domenica, ottobre 04, 2026

EDUCAZIONE CIVICA: Il Cittadino

da "Il Corriere della Sera" di Luciano Violante

Pensiero liberale, pensiero repubblicano e Costituzione

Quando si parla di Costituzione, in genere si fa riferimento all'intreccio di tre culture politiche: la cultura cattolica, la cultura liberale, la cultura socialista. In realtà c'è un'altra composizione - a mio avviso più importante - che qualche volta sfugge: è tra il pensiero liberale e il pensiero repubblicano, due pensieri molto diversi.
Il pensiero liberale - detto semplicemente-, è libertà da: libertà dallo Stato, libertà dal pubblico, libertà degli altri e così via.
Il pensiero repubblicano è libertà di: libertà di agire, libertà di fare e così via. Ora il concetto di repubblica e repubblicano è un concetto antichissimo. Risale a Cicerone, che nel De Repubblica, (sei libri), scrisse una cosa molto importante ovvero: «La Repubblica che cosa comporta?»
Per Cicerone la res è la cosa (la cosa è lo Stato): non vi sfuggirà il rapporto che passa fra res-Stato e rex-il re che hanno la stessa radice. Cicerone dice che la «Repubblica è la cosa del popolo e popolo non è ogni unione di uomini raggruppato a caso come un gregge, ma l'unione di una moltitudine stretta in una società dal comune sentimento del diritto e dalla condivisione dell'utile collettivo».
Non è gente che sta insieme: è gente che sta insieme perché ha delle idee in comune, dei valori comuni. E la res publica è lo Stato che appartiene al pubblico contrapposto - questo lo diceva Cornelio Nepote, un altro grandissimo personaggio della Roma antica -, allo Stato delle gentes: le gentes sono gli aristocratici, i padroni. Cicerone dice che la res deve essere pubblica e pubblica è del popolo.

La res pubblica cosa comporta? 

Se tu appartieni al popolo, sei un libero (Cicerone non si riferiva agli schiavi ma agli uomini liberi), hai il dovere di partecipare e devi esercitare le tue virtù civili, cioè un complesso di scelte orientato al bene della comunità. Questo concetto di fare scelte orientate al bene della comunità, è entrato di sana pianta nella nostra Costituzione. 

I diritti e i doveri

Ci sono alcuni articoli della Costituzione che sono particolarmente significativi da questo punto di vista, cioè del cittadino che non è indifferente. 
Il cittadino non è quello certificato ma è quello che partecipa, è quello che si impegna. 
L'articolo quattro dice questo: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».
Cioè il cittadino non sta chiuso in casa, il cittadino si impegna e ha il dovere di fare quello che può sulla base delle sue possibilità per concorrere al benessere della società. È quello che dice Cicerone. 
C'è un'altra cosa molto importante nell'articolo due. Dopo aver riconosciuto i diritti, dice un'altra cosa: «La Repubblica richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Non solo l’esercizio dei diritti, ma anche adempimento dei doveri.

Di doveri non parla quasi nessuno. Eppure, i doveri sono essenziali, perché soltanto in una società che rispetta i doveri, nascono i diritti. 
Perché se nessuno rispetta i doveri vi assicuro che i diritti non ci sono: perché ad ogni diritto di qualcuno corrisponde il dovere di qualcun altro.

Questo dato del cittadino che ha il dovere di contribuire al benessere del Paese è un concetto tipicamente repubblicano. 
Non è l'unico. 
C’è un altro concetto che è nell'articolo 54 e dice che «tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica», cioè fedeli ai valori della Repubblica. 
E poi dice «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». 
Che vuol dire disciplina ed onore?
Disciplina vuol dire osservare i buoni comportamenti, le regole, le leggi e così via. 
E onore vuol dire che il cittadino che si rivolge a te, che eserciti pubbliche funzioni, abbia stima di te, ti onori. 
Questo vale per chiunque esercita funzioni pubbliche: dal parlamentare, dal presidente Repubblica sino al cittadino meno impegnato nella vita pubblica.

I doveri di chi esercita funzioni pubbliche e dei cittadini comuni

Questi due dati - il cittadino comune deve partecipare allo sviluppo del Paese e il cittadino che riveste funzioni pubbliche deve esercitarle con disciplina e onore - dono due concetti fondamentali.

Ora uno può chiedere ma in pratica a che cosa sono serviti? 
Sono stati concetti fondamentali in momenti drammatici della nostra Repubblica.
Noi abbiamo avuto stragi, abbiamo avuto due terrorismi, tre tentativi di colpi di Stato, centinaia di morti: nessun altro paese civile ha avuto quello che abbiamo avuto noi. 
Ma noi siamo usciti. bene, vincendo.
E sapete come ne siamo usciti? 
Perché ci sono stati migliaia di cittadini che hanno fatto il possibile per far andare avanti il Paese e ci sono state migliaia di funzionari pubblici, di uomini politici, di donne che sono impegnati nella vita pubblica, che hanno fatto il loro dovere. 

Pensate solo a quando sono stati uccisi 29 magistrati: ad ogni magistrato ucciso ne è corrisposto un altro che ha preso il suo posto.
Ma la cosa ancora più importante: per ogni ragazzo o ragazza della scorta delle forze dell'ordine che è stato ucciso, altri hanno preso il loro posto. 
Questo vuol dire esercitare con onore le proprie funzioni pubbliche e avere disciplina: avere una coscienza che rispetta le regole, rispetta i ruoli. 
Noi abbiamo vinto queste battaglie, abbia avuto successi molto importanti nei confronti della mafia quando è successa queta stessa cosa. 
Ad ogni giornalista ucciso (undici giornalisti sono stati uccisi in Italia), altri hanno preso solo posto per fare quel lavoro.

