venerdì, luglio 31, 2026
LIBRO: "Gelosia" di Barbara Alberti
giovedì, luglio 30, 2026
LIBRO: "Aprire lo sguardo. 15 fotografie che raccontano l'Italia" di Alessandra Mauro
In Aprire lo sguardo Alessandra Mauro raccoglie 15 fotografie memorabili che, nel comporre il «mosaico visuale» del nostro paese, testimoniano «come lo abbiamo ritratto e come ci siamo ritratti» negli anni.
È un viaggio che abbraccia l’Italia intera e che inizia quasi due secoli fa, con una delle prime vedute di Roma realizzata da Giacomo Caneva nel 1847.
In una rassegna di grande forza evocativa, sfilano volti, luoghi, momenti: dall’arresto di un giovane Benito Mussolini, immortalato da Adolfo Porry-Pastorel nel 1915, agli innovativi ritratti di Wanda Wulz, alla realtà manicomiale documentata da Gianni Berengo Gardin nel 1968, fino alla fotografia di moda di Ferdinando Scianna e allo studio del tessuto urbano condotto da Gabriele Basilico.
Dall’autoritratto al reportage di guerra, dai primi tentativi di fotogiornalismo alle testimonianze visive di una società che cambia, Mauro intreccia così l’evoluzione della ricerca fotografica e la storia del nostro paese attraverso le opere di alcuni tra gli autori italiani più significativi di tutti i tempi.
Mezzo di espressione, pratica artistica, strumento di denuncia; nel racconto appassionante di Alessandra Mauro la fotografia si rivela testimone ineguagliata del nostro passato.
mercoledì, luglio 29, 2026
LIBRO: "Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti" di Matteo Lancini
martedì, luglio 28, 2026
LIBRO: "Dalla parte del suolo. L'ecosistema invisibile" di Paolo Pileri
lunedì, luglio 27, 2026
La pace, sostantivo femminile. Il pensiero femminista come fondamento dell’etica nonviolenta e della cura dell’umano di Laura Tussi
Nel panorama del pensiero critico contemporaneo, il contributo teorico e pratico dei movimenti femministi rappresenta una delle trasformazioni più profonde nella comprensione dell’essere umano e delle sue forme di convivenza. Lungi dall’essere una mera istanza rivendicativa di settore, il femminismo si declina come un’autentica ermeneutica dell’esistenza, capace di disvelare la complessità delle relazioni sociali, di ridefinire il concetto di democrazia e di offrire una nuova grammatica epistemologica.
Alla base di questa riflessione vi è il riconoscimento che l’umanità non si costituisce come un blocco omogeneo e astratto, bensì come un insieme plurale di soggettività, ciascuna portatrice di una singolarità irriducibile. Il principio di uguaglianza nei diritti non viene dunque concepito in termini di omologazione, ma come un’istanza che trae forza proprio dalla valorizzazione delle differenze. In questa prospettiva, il corpo cessa di essere un mero supporto biologico per diventare il luogo primario dell’esperienza, del sapere e dell’azione politica. Riconoscere che noi siamo i nostri corpi significa radicare la conoscenza e la politica nella concretezza della vita materiale, superando quel dualismo cartesiano che, per secoli, ha subordinato il sensibile all’astratto.
L’intuizione secondo cui la sfera personale e quella politica non sono separate da un abisso rappresenta un altro pilastro fondamentale di questo paradigma. L’esperienza individuale non è mai privata nel senso di isolata dal contesto sociale; al contrario, le strutture di potere plasmano il quotidiano, l’intimità e le relazioni interpersonali. L’atto di partire da sé non è, quindi, un esercizio egocentrico, ma una metodologia intellettuale e politica che consente di decostruire le narrazioni universalistiche e neutrali – quasi sempre espressione dell’egemonia patriarcale – per approdare a un autentico incontro con l’altro. La pluralità e la relazione emergono così come le modalità ontologiche proprie dell’umanità: l’individuo non preesiste alla relazione, ma si costituisce attraverso di essa.
