da L'Internazionale del 31 Luglio 2026
Il sandwich è britannico o ebraico? Chi ha inventato
l’hummus e il cous cous? Quando sono nati gli
spaghetti? Nella storia di alcuni alimenti
si nascondono pregiudizi e tensioni politiche.
Spaghetti o noodles, le corde
della discordia
Non è semplice distinguere gli spa
ghetti (tendenzialmente di origi
ne italiana) dai noodles (tendenzialmente di origine asiatica). La differenza sta soprattutto nel processo di fabbricazione e negli ingredienti: grano, riso
o grano saraceno per i noodles, semola di
grano duro per gli spaghetti.
Se poi volessimo provare a stabilire chi li ha inventati,
rischieremmo di scatenare una terza
guerra mondiale tra storici e archeologi.
Per evitare conflitti, diremo che la storia
degli spaghetti si è sviluppata in civiltà
diverse allo stesso tempo.
In Cina le prime ricette risalgono al sesto secolo, ma
gli spaghetti potrebbero essere apparsi
nel secondo secolo avanti Cristo. Tutta
via nulla è certo. Gli spaghetti esistevano
(forse) anche in Mesopotamia.
E anche
ammesso che Marco Polo abbia (forse)
riportato degli spaghetti dalla Cina nel
1292, non è stato lui a introdurli in Europa.
Nel 1154 il geografo arabo Al Idrisi
scriveva che in Sicilia si mangiava un
piatto “a base di farina a forma di corde”.
Per fortuna c’è un fatto indiscutibile,
cioè il contributo germanico a questa cultura: lo Spaghetti eis, un gelato che sembra
un piatto di spaghetti al pomodoro. Chi lo
assaggia non può farne a meno, un po’
come succede con gli spaghetti istantanei, i chikin rāmen (ramen al pollo) inventati in Giappone nel 1958 da Momofuku
Andō, con l’aiuto di un altro pioniere, Yo
shio Murata, che nel 1953 aveva inventato
un processo meccanico per piegare gli
spaghetti. Andō ha ideato anche i cup noodles nel 1971.
Forse tra venti secoli,
quando gli archeologi ne troveranno le
tracce, si lanceranno in dispute infinite
sul loro uso.
Michel Henry
Il kimchi, o quando
i diplomatici s’incavolano
Il kimchi più tipico è a base di cavolo
napa (o cavolo cinese) fermentato, ma
ne esistono centinaia di varianti.
Basta abbandonare all’effetto del tempo al
cuni ingredienti (peperoncino, aglio, zen
zero e verdure), salare, mischiare e sotterrare quasi completamente. Poi avviene la
magia: il tutto fermenta, e quindi vive.
In
Corea “un pasto senza il kimchi è come
una frase senza il verbo”. Un dettaglio, però, infastidisce i puristi: il peperoncino non è di origine coreana. È sbarcato nella
penisola nel seicento, partendo dalle
Americhe e passando per Europa e Giappone.
Il kimchi, dunque, non è sempre
stato rosso. Anche le tradizioni culinarie
più sacre hanno un passato migratorio.
Il primo fronte di battaglia del kimchi
si apre nel 1990.
Il Giappone comincia a
esportare un kimchi istantaneo, non fermentato, chiamato kimuchi. Seoul va su
tutte le furie: se non è fermentato, non è
kimchi! Il caso approda davanti agli esperti internazionali. Nel 2001 arriva la sen
tenza: per chiamarsi kimchi, il prodotto
dev’essere fermentato e a base di cavolo,
anche se questo contraddice gli usi culinari della Corea, dove il kimchi indica una
famiglia intera di verdure salate e fermentate (ravanelli, cetrioli, verdure a foglia…),
a volte senz’ombra di cavolo.
Poco importa, Seoul usa la gastronomia come arma di soft power, kimchi in
testa. Lo promuovono perfino le star del
k-pop. Nel 2008 la campagna si spinge oltre i confini della Terra: a bordo della navi
cella Soyuz l’astronauta Yi So-yeon porta
un kimchi pensato appositamente per lo
spazio. Poi arriva il divorzio.
Nel 2013 il
kimjang sudcoreano (la preparazione collettiva del kimchi prima dell’inverno) è
inserito nella lista del patrimonio cultura
le immateriale dell’Unesco. Nel 2015 la
Corea del Nord ottiene lo stesso riconoscimento. Una tradizione, due rappresentanti. In mezzo, la zona demilitarizzata
che separa le due Coree, con il suo filo spinato e le sue mine antiuomo. Un’assurdità
amministrativa.
Ultimo episodio, nel 2020: il pao cai del
Sichuan (un piatto di verdure fermentate)
è codificato dall’International standards
organization (Iso). Ufficialmente non
c’entra nulla con il kimchi. Ma in Cina i
giornali di stato celebrano uno “standard
internazionale del kimchi rappresentato
dalla Cina”. Seoul denuncia l’appropriazione.
