mercoledì, luglio 23, 2025
LIBRO: "Alzheimer S.p.A. Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c'è" di Agnese Codignola
martedì, luglio 22, 2025
Il nido del cuculo, 50 anni dopo, vola ancora alto
Mezzo secolo fa il film di Milos Forman dal romanzo di Ken Kesey, entrò in un mondo di matti che forse tanto matti non erano. Anzi: matti non lo erano affatto. Jack Nicholson commosse il pubblico di tutto il mondo, e oggi "La Lettura" ha chiesto allo psichiatra-scrittore Paolo Milone che cosa c'è di vero in quella pellicola. E che cosa c'è di noi
«Ma chi diavolo vi credete di essere, vacca troia, pazzi davvero? E invece no, voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada». Questa, con le parole del doppiaggio italiano, è una delle sfuriate più memorabili, e per certi aspetti più fuorvianti, che Randle P. McMurphy (Jack Nicholson) rivolge alla banda dei compagni «picchiatelli» durante una disumanizzante seduta di gruppo guidata dalla gelida Infermiera Ratched. Qualcuno volò sul nido del cuculo è una di quelle opere che si definiscono «di culto», con i suoi riti e i suoi adepti. In Italia è disponibile su alcune piattaforme, qui sulla scrivania tengo una copia del Dvd comprato chissà quando, con la faccia di Randle-Jack che se la ride guardando in alto.
Alla radio pubblica americana Npr, pochi giorni fa, lo psichiatra Ken Duckworth, responsabile della National Alliance on Mental Illness, ha raccontato di avere visto il film poco dopo la sua uscita: «Avevo 17 anni e mio padre in quel periodo faceva avanti e indietro dall’ospedale per una grave forma di disturbo bipolare. La freddezza istituzionale e industriale di quel posto l’ho ritrovata nel film». Per Duckworth One Flew Over the Cuckoo’s Nest «getta lampi di verità sui sovraffollati istituti psichiatrici degli anni Sessanta». Però lascia ancora oggi uno strascico equivoco: «Per esempio quando parli con un paziente affetto da grave depressione sotto terapia farmacologica, e chiedi se ha mai provato con l’elettroshock (oggi praticato soltanto sotto anestesia, ndr), la risposta è: “Oh no. Ha visto cosa è successo a Jack Nicholson? Non permetterò che lo facciano anche a me”».
Effetti collaterali e sanitari di una storia «perfetta dal punto di vista cinematografico, e che inizialmente ha avuto un impatto culturale positivo nell’Italia che si apprestava a chiudere i manicomi», dice a «la Lettura» Paolo Milone, classe 1954, psichiatra e autore per Einaudi di due libri bellissimi che partono dalla sua esperienza di lavoro: L’arte di legare le persone (2021) e Una piccola fine del mondo uscito quest’anno.
«Fin dalla prima volta che lo vidi, avevo 22 anni e stavo ultimando la specializzazione all’università, trovai che c’era un elemento che stonava, che non tornava dal punto di vista medico. È un po’ come quando scrivo qualcosa di bello sotto l’aspetto narrativo e però mi accorgo che non corrisponde alla realtà, perché la realtà incespica continuamente, come posso dire?, la realtà è brutta, è zoppa, e invece la penna mi ha preso la mano. Allora cancello e riparto».