Questa consapevolezza relazionale porta con sé una decisa critica strutturale a tutte le forme di autoritarismo, militarismo e dogmatismo, individuate come espressioni di una logica di dominazione che trova una delle sue principali radici storicamente determinate nel maschilismo e nel patriarcato. L’organizzazione sociale fondata sulla sopraffazione viene così messa radicalmente in discussione: la violenza non è un elemento ineludibile della natura umana, ma il prodotto di modelli culturali e istituzionali oppressivi. Di conseguenza, il femminismo si configura come una delle più alte espressioni storiche della nonviolenza, la sua corrente più vitale e trasformativa. La nonviolenza femminista non si risolve in una passiva astensione dal conflitto, ma nell’esercizio attivo della compassione, dell’ascolto e della cura come strumenti fondamentali di liberazione.
Il compito comune che ne deriva supera i confini tradizionali della politica formale per abbracciare un’etica della responsabilità globale. Generare e proteggere la vita, prendersi cura delle persone e della biosfera, opporsi a ogni forma di sfruttamento, umiliazione e devastazione ecologica diventano imperativi strettamente interconnessi. La lotta contro l’oppressione umana e quella per la salvaguardia del pianeta condividono la medesima urgenza etica e la stessa radice critica.
In ultima analisi, parlare di femminismo al singolare rischia di oscurare la ricchezza di un autentico arcipelago di prospettive. È più corretto declinare il termine al plurale, riconoscendo la pluralità dei pensieri e dei movimenti delle donne che hanno saputo, nel tempo, rinnovare il senso della liberazione collettiva. Questo percorso di autocoscienza continua a offrire all’umanità non solo gli strumenti per denunciare l’ingiustizia, ma soprattutto un orizzonte di senso nel quale la compassione, la cura e il rispetto per la vita diventano le fondamenta di una nuova civiltà.
domenica, luglio 26, 2026
LIBRO:" L'omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)" di Miguel Gotor
sabato, luglio 25, 2026
PEACE WALK: un pellegrinaggio collettivo europeo per la PACE, fino a Gerusalemme. Unisciti anche tu, magari solo per un giorno...
Se non sai cosa fare, cammina.
La Peacewalk è un pellegrinaggio collettivo per la pace—un
viaggio attraverso l'Europa fino ad Al-Quds/Gerusalemme, seguendo la JERUSALEM WAY,
il cammino di pace più lungo al mondo.
In un periodo di profonda divisione e conflitto, la
Peacewalk unisce persone di culture, religioni e nazioni per camminare fianco a
fianco. È un atto sia simbolico che pratico: un modo per incarnare la pace,
imparare da chi la costruisce sul campo e sostenere iniziative che mantengono
viva la speranza.
La passeggiata per la pace è più di un viaggio fisico, è una
scuola per la pace, un festival itinerante e una campagna di raccolta fondi.
Per maggiori informazioni: Peacewalk
Una scuola per la pace: Camminare con i costruttori di pace palestinesi e israeliani di base, imparando dal loro coraggio e dalla loro saggezza.
Un festival itinerante: Con arte, musica e incontri culturali lungo il percorso. Vorresti organizzare un festival lungo la strada? Contattaci.
Una campagna di raccolta fondi: Non puoi camminare con noi? Puoi comunque fare la differenza. Il vostro sostegno aiuta a finanziare iniziative essenziali per la pace e mantiene viva la visione della Peacewalk in tutta la regione.