Il cavolo è destinato ad avere tante
storie quante ricette.
Perrine Daubas
Fate l’hummus,
non la guerra
L’ hummus è fatto con ceci schiaccia
ti e pasta di sesamo. Senza pasta di
sesamo è una semplice purea di
ceci ma in realtà anche questa può chiamarsi hummus: in arabo, infatti, la parola
significa “ceci”.
Il fatto che sia un piatto
semplice non lo rende meno controverso:
in Medio Oriente otto paesi rivendicano la
paternità di questa ricetta, le cui origini
risalgono all’epoca ottomana. Libano,
Israele e Palestina hanno portato la disputa sulla scena internazionale: c’è chi si sveglia deciso a cambiare il mondo, e chi pensando di preparare il più grande hummus
del pianeta.
Nel 2010 gli israeliani aprono
le ostilità cucinandone seicento chili.
Il
Libano risponde con un piatto da due tonnellate, ma poi è superato da Abu Ghosh,
paesino arabo in Israele, dove cinquanta
cuochi ne preparano quattro tonnellate.
Come osserva un rappresentante del
Guinness dei primati, “la guerra sarà lunga, ma squisita”.
E infatti il Libano ci riprova con più di dieci tonnellate di hummus,
esponendolo simbolicamente vicino alla
frontiera israeliana e suscitando un certo
allarme nella Forza d’interposizione delle
Nazioni Unite in Libano (Unifil).
Alla gara
dei record si aggiunge quella delle denominazioni, delle esportazioni e di un mercato mondiale del valore di quasi un miliardo di dollari.
Da sapere: i ceci sono apparsi più di
settemila anni fa in Medio Oriente e in
Turchia, mentre oggi il 75 per cento della
produzione mondiale arriva dall’India.
Questa battaglia culinaria è al centro di un
documentario australiano del 2012, Make
hummus, not war (Fate l’hummus, non fa
te la guerra). Il regista, Trevor Graham,
ricorda che l’hummus non è né una bandiera né un’arma, ma una pietanza da
condividere, mangiandola dallo stesso
piatto e spezzando lo stesso pane.
Léna
Mauger
Le patatine fritte
spaccano
Secondo lo storico belga Pierre Le
clercq, esperto di patatine fritte, già
nel 1629 esistevano delle “papas fri as” in Cile.
Ma le patatine come le cono
sciamo noi sono nate all’inizio dell’otto
cento a Parigi, dall’estro culinario delle
venditrici di frittelle del Pont-Neuf.
Un
musicista bavarese, Frederik Krieger,
avrebbe poi esportato la ricetta in Belgio,
aprendo un “locale di tuberi arrosto”. Si
faceva chiamare con il nomignolo di Monsieur Fritz, o Monsieur Frites.
Un genio
del marketing.
Negli Stati Uniti le patatine si sono
chiamate french fries fino al 2003.
Quell’anno alcuni deputati conservatori,
irritati dalle critiche del governo francese
all’invasione dell’Iraq, impongono il cambio di nome in freedom fries nei ristoranti
della camera dei rappresentanti. È un
trionfo, la stampa abbocca e l’azienda pro
duttrice di senapi French’s, in difficoltà,
pubblica un comunicato precisando che
“la senape French’s di francese ha solo il
nome”.
Quando nel 2006 il congresso ripristina il nome french fries, i belgi, revanscisti,
provano a lanciare l’espressione belgian
fries. Con i loro caratteristici chioschi (baraques à frites) i belgi sono i campioni
mondiali di patatine fritte (un’avvertenza
ai vegani: le friggono nel grasso bovino).
Ma non le hanno inventate loro. Chi è sta
to? Tutti e nessuno.
Le patatine fritte
hanno finito per invadere il pianeta grazie ai fast food… statunitensi.
Non ditelo
a Donald Trump, potrebbe decidere di
bombardare i chioschetti belgi.
Michel
Henry
Il sandwich, aristocratico
e popolare
Sandwich è una città portuale del
Kent, vicino a Dover. In antico inglese sandwicæ significa “porto sulla
sabbia” o “centro di commercio”.
Si narra
che il sandwich sia nato proprio lì, nel
1762, grazie al vizio del gioco di John Montagu, quarto conte di Sandwich: non riuscendo ad allontanarsi dal tavolo durante
le interminabili partite, avrebbe chiesto ai
domestici di portargli un pezzo di manzo
tra due fette di pane.
Il nome è rimasto, ma il conte non ave
va inventato nulla.
Già all’epoca di Erode,
re di Giudea, Hillel il vecchio, un religioso
ebreo nato nel 70 avanti Cristo, aveva infilato un pezzo di agnello e delle erbe amare
tra due matsoth (pane azzimo), come prescritto dalla Bibbia.
