lunedì, febbraio 24, 2025
Elenco NEGOZI e PUNTI RACCOLTA dove è possibile VOTARE su Modulo cartaceo con Firma - 24/02/2025 - Anche in Comune presso l' URP
LIBRO: “La Metamorfosi” di Franz Kafka
Più che mai attuale
La Metamorfosi, opera
emblematica di Franz Kafka, può essere interpretata attraverso una prospettiva
metafisica che rivela dimensioni profonde della decadenza spirituale e del
malessere esistenziale della modernità.
La storia di Gregor Samsa, che si
trasforma in un insetto mostruoso, simboleggia la disumanizzazione e
l’alienazione che colpiscono l’individuo nel mondo moderno, separato dalle
proprie radici spirituali.
Gregor, una volta una persona
comune, perde la sua essenza e diventa estraneo a sé stesso e agli altri,
incarnando così la condizione umana contemporanea, inondata di valori
materialisti e utilitaristici.
La reazione della famiglia Samsa,
che rifiuta Gregor dopo la sua trasformazione, mette in risalto l'incapacità
della società moderna di riconoscere e integrare gli aspetti spirituali e
trascendenti dell’esistenza.
Questa incapacità porta
all'isolamento, all'incomprensione e, infine, alla distruzione dell’individuo.
La perdita di identità e il
declino di Gregor riflettono la decadenza dell’uomo moderno, intrappolato nel
vortice di una vita privata del suo significato profondo.
Attraverso la sua storia, Kafka
evidenzia la fragilità e la vulnerabilità dell’uomo in un mondo che non ha
connessione con il sacro.
La trasformazione di Gregor
diventa quindi una potente metafora della decadenza spirituale,
dell’alienazione e della disperazione che derivano da questa separazione.
In generale, La Metamorfosi di
Kafka, vista da questa prospettiva, è una critica acuta della modernità e dei
suoi effetti sull’anima umana.
Ci invita a riflettere sui
pericoli dell’alienazione e della perdita di significato, sottolineando
l'importanza di riconnetterci per combinare i principi spirituali e metafisici
al fine di recuperare una vera comprensione della nostra esistenza.
domenica, febbraio 23, 2025
Il Di-Vino Galileo Galilei
Per un toscano o un veneto il
vino non è semplicemente una bevanda o un cibo o una fonte di euforia, ma un
simbolo della vita quotidiana, della convivialità e, per gli intellettuali, un
nutrimento della stessa ricerca del sapere. Galileo Galilei (1564-1642), che
visse i suoi anni giovanili tra Pisa e Firenze e poi la maturità a Padova prima
di tornare a Firenze, fu esposto sin da giovane alla tradizione enologica.
Il vino, oltre a essere una
componente fondamentale della dieta mediterranea, era — come lo è ancora oggi —
al centro di dibattiti filosofici e artistici. Pensiamo ai quadri di Tiziano,
Caravaggio o Guido Reni e agli scritti di Boccaccio, Poliziano, Lorenzo il
Magnifico e delle corti medicee, fino al poema Bacco in Toscana di
Francesco Redi, di pochi anni successivo a Galileo. Nell’ode Contro il
portar la toga scritta a venticinque anni durante la docenza triennale
presso l’ateneo pisano (la cui breve durata sembra in parte dovuta alla
volgarità dell’ode stessa nei confronti dei colleghi di rango superiore),
Galileo elenca le molte osterie di Pisa da lui frequentate, e discute la
correlazione inversa tra la bellezza delle bottiglie e la qualità del vino.
Galileo si trasferì a Padova nel
1592 e vi trascorse diciott’anni, da lui stesso poi definiti i migliori della
sua vita. Acquistò una casa in via dei Vignali (oggi via Galilei) con un
terreno a vigna, e cominciò a produrre vino. Oltre a produrlo, ne comperava e
ne riceveva in dono: vini veneti, rossi toscani e vini del sud della penisola e
della Grecia. Il suo allievo prediletto e biografo, Vincenzo Viviani, oggi
sepolto con lui in Santa Croce, scrisse che Galileo amava «l’esquisitezza e
varietà de’ vini d’ogni paese [...]: e tale era il diletto ch’egli aveva nella
delicatezza de’ vini e dell’uve e del modo di custodire le viti ch’egli stesso
di propria mano le potava e le legava negli orti delle sue ville, con
osservazione, diligenza e industria più che ordinaria, e in ogni tempo si
dilettò grandemente dell’agricoltura, che gli serviva insieme di passatempo e
d’occasione di filosofare».