Il cammino è iniziato il 31 Gennaio 2026 in Spagna a Finisterra e da altre città d'Europa hanno già iniziato a camminare. In Italia partirà da Vicenza il 19 Agosto per arrivare a poi a Trieste dove si unirà ad altri cammini. L'arrivo a Gerusalemme è previsto per Maggio 2027. Itinerari – Peacewalk
venerdì, luglio 24, 2026
Parole O_Stili: lo scroll compulsivo del telefono
giovedì, luglio 23, 2026
LIBRO: "AAA Cercasi" di Sarah Zambello (Autrice) e Cristina Portolano (Illustratrice)
Annunci illustrati alla ricerca di madri e figlie perfette. «Cercasi madre che non si arrabbi mai» o «Cercasi figlia umile causa esaurimento di scorte di pazienza». Fino ad arrivare a «Cedesi mamma, la regalo a chi se la viene a prendere!».
Dalle prime pagine in cui le schermaglie di annunci indicano un conflitto aperto e il desiderio di sbarazzarsi l’una dell’altra, gli annunci man mano cambiano raccontando una cessazione delle ostilità e un desiderio di entrambe di avvicinarsi, fino ad arrivare a un accordo in cui si contemplano meno pretese e molti abbracci.
mercoledì, luglio 22, 2026
LIBRO: "Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica" di Carlo Bonini e Franco Gabrielli
La sicurezza è diventata il terreno su cui questa destra ha costruito egemonia politica. Un campo simbolico e materiale abbandonato troppo a lungo dalle forze progressiste, consegnato a una narrazione semplificata, muscolare, fondata sulla paura e sulla costruzione del nemico. Ma è davvero inevitabile che sicurezza significhi repressione, esclusione, riduzione dei diritti?
Attraversando i nodi più controversi del presente – migrazioni, città, ordine pubblico, carcere, uso della forza, cybersicurezza –, questo libro smonta il paradigma securitario dominante e ne mostra le contraddizioni: una macchina politica che promette sicurezza ma produce insicurezza, che moltiplica le norme senza risolvere i problemi, che divide la società mentre pretende di difenderla.
Contro la paura è insieme un’analisi e un manifesto. Un atto d’accusa verso le politiche delle destre di governo, ma anche verso le ambiguità di un campo progressista che ha rinunciato a elaborare una propria idea di sicurezza. Qui prende forma un’alternativa: una sicurezza democratica e relazionale, fondata sulla responsabilità pubblica, sulla trasparenza, sulla prevenzione e sulla capacità di tenere insieme le persone invece di contrapporle.
Perché la vera sfida non è scegliere tra sicurezza e libertà. È costruire una sicurezza che non le metta mai in alternativa.
martedì, luglio 21, 2026
Per sentirsi in vacanza non serve partire
da L'Internazionale del 10 Luglio 2026 di Emma Poesy, Le Monde, Francia
Che sia per ragioni economiche, ambientali o per riposarsi davvero, sempre più persone rinunciano ai grandi viaggi e riscoprono un rapporto più sereno con il tempo libero.
Fino a poco tempo fa Sylvie, 36 anni (che come le altre persone citate in questo articolo preferisce non rivelare il suo cognome), era abituata a viaggiare ogni volta che poteva prendere le ferie.
Poi una sera, davanti al computer, mentre stava per prenotare i biglietti del treno e gli alberghi per un soggiorno in Spagna, ha avuto un’illuminazione: “Mi sono chiesta perché stavo organizzando una vacanza anche se, in quel momento, non avevo voglia di partire”, racconta.
Sylvie, che è responsabile della comunicazione in una grande azienda parigina, conosceva già la risposta a quella domanda. “Nel mio ambiente sociale, piuttosto privilegiato, è quasi un obbligo: le ferie sono associate ai viaggi lontani, come se fosse indispensabile fuggire dal proprio quotidiano appena si ha un po’ di tempo libero”.
Eppure, in Francia solo il 60 per cento delle persone parte per una vacanza almeno una volta all’anno, secondo uno studio dell’Osservatorio delle disuguaglianze pubblicato nel giugno 2025.
Ma anche se i viaggi di piacere sono tutt’altro che la norma, hanno un ruolo enorme nell’immaginario collettivo, a sua volta alimentato dall’industria del turismo e dai social media, su cui ogni giorno circolano milioni di foto di paesaggi da cartolina.