Fortuna che il regista Miloš Forman non ha fatto la stessa cosa, lavorando sul romanzo pubblicato da Ken Kesey nel 1962. Milone è d’accordo. Per «la Lettura» ha rivisto il film a 50 anni di distanza, e il sapore nella testa è lo stesso di allora: «Da spettatore mi è piaciuto molto. È una favola bellissima, ma c’entra poco con la psichiatria». Ricorda il giorno in cui ne parlarono a lezione, in clinica psichiatrica a Genova. Il professor Romolo Rossi, punto di riferimento nel mondo della psicoanalisi, disse agli studenti: «Avete visto il film, avete visto che cosa dice sul suicidio? Ma non ci si ammazza mica per quei motivi lì...». Rossi si riferiva alla storia del giovane Billy, il personaggio che, ripensandoci ora, più avrebbe interessato il Milone psichiatra. Ormai il film è così vecchio che probabilmente molti giovani non l’hanno visto e magari potrebbero farlo, perciò non è bello «spoilerare» più di tanto. Diciamo che Billy, come altri compagni (ed è questo che fa arrabbiare Randle: «Ma chi vi credete di essere, matti?») , si trova volontariamente nel reparto sotto le grinfie dell’inflessibile Infermiera Ratched: «Mai visto un personaggio così duro in tutta la mia vita lavorativa», dice Milone, che in qualche modo la salva come paziente nascosta dall’altra parte della barricata, sostenendo che «se una persona così ha scelto questo mestiere, non è solo per il gusto di fare la cattiva, ma perché ne aveva bisogno».
Nel libro da cui è tratto il film lei è ancora più dura: Kesey disse di essersi ispirato a una caposala incontrata in un centro per veterani dove aveva fatto il volontario, ma ammise di averne esagerato i tratti sadici. Il suo contraltare, Randle/Jack, è nel centro psichiatrico per essere esaminato: condannato a sei mesi per aver fatto sesso con una quindicenne (che a suo dire si era spacciata per maggiorenne), per evitare il bagno penale si è finto «picchiatello». Nella Hollywood di oggi un personaggio con un passato del genere non potrebbe diventare l’eroe «spirito libero» di cui parlò il «New York Times» dopo la prima, il 28 novembre 1975, in una recensione che pure bocciava il film come metafora mal riuscita dell’America in subbuglio degli anni Sessanta, salvo promuoverlo sul lato della «commedia umana», con quel gruppo di personaggi che, scriveva Vincent Canby, «sono variazioni di noi spettatori, se solo dovessimo superare la soglia di quella che viene chiamata sanità mentale».
Ecco un punto cruciale: Qualcuno volò non racconta la malattia mentale, dice Milone, «perché il paziente psichiatrico è dominato dal mondo interno, che è difficile da esplorare». Ed è fatto di quella realtà «zoppa, incespicante» che non si addice a una favola hollywoodiana. Miloš Forman ha fatto «un bellissimo film d’azione, che ti acchiappa. Una storia perfetta che arrivò culturalmente al momento giusto». Certo la riforma psichiatrica del 1978 in Italia, sostiene l’autore di Una piccola fine del mondo, non fu il prodotto della rivoluzione di un manipolo leggendario, né tanto meno il riflesso delle gesta eroiche di gente alla Randle/Jack Nicholson. Fondamentalmente la chiusura dei manicomi, che in un Paese di 58 milioni di abitanti ospitavano circa 90 mila persone, «fu resa possibile dal miracolo degli psicofarmaci», che intorno alla metà degli anni Cinquanta «venivano dati ai pazienti da una pentola, con il mestolo. Il manicomio diventò un luogo silenzioso, più tranquillo e dunque crebbe nella società e nella politica (una spinta importante la diedero i sindacati e i primi a manifestare furono a Genova) il movimento di chi chiedeva che i pazienti potessero stare fuori».
Certo oggi, ricorda Milone, in Italia per la salute mentale si spende meno di quando c’erano i manicomi (si è passati dal 5% al 3% della spesa sanitaria). Ma i malati restano: servono più fondi, cultura, servizi. A che cosa può servire allora rivedere un film come Qualcuno volò sul nido del cuculo? Per restare in tema, se si volesse capire di più attraverso un’opera di fiction quel «mondo interno» intorno al quale ruota il disagio psichiatrico, secondo Milone, bisognerebbe studiare semmai un altro Jack Nicholson immortale, quello psicotico e omicida di Shining («Wendy, tesoro, luce della mia vita») datato 1980. Tra cinque anni, per l’anniversario del mezzo secolo, prenotiamo Doc Paolo di Genova per un’altra visione da «piccola fine del mondo». Ma intanto, per il nostro bisogno di consolazione («Si esce dal film rinfrancati, non trova?», dice Milone), riflettiamo sull’avventura di Randle e Martini, Billy, Grande Capo e tutti gli altri «squilibrati» che valgono insieme 5 premi Oscar. Che personaggio, Grande Capo: Kesey nel libro racconta la storia proprio dal punto di vista del gigante soprannominato Chief, l’«indiano» che per autodifesa si finge sordo e muto, avulso da tutto. Nel film è la colonna a cui Randle/Jack strappa un sorriso e che gli procura un’estrema via d’uscita («Cosa ci facciamo qui io e te Grande Capo?»; «Non ti lascio qui così, ti porto con me»).