Nasceva così il korech,
la cui tradizione perdura nelle celebrazioni per la Pasqua ebraica, solo che il charoset (impasto di noci, mele e spezie) ha sostituito l’agnello.
Mangiare cibo usando unicamente le
mani è un concetto diffuso in Medio
Oriente, lungo il Mediterraneo, nei mercati persiani o ottomani, dove ci si aiuta
con la pita.
Nel Medioevo, in Europa, il tranchois indicava una grossa fetta (tran
che in francese) di pane su cui disporre
alimenti solidi.
Montagu ha vinto solo la battaglia del
nome, con una conseguenza non da poco:
nel suo paese il sandwich passa con disinvoltura dalle tavole aristocratiche (per
l’high tea serale) ai portapranzo degli operai. Poi se ne sono appropriati i fast food,
guadagnandoci in salute (finanziaria),
mentre la nostra ci ha rimesso.
Michel
Henry
Cous cous
e scossoni
Il cous cous più che un piatto è una scena. E un’onomatopea. È venerdì: “ks
ks” fa il chicco di grano che viene sgranato, inumidito e passato tra i palmi delle
mani. Il tavolo è troppo piccolo, i piatti
straripano, le mani s’incrociano come le
conversazioni. È un piatto che riunisce per
eccellenza.
Chi avrebbe potuto prevedere
la “guerra del cous cous”?
Nel 2016 alcuni dirigenti algerini annunciano di voler far iscrivere il cous cous
nel patrimonio immateriale dell’umanità.
Apriti cielo.
Sulla stampa maghrebina
scoppiano dibattiti infuocati.
Nel 2018 il
portavoce del governo marocchino lo pro
clama piatto nazionale: “Secondo un paese fratello e vicino, l’unico posto al mondo
dove esiste il cous cous è casa loro. Dimostreremo il contrario!”.
Nel giro di poche ore la polemica passa dal piano della cucina a quello della
sovranità.
La semola diventa un argo
mento di dibattito, la ricetta una prova
storica.
La questione del cous cous lascia
intravedere la rivalità tra Algeri e Rabat,
riaccesa dal conflitto sul Sahara Occidentale. È un fenomeno noto: la gastrodiplomazia.
Da quando, nel 2003, l’Unesco ha
creato la categoria “patrimonio culturale
immateriale”, le cucine sono diventate
uno strumento di soft power. Far riconoscere un piatto vuol dire ottenere legittimità culturale, aumentare il turismo,
conquistare un valore simbolico, a volte
anche a costo di scatenare un conflitto.
Nel 2020, dopo anni di tensioni, si
giunge finalmente a un trattato di pace.
L’Algeria, il Marocco, la Tunisia e la Mauritania presentano una candidatura comune.
Cosa rara, perché l’Unesco preferisce le candidature nazionali.
Il cous
cous è riconosciuto patrimonio maghrebino condiviso, privo di una paternità – o
maternità – esclusiva.
Ora che la pace diplomatica à stata raggiunta, su un fatto
sono tutti d’accordo: il cous cous migliore
è sempre quello della mamma.
Perrine
Daubas
Il borsch, l’identità
fatta zuppa
Il borsch è una zuppa che si mangia calda o fredda. In Lituania lo chiamano
barščiai, in Polonia barszcz, in Romania borș, in Bielorussia, in Russia e Ucraina boršč, mentre in yiddish è borscht.
“Borsch” viene dal nome slavo del suo ingrediente di origine, lo spondilio, una
pianta dalle foglie commestibili, chiamata anche panace comune, verzena o seda
no dei prati.
Dal cinquecento la ricetta si è
evoluta fino a diventare una preparazione
a base di barbabietola (che le dà il colore
rosso), cavolo, carota, altre verdure e car
ne. In Europa dell’est esistono anche
borsch bianchi (a base di farina di segale
fermentata e cumino) e verdi (più simili a
una zuppa di acetosa).
I russi sostengono di aver inventato il
piatto, che a quanto pare era molto apprezzato da Caterina II e dalla ballerina
Anna Pavlova.
Gli ucraini, però, ne rivendicano la paternità: nella regione della
Podolia, il terzo giorno di matrimonio è
chiamato “donevistky, naboršč”, che alla
lettera si traduce “far visita alla nuora per
mangiare del borsch”, diventato l’equivalente di “fare l’asso pigliatutto”.
Una zuppa elevata a fattore identitario.
La “guerra del borsch” è entrata in una
nuova fase con l’invasione russa dell’Ucraina.
Qualche mese dopo, il 1 luglio
2022, l’Unesco ha iscritto la “cultura della
preparazione del borsch ucraino” nella lista del patrimonio culturale immateriale
che richiede “una salvaguardia urgente”.
Una decisione eccezionale, presa senza
aspettare la riunione di fine anno del comitato intergovernativo in cui general
mente si approvano le richieste.
Léna
Mauger
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