Essere cittadino non è un certificato: 

è una qualità che bisogna guadagnarsi anche attraverso i contributi che si possono dare allo sviluppo della società. E quando si esercitano funzioni pubbliche, vanno esercitate in modo tale da essere rispettati e fare in modo che le istituzioni nelle quali si opera ricevino onore dai cittadini comuni.


sabato, ottobre 03, 2026

LIBRO: "A quattro zampe" di Miranda July

 

Romanzo

"A quattro zampe" è la storia di una donna in piena crisi di mezza età che, stanca del rapporto ormai spento con il marito, parte per un coast to coast che diventa un’occasione per guardare in faccia le sue fantasie più nascoste e i desideri soffocati da tempo. 

In un crescendo di eventi assurdi e dissacranti, la protagonista si tuffa in un vortice di storie di amore/sesso e scopre la libertà. Ed è una libertà portata agli estremi, nutrita da un immaginario sconfinato, tenero ed esilarante, tipico di Miranda July. 

Il risultato è un viaggio nella mente di una donna che potrebbe essere tutte le donne, se avessero il coraggio di dar voce alla propria emancipazione sessuale e di pensiero. 

Ed è un viaggio che, se da un lato fa ridere fino alle lacrime, dall’altro tocca il cuore del lettore affrontando da una prospettiva originalissima temi come la crisi matrimoniale, il rapporto con i figli, il tradimento, la menopausa e l’umano, umanissimo desiderio di sentirsi liberi e amati.

Perché il film "Naza" spaventa Israele - The Guardian, Regno Unito

GAZA: immaginidi di Google map - Rafah, quartiere Tal as-Sultan 2023-2026

da " l'Internazionale" del 2 Ottobre 2026

In Israele politici, leader militari e gran parte dei mezzi di informazione cercano di screditare un documentario che quasi nessuno di loro ha vi sto. 
Naza analizza il sistema di intelligenza artificiale usato dall’esercito israeliano per selezionare i bersagli nei bombardamenti su Gaza. 
Si basa sulle interviste a 24 fonti anonime. 
I leader israeliani hanno bollato il film come una “storia inventata” che diffama il paese. 
I registi Yuval Abraham e Rachel Szor rischiano di essere privati della cittadinanza per tradimento. 
È assurdo. 
Naza mostra in che modo la di stanza burocratica e la routine possono trasformare la violenza estrema in un lavoro ordinario. 
Una democrazia che riconosce il valore della vita come minimo avvierebbe un’indagine. 
Le testimonianze vengono da persone in terne alle forze armate. 
Quello che le ha spinte a parlare non sembra essere il rimorso, anzi alcune sono orgogliose di ciò che hanno fatto. 
Di base spiegano che l’esercito considera come un prezzo accettabile fare un gran numero di vittime palestinesi per uccidere un singolo esponente di Hamas. 

Naza non parla solo di morte e distruzione, ma anche di chi le rende possibili: israeliani gentili e istruiti della classe media progressista. 

Il sistema che hanno costruito li avvertiva che donne e bambini sarebbero morti in massa. 
Eppure si sono detti che la responsabilità era di altri. 
La moralità è svanita da qualche parte ai vertici della catena di comando. 
I politici israeliani sostengono che la condotta dell’esercito non può sottostare a una valutazione indipendente, cosa difficilmente compatibile con il rispetto dello stato di diritto. 

Il film si basa su rivelazioni già pubblicate dal sito israelo-palestinese +972 Magazine, dalla sua versione in ebraico Local Call e dal Guardian tra il 2023 e il 2025. 

E c’è un risvolto inquietante: l’intelligence israeliana potrebbe avviare un’in chiesta sulla fuga di notizie. 
Usando l’esercito contro i registi del documentario, Israele vuole punirli in modo esemplare. 
Il Committee to protect journalists e altre organizzazioni per la libertà di stampa hanno chiesto a Israele di proteggere giornalisti e registi. 
Ma il premier Benjamin Netanyahu ha minacciato di revocare la cittadinanza a chiunque diffonda “calunnie” sui soldati israeliani. 
Invece di indagare sui presunti crimini, vuole punire chi li denuncia. 
I leader israeliani dovrebbero proteggere quelli che vigilano sul potere, non scatenargli contro le folle.


NdR: 
"La responsabilità era di altri...hanno solo eseguito dei comandi..." 
Sembrano frasi molto simili alle giustificazioni dei soldati tedeschi che uccidevano ebrei nei lager e nei campi di concentramento...

Ricordo che il film NAZA è in programmazione il 2, 3, 4 e 7 Ottobre al Cinema Metropolis di Paderno Dugnano 

venerdì, ottobre 02, 2026

ITALIA, la «Repubblica dell’assistenza», vive con 200 miliardi di bonus: la metà degli italiani chiede sussidi

 

da "Il Corriere della Sera del 28 Settembre di Alberto Brambilla

Trenta milioni di cittadini nel 2025 hanno chiesto un qualche sussidio. Salari bassi? Sì, ma la pioggia di agevolazioni non fa crescere l’efficienza e il lavoro. 

Se per caso in Italia non avessimo più la presenza di extracomunitari, di colpo la stragrande maggioranza di bar, ristoranti, pizzerie, hotel si troverebbe con un personale insufficiente e quindi dovrebbe ridurre l’attività o anche chiuderla. 