Di un film-culto, ciascuno ha le sue scene di culto preferite. La partita di basket tra pazienti e operatori, la telecronaca della finale di baseball, così immaginaria e così vera da irretire tutto il reparto dei «lunatici»: Randle si inventa ogni azione perché l’Infermiera Ratched non vuole accendere la televisione («Confax lancia, Richardson colpisce, il tiro è teso e fortissimo...»). E poi la meravigliosa fuga in barca, quando uno scatenato Nicholson con il cappellino e la ragazza al fianco porta tutti a pescare in mare. È dopo quella normalissima pazzia che il simposio dei medici stabilisce che McMurphy «è molto pericoloso».
Qualcuno volò non racconterà la psichiatria di ieri e di oggi. Sarà anche una favola. Ma sono passati cinquant’anni, i manicomi da noi non esistono più, tutti ci riempiamo la bocca della «dignità delle persone» che va preservata (ricordate il documentario Human forever?) a qualsiasi età e in ogni condizione. Eppure non è inutile o scontato, l’appello per una ventata di vita nelle strutture, «un po’ di giungla anche per me» come canta Paolo Conte. Nelle case, nei centri di cura di varia natura, al posto del filo spinato ci sono magari giardini bellissimi e spazi benessere, ma ogni tanto ci vorrebbero un Randle P. McMurphy, un Martini, un Grande Capo a scompigliare le carte dell’ordine costituito. E a creare legami, distribuirli con il mestolo più che con il contagocce, perché ciò che salva dalla tragedia è la commedia umana. A volte queste figure ci sono ma vengono considerate pericolose. Certo, non vengono punite con la lobotomia. Basta allontanarle, metterle in cattiva luce, trattarle come macchiette. A volte invece, mettono radici. Fanno comunità. Vogliono insieme la giungla e il pediluvio. Spostano macigni, o almeno ci provano. Come dice Nicholson nella favola del cuculo dopo l’ennesimo fallimento, but I tried.
lunedì, luglio 21, 2025
LIBRO: "Farmaci - Luci e ombre" di Silvio Garattini
Circa 3,7 milioni di italiane e italiani utilizzano più di una volta l’anno prodotti omeopatici: 164 milioni di euro, 300 milioni secondo altre stime, spesi di tasca propria in pillole che sono state sostanzialmente riconosciute come dei placebo e nulla più. Tollerabili ma inutili.
Silvio Garattini nato nel 1928 è un medico. Nel 1961 compie il suo atto rivoluzionario: grazie all’eredità di un filantropo milanese fonda l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, che ancora oggi conduce ricerche biomediche senza brevettare le proprie scoperte, mettendo realmente la scienza al servizio della salute pubblica.
Questo significa che al Mario Negri vengono condotte ricerche senza sottostare alla logica del profitto e senza legami con lo Stato, con la Chiesa, con la politica, con le religioni o con la finanza.
domenica, luglio 20, 2025
MOSTRA: "Il tempo degli intrecci incompleti" alle Tilane dal 17 al 26 Luglio 2025
La mostra ospitata nel foyer di Tilane da giovedì 17 a sabato 26 luglio 2025.
sabato, luglio 19, 2025
LIBRO: "L'arte in tavola" di Philippe Daverio
venerdì, luglio 18, 2025
Parole O_Stili_ Filter Bubble 2 - La campagna Google ai danni di Francesca Albanese
Francesca Albanese è una relatrice speciale delle
Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, incaricata dal 2022 di
monitorare e denunciare le violazioni dei diritti umani nell’area. È anche
vittima di una campagna di discriminazione e delegittimazione online ad
opera della Israeli Government Advertising Agency, agenzia che
opera come gruppo di comunicazione per il governo di Benjamin Netanyahu.