È proprio questa rappresentazione che cercano di smontare tutti quelli che invece non partono, vuoi per ragioni economiche, per considerazioni ambientali o per ostilità nei confronti del turismo di massa (e a volte per tutte queste cose insieme).
Restando nel suo appartamento per tutta la durata delle ferie, Sylvie ha deciso di “ascoltarsi davvero”. “Invece di completare una prenotazione che non mi emozionava affatto, mi sono chiesta cosa mi sarebbe piaciuto fare qui a Bagnolet”, racconta riferendosi al comune nella periferia di Parigi in cui vive. Per dieci giorni si è concessa soprattutto il lusso di non fare nulla e di provare a “liberarsi dell’abitudine di ottimizzare costantemente il tempo”, cosa che associa ai suoi ritmi quotidiani.
Un turismo diverso
Sylvie ha passeggiato senza meta per le strade di Parigi, ha letto fino a notte fonda e ha frequentato per la prima volta quei corsi di ceramica di due ore e mezza che la incuriosivano da un po’ ma che non osava prenotare per paura di non avere abbastanza tempo.
Alla fine dei dieci giorni di ferie il bilancio era chiaro: “Per la prima volta sono uscita dall’abitudine di ‘fare’ senza mai fermarmi, per provare semplicemente a ‘essere’”, racconta entusiasta.
Secondo l’antropologa Aude Vidal il desiderio di dedicare più tempo a se stessi potrebbe essere legato anche ai cambiamenti del turismo. “Con la comparsa di Airbnb e il sovraffollamento delle mete turistiche, l’esperienza del viaggio è considerevolmente peggiorata”, sottolinea l’autrice di Dévorer le monde (Divorare il mondo).
“Molte città come Barcellona o Amsterdam hanno finito per somigliare a dei musei e questo rende il viaggio meno interessante o addirittura spiacevole se c’è troppa gente e i residenti diventano poco ospitali”, dice Vidal. “Queste esperienze possono provocare una certa delusione, oltre ad alimentare la crisi ecologica”.
Laura, 27 anni, da qualche mese ha rinunciato ai viaggi in Europa e ai lunghi fine settimana di vacanza. Residente a Grenoble, preferisce usare le ferie per dedicarsi a tutti quei piaceri che il suo lavoro di receptionist non le lascia il tempo di concedersi.
Durante le ferie diventa una turista nella sua città: “Mi piace scoprire nuove cose sul luogo in cui vivo. Anche attraverso gesti molto semplici: esplorare vicoli a cui non ho mai fatto caso, aprire il cancello di giardini che non conosco, entrare nei piccoli negozi in cui di solito non riesco a fermarmi”.
Di recente Laura ha scoperto l’enorme museo di Grenoble, dove ha passato quattro ore a osservare le opere esposte.
“Ho potuto soffermarmi su tutto quello che mi interessava, senza dovermi preoccupare del tempo”, racconta. “Può sembrare una cosa da poco, ma è molto diverso da quello che succede quando si è in viaggio e si sente il bisogno di sfruttare ogni secondo al massimo perché si è speso molto per arrivare fin lì”.
Arnaud, 33 anni, già da qualche anno preferisce dedicare un po’ di tempo a se stesso invece di partire per destinazioni lontane. Chef e residente a Nancy, ha sempre amato viaggiare, ma è anche consapevole che “partire non significa davvero riposare. Solo il viaggio, con tutti gli spostamenti, basta a farti perdere un giorno di vacanza, a volte anche di più”.
Arnaud non esclude in futuro di ripartire per una meta lontana – gli piacerebbe andare in Giappone o in Nuova Zelanda – ma oggi preferisce la serenità delle lunghe notti libere rispetto alle grandi partenze. “Quello che mi piace è guardare serie tv una dopo l’altra e uscire con gli amici senza preoccuparmi di arrivare al lavoro esausto il giorno dopo”, spiega.
