Tratto da L'Internazionale del 16 gennaio 2026 di JOHN LANCHESTER, scrittore e giornalista britannico
Delle dieci aziende più grandi del mondo solo una non è legata all’intelligenza artificiale.
È una bolla? Certo che è una bolla.
Ma come ci siamo arrivati?
E adesso ?
La prossima grande domanda è cosa succederà quando la bolla scoppierà, e cosa significherà per il futuro dell’intelligenza artificiale e, già che ci siamo, dell’umanità.
Jeff Bezos ha parlato dell’ia come di una “bolla industriale”, simile all’enorme investimento di capitale assorbito dalla costruzione delle ferrovie, più che a una bolla finanziaria basata sulla pura speculazione, che quando scoppia non lascia dietro di sé assolutamente nulla.
A me sembra un paragone sensato.
Le principali possibilità sono quattro.
La prima è che l’ia si riveli solo un enorme nulla di fatto.
I modelli linguistici di grandi dimensioni, oggi leader del mercato grazie alla OpenAi e ai suoi concorrenti, potrebbero mostrare limiti insuperabili. La gente ormai ha notato che questi modelli non apprendono davvero dagli input e tendono ad “avere le allucinazioni” (l’espressione, tra l’altro, è un altro piccolo capolavoro di marketing travestito. Parlare di “allucinazioni” ci distrae dal fatto che le ia sbagliano continuamente. Il sottotesto è che gli errori sono un effetto collaterale della loro sensibilità, perché solo gli esseri senzienti possono avere le allucinazioni. Ma le ia non possono avere le allucinazioni, non più di un frigorifero o di un tostapane. E non possono nemme Internazionale 1648 | 16 gennaio 2026 93no mentire, perché mentire implica un’intenzione. Quello che possono fare è sbagliare).
Alla fine, la gente si stufa dell’ia e la storia finisce lì.
A me sembra lo scenario meno probabile, visti i molteplici impatti che l’ia sta già avendo.
Secondo scenario: qualcuno costruisce una superintelligenza fuori controllo, che distrugge l’umanità.
Impedirlo, non dimentichiamolo, era il motivo stesso per cui è stata fondata la OpenAi.
Lo scenario apocalittico mi sembra improbabile, per ragioni legate all’essere senzienti.
Le ia possono imitare l’intenzionalità, ma non possederla.
Per quale motivo, dunque, dovrebbero prendersi la briga di ucciderci?
Di nuovo: un frigorifero può uccidere (c’è una memorabile morte per frigo in un romanzo di A.S. Byatt), ma non può farlo di proposito.
Terzo scenario: l’ia approda alla “singolarità”, il punto in cui i computer diventano più intelligenti degli esseri umani.
Le macchine imparano ad autoprogrammarsi e ad automigliorarsi a una velocità e su una scala immense e accompagnano l’umanità verso una nuova era dell’“abbondanza”, per usare l’ultima parola di moda. L’intelligenza artificiale generale, o super intelligenza artificiale, inaugura un’epoca di energia a basso costo, nuove scoperte farmacologiche, desalinizzazione, fine della fame nel mondo e così via.
“Anche se accadrà in modo graduale, i traguardi più sbalorditivi – superare la crisi climatica, fondare una colonia nello spazio – alla fine diventeranno una cosa normale”, ha scritto Sam Altman.
Quarto scenario: l’intelligenza artificiale si rivela quella che Arvind Narayanan e Sayash Kapoor chiamano una “tecnologia normale”.
Un’invenzione importante, come lo sono state l’elettricità o internet, ma non una frattura radicale nella storia dell’umanità. Questo sia perché l’intelligenza computazionale ha limiti intrinseci sia per via dei “colli di bottiglia”, gli ostacoli umani all’adozione delle nuove tecnologie.
Alcune cose restano come sono, altre cambiano in modo drastico.
Alcuni mestieri, soprattutto il lavoro d’ufficio più elementare, vengono automatizzati.
I processi interni della logistica e simili diventano più efficienti.
Alcune forme di lavoro acquistano valore, altre ne perdono.
In alcuni campi – come la ricerca di nuovi farmaci – si registrano progressi notevoli, altri restano quasi immutati.
In molti casi l’ia si presenta come una strana combinazione di utilità sorprendente e profonda inaffidabilità.
L’ultima di queste possibilità mi sembra la più probabile anche perché, in una certa misura, è quella che abbiamo ormai davanti agli occhi.
L’ia sta già ampliando alcune forme di disuguaglianza, a cominciare da quella tra capitale e lavoro.
I giovani stanno già notando l’impatto dell’automazione sul primo impiego.
I compensi dei liberi professionisti, in alcuni settori, sono già in calo.
Se dovessimo scegliere un solo messaggio per riassumere gli ultimi decenni di economia politica, sarebbe: “A chi ha sarà dato”.
Se dovessi scommettere, punterei sulla prosecuzione di questa tendenza.
Però sapete una cosa?
Uno dei pochi aspetti divertenti dell’intelligenza artificiale è che, a differenza di quasi ogni altro aspetto della politica e dell’economia, qui avremo una risposta chiara.
“È difficile perfino immaginare ciò che scopriremo entro il 2035”, ha scritto Altman.
Entro il 2035 saremo estinti, sull’orlo di una prosperità inimmaginabile per tutta l’umanità oppure più o meno come oggi, ma di più.
Preparate i popcorn. Oppure aspettate che ve li porti il vostro maggiordomorobot.
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