Digitando il suo nome su Google, infatti, ci si può
imbattere in un annuncio sponsorizzato che la accusa di aver “violato i
principi di imparzialità, universalità e integrità professionale, fondamentali
per il suo mandato alle Nazioni Unite” e di contiguità con Hamas.
La vicenda, riportata da un’inchiesta di Fanpage.it, non
sarebbe un episodio isolato ma parte di una strategia comunicativa più
ampia, una vera e propria campagna digitale volta a delegittimare voci
critiche sul conflitto a Gaza attraverso strumenti come la pubblicità
online, i social e i video generati con l’intelligenza artificiale.
Albanese, recentemente sanzionata dagli Stati Uniti e
accusata di antisemitismo e di essere fautrice di «una campagna di guerra
politica ed economica contro gli Stati Uniti e Israele», è da tempo al centro
di una conversazione estremamente polarizzata attorno alle sue posizioni. Ma al
di là della questione politica, questa vicenda ci costringe a interrogarci su
una questione fondamentale: cosa succede quando gli spazi
dell’informazione diventano luoghi di pressione, dove la narrazione viene
costruita non solo con le parole, ma con il denaro e con gli algoritmi?
Ne abbiamo parlato con Enrico Marchetto,
marketer e Founder di Noiza.
L’intervista
Cosa ci dice il caso Francesca Albanese sul potere degli
strumenti pubblicitari digitali quando sono usati non per vendere prodotti, ma
per influenzare l'opinione pubblica o screditare una persona?
Il caso di Francesca Albanese è davvero lampante.
Lampante di come da un lato lo strumento pubblicitario
online non sia usato solo per vendere proteine solubili ma per influenzare
l'opinione pubblica e, in questo caso, screditare "il nemico".
Dall'altro lato è l'ennesimo pezzo del puzzle che va a comporre l'ingegneria
del consenso.
Ma andiamo con calma e spieghiamo meglio.
Da un punto di vista tattico, quello a cui assistiamo è una pratica che assomiglia, per esempio, alle tante forme di "Brand Protection" presenti sul motore di ricerca.
Perdonate la semplificazione ma proviamo a capirci meglio: io ho un hotel e faccio delle inserzioni in modo tale da assicurarmi il primo posto su Google e non essere scavalcato dai vari Booking, Trivago e tutte le piattaforme che provano ad agire come intermediari con la mia struttura.
Nel caso di Francesca Albanese,
il principio è molto simile: per scavalcare l'ovvio primo posto di una
biografia su Wikipedia, il primo punto di atterraggio visibile sarà un link che
la scredita. Per fortuna questo non accade perché se al momento cerchiamo
"Francesca Albanese" sul motore di ricerca il link sponsorizzato del
governo israeliano è l'ultimo link presente nella SERP (Search Engine Results
Page). Quindi l'effetto, seppur indubbiamente presente, è relegato a una
porzione di visibilità ridotta.
Cosa ci dice tutto questo?
- Che
sto usando l'advertising per imporre una narrazione di parte e la sto
mostrando a tutto il volume delle search (5 milioni di ricerche).
- Che
cerco autorevolezza, "sono su Google, sono il Governo Israeliano,
sono un risultato in prima pagina".
- Che
posso targetizzare su un pubblico ben preciso, per rafforzare il consenso
oppure fare prospecting, cioè andare a influenzare persone nuove che si
stanno informando in questo momento sul caso Albanese.
- Che
riesco a essere persistente, perché se ho budget infinito allora posso
tenere l'annuncio all'infinito – a differenza di qualsiasi altro media,
che dopo un po' va in archivio surclassato dal posizionamento di
informazioni più recenti.