Galileo stimava in circa quattro bozze la quantità di vino che quattro amici possono bere insieme in una serata di conversazione.
- L’unità di misura veneta di capacità era il mastello, che a Padova conteneva circa 71 litri (la quantità variava da città a città).
- Un mastello si divideva in 72 bozze (bottiglie di circa un litro);
- una bozza si divideva in 4 goti (bicchieri).
- Un goto equivaleva a circa il doppio dell’unità minima, detta «ombra», ancor oggi in uso in Veneto.
Galileo amava parlare di vino, in particolare con il suo allievo e poi amico Giovanfrancesco Sagredo. Dopo la prematura scomparsa di Sagredo nel 1620, Galileo lo renderà immortale facendolo protagonista del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) e dei Discorsi e dimostrazioni matematiche (1638). Sagredo introdusse Galileo nell’alta società veneziana e alla gioia di bere. Quando divenne tesoriere della Repubblica veneziana a Palma (oggi Palmanova), per invogliarlo a fargli visita, Sagredo gli descrisse con passione i vini friulani e istriani.
Nel novembre 1606 gli scrisse: «Quest’anno i vini da Buri [Buttrio] molto
famosi non sono riusciti dolci, et quelli da Rosazzo sono tra il dolce et il
garbo; ma nel costo riescono salati, poiché si vendono [...] a [...] l’istesso
che la Malvasia in Venetia. Io, con tutto questo, ne ho compro tre mastelli,
uno de’ quali ho mandato al Signor Donà Moresini [il Doge], che me lo ricercò,
uno si è quasi bevuto, et un altro si è fatto mez’acqua, né è cosa degna di lei.
Qui ho gustati vini d’Istria, moscateli e ribole assai buone, et l’anno venturo
spero farne qualche provisione per qualche amico et per qualche amica».
Moscatelli e ribolle, oggi ben
noti, erano già molto apprezzati all’epoca, come documentato nel Trattato
della coltivazione delle viti di Giovanni Vittorio Soderini pubblicato da
Giunti nel 1600, un ricco catalogo della biodiversità viticola dell’epoca, con
la descrizione di una cinquantina di varietà. Il pittore Bartolomeo Bimbi
(1648-1729) ha dipinto accuratamente queste uve.
A Galileo il vino suggeriva anche immagini poetiche.
Bellissima è la frase «Il vino è composto di umore e luce».
Insomma, per Galileo il vino, frutto dell’interazione tra sole, terra e acqua, era una testimonianza materiale dell’armonia del mondo. E anche dell’ingegno.
Galilei usò il vino rosso come «tracciante» in esperimenti di idraulica. In
particolare, nei suoi Discorsi e dimostrazioni matematiche descrive
un esperimento dal risultato sorprendente: «S’io empio d’acqua una palla di
cristallo, che abbia un foro angusto quant’è la grossezza d’un fil di paglia, e
così piena la volto con la bocca all’in giù, [...] se io presenterò a quel foro
un vaso con del vino rosso, che quasi insensibilmente è men grave dell’acqua,
lo vedremo subito con tratti rosseggianti lentamente ascendere per mezzo
l’acqua, e l’acqua con pari tardità scender per il vino, senza punto
mescolarsi, sin che finalmente la palla si empirà tutta di vino e l’acqua
calerà tutta nel fondo del vaso di sotto». Molti filosofi non ci credettero (anche
Alexandre Koyré nel XX secolo), ma Galileo aveva ragione: in assenza di
instabilità e turbolenze, i due liquidi si scambiano sorprendentemente di posto
senza mescolarsi.
Galileo applicò la scienza anche alla produzione del vino, in particolare nell’ultima parte della vita. Soprattutto dal 1617, quando si stabilì in una casa di Bellosguardo che aveva una buona vigna, e dal 1631 nella villa Il Gioiello di Arcetri — trovata dalla figlia primogenita e prediletta Virginia, divenuta suora col nome di Maria Celeste — Galileo si dedicò con assiduità alla viticoltura.