Forma di privilegio
Marie, insegnante di yoga di 43 anni che vive a Metz, durante le ferie resta spesso in città con i suoi due figli, dedicandosi ai lavoretti in casa e a coltivare l’orto. Questa viaggiatrice quasi pentita preferisce ormai ai lunghi soggiorni le passeggiate e le escursioni in giornata, che le permettono di soddisfare la sua curiosità senza il carico mentale legato alla genitorialità.
“Partire con i figli comporta inevitabilmente un grande impegno logistico”, racconta. “Bisogna fare e disfare i bagagli, ma anche programmare le vacanze in modo che vadano bene per tutti. Tutto questo toglie serenità”.
Secondo il sociologo e autore Rodolphe Christin, che si è occupato molto di viaggi e turismo, imparare a restare a casa implica comunque un lavoro su se stessi: “Quando la nostra esistenza non è riempita dagli stimoli esterni, siamo portati a fare luce su ciò che ci motiva come individui”.
“In altre parole, per essere un po’ meno permeabili alle pressioni della pubblicità e delle norme sociali bisogna riuscire a ‘decondizionarsi’ e scoprire quello che ci appassiona davvero”, dice Christin, sottolineando però che lavorare su se stessi resta comunque “una forma di privilegio”
lunedì, luglio 20, 2026
LIBRO: "La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo" di Elena Granata
domenica, luglio 19, 2026
LIBRO: "Essere nonni nell'era della scienza: Una guida per unire l'amore di ieri alla scienza di oggi" di Elena Acquadro
C'è un amore che non si insegna e non si dimentica. È quello con cui avete cresciuto i vostri figli.
Notti passate svegli, mani che conoscevano ogni gesto, la pazienza infinita di chi c'è sempre.
Quei figli oggi sono diventati grandi, e vi hanno fatto il dono più bello: un nipote da amare di nuovo, con la stessa dedizione di allora e tutta la dolcezza in più che solo i nonni sanno dare.
Questo libro nasce da lì, e mette accanto a quell'amore ciò che la ricerca ha scoperto negli ultimi trent'anni sui più piccoli.
Perché un neonato riposa più sicuro sulla schiena, perché un pianto accolto aiuta il bambino a calmarsi davvero, perché lo svezzamento di oggi segue strade nuove.
Ogni capitolo, dalla nanna alla febbre, poggia su fonti reali e verificabili, dalla Società Italiana di Pediatria alle principali istituzioni scientifiche internazionali. Centotrentadue studi citati, una bibliografia completa a fine volume.
Niente sentito dire, solo conoscenza documentata, raccontata con parole semplici e con calore.
Perché la scienza, qui, non serve a correggere nessuno. Serve a dare ancora più forza a ciò che sapete già fare meglio di chiunque: amare quel bambino.
E di una cosa siamo certi. Non potrebbe essere in mani migliori delle vostre.
Scritto da Elena Acquadro, dottoressa in Psicologia, specializzata nella comunicazione della salute.
sabato, luglio 18, 2026
La «flat tax» per super ricchi stranieri è un successo: ma quanto pesa sulle città?
Il Fisco potrebbe arrivare a incassare fino a 1,7 miliardi di euro dalle imposte dirette versate dai grandi patrimoni trasferitisi in Italia. È lo scenario stimato da uno studio di Assonime, che colloca questo possibile risultato entro il 2040. L’analisi sottolinea come le variabili in gioco siano numerose. Nel periodo compreso tra il 2017 e il 2040, le compravendite immobiliari riconducibili a questi contribuenti sarebbero pari a circa 16,8 miliardi di euro, con un possibile gettito fiscale associato fino a 1,38 miliardi. Secondo lo studio, la presenza di questi soggetti può generare effetti economici più ampi, tra cui assunzioni di personale, investimenti nel mattone, interventi di ristrutturazione, consumi, apertura di società e stabili organizzazioni in Italia (con relativa tassazione nel Paese), oltre a una domanda costante di servizi professionali qualificati e iniziative di filantropia culturale.
