mercoledì, luglio 23, 2025

LIBRO: "Alzheimer S.p.A. Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c'è" di Agnese Codignola

La malattia di Alzheimer colpisce in Italia più di una persona su cento, ed è in crescita. 
Praticamente non c'è famiglia che non abbia avuto esperienza, diretta o indiretta, dei crudeli effetti di questa patologia. Vedere svanire la mente dei propri cari, che giorno dopo giorno perdono contatto col mondo, senza più gusto per la vita, è un'esperienza emotivamente devastante e fisicamente faticosa. 

Alla disperazione della malattia si aggiunge l'inadeguatezza delle cure: come è possibile che dopo decenni di studi ancora non abbiamo un farmaco efficace, nonostante le cifre astronomiche spese nella ricerca biomedica e il coinvolgimento dei colossi di Big Pharma? 
La risposta a questa domanda non è affatto edificante e in molti sensi è scandalosa. 

Ci voleva l'ostinazione di una giornalista scientifica come Agnese Codignola per unire i puntini in maniera chiara e raccontare questa vicenda, una delle peggiori della scienza biomedica e dell'industria farmaceutica degli ultimi anni. 
"Alzheimer S.p.A." racconta in che modo i colossi farmaceutici e ampi settori accademici abbiano per almeno vent'anni seguito una linea di ricerca sbagliata, spesso sapendolo, osteggiando lo sviluppo di indagini su ipotesi alternative e più promettenti. 
È anche così che si apre la strada al proliferare di ciarlatani e guaritori, ai quali le famiglie disperate spesso si affidano. 

Ma questo libro parla anche di fiducia per i nuovi recenti sviluppi della ricerca. Abbandonato quasi completamente il vicolo cieco, la comunità scientifica dimostra ora di saper reagire, orientandosi verso nuove terapie, i cui dati preliminari lasciano ben sperare.

“L’antidoto alla sfiducia nella scienza è sempre la verità, o la migliore approssimazione a essa cui abbiamo accesso. Infine, se oggi il malato che ho visto morire senza risposte fosse ancora in vita, gli direi, senza tema di alimentare false speranze, di resistere, perché una soluzione, forse, è vicina.”


AUTORE:

Agnese Codignola, dottore di ricerca in Farmacologia all’Università di Milano, dopo sette anni nel campo della ricerca si è dedicata interamente all’attività giornalistica e divulgativa presso l’agenzia Zadig. 
Collabora con i principali gruppi editoriali italiani (Rcs, “Espresso-Repubblica”, “Il Sole 24 Ore”, “Focus-Mondadori”) occupandosi di salute, alimentazione, sostenibilità ambientale e scienza in generale. 
Ha vinto diversi premi, tra cui il premio giornalistico Expo 2015. 
Ha partecipato a TedxDarsena con la lezione La carne (coltivata) ci salverà? 
Nel gennaio 2017 ha pubblicato insieme a Michele Maio Il corpo anticancro, un saggio sull’immunoterapia seguito, nel 2018, da Lsd. 
Da Albert Hofmann a Steve Jobs, da Timothy Leary a Robin Carhart-Harris: storia di una sostanza stupefacente e, nel 2020, da Curare i bambini è la mia medicina, con Franca Fossati Bellani.

martedì, luglio 22, 2025

Il nido del cuculo, 50 anni dopo, vola ancora alto

Mezzo secolo fa il film di Milos Forman dal romanzo di Ken Kesey, entrò in un mondo di matti che forse tanto matti non erano. Anzi: matti non lo erano affatto. Jack Nicholson commosse il pubblico di tutto il mondo, e oggi "La Lettura" ha chiesto allo psichiatra-scrittore Paolo Milone che cosa c'è di vero in quella pellicola. E che cosa c'è di noi

«Ma chi diavolo vi credete di essere, vacca troia, pazzi davvero? E invece no, voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada». Questa, con le parole del doppiaggio italiano, è una delle sfuriate più memorabili, e per certi aspetti più fuorvianti, che Randle P. McMurphy (Jack Nicholson) rivolge alla banda dei compagni «picchiatelli» durante una disumanizzante seduta di gruppo guidata dalla gelida Infermiera Ratched. Qualcuno volò sul nido del cuculo è una di quelle opere che si definiscono «di culto», con i suoi riti e i suoi adepti. In Italia è disponibile su alcune piattaforme, qui sulla scrivania tengo una copia del Dvd comprato chissà quando, con la faccia di Randle-Jack che se la ride guardando in alto.

Alla radio pubblica americana Npr, pochi giorni fa, lo psichiatra Ken Duckworth, responsabile della National Alliance on Mental Illness, ha raccontato di avere visto il film poco dopo la sua uscita: «Avevo 17 anni e mio padre in quel periodo faceva avanti e indietro dall’ospedale per una grave forma di disturbo bipolare. La freddezza istituzionale e industriale di quel posto l’ho ritrovata nel film». Per Duckworth One Flew Over the Cuckoo’s Nest «getta lampi di verità sui sovraffollati istituti psichiatrici degli anni Sessanta». Però lascia ancora oggi uno strascico equivoco: «Per esempio quando parli con un paziente affetto da grave depressione sotto terapia farmacologica, e chiedi se ha mai provato con l’elettroshock (oggi praticato soltanto sotto anestesia, ndr), la risposta è: “Oh no. Ha visto cosa è successo a Jack Nicholson? Non permetterò che lo facciano anche a me”».