Il Gioiello disponeva di un’ampia vigna, confinante con il convento di suor Maria Celeste. Nella tecnica di vinificazione «alla toscana» l’uva veniva pestata nei tini e lasciata con le vinacce fino a venti giorni, poi il mosto veniva messo in piccole botti, tenute aperte fino al giorno di San Martino. Conclusa questa fermentazione, se il vino era buono si chiudevano le botti e si iniziava a berlo.
Questo metodo dava vini privi di «possanza» anche se con un tenore alcolico non lontano da quello dei vini odierni: poteva arrivare a 10 o perfino 13 gradi.
Ai tempi di Galileo la moda però stava cambiando: si stava passando a
vini più decisi, svinando le botti non prima di Natale. Accanto a vini comuni
ottenuti mescolando uve diverse si stava inoltre diffondendo l’usanza di vini
monovarietali.
Galileo inventò un metodo innovativo per fare il vino. Ne parla Viviani: «Per cavare da un medesimo tino il vino dolce e maturo, e far che vi resti l’agro, si faccia empiere il tino di uve senza ammostare in grappoli intieri, e si lasci così stare qualche poco di tempo; che sturando la cannella, uscirà vino maturo, che sarà quello dei grani delle uve più maturi, spremuti dal peso e carico proprio dei grappoli, che sono i primi a scoppiare, e dopo che sarà uscito tal vino dolce, pigiando et ammostando l’uve ne uscirà il vino assai meno maturo, anzi assai agro». Sono gli elementi di una tecnica oggi chiamata macerazione carbonica, vinificazione in un’atmosfera povera di ossigeno e ricca di anidride carbonica (la quale nella procedura di Galileo veniva prodotta dalla fermentazione in ambiente chiuso) che favorisce la formazione di aromi di frutti rossi e limita l’asprezza e l’astringenza.
Fu l’enologo francese Michel Flanzy a codificarla
nel 1934, dando origine ai vini novelli come il Beaujolais nouveau, venduto in
tutto il mondo dal terzo giovedì di novembre, e a produzioni come i vini
novelli italiani.
Grazie alla prestigiosa Accademia
dei Georgofili, che dal 1753 promuove studi legati all’agricoltura, è stata
ricostruita la cantina della villa di Galileo. Essa possedeva almeno tre botti
(di ciliegio, oggi poco usato ma che dava al vino profumi particolari), quattro
barili e gli strumenti necessari alla produzione. Le misure di capacità
normalmente utilizzate in Toscana venivano dalla tradizione medievale. Un
fiasco (all’epoca di Galileo privo dell’impagliatura, poi introdotta per
proteggere il vetro da urti e luce) conteneva circa 2,28 litri e corrispondeva
a otto quartucci; un barile conteneva 20 fiaschi, circa 46 litri. Le botti non
avevano una capacità standard, e corrispondevano a quattro barili ma anche a
sei. Galileo attingeva a vini di tipologie diverse «due e a quattro fiaschi per
volta, ora bianco, ora rosso» per evitare che si guastasse rimanendo nelle
botti.
Molte informazioni sul rapporto tra Galileo e il vino vengono dal suo carteggio, in particolare con la figlia Maria Celeste. Di lei possediamo 124 lettere al padre (dal 1623 alla sua morte nell’aprile 1634, otto anni prima della scomparsa di Galileo), e tra queste ben 36 menzionano il vino.
Sappiamo che Galileo produceva vino bianco (il preferito
di Maria Celeste) e rosso, e ne faceva dono alla figlia e alle sue consorelle
(fra cui l’altra figlia, suor Arcangela, con la quale Galileo non parlava). Tra
le uve bianche coltivate c’erano la verdea, casta poi caduta in disuso e
recentemente recuperata, citata anche nell’ode Contro il portar la toga, e
la lugliola. Sappiamo inoltre che il vino di Galileo non sempre riusciva buono
(lettera dell’ottobre 1633). Purtroppo non possediamo le risposte di Galileo,
probabilmente distrutte dalla superiora per timore di attirare sul convento
accuse di eresia.