Come funziona questo regime
Il regime agevolato oggi prevede un’imposta sostitutiva sui redditi esteri pari a 300mila euro annui per chi trasferisce la residenza fiscale in Italia (importo aumentato dal 1° gennaio; in precedenza era di 200mila euro per i nuovi ingressi dal 10 agosto 2024 e di 100mila per quelli antecedenti). Per i familiari inclusi nel regime, il contributo è pari a 50mila euro, ridotto a 25mila per i trasferimenti precedenti al 2026. La flat tax continua, dunque, a registrare un crescente successo, ma alimenta allo stesso tempo anche interrogativi su equità fiscale, trasparenza e compatibilità con i principi costituzionali. Il meccanismo consente a chi trasferisce la residenza fiscale in Italia dopo almeno nove anni all’estero di pagare un’imposta forfettaria sui redditi prodotti fuori dal Paese, sostituendo integralmente l’Irpef ordinaria. Un regime che, di fatto, esclude la tassazione progressiva e non richiede la trasparenza dettagliata dei redditi esteri.
Quanti sono i beneficiari
Nel 2024 i beneficiari sono saliti a 1.923, tra titolari e familiari, contribuendo al gettito con circa 153 milioni di euro. Tuttavia, non è possibile stabilire quanto lo Stato avrebbe incassato applicando il sistema fiscale ordinario, né misurare con precisione il reale vantaggio fiscale concesso ai contribuenti coinvolti. Proprio su questo punto si concentra la Corte dei conti, che solleva criticità rilevanti: il regime «per i super ricchi stranieri» rischia di generare «gravi disparità di trattamento» e potrebbe non essere coerente con il principio costituzionale della contribuzione in base alla capacità contributiva. I magistrati contabili parlano esplicitamente della necessità di verificarne la «effettiva razionalità».
Il rischio di mancati investimenti
Un elemento critico riguarda l’assenza di valutazioni ex post: non esistono analisi sistematiche che dimostrino se la misura abbia realmente attratto investimenti produttivi, come previsto nelle intenzioni originarie. In altre parole, non è chiaro se il beneficio fiscale si traduca in un ritorno economico proporzionato per il Paese. Il regime appare invece sempre più come uno strumento di competizione fiscale internazionale, che attrae soggetti con redditi globali elevati, spesso per ragioni lavorative o personali. Una dinamica che, secondo la Corte, non coincide necessariamente con l’arrivo di nuovi investimenti strutturali nell’economia reale.
I redditi dichiarati da lavoro dipendente
I dati mostrano che meno della metà dei beneficiari produce redditi in Italia e che la maggioranza dei redditi dichiarati deriva da lavoro dipendente. Ciò rafforza l’ipotesi che il sistema attragga soprattutto professionisti e figure altamente mobili, più che investitori di lungo periodo. Il confronto con altri regimi fiscali agevolati – come quello per i lavoratori impatriati o per docenti e ricercatori – evidenzia una forte asimmetria: mentre questi prevedono condizioni più vincolanti e controlli più stringenti, la flat tax per i neo-residenti risulta molto più favorevole e meno condizionata da obblighi di investimento o creazione di valore interno.
L’impossibilità di stimare il gettito mancato
Il tema centrale diventa quindi quello dell’equità: a parità di capacità economica globale, due contribuenti possono essere trattati in modo profondamente diverso in base alla residenza fiscale, con un vantaggio significativo per chi rientra nel regime agevolato. Sul piano delle entrate, il sistema garantisce oggi flussi crescenti – circa 469 milioni tra il 2020 e il 2024 – ma resta incerta la valutazione complessiva del suo impatto netto. Non solo per l’impossibilità di stimare il gettito «mancato», ma anche per la difficoltà di contabilizzare eventuali benefici indiretti.