Peggio andrebbe ai servizi alla persona, assistenti familiari e badanti: l’80% dei nostri vecchietti resterebbe probabilmente senza assistenza. 
Drammatico sarebbe per le consegne a domicilio di merci e soprattutto di cibo e bevande e per l’agricoltura; praticamente settori che si azzererebbero (altro che insalata a buon prezzo). 
E si fermerebbe tutto, nonostante una abbondanza di manodopera italiana che però probabilmente non ha bisogno di lavorare perché mantenuta dallo Stato. 
Per non parlare delle aziende con particolare riferimento a quelle edili. Avremmo un’Italia che rallenterebbe di colpo con gravi ripercussioni sul funzionamento sociale e sull’economia. 

Infatti, degli oltre 37 milioni di italiani in età da lavoro, pur avendo toccato in questi ultimi due anni il record di occupati, lavorano regolarmente solo 24,3 milioni e di questi oltre mezzo milione sono in cassa integrazione o Naspi, quindi di nuovo a nostro carico e con i contributi e sussidi pagati dallo Stato.

Occupazione in fondo alle classifiche

Siamo ultimi in tutte le classifiche Eurostat e Ocse: secondo i dati Eurostat 2024 (il 2025 non si discosta molto) per l’occupazione complessiva siamo al 62,2% contro una media europea del 70,8% e con i nostri competitor principali, Germania, Paesi del Nord Europa e scandinavi che vanno tra il 75 e l’80%. 

Insomma, nonostante il record siamo battuti da tutti, Grecia e Cipro compresi. 

Peggio va per l’occupazione femminile: qui siamo sotto di 13 punti percentuali sulla media e 19% sul Nord Europa. 

Per quanto riguarda le persone tra i 55 e i 64 anni, nonostante tutte le riforme delle pensioni solo 59 italiani su 100 lavorano; nei citati Paesi quelli che lavorano sono tra il 70 e il 77%; una bella differenza altro che riforme lacrime e sangue e proclami bellicosi dei partiti che vorrebbero congelare l’adeguamento delle età pensionabili all’aspettativa di vita distruggendo così il sistema pensionistico per le future generazioni. 

Ancor peggio i giovani tra i 15 e i 24 anni con un tasso di occupati pari al 19,7% (ogni 100 giovani ne lavorano meno di 20) contro una media europea del 35% e i citati Paesi del Centro-Nord Europa tra il 43% della Svezia e il 76% dei Paesi Bassi (capite perché i nostri giovani vanno lì!).

Sono pochi quelli che lavorano ma in compenso i Neet cioè i giovani che non studiano e non lavorano nel 2025 superano i 2 milioni; sono il 15,2% nella fascia d’età 15-24 anni contro una media UE del 9%, un valore che ci colloca al secondo posto nella UE dopo la Romania.
Nella fascia d’età più ampia tra i 15-29 anni, nonostante una riduzione, il nostro Paese è quart’ultimo in Europa dopo la Romania (19,2%), la Bulgaria (13,8%) e la Grecia (13,6%) con un aumento del fenomeno dai 20 anni in poi.

Il sentimento comune italico, sempre pronto a rivendicare diritti e muto quando si tratta di doveri, giustifica il tutto con il fatto che agli italiani questi lavori nei servizi, in agricoltura e in fabbrica, proprio non piacciono.

Qualcuno potrebbe azzardare che i nostri giovani sono molto acculturati, hanno un ottimo titolo di studio, sono preparati e quindi come si fa a mandarli in cantiere o a fare il cameriere. 

Peccato che anche questo sia sbagliato; siamo penultimi per il possesso di un titolo di studio terziario; ultimi per materie Stem. Per non dire dei risultati delle prove Invalsi in matematica e italiano. 

Altri potrebbero dire che i salari bassi non incentivano; certo se i contratti si rinnovano male e in ritardo, si tollera il lavoro nero (Istat parla di oltre 3 milioni di irregolari), se si continua a far venire stranieri perché lavorano molto e costano poco, i salari medi non crescono. 

Ma anche fosse così, cioè mi pagano poco, se non avessi di che vivere farei qualsiasi lavoro, anche il doppio lavoro come i nonni e i padri che hanno fatto grande l’Italia; studierei di sera come le generazioni del dopoguerra per poter guadagnare di giorno.

E perché non si fa? 

Perché c’è una eccessiva assistenza: tra Stato ed Enti locali nel 2025 sono stati «distribuiti» esentasse circa 180 miliardi oltre a 22 di ulteriori sgravi fiscali; 

Nel 2025, su 58,9 milioni di italiani ben 30 milioni hanno fatto domanda di bonus, sussidi ecc. attraverso l’Isee. 

E poi ci sono troppe casse integrazioni che durano anni e la Naspi che ti consente di fare un anno pagato senza lavorare ogni due anni di lavoro e anche meno considerando l’ADI e altri sussidi. 

Ciò nonostante, i partiti politici continuano a chiedere più immigrati, più sgravi fiscali e più prestazioni gratis. 

Ma quanti sono gli stranieri in Italia? 

L’Istat ci dice da anni che sono 5,6 milioni ma si dimentica di dire che oltre 2,2 milioni hanno ottenuto la cittadinanza in questi ultimi 13 anni (ma restano pur sempre stranieri) e che gli irregolari sono oltre 600 mila (altre stime arrivano a 800 mila); 

quindi siamo a 8,4 milioni cioè il 14,2% della popolazione altro che 9%. 

