Intervista del Cittadino all'arch. Marco Romano e al prof.G.Tiengo
domenica, dicembre 19, 2021
Il Cittadino intervista l'arch.Marco Romano e il prof.G.Tiengo
sabato, dicembre 18, 2021
Un Palazzo per la Casa della Comunità
Serata piena di suggestioni e spunti culturali quella del 15 dicembre ,
promossa dal Circolo Restare Umani, sulla possibilità di una riqualificazione
energetica e funzionale del Palazzo ex Inam di Paderno Dugnano.
Un appuntamento ad invito, causa restrizioni Covid, che ha visto
l’incontro di diversi interessi. L’ultra ottantenne architetto Marco Romano,
progettista del Palazzo brutalista, ha raccontato il contesto politico e
culturale della nascita di quel progetto.
Erano gli anni ‘60 e la giunta di centrosinistra guidata da Umberto Risso aveva affidato la redazione di un nuovo centro civico-direzionale per favorire l’espansione della città e la creazione di una nuova centralità urbana all’architetto Marco Romano, appartenente al Collettivo di Architettura di Milano.
L’arch. Romano ha spiegato come l’idea progettuale fosse ispirata da
un’esperienza della città scozzese di Cumbernauld e come queste ragioni
innovative (del cemento armato a vista) innervassero il dibattito, di quel
gruppo di architetti del Collettivo, che operavano in quegli anni in tutto il
milanese.
Le ragioni di questa “bellezza” architettonica hanno incuriosito
degli studenti del Liceo Boccioni che hanno cominciato a studiare le origini e
la storia di questo edifico e di questa corrente, denominata poi “brutalismo”,
e ne hanno fatto l’oggetto del loro percorso didattico sotto l’egida del
professor Gionata Tiengo.
E’ a questo punto che gli interessi degli studenti e la
curiosità di un gruppo di cittadini si sono incontrati ed è nata l’idea di uno
studio per una rigenerazione funzionale di quell’edificio. Anche per non
perdere l’occasione delle risorse del PNRR finalizzate per legge alla creazione
di una Casa della Comunità a Paderno Dugnano.
Per questo l’Associazione Restare Umani ha promosso la
presentazione di una ipotesi progettuale, delineata dall’architetto Giovanni
Maffioletti e contestualizzata dall’ing. Ottorino Pagani, e l’ha offerta alla
città. Al Sindaco e all’Asst-rhodense e a chiunque voglia cogliere queste linee
guida finalizzate a sottolineare l’opportunità e la convenienza a salvare un
bene architettonico e valorizzare, così, il nostro territorio.
giovedì, dicembre 02, 2021
Mercoledì 15 dicembre ore 20,30
Sede di Quartiere di via Corridori, Paderno Dugnano
Presentazione di una
proposta di riqualificazione del Palazzo Inam
Una nuova Casa per la sanità pubblica
Intervengono:
Ing.Ottorino Pagani, Arch.Marco
Romano, Prof.Gionata Tiengo, Arch.Giovanni Maffioletti
Associazione Culturale Restare Umani
INVITO
Accesso consentito
solo con Green Pass. Max.20 persone
lunedì, dicembre 07, 2020
Ciao Lidia
(Redazione del quotidiano Il Manifesto, 7.12.2020)
Ciao
Lidia. Verso le tre del mattino ci ha lasciato Lidia Menapace. Era
dallo scorso martedì in gravissime condizioni, a causa del Covid-19, che
l’aveva purtroppo contagiata. Una tempra straordinaria. La notizia ci lascia
sgomenti
Lidia è
stata una figura straordinaria, che ha fatto parte integrante,
infaticabile e sempre originale, della storia de il manifesto. Fin
dal 1969, quando la sua storia di cattolica dissidente – uscita con lettera
polemica dalla Democrazia cristiana – si incrociò con il gruppo che veniva
radiato dal partito comunista per posizioni considerate troppo di sinistra.
Luciana
Castellina, Lucio Magri, Filippo Maone, Eliseo Milani, Valentino Parlato, Luigi
Pintor, Rossana Rossanda – tra gli altri- divennero le compagne e i compagni di
una lunga parte della sua vita.
Era stata la
prima donna a diventare assessora ai servizi sociali nella provincia
di Bolzano nel 1964, ma si trasferì presto a Milano dove assunse un incarico
presso l’università cattolica, che non le fu rinnovato per motivi politici.
Il movimento
del ’68 la coinvolse, infatti, profondamente. Partecipò alle diverse iniziative
della contestazione cattolica, nonché ai moti studenteschi e operai.