Effetti collaterali e sanitari di una storia «perfetta dal punto di vista cinematografico, e che inizialmente ha avuto un impatto culturale positivo nell’Italia che si apprestava a chiudere i manicomi», dice a «la Lettura» Paolo Milone, classe 1954, psichiatra e autore per Einaudi di due libri bellissimi che partono dalla sua esperienza di lavoro: L’arte di legare le persone (2021) e Una piccola fine del mondo uscito quest’anno.

«Fin dalla prima volta che lo vidi, avevo 22 anni e stavo ultimando la specializzazione all’università, trovai che c’era un elemento che stonava, che non tornava dal punto di vista medico. È un po’ come quando scrivo qualcosa di bello sotto l’aspetto narrativo e però mi accorgo che non corrisponde alla realtà, perché la realtà incespica continuamente, come posso dire?, la realtà è brutta, è zoppa, e invece la penna mi ha preso la mano. Allora cancello e riparto».

Fortuna che il regista Miloš Forman non ha fatto la stessa cosa, lavorando sul romanzo pubblicato da Ken Kesey nel 1962. Milone è d’accordo. Per «la Lettura» ha rivisto il film a 50 anni di distanza, e il sapore nella testa è lo stesso di allora: «Da spettatore mi è piaciuto molto. È una favola bellissima, ma c’entra poco con la psichiatria». Ricorda il giorno in cui ne parlarono a lezione, in clinica psichiatrica a Genova. Il professor Romolo Rossi, punto di riferimento nel mondo della psicoanalisi, disse agli studenti: «Avete visto il film, avete visto che cosa dice sul suicidio? Ma non ci si ammazza mica per quei motivi lì...». Rossi si riferiva alla storia del giovane Billy, il personaggio che, ripensandoci ora, più avrebbe interessato il Milone psichiatra. Ormai il film è così vecchio che probabilmente molti giovani non l’hanno visto e magari potrebbero farlo, perciò non è bello «spoilerare» più di tanto. Diciamo che Billy, come altri compagni (ed è questo che fa arrabbiare Randle: «Ma chi vi credete di essere, matti?») , si trova volontariamente nel reparto sotto le grinfie dell’inflessibile Infermiera Ratched: «Mai visto un personaggio così duro in tutta la mia vita lavorativa», dice Milone, che in qualche modo la salva come paziente nascosta dall’altra parte della barricata, sostenendo che «se una persona così ha scelto questo mestiere, non è solo per il gusto di fare la cattiva, ma perché ne aveva bisogno».

Nel libro da cui è tratto il film lei è ancora più dura: Kesey disse di essersi ispirato a una caposala incontrata in un centro per veterani dove aveva fatto il volontario, ma ammise di averne esagerato i tratti sadici. Il suo contraltare, Randle/Jack, è nel centro psichiatrico per essere esaminato: condannato a sei mesi per aver fatto sesso con una quindicenne (che a suo dire si era spacciata per maggiorenne), per evitare il bagno penale si è finto «picchiatello». Nella Hollywood di oggi un personaggio con un passato del genere non potrebbe diventare l’eroe «spirito libero» di cui parlò il «New York Times» dopo la prima, il 28 novembre 1975, in una recensione che pure bocciava il film come metafora mal riuscita dell’America in subbuglio degli anni Sessanta, salvo promuoverlo sul lato della «commedia umana», con quel gruppo di personaggi che, scriveva Vincent Canby, «sono variazioni di noi spettatori, se solo dovessimo superare la soglia di quella che viene chiamata sanità mentale».

Ecco un punto cruciale: Qualcuno volò non racconta la malattia mentale, dice Milone, «perché il paziente psichiatrico è dominato dal mondo interno, che è difficile da esplorare». Ed è fatto di quella realtà «zoppa, incespicante» che non si addice a una favola hollywoodiana. Miloš Forman ha fatto «un bellissimo film d’azione, che ti acchiappa. Una storia perfetta che arrivò culturalmente al momento giusto». Certo la riforma psichiatrica del 1978 in Italia, sostiene l’autore di Una piccola fine del mondo, non fu il prodotto della rivoluzione di un manipolo leggendario, né tanto meno il riflesso delle gesta eroiche di gente alla Randle/Jack Nicholson. Fondamentalmente la chiusura dei manicomi, che in un Paese di 58 milioni di abitanti ospitavano circa 90 mila persone, «fu resa possibile dal miracolo degli psicofarmaci», che intorno alla metà degli anni Cinquanta «venivano dati ai pazienti da una pentola, con il mestolo. Il manicomio diventò un luogo silenzioso, più tranquillo e dunque crebbe nella società e nella politica (una spinta importante la diedero i sindacati e i primi a manifestare furono a Genova) il movimento di chi chiedeva che i pazienti potessero stare fuori».