La concorrenza fiscale tra Paesi europei
C’è poi il problema della concorrenza fiscale tra paesi europei. La Ue è nata con l’obiettivo di avere un grande mercato comune con regole uguali in tutti i paesi. «Queste iniziative invece spingono gli altri Paesi alla corsa al ribasso adottando misure simili. Oggi l’Italia beneficia di scelte che vanno in direzione opposta prese dal Regno Unito - dice Massimo Baldini, professore di Politica Economica nell'Università di Modena e Reggio Emilia - che ha aumentato le imposte sui non residenti».
venerdì, luglio 17, 2026
LIBRO: "In parole povere: I dialetti italiani tra memoria e futuro" di Franco Brevini
I dialetti, insomma, sono voci che vengono da lontano, ma che si ostinano a guardare al domani.
giovedì, luglio 16, 2026
Perché i femminicidi sono in crescita? di Dacia Maraini
mercoledì, luglio 15, 2026
LIBRO: "Anche i figli hanno dei doveri. Per un'educazione all'impegno e alla gratitudine" di Osvaldo Poli
Un saggio brillante, ironico e controcorrente, che propone una nuova via per l'educazione dei figli. Osvaldo Poli non offre ricette magiche, ma restituisce ai genitori la «legittima autorevolezza» di chi sa che un'educazione ferma non è un atto di potere, ma la forma più alta di cura.
martedì, luglio 14, 2026
Come tenere a freno l’invidia e la gelosia
da L'Internazionale del 3 Luglio 2026 di Anna van den Breemer, de Volkskrant, Paesi Bassi
Il confronto con gli altri può farci provare sentimenti negativi, causando frustrazione e insicurezza. Ma ci aiuta anche a capire cosa desideriamo davvero e quali sono i nostri obiettivi.
Nel film Amadeus (1984) l’ambizioso compositore Antonio Salieri è messo in difficoltà dal suo giovane rivale Wolfgang Amadeus Mozart. Non solo perché compone musica geniale apparentemente senza sforzo, ma anche perché è molto amato dalle donne, racconta Rob Compaijen, docente universitario di filosofia dell’università teologica protestante dei Paesi Bassi, nel suo libro Afgunst. Een filosofie van een pijnlijke emotie (Invidia. Filosofia di un’emozione nociva).
Oggi questo fenomeno è chiamato anche “sindrome di Salieri”: la frustrazione che nasce quando altri eccellono in qualcosa per cui tu ti stai impegnando moltissimo.
Nessuno parla volentieri di gelosia e invidia. “Le persone si vergognano di provare questo tipo di sentimenti”, dice Karlijn Massar, psicologa sociale all’università di Maastricht. “Li considerano una dimostrazione di insicurezza o del fatto che si guarda con fastidio al successo altrui”.
Anche se sono concetti che spesso vengono confusi tra loro, tra gelosia e invidia c’è una netta differenza. La gelosia sorge soprattutto all’interno delle relazioni: è la paura di perdere qualcuno a favore di un possibile rivale. L’invidia, invece, nasce dal desiderio di avere qualcosa che appartiene a un’altra persona, che sia lo status sociale, il successo, l’aspetto fisico o i beni materiali.
Gli esperti distinguono tra invidia benigna e maligna.
Nel caso di invidia benigna (benign envy) il successo altrui diventa uno stimolo a migliorarsi. “Si prende l’altro come modello”, spiega la psicologa Pieternel Dijkstra, autrice del libro Jaloezie. Omgaan met jaloerse gevoelens (Gelosia. Come gestire questo sentimento). Per esempio, se un’amica è in ottima forma, può diventare uno stimolo ad allenarsi più spesso.
L’invidia maligna (malicious envy) si spinge oltre: è quando non si vuole che l’altra persona abbia successo. “In questa variante il divario appare impossibile da colmare”, dice Dijkstra. “Per esempio quando un’amica ha un fisico migliore del tuo e tu hai la sensazione che, per quanto possa impegnarti, non riuscirai mai a raggiungere lo stesso risultato”. A quel punto può nascere il desiderio di sminuirla, magari parlando male di lei o minimizzando i suoi successi.
