tempo, ma è sicuro che non rimarremo a guardare”, conclude.
Israele: l'illusione pericolosa di essere come Sparta
da L'Internazionale Joshua Leifer, Haaretz, Israele
La notte in cui le forze di terra israeliane hanno cominciato l’invasione della città di Gaza, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha tenuto un discorso al ministero delle finanze nel quale ha esposto la sua oscura idea per il futuro del paese come stato isolato e fuorilegge. Di fronte alle crescenti sanzioni internazionali (il giorno dopo l’Unione europea ha annunciato la sospensione di alcune parti fondamentali del suo accordo commerciale con Tel Aviv) Israele dovrà diventare una “super Sparta”, ha detto. Netanyahu, ex consulente economico che ha contribuito alla svolta del paese verso il libero mercato, ha spiegato che l’economia israeliana dovrà assumere “caratteri di autarchia” e abbandonare il consenso di Washington (il modello di sviluppo imposto dalle grandi istituzioni economiche con sede a Washington) che fino a oggi ha governato gli affari globali. In altre parole, andrà verso il modello di Mosca e Pyongyang. Le parole di Netanyahu tratteggiano non solo una nuova strada per Israele, ma anche un ordine mondiale emergente e il posto che Israele occuperebbe al suo interno. “Il mondo si è diviso in due blocchi”, ha detto. “E noi non siamo parte di nessuno dei due”. Sul palco Netanyahu è sembrato quasi rincuorato dalla possibilità che questo presunto non-allineamento offra a Israele un margine di manovra ancora più ampio nel suo assalto a Gaza. Ma è molto più probabile che un isolamento a lungo termine sia una minaccia, piuttosto che una protezione. Tutti gli statisti israeliani avevano compreso questo principio fondamentale, fino a oggi.
Un nuovo rapporto
Netanyahu sogna di liberarsi dalle condizioni e dai vincoli imposti a Israele dagli Stati Uniti, anche se minimi, fin dalla sua prima campagna elettorale per diventare premier. In un memorandum del 1996 intitolato A clean break: a new strategy for securing the realm (Una rottura netta. Una nuova strategia per consolidare il dominio), un gruppo formato da esponenti di un centro studi conservatore e consulenti di Netanyahu chiedeva a Israele di instaurare un nuovo rapporto con gli Stati Uniti “fondato sull’autosufficienza”. Se Israele non ha più bisogno di aiuti tanto consistenti da parte degli Stati Uniti, era la logica, Washington non può più costringerlo a fare compromessi con i palestinesi.
D’altra parte, Netanyahu ha sempre immaginato Israele come parte del blocco occidentale, guidato dagli Stati Uniti. Nel suo libro del 1998 A place among the nations, sosteneva che con la fine della guerra fredda Israele avrebbe dovuto agire come cane da guardia del nuovo mondo unipolare, il poliziotto dell’occidente in Medio Oriente. “Senza nessuno nella regione che tenga costantemente sotto controllo le loro ambizioni o gli ossessivi piani di armamento”, scriveva a proposito dei “regimi miliziani” del Medio Oriente, il compito di Israele era quello di “salvaguardare il più ampio interesse della pace”. Tacitamente, e a volte esplicitamente, i leader statunitensi ed europei hanno accolto e sostenuto questo ruolo.
La distruzione israeliana della Striscia di Gaza – e la crisi regionale che ha innescato – hanno cambiato la situazione.
Dopo mesi di inazione, mentre le forze israeliane rendevano Gaza inabitabile, gli stati europei hanno cominciato a fare pagare a Israele le conseguenze delle sue azioni. I leader europei stanno anche ripensando alle loro relazioni future con Tel Aviv. E non semplicemente perché le proteste contro la guerra israeliana hanno trasformato la distruzione di Gaza in una questione politica interna esplosiva nelle capitali europee. È successo perché l’Israele di Netanyahu si è dichiarato un nemico dei valori di cui la nuova Europa va fiera: pace, democrazia e diritti umani.
Negli Stati Uniti Israele ha perso non solo la sinistra – questa è una vecchia storia – ma ha cominciato a perdere anche la destra. Sui social media pagine e influencer di destra diffondono stravaganti teorie del complotto antisemite su temi che vanno dagli antibiotici all’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk.
La nuova destra statunitense non versa lacrime per i musulmani morti, ma si compiace della nuova immagine di Israele come forza demoniaca e inquietante. Nel 2021 Ron Dermer, allora ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, aveva provocato un forte sdegno affermando che Israele avrebbe dovuto dare priorità al sostegno dei cristiani statunitensi rispetto a quello degli ebrei. Per quello che era il suo obiettivo – garantire un sostegno alle guerre di Israele – questa strategia ha platealmente fallito. A differenza degli evangelici più anziani, nel complesso forti sostenitori di Israele, i cristiani statunitensi più giovani hanno già cominciato a cambiare direzione. Come ha detto di recente Megyn Kelly, ex conduttrice conservatrice di Fox News: “Tutti quelli sotto i trent’anni odiano Israele”.