Quanto alle promesse fiscali ci si dimentica che il 70% degli italiani paga solo il 20% delle tasse mentre l’80% è sul gobbo del 30% di cui il 18% dei dichiaranti redditi da 35 mila euro in su, paga oltre il 64%. 

Continuiamo ad aver bisogno di immigrati che pure costano e paghiamo gli italiani per stare in salotto? 

Cosa aspettano i politici a dirci queste verità?

giovedì, ottobre 01, 2026

LIBRO: "Israele e Palestina in 10 mappe" di Laura Canali

 

In Medio Oriente nulla è come sembra. 
È una regione stratificata, nella geografia ma anche nella società civile e nei rapporti di potere.
Esaminare il conflitto israelo-palestinese da un punto di vista geopolitico significa innanzitutto capire le articolazioni del territorio, indagarne i confini e considerare la complessità geologica: solo così è possibile inquadrare le cause e gli effetti di una guerra devastante. 
Strutturandosi su più livelli, le mappe progettate da Laura Canali ricostruiscono la storia e le dinamiche del conflitto a partire dallo spazio che occupa, focalizzandone attori e sviluppi: 
  • il Medio Oriente, da sempre preda degli appetiti delle grandi potenze, e 
  • il Mediterraneo orientale, con le sue linee d’acqua contese e i giacimenti strategici; 
  • la rete delle fonti idriche di Israele e il suo programma difensivo; 
  • i territori palestinesi di Cisgiordania e Striscia di Gaza, aree tra le più complesse al mondo, e
  • Gerusalemme, città santa e scissa, imbrigliata tra recinzioni e cemento; 
  • i campi profughi palestinesi e l’attacco sferrato da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, che ha aperto una frattura geopolitica di cui possiamo solo iniziare a intuire le conseguenze. 
Destreggiandosi tra linee di confine e «zone di fuoco», l’autrice scava tra le pieghe degli atlanti per guardare il potere dritto negli occhi, senza margini per distrazioni o abbagli. 
Se questa guerra sembra essere stata raccontata con ogni mezzo possibile, Canali ci mostra che la cartografia è il linguaggio che più di tutti permette di visualizzare – e quindi comprendere – le atrocità di una lotta armata che da troppo tempo coinvolge palestinesi e israeliani, e il mondo intero

TEATRO: "Ho visto un FO. Le canzoni di Dario" Giovedì 15 Ottobre - ore 21.00 - Metropolis - organizzato dall'Associazione Culturale RESTARE UMANI


Comune di Paderno Dugnano : Spettacolo "Ho visto un Fo"

L'Associazione Culturale RESTARE UMANI 
in occasione del centenario della nascita di DARIO FO, 
Premio Nobel per la Letteratura, 
organizza presso la Cineteca METROPOLIS via Oslavia, 8 Paderno Dugnano
lo spettacolo teatrale 

HO VISTO UN FO
Canzoni, Pernacchie e Giullarate di Dario

con Alessio Lega, Giulia Angeloni e Rocco Marchi

INGRESSO ad OFFERTA LIBERA 

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA 

presso la sede di Restare Umani, via Roma, 68 Paderno D.

o chiamando il numero 348 358 1286

mercoledì, settembre 30, 2026

Anche a Paderno le scuole popolari per contrastare la dispersione scolastica con l'Associazione NonUnoDiMeno. Corsi gratuiti

 

🔸𝑳𝒆 𝑺𝒄𝒖𝒐𝒍𝒆 𝑷𝒐𝒑𝒐𝒍𝒂𝒓𝒊 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒐𝒏𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒂 𝒅𝒊𝒔𝒑𝒆𝒓𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒔𝒄𝒐𝒍𝒂𝒔𝒕𝒊𝒄𝒂 𝒆 𝒍’𝒂𝒃𝒃𝒂𝒏𝒅𝒐𝒏𝒐 𝒂𝒕𝒕𝒓𝒂𝒗𝒆𝒓𝒔𝒐 𝒖𝒏 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐 𝒗𝒐𝒍𝒐𝒏𝒕𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒈𝒓𝒂𝒕𝒖𝒊𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒅𝒐𝒄𝒆𝒏𝒕𝒊, 𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒊𝒍 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒊𝒃𝒖𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒔𝒕𝒖𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒂𝒊𝒖𝒕𝒂𝒏𝒐 𝒊 𝒍𝒐𝒓𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒂𝒈𝒏𝒊 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒊𝒏 𝒅𝒊𝒇𝒇𝒊𝒄𝒐𝒍𝒕𝒂̀ 𝒔𝒆𝒄𝒐𝒏𝒅𝒐 𝒖𝒏’𝒊𝒎𝒑𝒐𝒔𝒕𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒆𝒔𝒔𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒇𝒊𝒄𝒖𝒂: 𝒍𝒂 "𝒑𝒆𝒆𝒓 𝒆𝒅𝒖𝒄𝒂𝒕𝒊𝒐𝒏".

⭕️ 𝗦𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲 𝗣𝗼𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗶 𝗡𝗼𝗻𝗨𝗻𝗼𝗗𝗶𝗠𝗲𝗻𝗼 𝒂𝒍 𝒇𝒊𝒂𝒏𝒄𝒐 𝒅𝒊 𝒓𝒂𝒈𝒂𝒛𝒛𝒆 𝒆 𝒓𝒂𝒈𝒂𝒛𝒛𝒊 𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒍𝒐𝒓𝒐 𝒇𝒂𝒎𝒊𝒈𝒍𝒊𝒆.