Certo oggi, ricorda Milone, in Italia per la salute mentale si spende meno di quando c’erano i manicomi (si è passati dal 5% al 3% della spesa sanitaria). Ma i malati restano: servono più fondi, cultura, servizi. A che cosa può servire allora rivedere un film come Qualcuno volò sul nido del cuculo? Per restare in tema, se si volesse capire di più attraverso un’opera di fiction quel «mondo interno» intorno al quale ruota il disagio psichiatrico, secondo Milone, bisognerebbe studiare semmai un altro Jack Nicholson immortale, quello psicotico e omicida di Shining («Wendy, tesoro, luce della mia vita») datato 1980. Tra cinque anni, per l’anniversario del mezzo secolo, prenotiamo Doc Paolo di Genova per un’altra visione da «piccola fine del mondo». Ma intanto, per il nostro bisogno di consolazione («Si esce dal film rinfrancati, non trova?», dice Milone), riflettiamo sull’avventura di Randle e Martini, Billy, Grande Capo e tutti gli altri «squilibrati» che valgono insieme 5 premi Oscar. Che personaggio, Grande Capo: Kesey nel libro racconta la storia proprio dal punto di vista del gigante soprannominato Chief, l’«indiano» che per autodifesa si finge sordo e muto, avulso da tutto. Nel film è la colonna a cui Randle/Jack strappa un sorriso e che gli procura un’estrema via d’uscita («Cosa ci facciamo qui io e te Grande Capo?»; «Non ti lascio qui così, ti porto con me»).

Di un film-culto, ciascuno ha le sue scene di culto preferite. La partita di basket tra pazienti e operatori, la telecronaca della finale di baseball, così immaginaria e così vera da irretire tutto il reparto dei «lunatici»: Randle si inventa ogni azione perché l’Infermiera Ratched non vuole accendere la televisione («Confax lancia, Richardson colpisce, il tiro è teso e fortissimo...»). E poi la meravigliosa fuga in barca, quando uno scatenato Nicholson con il cappellino e la ragazza al fianco porta tutti a pescare in mare. È dopo quella normalissima pazzia che il simposio dei medici stabilisce che McMurphy «è molto pericoloso».

Qualcuno volò non racconterà la psichiatria di ieri e di oggi. Sarà anche una favola. Ma sono passati cinquant’anni, i manicomi da noi non esistono più, tutti ci riempiamo la bocca della «dignità delle persone» che va preservata (ricordate il documentario Human forever?) a qualsiasi età e in ogni condizione. Eppure non è inutile o scontato, l’appello per una ventata di vita nelle strutture, «un po’ di giungla anche per me» come canta Paolo Conte. Nelle case, nei centri di cura di varia natura, al posto del filo spinato ci sono magari giardini bellissimi e spazi benessere, ma ogni tanto ci vorrebbero un Randle P. McMurphy, un Martini, un Grande Capo a scompigliare le carte dell’ordine costituito. E a creare legami, distribuirli con il mestolo più che con il contagocce, perché ciò che salva dalla tragedia è la commedia umana. A volte queste figure ci sono ma vengono considerate pericolose. Certo, non vengono punite con la lobotomia. Basta allontanarle, metterle in cattiva luce, trattarle come macchiette. A volte invece, mettono radici. Fanno comunità. Vogliono insieme la giungla e il pediluvio. Spostano macigni, o almeno ci provano. Come dice Nicholson nella favola del cuculo dopo l’ennesimo fallimento, but I tried.

