venerdì, luglio 10, 2026

Una nuova parola: "Astroturfing"

 

Potresti aver già sentito questa espressione perché deriva da un famoso brand americano che produce erba sintetica, AstroTurf appunto.

Ma l’astroturfing di cui parliamo, con l’erba non c’entra nulla, o quasi. 
È una pratica usata nel marketing e in politica per costruire un finto consenso dal basso, in modo da generare fiducia immediata attorno a un’idea o a un prodotto. Ma nel caso dell’astroturfing, il sostegno che sembra spontaneo e autentico è in realtà artificiale, proprio come un prato di erba finta.
Nell’era dei social questo fenomeno ha assunto nuove modalità. Se in origine erano persone vere e proprie ad essere utilizzate come comparse, pagate per costruire un clima favorevole attorno a un dato tema, adesso sono scesi in campo i bot. Un’ulteriore differenza, inoltre, è data dal fatto che non vengono utilizzati per creare consenso positivo ma per promuovere e istigare posizioni estreme, polarizzando le discussioni.
Davanti a temi caldi che stimolano opinioni altamente divisive, come le recenti dichiarazioni di Vannacci in merito al femminicidio, sembra quasi naturale aspettarsi delle reazioni forti da parte del pubblico. Come scrive Ruffino, meno naturale è pensare che il 90% dei commenti al post in questione provenga da profili falsi, di “persone” inesistenti creati per generare reazioni e attirare l’attenzione dell’algoritmo.
Il principio è semplice: l’indignazione genera interazione e più commenti ci sono, più la piattaforma valorizza il contenuto, portandolo in alto senza valutarne l’effettiva sostanza. L’odio diventa così un’esca per alimentare le visualizzazioni. Un meccanismo pericoloso che trascina anche chi osserva: l’illusione che tutto il web sia contro qualcosa o qualcuno spinge ad allinearsi ad un’opinione che sembra essere condivisa da tutti e tutte.

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