Anche in Toscana Galileo non solo
produceva vino ma ne acquistava e ne riceveva in regalo. Dalla corte medicea
giungevano vini provenienti dalle cantine del Granduca o dalle fattorie. Non
mancavano grossi acquisti: suor Maria Celeste parla in una lettera del 1633
dell’arrivo da San Miniato di dieci barili di vino. Da un’altra missiva del
1634 sappiamo che Geri Bocchineri, segretario del Granduca Ferdinando II e
amico di Galileo, si offrì di procurargli «cinque barili, bianco, rosso,
ciliegiuolo, chiarello, claretto [i claretti venivano prodotti soprattutto in
Provenza], bruschetto, piccante, dolce, e di qualunque altro colore o sapore
che vostra signoria desideri». Galileo inviava salumi all’amico Ascanio
Piccolomini di Siena per averne in cambio vini prodotti in una vigna presso
Montalcino.
Avere una cantina ben fornita fu
per Galileo una grande consolazione. E quando il vino scarseggiava scriveva
lettere ansiose, come quella all’amico Benedetto Guerrini, nel nevoso marzo
1637, in cui afferma di preferire ormai il piacere del vino a quelli dell’amore
e del cibo, e di gradire i vini calabresi, siciliani e i claretti. «I freddi
eccessivi, l’uno della stagione e l’altro della mia vecchiaia, l’esser ridotto
al verde il regalo grande di due anni fa delli 100 fiaschi, [...] oltre
all’essermisi guastato il vino di due botticelle di questo del paese, mi
mettono in necessità di ricorrere al sussidio e favore di V. S. [...], 40
fiaschi, non curando punto di risparmio di spesa, perché risparmio tanto in
tutti gli altri gusti corporali, che posso lasciarmi andare a qualche cosa a
richiesta di Bacco, senza offesa delle sue compagne Venere e Cerere. Costì non
debbon mancare Scillo e Carino, né meno la patria del mio maestro Archimede
Siracusano; i Grechi, i Claretti ecc. Avranno, come spero, comodo di farmeli
capitare col ritorno delle casse della dispensa».
Un episodio curioso riguarda la
polemica sulla natura delle comete che vide contrapposti Galileo e il gesuita
Orazio Grassi, che culminò nell’opera Il Saggiatore (1623) in cui il
Maestro affermava di voler analizzare il problema con «bilancia esquisita e
giusta», per l’appunto una bilancia da saggiatore, in contrasto con la rozzezza
del suo rivale. Grassi gli rispose traducendo provocatoriamente «saggiatore» in
«assaggiatore», alludendo alla sua passione per il vino. Curiosamente, invece
di rispondere con sarcasmo, Galileo replicò stizzito.
Non sembra comunque che Galileo
abusasse del vino, se non raramente. Una leggenda vuole che appena giunto in
Veneto, dopo un’abbondante libagione in una villa sui colli di Costozza, egli
si fosse addormentato sulla bocca d’aria di un «ventidotto» (un condotto per
rinfrescare gli ambienti con aria proveniente da una grotta) e si fosse
risvegliato con dolori dai quali non guarì mai.
Periodi di difficoltà possono
favorire qualche eccesso, e Galileo ne ebbe diversi. In una lettera dolcissima
del 4 giugno 1633, a Roma per il processo che si sarebbe concluso con la sua
condanna, la figlia gli scrive: «Mi dispiace che le sue doglie non la lascino,
se bene par quasi necessario che il gusto ch’Ella sente nel bere cotesti vini
così eccellenti sia contrapesato da qualche dolore, acciò, astenendosi dal
berne maggior quantità, venga ad ovviare a qualche altro maggior nocumento che
potrebbe riceverne».
Quando nel 1638 ricevette la
visita di John Milton, che nel suo Paradiso perduto (1667) lo cita
ben tre volte (unico contemporaneo menzionato nel poema), Galileo era da poco
divenuto cieco. E particolarmente triste e «mal ridotto», come scrisse Viviani,
anche per il «sagrifìzio, per lui gravissimo, di dover rinunziare al vino,
contro l’abuso del quale e in termini amorevolissimi lo ammoniva la prediletta
sua primogenita».
Negli ultimi anni, inoltre, i
denti di Galileo si deteriorarono. L’autopsia rivela che «nella mandibula
superiore mancavano tutti i denti, fuori dei due ultimi molari, ed erano per la
vecchiezza totalmente aboliti gli alveoli; [al]la mandibula inferiore mancavano
parimente tutti i denti fuori che i quattro incisori, e i due ultimi molari».