✅ Perfezionati gli incontri con la Dirigenza scolastica stanno per partire anche per l'𝗔.𝗦. 𝟐𝟎𝟐𝟔/𝟐𝟎𝟐𝟕 le 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐏𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐢 𝐍𝐨𝐧𝐔𝐧𝐨𝐃𝐢𝐌𝐞𝐧𝐨 a Milano e nell'hinterland.

🔸 A breve ulteriori informazioni sulle 𝗚𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗴𝗹𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮 dei vari Istituti scolastici per l’avvio dei 𝑪𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒈𝒓𝒂𝒕𝒖𝒊𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝑹𝒆𝒄𝒖𝒑𝒆𝒓𝒐 𝒆 𝒓𝒊-𝒎𝒐𝒕𝒊𝒗𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 tenuti dai docenti volontari NonUnodiMeno.

Per maggiori informazioni: Associazione NonUnodiMeno


"La crescita economica che rispetta il pianeta" di Thomas Piketty


da L'Internazionale del 25 Settembre 2026

È possibile che in tutto il mondo un giorno si raggiunga un reddito pro capite nazionale attorno ai cinquemila euro mensili per abitante, un livello vicino a quello che si osserva oggi nei paesi più ricchi, preservando al tempo stesso un pianeta abitabile? 

Dopo la pubblicazione a giugno del Global justice report del World inequality lab (Laboratorio sulle disuguaglianze mondiali), i termini del dibattito sono diventati più chiari. 

In sintesi, il rapporto è stato accolto bene nei paesi del sud, per esempio in India, ma in modo più critico al nord, in particolare dai mezzi d’informazione vicini agli ambienti imprenditoriali. 
Non è una sorpresa: il modello di sviluppo proposto consente una prosperità duratura per tutti, ma pena lizzerà inevitabilmente alcune delle persone più ricche e inquinanti del mondo di oggi. 
Per andare avanti bisognerà convincere i ceti popolari e medi del nord e del sud che il sistema attuale non è sostenibile e conduce a un inferno climatico, sociale e migratorio. 
Dopo un’estate segnata da eventi estremi, forse le coscienze cominceranno a risvegliarsi, ma la battaglia sul piano politico sarà dura. 
Per superare le contraddizioni attuali, occorre ripensare la prosperità nel rispetto dei limiti del pianeta, mettendo al tempo stesso in atto un vero programma d’azione. 

Primo punto: bisogna prendere coscienza dell’e norme bisogno d’investimenti nelle energie rinnova bili al livello mondiale. Se i paesi del sud si arricchiranno consumando la stessa quantità di combustibili fossili usata in passato dai paesi del nord, il pianeta brucerà. 

Secondo punto: la trasformazione dei sistemi energetici non basterà. Per tenere il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi rispetto all’epoca preindustriale è necessaria la sobrietà, cioè una trasformazione strutturale dell’economia volta a diminuirne l’impatto materiale. Per farlo bisogna ridurre l’orario di lavoro, modificare le abitudini alimentari per rendere possibile una riforestazione su vasta scala e abbassare il peso dei settori produttivi di beni materiali nell’economia. Per essere felice nessuno ha bisogno di passare il tempo a sostituire abiti usa e getta o telefoni di ultima generazione. 

L’istruzione, la sanità e la cultura producono un benessere più autentico e duraturo: per ogni euro di prodotto interno lordo richiedono una quantità di risorse materiali e generano emissioni di anidride carbonica tre volte inferiori rispetto all’industria, all’edilizia o all’agricoltura intensiva. 
Per realizzare le trasformazioni necessarie nei set tori dell’energia, dell’istruzione e della sanità, occorrerà mobilitare enormi risorse: circa il 10 per cento del pil mondiale ogni anno fino al 2050. 
Sarà necessario chiedere un contributo ai più ricchi e ridurre le disuguaglianze che, come dimostra la storia, potrebbe ro diminuire ancora di più grazie alla mobilitazione sindacale e dei cittadini. Il punto essenziale è che una trasformazione del genere deve andare di pari passo con la democrazia economica, l’autogestione, l’uguaglianza politica e territoriale e la sottrazione di beni e ser vizi alle logiche di mercato. In partico lare, i cinquemila euro mensili pro capi te non devono essere considerati un reddito puramente monetario. 
Comprendono anche il valore dei servizi non commerciali accessibili a tutti gratuita mente o a basso costo: istruzione, sanità, cultura, trasporti e forse in futuro anche i prodotti alimentari provenienti da una produzione locale e sostenibile, come propongono associazioni e amministrazioni concordi sull’idea di sicurezza sociale dell’alimentazione. 
È questo il punto più importante: ogni paese può cominciare fin da ora a muoversi in questa direzione sul piano locale e nazionale, senza aspettare che si raggiunga l’unanimità. 
La Francia, per esempio, potrebbe decidere già nel 2027 d’istituire un fondo sovrano per riorientare gli investimenti e di varare un vasto piano di sviluppo dei servizi pubblici, finanziando entrambe le misure con un’imposta di solidarietà nazionale a carico dei più ricchi, sul modello di quella introdotta nel 1945. 
Formando coalizioni più ampie con i paesi del nord e del sud, si potrebbero mobilitare maggiori risorse per finanziare la decarbonizzazione e lo sviluppo su scala mondiale, aumentando al tempo stesso quelle disponibili al livello locale e nazionale. 
Sono già state formulate numerose proposte concrete a favore della giustizia sociale e climatica, in particolare dal Brasile e dal Sudafrica. 
I paesi ricchi devono comprendere che queste proposte non sono in contrasto con le loro iniziative, ma possono anzi integrarle e compiere insieme al resto del mondo ulteriori progressi. 
Una cosa è certa: nulla potrà essere realizzato senza porre finalmente la questione delle disuguaglianze al centro delle politiche climatiche e del nuovo modello di sviluppo.