lunedì, luglio 21, 2025

LIBRO: "Farmaci - Luci e ombre" di Silvio Garattini

Pochi e solo se necessari. Tutta la verità sulle sostanze cui affidiamo la nostra salute Ogni giorno usiamo farmaci per prevenire o curare malattie, ma la verità è che ne sappiamo molto poco: poco di come funzionano, di come vengono sperimentati e approvati, del loro reale costo per chi li produce e per il sistema sanitario. 
Ci siamo mai chiesti perché esistono più farmaci per lo stesso problema? 
E come funziona il loro mercato? 
Silvio Garattini risponde a queste e altre domande per guidarci in un mondo complesso e aiutarci a scelte più consapevoli. 
Se è innegabile che negli ultimi anni il settore farmaceutico ha fatto enormi progressi in terapie e riabilitazione, tuttavia ha anche lavorato per crescere e autoalimentarsi, producendo farmaci simili e promuovendo una ricerca che non sempre rispecchia le reali necessità dei pazienti.
In meno di 200 pagine questo volume indispensabile parte dalle basi, cioè da come si sviluppa un farmaco e come si giudica il suo valore, fino a toccare tutti i punti di un dibattito pubblico sulle terapie, dai dati sul consumo in Italia fino ai temi etici più complessi.
Il capitolo che per primo attira l’attenzione di chiunque è quello dedicato ai farmaci reputati inutili, che non apportano alcun vantaggio terapeutico e alcun beneficio.
Circa 3,7 milioni di italiane e italiani utilizzano più di una volta l’anno prodotti omeopatici: 164 milioni di euro, 300 milioni secondo altre stime, spesi di tasca propria in pillole che sono state sostanzialmente riconosciute come dei placebo e nulla più. Tollerabili ma inutili.
Ma Garattini ripone sullo scaffale dei prodotti privi di efficacia comprovata anche i fermenti lattici, la melatonina, la vitamina D, integratori vari; nello stesso capitolo ci sono anche tre dense paginette sulla complessa questione della valutazione degli effetti della cannabis terapeutica. 
Insomma, varrebbe la pena aprire un dibattito approfondito e informato su ciascun punto e nel complesso sul nostro rapporto con i farmaci.
Autore
Silvio Garattini nato nel 1928  è un medico. Nel 1961 compie il suo atto rivoluzionario: grazie all’eredità di un filantropo milanese fonda l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, che ancora oggi conduce ricerche biomediche senza brevettare le proprie scoperte, mettendo realmente la scienza al servizio della salute pubblica. 
Questo significa che al Mario Negri vengono condotte ricerche senza sottostare alla logica del profitto e senza legami con lo Stato, con la Chiesa, con la politica, con le religioni o con la finanza.

domenica, luglio 20, 2025

MOSTRA: "Il tempo degli intrecci incompleti" alle Tilane dal 17 al 26 Luglio 2025

Giovedì 17 Luglio, alle Tilane è stata inaugurata la mostra fotografica multimediale 
"Il tempo degli intrecci incompleti", 
nata dai percorsi del progetto VIP – Village Including Project e TilaneForYouth.  
La mostra ospitata nel foyer di Tilane da giovedì 17 a sabato 26 luglio 2025.
All'inaugurazione è stato distribuita una raccolta di poesie che qui riportiamo:



















sabato, luglio 19, 2025

LIBRO: "L'arte in tavola" di Philippe Daverio

Philippe Daverio ci guida alla scoperta delle relazioni tra cibo e pittura, con un libro che non è altro che un gioco sul gusto fatto con le opere d’arte.

Il volume ripercorre il tema in un gioco di rimandi e di curiosità che scaturiscono a partire da opere d’arte, note e meno note, che raffigurano nature morte alimentari, scene di cucina e sale da pranzo scelti “allo scopo di stimolare la fantasia e il buonumore”. 
Attraverso tre sezioni - la spesa, la cucina e la tavola - l’autore guida l’occhio del lettore a scoprire i dettagli e racconta le storie che stanno dietro le immagini della pittura di tutti i tempi.
Clara Peeters, Natura morta con formaggi, carciofo e ciliegie, 1625 circa

Le mucche ci sono anche in Cina, in India sono sacre, eppure il formaggio esiste solo in Europa. Ancora una volta è colpa degli antichi Romani i quali lo chiamavano "caseus" per permettere agli anglosassoni d'oggi di chiamarlo "cheese" e ai tedeschi di chiamarlo "Käse" e agli spagnoli "queso".
Noi e i francesi lo chiamiamo in modo diverso perché ne prendiamo la parola dalla forma che assumeva nell'antichità per essere venduto, il famoso "formaticum" per cui dire oggi una forma di formaggio è un'esagerata ridondanza, ma siccome "repetita iuvant", il ripetere fa bene alla salute e alla mente, i francesi e gli italiani possono vantare la massima diversificazione di questo cibo fondamentale, anche se gli olandesi che lo chiamano "kaas" lo hanno dipinto più d'ogni altro popolo.

 

venerdì, luglio 18, 2025

Parole O_Stili_ Filter Bubble 2 - La campagna Google ai danni di Francesca Albanese

Francesca Albanese è una relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, incaricata dal 2022 di monitorare e denunciare le violazioni dei diritti umani nell’area. È anche vittima di una campagna di discriminazione e delegittimazione online ad opera della Israeli Government Advertising Agency, agenzia che opera come gruppo di comunicazione per il governo di Benjamin Netanyahu.

Digitando il suo nome su Google, infatti, ci si può imbattere in un annuncio sponsorizzato che la accusa di aver “violato i principi di imparzialità, universalità e integrità professionale, fondamentali per il suo mandato alle Nazioni Unite” e di contiguità con Hamas.

La vicenda, riportata da un’inchiesta di Fanpage.it, non sarebbe un episodio isolato ma parte di una strategia comunicativa più ampia, una vera e propria campagna digitale volta a delegittimare voci critiche sul conflitto a Gaza attraverso strumenti come la pubblicità online, i social e i video generati con l’intelligenza artificiale.