Non è dunque escluso che il vino facesse da nutrimento al vecchio Galileo, il
quale, a quanto riferì Viviani, diceva: «Questo bere mi conduce alla bara».
La passione di Galileo per il vino, ampiamente documentata, ha in parte associato il genio toscano alla diffusa idea dell’ebbrezza alcolica come via privilegiata per accedere a verità nascoste o nuove forme di conoscenza.
Tuttavia, per quanto centrale nella vita di Galileo, e nonostante le raccomandazioni e talvolta i rimproveri della sua prediletta primogenita, questo rapporto pare restare abbastanza sano, anche in relazione ai costumi dell’epoca e alle abitudini di altri grandi scienziati contemporanei come Keplero.
In un periodo in cui il sapere era spesso soggetto
a censura e dogmi, e l’acqua non di rado risultava putrida, possiamo facilmente
immaginare Galileo sorseggiare un bicchiere di vino mentre rifletteva sulle
orbite planetarie o sulle leggi del moto, trovando in quella bevanda conforto e
ispirazione.
sabato, febbraio 22, 2025
LIBRO: Dare un'anima alla politica di Bruno Bignami
L’immagine evangelica del
lievito, non preoccupato della propria visibilità e tuttavia capace di far
fermentare la pasta, è il simbolo di una presenza allo stesso tempo serena e
ferma, pacifica ed efficace.
È così che possiamo pensare,
anche oggi, il ruolo dei cristiani in politica.
Il libro è diviso in due parti.
La prima è fondativa e
mostra come il cristianesimo tocca e forma le coscienze. La fraternità ha
profonde radici teologiche e si è affermata nel percorso della dottrina sociale
della Chiesa. Inoltre, chi si lascia interpellare dal mistero cristiano, e lo
celebra con fede, viene trasformato dal dono di Cristo e può offrire con
consapevolezza al mondo il dono delle proprie aspirazioni, visioni e
competenze.
La seconda parte raccoglie
alcune testimonianze di vissuto o di pensiero sulla spiritualità in politica.
Tina Anselmi, Maria Eletta Martini, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e David
Sassoli (per giungere quindi all’attualità) raccontano, attraverso la loro esperienza
in epoche diverse, differenti sfumature del rapporto tra spiritualità cristiana
e politica e mostrano di aver trovato nel vangelo una comune ispirazione a
prendersi cura del bene comune.
venerdì, febbraio 21, 2025
PAROLE O_STILI: Odio
L’odio si insinua nelle parole, si nutre di pregiudizi e cresce nei silenzi.
Non è
un’espressione di libertà, ma una scelta che ferisce, divide e crea muri.
Eppure l’odio è un’emozione antica quanto gli uomini e le donne, radicata nella paura, nell’incomprensione e nel dolore.
Nasce spesso dalla fragilità, odiamo soprattutto quando ci sentiamo minacciati o incapaci di accettare ciò che è diverso.
Odiando però, perdiamo l’occasione di capire.
Non possiamo sempre scegliere quello che ci accade, ma possiamo decidere come rispondere.
Possiamo riconoscere le nostre emozioni senza lasciare che ci dominino.
Possiamo sostituire l’odio con il coraggio di accettare, con la volontà di cercare punti di incontro, con l’apertura di chi non ha paura di guardare l’altra persona negli occhi.
Liberarsi dall’odio non significa dimenticare le ingiustizie o tollerare il male, ma trovare modi per affrontarlo senza restare intrappolati nella spirale della rabbia.
È una scelta consapevole per costruire il mondo
L’odio pesa, consuma.
LIBRO: “MOLLAMI – Educare i figli adolescenti e trovare la giusta distanza per farli crescere” di Daniele Novara
Quelli dell'adolescenza sono anni
che mettono alla prova sia i figli sia i genitori.
Un'età che può togliere serenità
in famiglia ma durante la quale si gettano le basi per aiutare le nostre
ragazze e i nostri ragazzi a diventare adulti consapevoli.
Quali strategie si possono
mettere in atto per guidarli in una fase così delicata?
Quali comportamenti sono da
adottare per continuare a essere presenti senza diventare soffocanti e
rispettando il loro bisogno di libertà?
In che modo i genitori si possono
aiutare tra loro nel nuovo gioco di squadra educativo?