Se un amico è bravo a tennis ma a te quello sport non interessa, probabilmente non proverai invidia. “In quel caso il suo talento non mette in discussione l’immagine che hai di te stesso”.
Segnale d’allarme
Quando si parla di gelosia, invece, si pensa subito a comportamenti manipolatori o a una coppia che litiga a una festa.
Ma c’è di più: questo sentimento funziona anche come utile segnale d’allarme. “Dal punto di vista evolutivo, ha una funzione importante”, dice Massar. “Serve a proteggere una relazione. Spinge ad agire quando qualcuno percepisce una minaccia dall’esterno”.
Le persone valutano in modo automatico e inconsapevole i possibili rivali in amore, ha concluso Massar durante il suo dottorato di ricerca. Inoltre, si è visto che le cause scatenanti della gelosia sono diverse per le donne e per gli uomini. In un esperimento, alle donne è stata mostrata per una frazione di secondo una fotografia di un viso femminile, e poi hanno dovuto leggere la descrizione di una scena in cui un uomo e una donna flirtano a una festa.
Le donne che, senza rendersene conto, avevano visto il viso di una donna attraente, riferivano di aver provato più gelosia rispetto a quelle che avevano visto il volto di una donna meno attraente. Negli uomini, invece, un bel viso maschile non ha provocato alcuna gelosia, ma un fisico muscoloso sì.
Una leggera forma di gelosia può anche avere un effetto positivo. “È il segno che quella relazione è importante per te”, spiega Massar. Spesso le persone hanno paura che il loro partner le consideri deboli se ammettono di essere gelose. “Mentre parlarne può essere d’aiuto”.
Rovescio della medaglia
“In generale tendiamo a reprimere o mascherare l’invidia perché la giudichiamo severamente”, dice Dijkstra. Ma così finiamo per restarne intrappolati. E inconsciamente rischiamo di assumere un atteggiamento ostile verso quella collega di successo o quell’amico così in forma. “Il primo passo è riconoscere i propri sentimenti”, spiega la psicologa. “Creandogli spazio si può reagire in modo più consapevole”.
La tendenza a paragonarsi agli altri è del tutto naturale, ma bisogna tenere conto di alcune cose. Di solito notiamo soprattutto i successi altrui. “Invece bisogna domandarsi: che cosa ha dovuto fare quella persona per arrivare dove sognava di essere?”, dice Dijkstra. “Magari la tua collega ha ottenuto una promozione lavorando tutti i fine settimana, e così facendo ha mandato in crisi il suo matrimonio”. Quando ci rendiamo conto del rovescio della medaglia, proviamo ancora la stessa invidia?
Chi prende in considerazione solo i traguardi raggiunti dagli altri rischia di allontanarsi dai propri obiettivi, ritrovandosi a desiderare l’auto sportiva del vicino o magari un viaggio intorno al mondo.
“Invece bisogna riuscire a concentrarsi sul proprio percorso”, dice Dijkstra.
In psicologia questo fenomeno si chiama confronto temporale: non ci si paragona agli altri, ma a una versione precedente di se stessi. “A che punto ero un anno fa? Che passi avanti ho fatto da allora? E dove voglio arrivare?”. Così si sposta l’attenzione dalla competizione alla crescita personale.
Se conduce all’introspezione, l’invidia non è per forza un sentimento negativo. “Anzi, può motivare le persone a porsi degli obiettivi e a sviluppare le proprie capacità”, dice Massar. “Quando si prova invidia bisogna chiedersi perché una cosa ci tocca tanto”. A volte, chi è invidioso di un collega ha solo bisogno di più riconoscimento.
“Spesso l’invidia fa emergere una necessità non soddisfatta e, alla fine, dice qualcosa soprattutto sulla persona che la prova”.