L’aiuto degli alleati
La demolizione intenzionale del consenso bipartisan negli Stati Uniti da parte di Netanyahu e della sua cricca è sempre stata una scommessa tracotante. Come una bomba a orologeria programmata male, ora gli è esplosa in faccia. Anche se aveva ragione a ritenere che la destra statunitense fosse in ascesa, l’ufficio del primo ministro non ha capito che questa nuova destra trae il suo potere dalla promessa dell’isolamento, alimentata dalla rabbia nei confronti del modello interventista rappresentato dai più stretti alleati di Israele a Washington. Questi uomini, che si sono formati nell’epoca d’oro del neoconservatorismo, hanno ignorato la prospettiva di un mondo post-americano.
Di fronte alle crescenti condanne e all’incombere di sanzioni internazionali, Netanyahu si è rifiutato di fermare l’attacco. Ora, per mandare avanti la guerra – guidato forse dalla meschina sopravvivenza politica, da un messianismo megalomane o da entrambi – sta proponendo la rottura con il principio fondamentale della politica estera sionista.
Fin dall’inizio, quando Theodor Herzl chiese udienza al sultano ottomano, il sionismo conta sul supporto delle grandi potenze. Ha avuto successo non grazie all’intervento divino o a un piano provvidenziale, ma perché i primi politici sionisti cercarono queste alleanze. Avevano capito che per gli ebrei, come per altre piccole nazioni, l’isolamento era una trappola mortale. Nell’ultimo secolo i vecchi imperi sono caduti e nuove potenze li hanno sostituiti, ma il principio è rimasto lo stesso. Dopo la fondazione di Israele, i suoi primi leader temevano che senza un’alleanza con le potenze regionali e globali più forti il progetto sionista sarebbe fallito. David BenGurion sognava un accordo di difesa reciproca con gli Stati Uniti. Nel tempo Israele è riuscito a ottenere il sostegno statunitense; verosimilmente, è una delle ragioni per cui è sopravvissuto.
Forse dunque, uno degli aspetti più incoerenti, perfino deliranti, della concezione di Netanyahu è aver dichiarato che Israele non appartiene a nessun blocco globale proprio nel momento in cui il paese appare come l’alleato ingombrante degli Stati Uniti. Gli ultimi due anni hanno mostrato l’estrema dipendenza di Tel Aviv da Washington sotto ogni aspetto, dalle munizioni allo scambio di informazioni d’intelligence. La guerra dei dodici giorni contro l’Iran ha rivelato una condizione di stato vassallo che invoca l’aiuto del signore feudale.
C’è, però, una cosa giusta nel discorso di Netanyahu: l’ordine unipolare nato dopo il 1989 è finito. L’ingresso incerto nel secolo post-americano minaccia anche di far crollare il sistema di norme e istituzioni internazionali che ha preso forma sotto l’ombrello dell’egemonia statunitense.
Israele deve a questo sistema la sua attuale prosperità, se non la sua esistenza. Eppure, negli ultimi due anni di questa guerra estenuante, è sembrato che i leader di Israele abbiano voluto abbatterlo.
Le azioni di Israele a Gaza hanno pesantemente offuscato la sua legittimità. Nel lungo termine, tuttavia, senza questo sistema Israele andrà incontro a un destino disastroso. Nel suo discorso Netanyahu ha attinto alla tradizione greca, ma forse il riferimento più appropriato si trova nella Bibbia. L’esempio che Netanyahu ha proposto di seguire non è Sparta, ma è Sansone.
giovedì, ottobre 02, 2025
L’importanza della solidarietà
da L'Internazionale del 3 Ottobre 2025 - Eman Abu Zayed, Al Jazeera, Qatar
Una scrittrice e traduttrice della Striscia di Gaza ringrazia le persone che in Italia manifestano per il popolo palestinese.
Il 22 settembre ero in strada a Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza, in cerca del segnale internet, cosa diventata quasi impossibile nel territorio. La nostra casa era stata appena bombardata per la terza volta dall’inizio della guerra e noi eravamo stati costretti a fuggire per la decima volta. Avevo perso tutto di nuovo. Il mio cuore era pesante di dolore.
Quando finalmente sono riuscita a connettermi il mio telefono è stato inondato di video, foto e messaggi audio dall’Italia. Ho visto folle di persone marciare nelle strade sventolando le bandiere palestinesi e intonando cori per la nostra libertà. Ho visto piazze piene di striscioni con scritto “Basta guerra” e “Palestina libera” e volti che mostravano un misto di rabbia e speranza.
Cercavano di mandarci un messaggio: vi sentiamo, siamo con voi. Ho provato una gioia immensa. È stata la prima volta che ho visto proteste per la Palestina su scala così vasta e con un effetto così forte.
I sindacati indipendenti italiani avevano indetto uno sciopero di ventiquattr’ore e la popolazione ha risposto in massa. In 70 città italiane le persone sono scese in piazza per mostrarci che ci tengono a Gaza, che sostengono la nostra causa e vogliono la fine del genocidio.