Albanese, recentemente sanzionata dagli Stati Uniti e accusata di antisemitismo e di essere fautrice di «una campagna di guerra politica ed economica contro gli Stati Uniti e Israele», è da tempo al centro di una conversazione estremamente polarizzata attorno alle sue posizioni. Ma al di là della questione politica, questa vicenda ci costringe a interrogarci su una questione fondamentale: cosa succede quando gli spazi dell’informazione diventano luoghi di pressione, dove la narrazione viene costruita non solo con le parole, ma con il denaro e con gli algoritmi?

Ne abbiamo parlato con Enrico Marchetto, marketer e Founder di Noiza.

L’intervista

Cosa ci dice il caso Francesca Albanese sul potere degli strumenti pubblicitari digitali quando sono usati non per vendere prodotti, ma per influenzare l'opinione pubblica o screditare una persona?

Il caso di Francesca Albanese è davvero lampante.

Lampante di come da un lato lo strumento pubblicitario online non sia usato solo per vendere proteine solubili ma per influenzare l'opinione pubblica e, in questo caso, screditare "il nemico". Dall'altro lato è l'ennesimo pezzo del puzzle che va a comporre l'ingegneria del consenso.

Ma andiamo con calma e spieghiamo meglio.

Da un punto di vista tattico, quello a cui assistiamo è una pratica che assomiglia, per esempio, alle tante forme di "Brand Protection" presenti sul motore di ricerca. 

Perdonate la semplificazione ma proviamo a capirci meglio: io ho un hotel e faccio delle inserzioni in modo tale da assicurarmi il primo posto su Google e non essere scavalcato dai vari Booking, Trivago e tutte le piattaforme che provano ad agire come intermediari con la mia struttura. 

Nel caso di Francesca Albanese, il principio è molto simile: per scavalcare l'ovvio primo posto di una biografia su Wikipedia, il primo punto di atterraggio visibile sarà un link che la scredita. Per fortuna questo non accade perché se al momento cerchiamo "Francesca Albanese" sul motore di ricerca il link sponsorizzato del governo israeliano è l'ultimo link presente nella SERP (Search Engine Results Page). Quindi l'effetto, seppur indubbiamente presente, è relegato a una porzione di visibilità ridotta.

Cosa ci dice tutto questo?

  1. Che sto usando l'advertising per imporre una narrazione di parte e la sto mostrando a tutto il volume delle search (5 milioni di ricerche).
  2. Che cerco autorevolezza, "sono su Google, sono il Governo Israeliano, sono un risultato in prima pagina".
  3. Che posso targetizzare su un pubblico ben preciso, per rafforzare il consenso oppure fare prospecting, cioè andare a influenzare persone nuove che si stanno informando in questo momento sul caso Albanese.
  4. Che riesco a essere persistente, perché se ho budget infinito allora posso tenere l'annuncio all'infinito – a differenza di qualsiasi altro media, che dopo un po' va in archivio surclassato dal posizionamento di informazioni più recenti.
  5. Ultimo ma non ultimo, il fatto stesso che io stia facendo advertising su Francesca Albanese diventa "notiziabile", moltiplicandone l'effetto.

Quando una piattaforma come Google ospita un annuncio, gli dà automaticamente credibilità. Ma da un punto di vista tecnico, quanto sono davvero responsabili le piattaforme per i contenuti che approvano? E quali limiti ci sono, se ci sono?

Non è detto che la comparsa di un annuncio sia immediatamente un attestato di credibilità. 

In questo caso Google agisce da editore: ospita gli annunci di chi lo paga. 

In realtà per policy non dovrebbe pubblicare annunci diffamatori ma, evidentemente, in questo caso l'algoritmo non ha ravvisato questo tipo di pratica.

Immagino che dalla moderazione automatica si dovrebbe passare urgentemente a una moderazione umana, che prenda in considerazione il possibile tentativo di screditamento della persona. 

Le piattaforme sono sicuramente responsabili di ciò che pubblicano, ma ci sono una marea di limiti tecnici e spesso operativi: il volume di annunci caricato ogni giorno, il limite del controllo algoritmico, il confine molto sottile (e inquietante) tra la libertà di parola e la disinformazione, la poca rapidità di azione ovvero l'accorgersi di una pubblicazione diffamatoria quando il danno è già stato fatto.

Perché siamo così propensi a credere a quello che leggiamo online, soprattutto quando conferma le nostre idee?

È una questione che dura dalla notte dei tempi, è un centinaio di anni che la sociologia della comunicazione si occupa di manipolazione mediatica.

Lascio tre spunti legati principalmente al marketing online:

  1. Bias di conferma, la tendenza continua a cercare informazioni che vanno a confermare la mia credenza preesistente. Ho dei dubbi su una narrazione mainstream? Cerco gli elementi che mi rafforzino il dubbio. Solo che nel 2025 non serve più cercare perché l'algoritmo traghetta verso di te uno stimolo confermativo
  2. Polarizzazione. L'elemento divisivo genera ingaggio, l'ingaggio genera visibilità, la visibilità genera ulteriore ingaggio e via dicendo. L'ingaggio sia pro che contro è sempre complice della risonanza del messaggio. Sì, purtroppo anche questa intervista, in parte, è complice.
  3. Overload informativo. E come si risponde all'overload informativo? Con la semplificazione. L'approccio critico è faticoso e spesso siamo in attesa che qualcuno ce l'abbia al posto nostro.