- Ultimo
ma non ultimo, il fatto stesso che io stia facendo advertising su
Francesca Albanese diventa "notiziabile", moltiplicandone
l'effetto.
Quando una piattaforma come Google ospita un annuncio,
gli dà automaticamente credibilità. Ma da un punto di vista tecnico, quanto
sono davvero responsabili le piattaforme per i contenuti che approvano? E quali
limiti ci sono, se ci sono?
Non è detto che la comparsa di un annuncio sia immediatamente un attestato di credibilità.
In questo caso Google agisce da editore: ospita gli annunci di chi lo paga.
In realtà per policy non dovrebbe
pubblicare annunci diffamatori ma, evidentemente, in questo caso l'algoritmo
non ha ravvisato questo tipo di pratica.
Immagino che dalla moderazione automatica si dovrebbe passare urgentemente a una moderazione umana, che prenda in considerazione il possibile tentativo di screditamento della persona.
Le piattaforme sono
sicuramente responsabili di ciò che pubblicano, ma ci sono una marea di limiti
tecnici e spesso operativi: il volume di annunci caricato ogni giorno, il
limite del controllo algoritmico, il confine molto sottile (e inquietante) tra
la libertà di parola e la disinformazione, la poca rapidità di azione ovvero
l'accorgersi di una pubblicazione diffamatoria quando il danno è già stato
fatto.
Perché siamo così propensi a credere a quello che
leggiamo online, soprattutto quando conferma le nostre idee?
È una questione che dura dalla notte dei tempi, è un
centinaio di anni che la sociologia della comunicazione si occupa di
manipolazione mediatica.
Lascio tre spunti legati principalmente al marketing online:
- Bias
di conferma, la tendenza continua a cercare informazioni che vanno a
confermare la mia credenza preesistente. Ho dei dubbi su una narrazione
mainstream? Cerco gli elementi che mi rafforzino il dubbio. Solo che nel
2025 non serve più cercare perché l'algoritmo traghetta verso di te uno
stimolo confermativo
- Polarizzazione.
L'elemento divisivo genera ingaggio, l'ingaggio genera visibilità, la
visibilità genera ulteriore ingaggio e via dicendo. L'ingaggio sia pro che
contro è sempre complice della risonanza del messaggio. Sì, purtroppo
anche questa intervista, in parte, è complice.
- Overload
informativo. E come si risponde all'overload informativo? Con la
semplificazione. L'approccio critico è faticoso e spesso siamo in attesa
che qualcuno ce l'abbia al posto nostro.
giovedì, luglio 17, 2025
Parole O_Stili: Filter Bubble 1 - chi costruisce il nostro sguardo sul mondo?
Chi costruisce il nostro
sguardo sul mondo?
La risposta potrebbe sembrare
semplice: i giornali, le persone che seguiamo, le fonti a cui ci affidiamo. La
realtà diventa però più complessa non appena ci spostiamo nel digitale, dove
ogni contenuto che vediamo è il risultato del calcolo di un algoritmo.
In questo articolo proveremo ad
affrontare una piccola parte di questa grande complessità con una parola, e domani con una notizia e un’intervista.
Parola: La comfort zone delle filter
bubble
Se ti è mai capitato di pensare,
scrollando sui social, che i contenuti che vedi sembrano essere selezionati
apposta per te è perché, beh, le cose stanno proprio così.
È l’effetto delle filter
bubble, in italiano “bolle di filtraggio”, il fenomeno per cui veniamo
esposti quasi esclusivamente a contenuti che rispecchiano ciò che già pensiamo,
proviamo o crediamo.
Il termine è stato coniato nel
2011 da Eli Pariser, nel saggio “The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You”
e descrive un meccanismo molto semplice: ogni azione che compiamo sui
social viene registrata e analizzata dagli algoritmi per
personalizzare il nostro feed e mostrarci ciò che (secondo le analisi
dell’algoritmo) ci interessa di più.
