l 2026 continua, purtroppo, ad essere un anno orribile per le donne.
In primis per le dichiarazioni di Roberto Vannacci, che nei giorni scorsi è tornato a negare l’esistenza del femminicidio, sostenendo una posizione che ignora il significato stesso della parola. Femminicidio, infatti, non è un sinonimo di omicidio, ma indica l'uccisione di una donna in quanto donna. È un termine introdotto dalla criminologa Diana Russell proprio perché il linguaggio tradizionale non riusciva a descrivere adeguatamente questa forma di violenza.
E poi per la notizia spaventosa arrivata da Milano, dove alcuni dipendenti ATM sono stati sospesi per aver condiviso e commentato in una chat immagini di donne riprese dalle telecamere di sorveglianza dei mezzi pubblici. È difficile non cogliere la gravità della vicenda: dispositivi pensati per garantire la sicurezza delle persone sono stati trasformati in strumenti di violenza, derisione e violazione ai danni di donne di tutte le età, che salivano su un tram convinte di essere tutelate per poi diventare oggetti di osservazione e intrattenimento.
Ancora una volta viene messo in discussione il diritto delle donne a essere riconosciute come persone e non come corpi a disposizione dello sguardo, del giudizio o del controllo maschile. Da un lato, attraverso il tentativo di svuotare di significato una parola che nomina un problema estremamente reale, dall’altro attraverso immagini sottratte, condivise e commentate senza consenso.
Sul caso ATM vogliamo condividere un’interessante riflessione di Carolina Capria, che osserva come dietro questo e tanti altri episodi si celi un fenomeno più profondo che lega la costruzione di appartenenza e complicità maschili ai corpi delle donne. Riconoscere il filo che lega lo sguardo che umilia, la parola che minimizza e la violenza che colpisce non è un esercizio accademico, ma un atto di responsabilità collettiva che riguarda tutti e tutte noi. Episodi come questi, infatti, non sono eccezioni ma il prodotto specifico della cultura che li rende possibili.
Riflessione:
Questa cosa ce la ripetiamo da tempo. E sono convinta che gli uomini lo abbiano sempre fatto, solo che adesso grazie alla tecnologia lo vediamo coi nostri occhi. Prima non potevamo saperlo, perché queste situazioni avvenivano in ambienti maschili dai quali le donne erano escluse. Ma gli uomini hanno sempre usato il corpo delle donne per instaurare relazioni tra di loro. Scopano le donne non perché vogliono le donne ma perché vogliono essere idolatrati dagli altri maschi. Gli uomini cercano l'approvazione degli altri maschi attraverso il corpo delle donne. Il loro reale oggetto del desiderio è l'approvazione degli altri maschi. Del resto è facilissimo verificarlo, e pure banale nella sua semplicità, basta riflettere: quando ami qualcuno ne ricerchi l'approvazione. E gli uomini di chi cercano l'approvazione? Delle loro mogli e fidanzate? No, degli altri uomini!! Ecco qua. Noi siamo solo il campo sul quale loro si incontrano. Io ormai (e dirò una cosa provocatoria ma comincio a pensare che sia vera) mi sto convincendo che gli uomini in realtà siano tutti omosessuali, e che il patriarcato sia stato inventato per obbligare gli uomini a stare con le donne, perché altrimenti si scopano solo tra di loro e nessuno fa figli. Perché altrimenti come si spiega questa ossessione maschile per il maschile? Persino da bambini ne sono ossessionati. I ragazzini stanno sempre a misurarsi il pene a vicenda, disegnano cazzi sui banchi, sui muri, nei bagni, hanno questa parola sempre in bocca come intercalare (vi siete mai chiesti perché diciamo "cazzo" per imprecare invece di qualsiasi altra parola?) e addirittura organizzano i sega party. Cioè, ma quando mai noi abbiamo mai fatto una qualsiasi di queste cose? E non dipende dall'educazione,è proprio una fissazione. Che loro hanno sui loro peni, e noi no. Ma non dovremmo essere noi quelle ossessionate dal sesso maschile, se così fosse?!
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