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La «flat tax» per super ricchi stranieri è un successo: ma quanto pesa sulle città?

Dal Corriere della Sera del 7 Luglio 2026 di Fabio Savelli

A Milano i prezzi degli immobili di lusso volano fino a 39 mila euro al metro quadro (+57% dal 2021). L’afflusso di capitali globali e super ricchi alimenta il mercato, ma cresce il timore di una bolla che penalizza anche il ceto medio

Il Fisco potrebbe arrivare a incassare fino a 1,7 miliardi di euro dalle imposte dirette versate dai grandi patrimoni trasferitisi in Italia. È lo scenario stimato da uno studio di Assonime, che colloca questo possibile risultato entro il 2040. L’analisi sottolinea come le variabili in gioco siano numerose. Nel periodo compreso tra il 2017 e il 2040, le compravendite immobiliari riconducibili a questi contribuenti sarebbero pari a circa 16,8 miliardi di euro, con un possibile gettito fiscale associato fino a 1,38 miliardi. Secondo lo studio, la presenza di questi soggetti può generare effetti economici più ampi, tra cui assunzioni di personale, investimenti nel mattone, interventi di ristrutturazione, consumi, apertura di società e stabili organizzazioni in Italia (con relativa tassazione nel Paese), oltre a una domanda costante di servizi professionali qualificati e iniziative di filantropia culturale. 

Come funziona questo regime

Il regime agevolato oggi prevede un’imposta sostitutiva sui redditi esteri pari a 300mila euro annui per chi trasferisce la residenza fiscale in Italia (importo aumentato dal 1° gennaio; in precedenza era di 200mila euro per i nuovi ingressi dal 10 agosto 2024 e di 100mila per quelli antecedenti). Per i familiari inclusi nel regime, il contributo è pari a 50mila euro, ridotto a 25mila per i trasferimenti precedenti al 2026. La flat tax continua, dunque, a registrare un crescente successo, ma alimenta allo stesso tempo anche interrogativi su equità fiscale, trasparenza e compatibilità con i principi costituzionali. Il meccanismo consente a chi trasferisce la residenza fiscale in Italia dopo almeno nove anni all’estero di pagare un’imposta forfettaria sui redditi prodotti fuori dal Paese, sostituendo integralmente l’Irpef ordinaria. Un regime che, di fatto, esclude la tassazione progressiva e non richiede la trasparenza dettagliata dei redditi esteri.

Quanti sono i beneficiari

Nel 2024 i beneficiari sono saliti a 1.923, tra titolari e familiari, contribuendo al gettito con circa 153 milioni di euro. Tuttavia, non è possibile stabilire quanto lo Stato avrebbe incassato applicando il sistema fiscale ordinario, né misurare con precisione il reale vantaggio fiscale concesso ai contribuenti coinvolti. Proprio su questo punto si concentra la Corte dei conti, che solleva criticità rilevanti: il regime «per i super ricchi stranieri» rischia di generare «gravi disparità di trattamento» e potrebbe non essere coerente con il principio costituzionale della contribuzione in base alla capacità contributiva. I magistrati contabili parlano esplicitamente della necessità di verificarne la «effettiva razionalità».

Il rischio di mancati investimenti

Un elemento critico riguarda l’assenza di valutazioni ex post: non esistono analisi sistematiche che dimostrino se la misura abbia realmente attratto investimenti produttivi, come previsto nelle intenzioni originarie. In altre parole, non è chiaro se il beneficio fiscale si traduca in un ritorno economico proporzionato per il Paese. Il regime appare invece sempre più come uno strumento di competizione fiscale internazionale, che attrae soggetti con redditi globali elevati, spesso per ragioni lavorative o personali. Una dinamica che, secondo la Corte, non coincide necessariamente con l’arrivo di nuovi investimenti strutturali nell’economia reale.


I redditi dichiarati da lavoro dipendente

I dati mostrano che meno della metà dei beneficiari produce redditi in Italia e che la maggioranza dei redditi dichiarati deriva da lavoro dipendente. Ciò rafforza l’ipotesi che il sistema attragga soprattutto professionisti e figure altamente mobili, più che investitori di lungo periodo. Il confronto con altri regimi fiscali agevolati – come quello per i lavoratori impatriati o per docenti e ricercatori – evidenzia una forte asimmetria: mentre questi prevedono condizioni più vincolanti e controlli più stringenti, la flat tax per i neo-residenti risulta molto più favorevole e meno condizionata da obblighi di investimento o creazione di valore interno.

L’impossibilità di stimare il gettito mancato

Il tema centrale diventa quindi quello dell’equità: a parità di capacità economica globale, due contribuenti possono essere trattati in modo profondamente diverso in base alla residenza fiscale, con un vantaggio significativo per chi rientra nel regime agevolato. Sul piano delle entrate, il sistema garantisce oggi flussi crescenti – circa 469 milioni tra il 2020 e il 2024 – ma resta incerta la valutazione complessiva del suo impatto netto. Non solo per l’impossibilità di stimare il gettito «mancato», ma anche per la difficoltà di contabilizzare eventuali benefici indiretti. 

La concorrenza fiscale tra Paesi europei

C’è poi il problema della concorrenza fiscale tra paesi europei. La Ue è nata con l’obiettivo di avere un grande mercato comune con regole uguali in tutti i paesi. «Queste iniziative invece spingono gli altri Paesi alla corsa al ribasso adottando misure simili. Oggi l’Italia beneficia di scelte che vanno in direzione opposta prese dal Regno Unito - dice Massimo Baldini, professore di Politica Economica nell'Università di Modena e Reggio Emilia - che ha aumentato le imposte sui non residenti».

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