PS: Quindi... ATTENZIONE a tutto quello che leggiamo, in particolare sui social media on line

 

giovedì, luglio 17, 2025

Parole O_Stili: Filter Bubble 1 - chi costruisce il nostro sguardo sul mondo?

Chi costruisce il nostro sguardo sul mondo? 

La risposta potrebbe sembrare semplice: i giornali, le persone che seguiamo, le fonti a cui ci affidiamo. La realtà diventa però più complessa non appena ci spostiamo nel digitale, dove ogni contenuto che vediamo è il risultato del calcolo di un algoritmo.

In questo articolo proveremo ad affrontare una piccola parte di questa grande complessità con una parola, e domani con una notizia e un’intervista.

Parola: La comfort zone delle filter bubble

Se ti è mai capitato di pensare, scrollando sui social, che i contenuti che vedi sembrano essere selezionati apposta per te è perché, beh, le cose stanno proprio così.

È l’effetto delle filter bubble, in italiano “bolle di filtraggio”, il fenomeno per cui veniamo esposti quasi esclusivamente a contenuti che rispecchiano ciò che già pensiamo, proviamo o crediamo.

Il termine è stato coniato nel 2011 da Eli Pariser, nel saggio “The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You” e descrive un meccanismo molto semplice: ogni azione che compiamo sui social viene registrata e analizzata dagli algoritmi per personalizzare il nostro feed e mostrarci ciò che (secondo le analisi dell’algoritmo) ci interessa di più.

Tutto ciò che contrasta o che viene ritenuto lontano o inutile viene automaticamente escluso.

Questo sistema, presente su tutte le principali piattaforme, ha delle conseguenze potentissime: 

  • alimenta la polarizzazione, rafforzando esclusivamente le nostre opinioni, 
  • genera intolleranza, impoverendo il pensiero critico con l’assenza di punti di vista diversi,
  • e favorisce l’ostilità, soprattutto nei casi di utenti che abitano bolle particolarmente estreme.

Nel tempo, questo circolo di conferme finisce per rafforzare i nostri pregiudizi, ridurre la varietà informativa e minare la nostra capacità di mettere in discussione ciò in cui crediamo. 

Il feed si trasforma in uno specchio che non riflette la realtà, ma una versione su misura della nostra visione del mondo, priva di qualsiasi forma di diversità culturale, politica e sociale.

Qual è la soluzione, allora? 

L’antidoto agli effetti collaterali delle filter bubble non sta nella quantità, perché il punto non è tanto il numero di informazioni che leggiamo quanto lo sguardo con cui lo facciamo.

Serve più consapevolezza critica.

Serve iniziare a riconoscere che i feed sono costruiti per tenerci incollati allo schermo, per intrattenerci, per farci cliccare e consumare sempre più contenuti, e non per tenerci informati.

Serve iniziare a chiederci perché stiamo vedendo un determinato contenuto, da chi è stato costruito e quali punti di vista, rispetto a quello che ci racconta, non stiamo considerando.

Ovviamente questo non vuol dire diffidare di tutto quello che leggiamo o iniziare a cercare le fonti per verificare se il TikTok del gabbiano sul monopattino (che ha fatto impazzire tutto il team di Parole O_Stili qualche tempo fa) sia reale oppure generato dall’IA.

Al contrario, è un invito a imparare a navigare la complessità e ad accogliere quello che ci chiama a mettere in discussione le nostre certezze, accompagnandoci fuori dalla nostra comfort zone digitale per costruire un pensiero più ampio, rispettoso e capace di confronto.

 

mercoledì, luglio 16, 2025

LIBRO: Trilogia "Il Problema dei tre corpi" di Cixin Liu


Fantascienza
Un progetto militare segreto nella Cina della Rivoluzione Culturale.
Un messaggio inviato nello spazio.
Forse l’inizio di una nuova era della storia umana.
Un mondo alieno destinato a sprofondare nel Caos
.

"Il problema dei tre corpi" è il primo romanzo della trilogia Memoria del passato della Terra (地球往事S, Dìqiú wǎngshì), ma i lettori cinesi di solito si riferiscono alla serie usando il titolo del primo romanzo. Il secondo e il terzo romanzo della trilogia si intitolano rispettivamente La materia del cosmo (黑暗森林S, Hei'an Senlin, lett. "La foresta oscura"). e Nella quarta dimensione (死神永生S, Sǐshén yǒngshēng, lett. "Morte immortale").

La serie descrive un passato, un presente e un futuro immaginari nei quali, nel primo libro, la Terra entra in contatto con una civiltà aliena in un vicino sistema stellare composto da tre stelle simili al Sole che orbitano l'una intorno all'altra in un instabile sistema a tre corpi.