MOSTRA: "1946 il voto alle donne. La storia di un lungo percorso" a cura di Fondazione Anna Kuliscioff e Unione Femminile - Inaugurazione 01/10 ore 17.30 - Corso di Porta Nuova, 32 MILANO

 

Evento diffuso a Milano. Dal 1 Ottobre al 15 Novembre 2026

Inaugurazione 01/10 ore 17.30 - Corso di Porta Nuova, 32 MILANO

Il primo voto delle donne italiane avvenne nel 1946, dopo la guerra e il fascismo, ma la battaglia per i diritti e l’emancipazione femminile in Italia ha alle spalle una avvincente e lunga storia: dalle appassionate patriote del Risorgimento alle battagliere suffragiste (chiamate per scherno suffragette) di fine Ottocento che rompono gli atavici vincoli della cultura patriarcale del tempo, dalla mobilitazione nella prima e nella seconda guerra mondiale alla Resistenza e al referendum tra monarchia e repubblica.

Il decisivo passo verso il suffragio femminile si compie in Italia il 1 febbraio del 1945, quando il Consiglio dei Ministri estende il diritto di voto alle donne; il 10 marzo del 1946 un altro decreto legislativo riconosce alle donne l’eleggibilità. Operaie, contadine, impiegate ed anche suore sono pronte ad esprimere, per la prima volta, il loro voto.

Nei mesi di marzo e aprile del 1946, il primo appuntamento con le urne sono le elezioni amministrative in alcuni comuni. Un discreto numero di donne saranno elette nei Consigli Comunali e sei di loro ricopriranno la carica di Sindaco. A Milano sono quattro le consigliere elette: due di loro saranno nominate Assessore nella Giunta Comunale di Antonio Greppi e nel giugno del 1946 organizzeranno il primo convegno sul ruolo delle donne nei Consigli Comunali.

Il 2 giugno del 1946 l’elettorato femminile si presenta numerosissimo al voto per il Referendum istituzionale, che chiedeva al popolo italiano di scegliere per l’Italia tra Monarchia o Repubblica e per eleggere l’Assemblea Costituente: votarono circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini. All’Assemblea Costituente gli eletti furono 556, tra i quali 21 donne: le “Madri Costituenti”.

Gli 80 anni del voto alle donne e della nascita della Repubblica italiana possono essere un’occasione importante per un’analisi delle contraddizioni ancora esistenti, dei problemi non risolti, delle conquiste, che non sono mai definitive, di che  cosa c’è ancora da fare.

C’è ancora un lungo percorso da compiere e molto su cui intervenire: la preoccupante continua disparità nel mondo del lavoro e nelle retribuzioni, la condivisione delle responsabilità nel gestire il lavoro di cura nella famiglia, la continua esistenza di pregiudizi e stereotipi che alimentano la discriminazione di genere e anche comportamenti violenti.

Un evento che vuole essere un momento di riflessione, soprattutto per le giovani generazioni: quale la storia, quali gli sviluppi e oggi gli aspetti che contraddistinguono un diritto, che è alla base della democrazia nel nostro Paese, e che oggi vede troppo spesso una grave disaffezione.

La componente femminile e quella giovanile rivestono grande importanza nel forte astensionismo registrato negli ultimi anni nelle elezioni politiche, europee e locali, mentre è sempre stata massiccia la loro partecipazione ai Referendum costituzionali e abrogativi. Perché? Donne e giovani non hanno fiducia nella “politica” e conseguentemente nei partiti politici? Non si sentono rappresentati?

Filo conduttore dell’evento diffuso saranno  le installazioni, poste in più sedi culturali e Universitarie di Milano, che ripercorrono in modo figurativo la storia del lungo percorso del voto alle donne: si tratta di una serie di sagome, realizzate da Chiara Corio, con la raffigurazione di immagini simboliche di donne a fianco di urne appositamente ricostruite, in cui si invitano visitatrici e visitatori ad esprimere il loro parere, in forma assolutamente anonima, sul valore del diritto al voto e sul perché tale diritto sia spesso così poco esercitato.


Inaugurazione della nuova Mostra della COLLEZIONE RISSO: “INTERNAZIONALISMO” - Giovedì 8 Ottobre 2026 ore 18.00


INAUGURAZIONE della MOSTRA  di manifesti della RACCOLTA  RISSO

INTERNAZIONALISMO 

Giovedì 8 Ottobre ore 18.00  

presso l'esposizione di via G. Rotondi44/ Via 25 Aprile, 19 (interno) - Paderno Dugnano.

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In occasione della FERA de DUGNAN 

la mostra resterà aperta anche dal 9 al 15 Ottobre 2026 

dalle ore 10.00 alle ore 12.00

martedì, settembre 29, 2026

SANITA': Cosa è cambiato dal 15 Settembre 2026 per la prenotazione delle visite mediche - Info sullo SPORTELLO SALUTE di SPI-CGIL


In Lombardia dal 15 settembre ci sarà meno tempo per prenotare visite ed esami: cosa cambia e a cosa fare attenzione:

Per cercare di garantire le urgenze e migliorare la gestione delle liste di attesa,  da martedì 15 settembre 2026, si riduce il tempo a disposizione del paziente per prenotare le visite con priorità U (Urgente) e B (Breve)

Le prenotazioni

Le prestazioni di specialistica ambulatoriale; visite, esami e quanto altro, sono classificate a seconda della loro urgenza. 