Fu naturale
per lei, dunque, ritrovarsi con gli omologhi eretici di
un’altra chiesa. E proprio quelle peculiarità contribuirono a fare de il
manifesto (il quotidiano e il partito che si chiamò poi Pdup per il
comunismo) un’esperienza profonda e complessa. Si realizzò la congiunzione
della critica organica del sistema capitalistico con le parzialità dei
movimenti o dei comunisti che non sapevano di esserlo, come diceva Lidia.
Fu consigliera comunale
di Roma, venne eletta alla regione Lazio, divenne responsabile dell’unione
donne italiane, entrò nel 2006 in senato, dove rimase in una legislatura tesa e
conflittuale.
Doveva
essere, portandovi le istanze pacifiste, presidente della commissione difesa.
Ma le venne preferito il De Gregorio diventato noto per vicende giudiziarie.
Nel frattempo, dopo non aver seguito la confluenza del Pdup nel Pci a fine del
1984, si era avvicinata a Rifondazione comunista, nelle cui fila è rimasta fino
ala fine.
Difficile
fare la sintesi di una vita così intensa. Ci si dovrà tornare con
maggiore accuratezza.
Tuttavia, è
importante ricordare subito almeno due dei fili conduttori di un’esperienza
teorica e pratica grandissima: l’impegno nell’universo femminista, di cui
costituì un fondamentale riferimento; l’impegno nell’associazione nazionale
partigiani, al cui comitato nazionale partecipò fin dal 2011.
Giovanissima
era stata un’attivissima staffetta partigiana. E, non a caso, forse il suo
ultimo intervento pubblico si tenne proprio nella riuscita manifestazione
virtuale dello scorso 25 aprile.
Ci
stringiamo ai suoi cari, alle compagne e ai compagni che l’hanno
seguita fino all’ultimo, alle tantissime persone che l’hanno ritenuta la
riterranno sempre un figura straordinaria. Un esempio. Espressione di una
politica bella e probabilmente irripetibile, che Lidia ha contribuito a rendere
ancora più bella.
venerdì, agosto 07, 2020
75 anniversario della tragedia di Hiroshima
Comunicato del MIR in occasione del 75° anniversario della bomba su Hiroshima.
RICORDARE IL PASSATO PER CAMBIARE IL FUTURO
Sono trascorsi 75 anni dalla tragedia di Hiroshima e Nagasaki, dove il 6 e il 9 agosto 1945 furono sganciate le bombe atomiche americane che hanno dato la morte improvvisa a duecentomila persone. Iniziò così, nel modo più tragico, l’era atomica. Da allora l’uomo ha vieppiù sviluppato la capacità di distruggere ogni forma di vita su questa Terra. Allora sembrò logico eliminare totalmente i nemici, compresi i bambini di due città, lanciando contro di loro due bombe nucleari. E tuttora a molti sembra logico poterlo fare, tant’è vero che in 75 anni sono state costruite decine di migliaia di ordigni atomici e ancora ce ne sono 13.400 pronti a ridurre come Hiroshima altrettante città.
Anche in Italia, nelle basi Nato di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia), ci sono 70 testate atomiche americane e si prepara la loro sostituzione con i nuovi – e più micidiali - ordigni nucleari B61-12, che saranno lanciati dai cacciabombardieri F35.
La commemorazione di Hiroshima e Nagasaki deve convincere a prendere finalmente decisioni di disarmo, almeno di disarmo atomico, troppo a lungo rimandate. E’ inaccettabile che il nostro paese, che ripudia la guerra e ha fatto la scelta antinucleare, ospiti armi nucleari. Anziché essere una nazione esemplare sulla via alla pace e al disarmo, è uno stato che continua nella logica militarista della violenza e del terrore.
Il M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) rinnova l’appello al Governo italiano di aderire al Trattato di messa al bando delle armi atomiche, approvato dall’ONU tre anni fa, con il voto favorevole di 122 nazioni. Da recenti sondaggi emerge che circa otto italiani su dieci sono per l’eliminazione delle bombe atomiche. I governanti ascoltino il bisogno di pace e di vera sicurezza dei popoli, invertendo l’attuale tendenza al riarmo nucleare che sta diffondendosi come una pandemia; si metta fine alla follia delle armi nucleari, che è già immorale per il solo possesso di minacciose armi atomiche: come ha detto Papa Francesco, nel discorso pronunciato l’anno scorso a Hiroshima, sul luogo dove “di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio”. Come ha detto il Papa: “Che questo abisso di dolore richiami i limiti che non si dovrebbero mai oltrepassare”. “Apriamoci alla speranza, diventando strumenti di riconciliazione e di pace”.