Il titolo fa riferimento al Problema dei tre corpi in astrodinamica.

Nella Cina della rivoluzione culturale, un progetto militare segreto cerca di contattare intelligenze aliene inviando segnali nello spazio da una base denominata Costa Rossa. Una scienziata di nome Ye Wenjie, epurata politicamente a causa delle sue idee, è membro del progetto.
Nel presente uno scienziato di nome Wang Miao, che lavora sulle nanotecnologie, si ritrova ad avere strane visioni, tra cui un conto alla rovescia, che lui solo è in grado di vedere, visioni che lo portano a indagare su questo strano fenomeno. Durante le sue indagini si imbatte in un videogioco in realtà virtuale chiamato Tre Corpi in cui il giocatore deve trovare il modo di far sopravvivere una popolazione che vive in un mondo che alterna Ere dell'ordine in cui la civiltà può nascere e svilupparsi ed Ere del Caos in cui la vita viene quasi totalmente sterminata.
Otto anni dopo l'invio del segnale dalla base Costa Rossa viene captata una risposta. L'entità che ha risposto afferma di essere un pacifista in un pianeta bellicoso e avverte pertanto di non rispondere ulteriormente se si vuole evitare di essere identificati e invasi. Ye Wenjie tuttavia, disgustata dal genere umano, decide di rispondere invitando l'alieno a invadere la Terra, affinché possano in questo modo risolvere i problemi umani. Wang Miao, dopo aver proposto diverse teorie fallimentari nel gioco Tre Corpi, riesce ad arrivare alla soluzione corretta: il pianeta in cui è ambientata la simulazione è situato in un sistema a tre stelle, e i continui cambiamenti sono dovuti al movimento del pianeta influenzato dalla gravità dei tre soli.
Scoperta la verità, Wang Miao viene messo al corrente dell'esistenza dei trisolariani e apprende che il gioco era in realtà un sistema di reclutamento. Scopre così che l'esistenza dei trisolariani è nota ai governi di tutto il mondo e che, così come le forze armate e i governi mondiali si preparano ad affrontarli in battaglia, c'è anche un nutrito gruppo di terrestri (Organizzazione Terra-Trisolaris), guidati da Ye Wenjie, che collabora con gli alieni per sostenere l'invasione.


Cixin Liu (Yangquan, Cina, 1963) ha lavorato come ingegnere in una centrale elettrica prima di dedicarsi interamente alla letteratura. È uno dei più prolifici, noti e innovativi autori cinesi di fantascienza, vincitore per nove volte del Premio Galaxy (il più importante premio letterario cinese dedicato alla fantascienza) e unico asiatico ad aggiudicarsi il Premio Hugo nel 2015 con Il problema dei tre corpi, primo romanzo della trilogia del "Passato della Terra". Il terzo romanzo della serie, Nella quarta dimensione, ha vinto il Premio Locus nel 2017. 

PS: Sto leggendo il terzo libro. Storia avvincente dei comportamenti della società umana nelle diverse situazioni in cui si viene a trovare e a cui non può sfuggire neanche nell'universo intero...

martedì, luglio 15, 2025

LIBRO: "La versione degli alberi" di Stefano Mancuso

Nel mondo verde di Edrevia gli alberi parlano e camminano, a volte battibeccano, si amano, scrivono libri e li custodiscono in biblioteche splendenti, organizzano feste che durano settimane, si commuovono di fronte ai tramonti. 
Ma quando la loro casa è in pericolo, minacciata dalla crisi climatica, gli alberi possono anche decidere di partire e andare lontano, alla ricerca di risposte e soluzioni, di nuove alleanze e diversi orizzonti. 
E poi, dopo tanto viaggiare, scelgono di riferire ai compagni tutto ciò che hanno visto attraverso il più antico e prezioso dei metodi: il racconto.

Dalla penna sapiente e giocosa di Stefano Mancuso, una nuova avventura ecologica che riguarda il destino del nostro pianeta. E quindi di tutti noi.
 

lunedì, luglio 14, 2025

Parole O_Stili: Intelligenza Artificiale in Psicoterapia, Spiritualità e Relazioni

L’intelligenza artificiale oggi è più vicina, più presente e più “umana” che mai, tanto da accompagnarci anche in situazioni intime e personali della nostra vita, come la fragilità emotiva, la fede e le relazioni.

Ma cosa succede quando i confini tra compagnia e connessione iniziano a diventare confusi? Quando la differenza tra comprensione e simulazione diventa così sottile da fare difficoltà a distinguere l’una dall’altra? E quali criticità rischiamo di perdere di vista mentre confidiamo i nostri pensieri più privati ad un algoritmo? Oggi parliamo di questo, con tre diverse tipologie di chatbot e di modalità di fruizione dell’IA che stanno sempre più prendendo piede.

Psicoterapia mobile

Iniziamo con un dato: secondo dati raccolti da Telefono Azzurro, il 22% degli adolescenti preferisce confidarsi in forma anonima via chat anziché rivolgersi ad un professionista.