  • La classe di priorità U (Urgente) include le prestazioni da erogare nel più breve tempo possibile e, comunque, entro le 72 ore successive alla presentazione dell’impegnativa. 
  • La classe con priorità B (Breve), da erogare entro 10 giorni, 
  • La classe con priorità D (Differibile), da erogare entro 30 giorni per le visite ed entro 60 giorni per le prestazioni strumentali e 
  • La classe con priorità P (Programmabile), da erogare entro 120 giorni. 

E fino a qui non cambia nulla

Quello che cambia è la validità delle ricette che prescrivono visite ed esami.

Fino al 15 settembre 2026, tutte le ricette, indipendentemente dalla classe di priorità avevano una scadenza pari a 180 giorni. 

Questo vuol dire che c’erano 6 mesi per effettuare la prenotazione, un lungo termine che è stato individuato come motivo di ingolfamento nello sviluppo delle liste d’attesa (!!!!)

Ora si cambia: dal 15 settembre le ricette emesse con

  • priorità U avranno una validità di 10 giorni dalla data di prescrizione 
  • priorità B avranno una validità di 30 giorni dalla data di prescrizione.

Per tutte le altre classi di priorità (D - Differibile e P - Programmabile) la durata di validità delle ricette SSR rimane pari a 180 giorni dalla data di prescrizione. 

Se il cittadino non prenota entro il limite previsto dalle ricette, la ricetta non sarà più utilizzabile.

C’è anche, nell’istanza del Codacons, un richiamo ai gestori del sistema delle prenotazioni e a chi regge il timone della sanità lombarda. “Qualora non sia possibile individuare una disponibilità compatibile con la classe di priorità della prescrizione – scrivono dal Codacons – devono essere attivati i percorsi previsti dal sistema sanitario per garantire l'erogazione della prestazione nei tempi stabiliti”. Per il Codacons è “inaccettabile” che un cittadino, di fronte alla risposta “non ci sono posti”, ritenga di avere come unica alternativa quella di pagare una visita privata.

Si invitano pertanto tutti gli utenti del sistema sanitario lombardo a verificare con attenzione la priorità indicata dal medico di base al momento della prescrizione, per evitare l’annullamento della ricetta. 
Il consiglio è anche conservare la documentazione relativa alla richiesta di prenotazione, soprattutto quando non viene trovata disponibilità nei tempi indicati. 

Ricordiamo che per i cittadini che ricevono prenotazioni delle visite con tempi SUPERIORI a quelli previsti per legge, in particolare per le visite P - Programmabili da erogare entro 120 giorni, che per fare rispettare i tempi è disponibile il servizio SPORTELLO SALUTE presso il Sindacato SPI_CGIL di Via Roma, 68 a Paderno Dugnano. 
Con la ricetta e la prenotazione della visita che supera i tempi previsti (es. 120 giorni) è possibile fare una richiesta all'ente ospedaliero dove è stata fatta la prenotazione affinché rispetti i tempi previsti.  
E' possibile fare richiesta anche nel caso in cui non è stata aperta la lista di attesa.

Le percentuali di successo rasentano il 100% !





LIBRO: "Il Novecento. Sulle spalle dei giganti. Il Secolo in dieci vite" di Enrico Deaglio

 

Una fotografia dei piedi di Bobbi Campbell appesa alla porta di una farmacia di Castro Street, nell’autunno del 1981; 
Rosa Parks, la donna nera che nel 1955, in Alabama, si era rifiutata di cedere a un uomo bianco il proprio posto sull’autobus, chiamata da Jesse Jackson, molti anni dopo, ormai anziana, sul palco della Convention democratica di Atlanta; 
Nelson Mandela, già Presidente del Sudafrica, aspetta paziente di andare in scena dietro le quinte di uno show televisivo nazionale, seduto su uno sgabello tra comparse, cavi elettrici e sponsor in abito da sera;
Madre Francesca Cabrini arriva a New Orleans, pochi giorni dopo un terribile linciaggio di immigrati italiani, sul finire dell’Ottocento, agli albori di una nuova epoca. 

È da dettagli minimi, quanto mai evocativi, dentro i quali s’addensano stagioni ed eventi, che Enrico Deaglio racconta il Novecento. 

A partire da dieci figure incontrate o intercettate nel corso della sua vita e del suo lavoro di giornalista: dieci lampi capaci di illuminare un intero secolo; storie personali che diventano punti d’osservazione su eventi più grandi, e sul modo in cui le iniziative dei singoli possono incidere sulla vita di molti. 
Con una scrittura che unisce memoria personale, reportage e riflessione storica, Deaglio attraversa un tempo segnato da violenze e promesse, fallimenti e possibilità. 
Al centro della sua narrazione, non ci sono soltanto i grandi avvenimenti, ma prima di tutto le scelte individuali: atti di coraggio, responsabilità, dissenso o semplice umanità che hanno contribuito a modificare il corso delle cose.

lunedì, settembre 28, 2026

Il paradosso generazionale: a 30 anni si comincia già a pensare alla vecchiaia, ma a 70 ci si sente ancora giovani