Ed è possibile trovare un metodo
che consenta di orientarsi anche nei momenti di conflitto, crisi e smarrimento?
Daniele Novara - il più
importante pedagogista italiano e tra i massimi esperti nella gestione dei
conflitti - ci mostra come costruire un'organizzazione familiare adatta a
questo periodo di passaggio verso l'età adulta e suggerisce diverse modalità
pratiche e innovative - dalla tecnica del paletto all'ascolto senza commento,
dalle comunicazioni di servizio al silenzio attivo - che in questi anni hanno
già aiutato tanti genitori a vivere l'adolescenza dei figli senza inquietudine
e con la giusta distanza.
Perché, come ci ricorda l'autore,
davanti a noi abbiamo "ragazzi e ragazze in crescita che sgomitano per
conquistare la propria vita", e il nostro compito è quello di "avere
un progetto educativo, per rispondere alla necessità imperiosa e imprescindibile
che ci consegnano: hanno bisogno di noi, ma in un modo completamente diverso da
quando erano bambini".
giovedì, febbraio 20, 2025
mercoledì, febbraio 19, 2025
EUROSTAT: La classifica degli stipendi europei (reali)
E’ un grafico che fa
impressione. Lo trovate a questo link dell’ufficio di statistica europeo
dell’Eurostat, basta cliccare sulla mappa interattiva cliccando su ogni singolo
Paese e potrete capire la retribuzione netta media nei Paesi
Ocse parametrata al potere d’acquisto. Dunque, questa analisi ci
dice esattamente quanto si guadagna davvero. Cioè, quanto è il nostro vero
potere d’acquisto, secondo un calcolo medio delle retribuzioni nette nel nostro
Paese, per acquistare beni e servizi.
La valuta che certifica il
potere d’acquisto
La classifica ci dice che siamo
ultimi tra i grandi Paesi occidentali, dietro a Francia, Germania e Spagna, che
per economie e modello di sviluppo, demografia e stato sociale, somigliano a
noi (qui la classifica in valori assoluti dei principali Paesi). I
dati si riferiscono all’anno 2023, l’ultimo disponibile confrontando i valori
nei Paesi Ocse.
La parola chiave è il Purchasing
Power Standard (PPS), una valuta artificiale che certifica lo
stesso potere d’acquisto in tutti i Paesi.
Mille PPS in Italia ci permettono di acquistare gli stessi beni e servizi di mille PPS in Svizzera.
La
conversione tra euro (o un’altra valuta) non è costante ma cambia per ogni
Paese.
Quali sono i salari reali
medi
In questo modo possiamo vedere i
reali dati su quanto si guadagna in Italia e nel resto dei Paesi avanzati.
La classifica si riferisce alla
retribuzione netta di una persona single senza figli.
Nell’Unione europea nel 2023 è
stata di 27,5 mila PPS, contro una media italiana di circa 24 mila PPS. La
media dell’Ue è del 15% maggiore di quella italiana.
La Svizzera svetta in testa
con oltre 47 mila PPS di stipendio netto medio.
A seguire i Paesi Bassi con oltre
38mila, la Norvegia, il Lussemburgo, l’Austria, la Germania (con quasi 35mila
PPS all’anno).
In Germania lo stipendio medio
per una persona single senza figli è di 34,9 mila PPS, in Francia di 28,5 mila
PPS e in Spagna di 24,5 mila.
Lo stipendio medio tedesco è
maggiore a quello italiano del 45 per cento, quello francese del 18% e
quello spagnolo del 2%. Tra i grandi Paesi europei, l’Italia è dove si guadagna
di meno a parità di costo della vita.
In Italia penalizzati i
redditi sopra i 50 mila euro all’anno
Questo grafico testimonia quello
che è avvenuto negli ultimi anni. I
bonus e le detrazioni che si sono stratificati negli anni hanno creato una
tassazione dei redditi da lavoro caotica. Ci sono casi in cui a un
aumento dello stipendio lordo corrisponde una diminuzione di quello
netto. Queste modifiche hanno ignorato le fasce di reddito medio-alto
(sopra i 40.000 euro lordi annui, corrispondenti a circa 2.100 euro netti
mensili). Un lavoratore che guadagna 50.000 euro si trova così a pagare la
stessa imposta marginale di un dirigente che ne guadagna 200.000 euro.