Questo non è accaduto in un paese a maggioranza araba o musulmana. È successo in un paese occidentale, il cui governo si rifiuta di riconoscere lo stato di Palestina e continua a sostenere Israele.
Eppure, il popolo italiano ha manifestato per noi.
La mobilitazione dimostra che la solidarietà con i palestinesi non è limitata a chi è più vicino a noi o a chi ha lo stesso retaggio culturale, ma si allarga a persone di tutto il mondo, anche in paesi dove le élite politiche continuano a sostenere Israele.
A Gaza le scene della solidarietà in Italia si sono diffuse da un telefono all’altro, portando un barlume di speranza tra le macerie, la fame e le bombe. Le persone inoltravano i video sulle chat, Un corteo di solidarietà per la Global sumud flotilla. Roma, 9 settembre 2025 guardando sbalordite le folle italiane.
Queste immagini hanno suscitato sorrisi, ormai rari, sui volti di tanti palestinesi. In noi si è fatta strada la sensazione di non essere stati completamente abbandonati.
Barlume di speranza
Sto seguendo con attenzione anche la Global Sumud Flotilla. Il governo di Roma ha fatto enormi pressioni sulla delegazione di cinquanta cittadini italiani per convincerli ad abbandonare la missione. La maggioranza di loro ha rifiutato ed è rimasta a bordo di varie imbarcazioni dirette verso Gaza. Sono riuscita a comunicare con alcuni giornalisti italiani su una delle navi, che hanno condiviso con me parole cariche di incoraggiamento e speranza, assicurandoci che c’è chi continua a combattere per noi, nonostante le distanze e le difficoltà.
Le proteste e la flottiglia non sono stati l’unico barlume di speranza che mi è arrivato dall’Italia. A giugno dopo aver letto alcuni miei articoli mi hanno contattato due italiani, Pietro e Sara, e Fadi, un palestinese che vive in Italia. Il loro sostegno non si è limitato alle parole, è stato concreto. Mi hanno aiutata a diffondere i miei scritti e si sono sempre preoccupati di sapere come stavo. Ad agosto, con il loro aiuto, sono riuscita a pubblicare la mia storia sul quotidiano il Manifesto, condividendo la nostra sofferenza e la nostra resilienza con migliaia di lettori.
Prima della guerra non sapevo molto dell’Italia. Sapevo che era un paese bellissimo con una storia interessante e un popolo amichevole. Ma non mi sarei mai aspettata di vedere gli italiani mobilitarsi per la Palestina, scendere in piazza in massa per sostenerci. Sono ammirata e riconoscente. La loro partecipazione alle proteste, il supporto personale e il ruolo in iniziative come la Global Sumud Flotilla mi hanno fatto capire che persone di tutto il mondo hanno a cuore la nostra causa, che la solidarietà internazionale non è fatta solo di parole, ma di azioni reali.
Spero di vedere proteste simili in altri paesi, di sentire che il resto del mondo vede la nostra sofferenza e sostiene il nostro diritto alla vita, alla libertà e alla dignità.
Al popolo italiano e a tutti quelli che si mobilitano per Gaza voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, riempite i nostri cuori di gioia
Trump vuole sabotare l’Onu?
Le Monde, Francia
Il 23 settembre, a New York, Donald Trump ha approfittato dell’assemblea generale delle Nazioni Unite per esprimere tutto il suo disprezzo nei confronti di questa istituzione, simbolo di un multilateralismo attualmente alle prese con varie crisi.
Il presidente statunitense ha aggiunto una nuova accusa, affermando che l’Onu alimenta un’immigrazione incontrollata. Si è poi accanito in modo particolare contro i paesi europei, accusandoli di passività di fronte ai migranti e di alimentare la sfiducia nei confronti delle energie fossili.
Nessuno può contestare che l’Onu vive una fase di crisi, come dimostrano l’emarginazione e l’impotenza dell’organizzazione nel contesto delle guerre attuali. La frustrazione dei paesi del sud nei confronti di un’istituzione giudicata incapace di riformarsi è reale. Trump ha sottolineato il malfunzionamento di una scala mobile e del suggeritore automatico, segnale, secondo lui, dello stato di abbandono dell’istituzione. Tuttavia il presidente avrebbe anche dovuto precisare che, fin dal suo ritorno alla Casa Bianca, Washington ha sospeso il versamento all’Onu della propria quota di finanziamento.
L’attacco di Trump – sconnesso e infarcito delle sue immancabili ossessioni – segue una guerra commerciale scatenata unilateralmente da Washington contro buona parte del pianeta e la soppressione impietosa dei programmi di aiuto internazionali. Il suo ultimo voltafaccia sull’Ucraina (che ora ritiene in grado di recuperare tutti i territori occupati dalla Russia) contribuisce alla confusione generale.
Tornato alla presidenza, Trump ha dato l’impressione imbarazzante di un passeggero arrabbiato che sbraita per la deriva di una barca dopo averne sabotato il timone e strappato le vele.
mercoledì, ottobre 01, 2025
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