Tutto ciò che contrasta o che
viene ritenuto lontano o inutile viene automaticamente escluso.
Questo sistema, presente su tutte
le principali piattaforme, ha delle conseguenze potentissime:
- alimenta la polarizzazione, rafforzando esclusivamente le nostre opinioni,
- genera intolleranza, impoverendo il pensiero critico con l’assenza di punti di vista diversi,
- e favorisce l’ostilità, soprattutto nei casi di utenti che abitano bolle particolarmente estreme.
Nel tempo, questo circolo di
conferme finisce per rafforzare i nostri pregiudizi, ridurre la varietà
informativa e minare la nostra capacità di mettere in discussione ciò in cui
crediamo.
Il feed si trasforma in uno
specchio che non riflette la realtà, ma una versione su misura della nostra
visione del mondo, priva di qualsiasi forma di diversità culturale,
politica e sociale.
Qual è la soluzione,
allora?
L’antidoto agli effetti
collaterali delle filter bubble non sta nella quantità, perché il punto non
è tanto il numero di informazioni che leggiamo quanto lo sguardo con cui lo
facciamo.
Serve più consapevolezza
critica.
Serve iniziare a riconoscere
che i feed sono costruiti per tenerci incollati allo schermo, per
intrattenerci, per farci cliccare e consumare sempre più contenuti, e
non per tenerci informati.
Serve iniziare a chiederci
perché stiamo vedendo un determinato contenuto, da chi è stato costruito e
quali punti di vista, rispetto a quello che ci racconta, non stiamo
considerando.
Ovviamente questo non vuol dire
diffidare di tutto quello che leggiamo o iniziare a cercare le fonti per
verificare se il TikTok del gabbiano sul monopattino (che ha fatto impazzire
tutto il team di Parole O_Stili qualche tempo fa) sia reale oppure generato
dall’IA.
Al contrario, è un invito a imparare
a navigare la complessità e ad accogliere quello che ci chiama a mettere in
discussione le nostre certezze, accompagnandoci fuori dalla nostra comfort
zone digitale per costruire un pensiero più ampio, rispettoso e capace di
confronto.
mercoledì, luglio 16, 2025
LIBRO: Trilogia "Il Problema dei tre corpi" di Cixin Liu
Un progetto militare segreto nella Cina della Rivoluzione Culturale.
Un messaggio inviato nello spazio.
Forse l’inizio di una nuova era della storia umana.
Un mondo alieno destinato a sprofondare nel Caos.
La serie descrive un passato, un presente e un futuro immaginari nei quali, nel primo libro, la Terra entra in contatto con una civiltà aliena in un vicino sistema stellare composto da tre stelle simili al Sole che orbitano l'una intorno all'altra in un instabile sistema a tre corpi.
Il titolo fa riferimento al Problema dei tre corpi in astrodinamica.
Nella Cina della rivoluzione culturale, un progetto militare segreto cerca di contattare intelligenze aliene inviando segnali nello spazio da una base denominata Costa Rossa. Una scienziata di nome Ye Wenjie, epurata politicamente a causa delle sue idee, è membro del progetto.Nel presente uno scienziato di nome Wang Miao, che lavora sulle nanotecnologie, si ritrova ad avere strane visioni, tra cui un conto alla rovescia, che lui solo è in grado di vedere, visioni che lo portano a indagare su questo strano fenomeno. Durante le sue indagini si imbatte in un videogioco in realtà virtuale chiamato Tre Corpi in cui il giocatore deve trovare il modo di far sopravvivere una popolazione che vive in un mondo che alterna Ere dell'ordine in cui la civiltà può nascere e svilupparsi ed Ere del Caos in cui la vita viene quasi totalmente sterminata.Otto anni dopo l'invio del segnale dalla base Costa Rossa viene captata una risposta. L'entità che ha risposto afferma di essere un pacifista in un pianeta bellicoso e avverte pertanto di non rispondere ulteriormente se si vuole evitare di essere identificati e invasi. Ye Wenjie tuttavia, disgustata dal genere umano, decide di rispondere invitando l'alieno a invadere la Terra, affinché possano in questo modo risolvere i problemi umani. Wang Miao, dopo aver proposto diverse teorie fallimentari nel gioco Tre Corpi, riesce ad arrivare alla soluzione corretta: il pianeta in cui è ambientata la simulazione è situato in un sistema a tre stelle, e i continui cambiamenti sono dovuti al movimento del pianeta influenzato dalla gravità dei tre soli.Scoperta la verità, Wang Miao viene messo al corrente dell'esistenza dei trisolariani e apprende che il gioco era in realtà un sistema di reclutamento. Scopre così che l'esistenza dei trisolariani è nota ai governi di tutto il mondo e che, così come le forze armate e i governi mondiali si preparano ad affrontarli in battaglia, c'è anche un nutrito gruppo di terrestri (Organizzazione Terra-Trisolaris), guidati da Ye Wenjie, che collabora con gli alieni per sostenere l'invasione.