Un’anomalia dell’Irpef italiana è quella di avere la soglia dello scaglione
maggiore a un livello molto basso; questo livello era 75.000 euro ma è stato
ridotto ulteriormente a 50.000 euro nel 2021.
La fuga dei talenti
Per questo i talenti decidono di trasferirsi altrove, in base alla qualità della vita che quel Paese offre loro. Dipende da una molteplicità di fattori ogni scelta di vita, certo: la disponibilità di servizi, le reti sociali, la famiglia e la soddisfazione personale.
Ma è indubitabile che il salario e le tasse pagate sui redditi giochino un ruolo decisivo.
I giovani hanno meno necessità di servizi: necessitano meno di servizi sanitari e, non avendo ancora figli, di servizi per l’infanzia. Un altro fattore fondamentale è la formazione, dato che un lavoro che insegna competenze importanti può garantire un salario più alto in futuro. Ecco in tutti parametri siamo in grande ritardo (qui puoi leggere il caso del Portogallo che ha azzerato il costo del lavoro sui giovani cercando di attrarli: il lordo per loro diventa netto)
martedì, febbraio 18, 2025
LIBRO: La dieta amica del clima
Il libro “La dieta amica del clima” si
propone come una guida completa e aggiornata sul legame cruciale tra cibo e
cambiamento climatico. Gli autori, esperti nel settore, analizzano in dettaglio
l’impatto
ambientale delle nostre scelte alimentari, offrendo al contempo strumenti
pratici per orientarsi verso un consumo più sostenibile.
Il libro non si limita a
denunciare l’impronta ecologica del sistema alimentare attuale, ma ne
analizza le cause profonde, fornendo dati e informazioni scientifiche
aggiornate. Si parte dall’impatto della produzione agricola, passando per la
trasformazione industriale, fino ad arrivare al consumo e allo spreco
alimentare.
Uno degli elementi
distintivi del libro è il “food ranking”, un sistema di
classificazione che permette di confrontare l’impronta carbonica dei diversi alimenti. Questo strumento si
rivela prezioso per fare scelte consapevoli al momento della spesa,
privilegiando i prodotti a minore impatto ambientale.
Il libro non si limita a
fornire informazioni teoriche, ma offre anche una serie di consigli pratici per
adottare un’alimentazione più sostenibile. Suggerimenti che spaziano
dalla scelta di prodotti locali e di stagione alla riduzione del consumo di
carne, dall’attenzione all’imballaggio all’impegno nella lotta contro lo spreco
alimentare.
Vengono inoltre approfonditi temi specifici legati al cibo e all’ambiente, come
l’importanza dell’acqua,
il ruolo dei latticini, l’impatto della pesca e dell’acquacoltura, e l’importanza di un’agricoltura sostenibile.
“La dieta amica del clima” si rivolge a un pubblico ampio e
variegato, dai consumatori più attenti e consapevoli agli operatori del settore
alimentare, dagli studenti ai semplici curiosi. Il linguaggio è chiaro e
accessibile, e le informazioni fornite sono supportate da dati scientifici
rigorosi.
Il libro si conclude con un invito all’azione, sottolineando come le scelte
individuali di ciascuno possano fare la differenza nel contrastare il
cambiamento climatico. Un piccolo cambiamento nelle nostre abitudini alimentari
può contribuire a costruire un futuro più sostenibile per tutti.
Gli autori:
Giuliano
Rancilio è ricercatore al Politecnico di Milano, nel
Dipartimento di Energia. Nella sua attività di ricerca lavora sui temi della
transizione ecologica e della decarbonizzazione. In particolare, si occupa di
energie rinnovabili, di mobilità sostenibile, di regolazione e policy dei
sistemi elettrici, di iniziative di sostenibilità dal basso come le comunità energetiche.
È docente presso il Politecnico nei corsi di laurea in Ingegneria energetica ed
elettrica.
Davide Gibin attualmente lavora presso l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Ha
conseguito una laurea magistrale al Politecnico di Milano nel 2015 con una tesi
sull’impatto ambientale della produzione e consumo di cibo, ha inoltre svolto
un dottorato sulla stessa tematica nel 2021 presso l’Università di Brescia.