 

dal Corriere della Sera  del 20 Settembre 2026

La ricerca «Human After All» di Hearts United e Doxa, fotografa un paradosso generazionale: 
la consapevolezza di invecchiare arriva prima, ma la percezione di essere anziani si allontana con l’età.
A 30 anni gli italiani iniziano a pensare all’invecchiamento. Ma più gli anni passano, meno si sentono vecchi. È il paradosso che emerge dalla ricerca «Human After All», realizzata da Hearts United con Doxa su un campione rappresentativo di 2 mila italiani, presentata nell’ambito di Villa Futura, il format dedicato ai cambiamenti culturali che influenzano il rapporto tra persone, consumi e brand. 
Per il 26% degli italiani il momento in cui si comincia a riflettere sul proprio invecchiamento è tra i 25 e i 34 anni. La paura di invecchiare arriva a 30 anni

Mindful ed Ageless
Tra i 18 e i 24 anni si sente più giovane il 22% degli intervistati. 
La percentuale sale al 37% tra i 25-34enni, arriva al 58% tra i 35-44enni e raggiunge il 62% tra gli over 65. 
Sulla base di questo fenomeno diffuso, la ricerca divide la popolazione tra «Mindful», cioè quel 51% di italiani che pensa almeno occasionalmente al proprio invecchiamento, ed «Ageless», il 49% che si sente più giovane della propria età. 
Due categorie a cui potenzialmente si può appartenere contemporaneamente.

Invecchiare non sempre significa avere paura
La consapevolezza dell'età che avanza non produce automaticamente un sentimento negativo: tra i «Mindful», il 41% considera l'invecchiamento una parte naturale della vita, mentre solo il 19% ammette di averne paura. Il timore è particolarmente presente tra i 25-34enni, proprio la fascia nella quale più spesso emerge la prima riflessione sul tema. 
Per altri, invece, prendere coscienza del passare del tempo diventa uno stimolo a cambiare priorità: il 15% sente l'esigenza di gestire meglio tempo ed energie e il 13% dichiara di voler dedicare maggiore attenzione alla cura di sé. 
Per il 51% degli intervistati vivere meglio e più a lungo significa infatti occuparsi quotidianamente del proprio benessere, attraverso relazioni, qualità del sonno, movimento, alimentazione, benessere mentale e senso della vita.

Il rapporto con i brand

Un 13% degli intervistati anticipa ulteriormente questa consapevolezza, collocandola prima dei 25 anni. Complessivamente, il 51% degli intervistati afferma di pensare all’invecchiamento almeno qualche volta. Non si tratta però soltanto di una questione legata al corpo o al passare del tempo. Secondo la ricerca, a pesare sono anche le aspettative sociali associate alle diverse fasi della vita. 

Percorsi professionali meno lineari, maggiore difficoltà nel raggiungere l'autonomia economica e percorsi familiari meno prevedibili possono alimentare la sensazione di essere in ritardo rispetto alle tappe considerate tradizionalmente normali. A questo si aggiunge il confronto con modelli di successo e realizzazione personale diffusi attraverso i social.

Il quadro è ben diverso quando si passa dalla consapevolezza dell'invecchiamento alla percezione della propria età. 

Il 49% degli italiani dichiara infatti di sentirsi più giovane rispetto agli anni indicati dalla carta d'identità. Una sensazione aumenta proprio con l'età.

La consapevolezza dell'età che avanza non produce automaticamente un sentimento negativo: 

tra i «Mindful», il 41% considera l'invecchiamento una parte naturale della vita, mentre solo il 19% ammette di averne paura. Il timore è particolarmente presente tra i 25-34enni, proprio la fascia nella quale più spesso emerge la prima riflessione sul tema. 

Per altri, invece, prendere coscienza del passare del tempo diventa uno stimolo a cambiare priorità: il 15% sente l'esigenza di gestire meglio tempo ed energie e il 13% dichiara di voler dedicare maggiore attenzione alla cura di sé. Per il 51% degli intervistati vivere meglio e più a lungo significa infatti occuparsi quotidianamente del proprio benessere, attraverso relazioni, qualità del sonno, movimento, alimentazione, benessere mentale e senso della vita.

Il cambiamento nella percezione del tempo e dell'età si riflette anche sul rapporto con le marche. 

Il 31% degli italiani dichiara di sentirsi più vicino ai brand capaci di evolvere insieme ai bisogni delle diverse fasi della vita. Il 29% apprezza invece quelli in sintonia con il presente, mentre il 22% premia chi innova senza rendere la vita più complicata. La richiesta principale è quindi quella di prodotti utili, semplici e adatti alla vita reale, indicata dal 27% del campione. 

Una prospettiva che mette in discussione l'idea di utilizzare l'età anagrafica come principale criterio per descrivere consumatori e generazioni.

domenica, settembre 27, 2026

ReggioParmaFestival 2026: arti in movimento


Reggio Parma Festival 2026 | Il Giornale della Musica

Il Reggio Parma Festival presenta un cartellone 2026 che conferma la vocazione della rassegna a mettere in dialogo musica contemporanea, teatro, opera e nuova drammaturgia. Quattro nuovi appuntamenti, distribuiti tra Festival Aperto a Reggio Emilia, Festival Verdi/Ramificazioni e Teatro Festival a Parma, affiancheranno la terza edizione delle Giornate d’Autore, dedicate alla drammaturgia europea contemporanea. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatro Due e Fondazione Teatro Regio di Parma, con l’obiettivo di costruire un percorso condiviso tra due città e tre istituzioni teatrali.