Cixin Liu (Yangquan, Cina, 1963) ha lavorato come ingegnere in una centrale elettrica prima di dedicarsi interamente alla letteratura. È uno dei più prolifici, noti e innovativi autori cinesi di fantascienza, vincitore per nove volte del Premio Galaxy (il più importante premio letterario cinese dedicato alla fantascienza) e unico asiatico ad aggiudicarsi il Premio Hugo nel 2015 con Il problema dei tre corpi, primo romanzo della trilogia del "Passato della Terra". Il terzo romanzo della serie, Nella quarta dimensione, ha vinto il Premio Locus nel 2017.
PS: Sto leggendo il terzo libro. Storia avvincente dei comportamenti della società umana nelle diverse situazioni in cui si viene a trovare e a cui non può sfuggire neanche nell'universo intero...
martedì, luglio 15, 2025
LIBRO: "La versione degli alberi" di Stefano Mancuso
lunedì, luglio 14, 2025
Parole O_Stili: Intelligenza Artificiale in Psicoterapia, Spiritualità e Relazioni
L’intelligenza artificiale oggi è
più vicina, più presente e più “umana” che mai, tanto da accompagnarci anche in
situazioni intime e personali della nostra vita, come la fragilità emotiva, la
fede e le relazioni.
Ma cosa succede quando i confini
tra compagnia e connessione iniziano a diventare confusi? Quando la differenza
tra comprensione e simulazione diventa così sottile da fare difficoltà a
distinguere l’una dall’altra? E quali criticità rischiamo di perdere di vista
mentre confidiamo i nostri pensieri più privati ad un algoritmo? Oggi parliamo
di questo, con tre diverse tipologie di chatbot e di modalità di fruizione
dell’IA che stanno sempre più prendendo piede.
Psicoterapia mobile
Iniziamo con un dato: secondo
dati raccolti da Telefono Azzurro, il 22% degli adolescenti preferisce
confidarsi in forma anonima via chat anziché rivolgersi ad un professionista.
Il 63 % considera l’AI,
chatbot e app di salute mentale facilmente accessibili; il 62 % apprezza l’assenza di giudizio che caratterizza questi strumenti. Sono
sempre di più gli adolescenti e i giovani adulti
che scelgono di rivolgersi ai chatbot in cerca di supporto
emotivo, spesso come primo passo prima di contattare uno psicologo,
altre volte in sostituzione al supporto di un professionista.
Perché? L’IA è
disponibile 24 ore su 24, non giudica e garantisce l’anonimato. Inoltre,
la sua capacità di elaborare dati e contenuti complessi in tempi rapidissimi
garantisce risposte in tempo reale, simulando empatia con estrema naturalezza.
Questi strumenti, che possono
essere un’interessante forma di aiuto complementare, sono
considerati utili per sfogarsi, regolare emozioni quotidiane e ricevere
consigli pratici. Ma non devono (e non sono in grado!) di sostituire il
supporto di un professionista e della psicoterapia in un’ottica di risoluzione
del disagio.