Il 63 % considera l’AI, chatbot e app di salute mentale facilmente accessibili; il 62 % apprezza l’assenza di giudizio che caratterizza questi strumenti. Sono sempre di più gli adolescenti e i giovani adulti che scelgono di rivolgersi ai chatbot in cerca di supporto emotivo, spesso come primo passo prima di contattare uno psicologo, altre volte in sostituzione al supporto di un professionista.

Perché? L’IA è disponibile 24 ore su 24, non giudica e garantisce l’anonimato. Inoltre, la sua capacità di elaborare dati e contenuti complessi in tempi rapidissimi garantisce risposte in tempo reale, simulando empatia con estrema naturalezza.

Questi strumenti, che possono essere un’interessante forma di aiuto complementare, sono considerati utili per sfogarsi, regolare emozioni quotidiane e ricevere consigli pratici. Ma non devono (e non sono in grado!) di sostituire il supporto di un professionista e della psicoterapia in un’ottica di risoluzione del disagio.

Spiritualità 4.0

Non è una novità: la Chiesa si sta muovendo con più decisione nel digitale. Anche attraverso l’apertura al linguaggio dei social, che quest’anno culminerà il 28 e 29 luglio con il Giubileo dei Missionari Digitali. Chi sono? Creator e influencer che si impegnano a diffondere il messaggio cristiano online, attraverso veri e propri canali ufficiali di evangelizzazione.

Parallelamente, sono diverse le iniziative che stanno invece sperimentando con l’IA per sviluppare chatbot spirituali, software in grado di rispondere a dubbi di fede, fornire supporto teologico e accompagnare il cammino dei credenti.

Online si trovano infatti app come Text With Jesus, sviluppata da Cat Loaf Software a Los Angeles, GitaGPT, sviluppata dall’ingegnere Sukuru Sai Vineet e ispirata agli insegnamenti della Bhagavad Gita, QuranGPT, progettata per rispondere a domande sul Corano dall’allora studente di ingegneria Raihan Khan.

Proprio secondo Khan, "applicazioni come questa hanno il solo scopo di colmare un vuoto nel mondo moderno, dove le giovani generazioni trovano difficile orientarsi nella propria religione".

Ma in questo nuovo rapporto con la fede, dove finisce la spiritualità e dove comincia la simulazione?

Relazioni Artificiali

E quando si parla di relazioni? Ci sono gli AI companion, chatbot avanzati pensati specificatamente per offrire compagnia, ascolto e supporto emotivo, spesso simulando un'amicizia o persino una relazione affettiva.

Funzionano come “confidenti digitali” disponibili 24/7 e rappresentano uno spazio sicuro soprattutto per le persone più giovani e vulnerabili, che possono così aprirsi senza timori. Tra i benefici più evidenti del loro utilizzo nel breve periodo ci sono la riduzione della solitudine, il miglioramento della regolazione emotiva e la possibilità di esercitare abilità comunicative in un ambiente protetto.

Nel lungo periodo, però, l’interazione unidirezionale con L’IA può generare un attaccamento emotivo profondo ma non reciproco, favorendo dipendenza affettiva e isolamento sociale. Inoltre, un uso intensivo degli AI companion può ridurre la tolleranza alla frustrazione e la capacità di gestire relazioni complesse nella vita reale. Particolarmente delicato è l’impatto sugli adolescenti, per i quali l’attaccamento emotivo agli AI companion può distorcere le dinamiche affettive e incrementare il rischio di isolamento e vulnerabilità.

I rischi

Che si parli di fragilità, di fede o di solitudine, la domanda non cambia: cosa succede quando diamo in pasto ad un algoritmo informazioni, pensieri e emozioni così intrinsecamente personali e intimi? Dietro l’apparente comodità di un confidente sempre a portata di touch, ci sono diverse questioni da considerare. In primis la privacy.

Molti chatbot raccolgono dati sensibili senza specificare quale uso ne verrà fatto, se verranno utilizzati per addestrare gli algoritmi o, peggio ancora, se saranno vulnerabili a possibili violazioni della sicurezza. La mancanza di trasparenza sulle modalità di gestione di queste informazioni spesso espone l’utente in maniera considerevole senza che vi sia consapevolezza.

C’è poi il tema dell’empatia, che le IA non provano. Possono essere addestrate a simularla, ma quando interagiscono con gli utenti si limitano a processare gli input che ricevono per produrre l’output desiderato, con una tale naturalezza che il rischio di dimenticare la loro natura è estremamente concreto. Sottovalutare questa possibilità può sfociare in dipendenze emotive e ulteriori solitudini e isolamenti, aggravando ulteriormente le difficoltà che invece si cercava di risolvere.

I chatbot sono strumenti che, se usati con consapevolezza, possono essere utili e portare grandi benefici. 

È sempre importante però tenere a mente che si tratta di terreni delicati e con diverse zone d’ombra.