Spiritualità 4.0
Non è una novità: la Chiesa si
sta muovendo con più decisione nel digitale. Anche attraverso l’apertura al
linguaggio dei social, che quest’anno culminerà il 28 e 29 luglio con il
Giubileo dei Missionari Digitali. Chi sono? Creator e
influencer che si impegnano a diffondere il messaggio cristiano online,
attraverso veri e propri canali ufficiali di evangelizzazione.
Parallelamente, sono diverse le
iniziative che stanno invece sperimentando con l’IA per sviluppare chatbot
spirituali, software in grado di rispondere a dubbi di fede, fornire
supporto teologico e accompagnare il cammino dei credenti.
Online si trovano infatti app
come Text With Jesus, sviluppata da Cat Loaf Software a Los
Angeles, GitaGPT, sviluppata dall’ingegnere Sukuru Sai
Vineet e ispirata agli insegnamenti della Bhagavad Gita, QuranGPT,
progettata per rispondere a domande sul Corano dall’allora studente di
ingegneria Raihan Khan.
Proprio secondo Khan, "applicazioni come questa hanno il solo scopo di colmare
un vuoto nel mondo moderno, dove le giovani generazioni trovano difficile
orientarsi nella propria religione".
Ma in questo nuovo rapporto con
la fede, dove finisce la spiritualità e dove comincia la simulazione?
Relazioni Artificiali
E quando si parla di relazioni?
Ci sono gli AI companion, chatbot avanzati pensati
specificatamente per offrire compagnia, ascolto e supporto emotivo, spesso
simulando un'amicizia o persino una relazione affettiva.
Funzionano come “confidenti
digitali” disponibili 24/7 e rappresentano uno spazio sicuro soprattutto
per le persone più giovani e vulnerabili, che possono così aprirsi senza
timori. Tra i benefici più evidenti del loro utilizzo nel breve periodo ci sono
la riduzione della solitudine, il miglioramento della regolazione emotiva e la
possibilità di esercitare abilità comunicative in un ambiente protetto.
Nel lungo periodo, però, l’interazione unidirezionale con L’IA può generare un
attaccamento emotivo profondo ma non reciproco, favorendo dipendenza affettiva
e isolamento sociale. Inoltre, un uso intensivo degli AI
companion può ridurre la tolleranza alla frustrazione e la capacità di gestire
relazioni complesse nella vita reale. Particolarmente delicato è l’impatto
sugli adolescenti, per i quali l’attaccamento emotivo agli AI companion può
distorcere le dinamiche affettive e incrementare il rischio di isolamento e
vulnerabilità.
I rischi
Che si parli di fragilità, di
fede o di solitudine, la domanda non cambia: cosa succede quando diamo
in pasto ad un algoritmo informazioni, pensieri e emozioni così intrinsecamente
personali e intimi? Dietro l’apparente comodità di un confidente
sempre a portata di touch, ci sono diverse questioni da considerare. In primis
la privacy.
Molti chatbot raccolgono dati
sensibili senza specificare quale uso ne verrà fatto, se verranno
utilizzati per addestrare gli algoritmi o, peggio ancora, se saranno
vulnerabili a possibili violazioni della sicurezza. La mancanza di trasparenza
sulle modalità di gestione di queste informazioni spesso espone l’utente in
maniera considerevole senza che vi sia consapevolezza.
C’è poi il tema dell’empatia,
che le IA non provano. Possono essere addestrate a simularla, ma quando
interagiscono con gli utenti si limitano a processare gli input che ricevono
per produrre l’output desiderato, con una tale naturalezza che il rischio di
dimenticare la loro natura è estremamente concreto. Sottovalutare questa
possibilità può sfociare in dipendenze emotive e ulteriori solitudini
e isolamenti, aggravando ulteriormente le difficoltà che invece si cercava
di risolvere.
I chatbot sono strumenti che, se usati con consapevolezza, possono essere utili e portare grandi benefici.
È sempre importante però tenere a mente che si tratta di
terreni delicati e con diverse zone d’ombra.





