di Roberta Bruzzone - Psicologa e Criminologa
Ci sono immagini che non urlano.
Sussurrano.
E proprio per questo fanno più male.
Quella fotografia non racconta una tragedia.
Racconta il secondo prima.
Il momento esatto in cui tutto è ancora apparentemente al suo posto,
ma il tempo ha già deciso di tradire tutti.
Dentro è festa.
Capodanno.
Musica alta, luci che stordiscono, bicchieri che tintinnano come se fossero scudi contro la realtà.
Champagne, sorrisi, corpi rilassati.
La convinzione collettiva che qui non può succedere niente di male. Ma si sbagliano.
Ed è lì l’inganno.
I volti sono sereni, disarmati.
Non perché non ci sia pericolo,
ma perché nessuno lo sta più cercando.
Quando la percezione del rischio si spegne,
la realtà diventa improvvisamente letale.
In quello scatto non c’è incoscienza evidente.
C’è qualcosa di peggio: normalizzazione.
Il momento in cui ciò che non è sicuro viene vissuto come accettabile.
Il momento in cui il limite smette di esistere.
Poi accade.
Ma non lo vedi.
Lo senti.
È l’istante in cui il corpo capisce prima della mente.
In cui l’aria cambia densità.
In cui la musica resta accesa,
ma la festa è già finita.
La notte che dovrebbe celebrare l’inizio
diventa una frattura.
Netta.
Irreversibile. Irrimediabile. Il tempo si ferma.
Il tempo non scorre più.
Si spezza, come fanno le cose che non possono essere aggiustate.
Quella foto oggi non parla di lusso.
Parla di vulnerabilità.
Non parla di divertimento.
Parla di un errore di valutazione.
Non parla di esclusività.
Parla di conseguenze.
È l’ultimo fotogramma prima che la realtà presenti il conto.
Il confine microscopico tra “è tutto sotto controllo”
e “non lo sarà mai più”.
Ed è questo che rende quell’immagine insopportabile:
mostra un mondo che avrebbe potuto fermarsi un secondo prima.
Perché le vere tragedie non iniziano con il caos.
Iniziano con una festa
in cui nessuno ha paura,
ma tutti sono già esposti.
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E ancora:
“
Dentro il Constellation nessuno pensava che la notte di Capodanno sarebbe finita così.
Era l’1:30 di notte del 1° gennaio 2026, quel momento sospeso in cui il nuovo anno è appena iniziato e tutto sembra ancora possibile. La musica era alta, l’energia quella tipica delle prime ore dell’anno nuovo, quando brindisi e abbracci si mescolano alla sensazione di essere vivi, insieme.
Poi, all’improvviso, qualcosa cambia.
Le fiamme partono dall’alto.
Da bottiglie con candele che fanno scintille, un dettaglio che fino a pochi secondi prima sembrava solo scenografico. Un gioco di luce, un eccesso pensato per stupire.
“Uno era seduto sulle spalle di un altro, teneva le bottiglie in alto… e ha preso fuoco tutto il condotto di aerazione”, racconta un ragazzo italiano di 16 anni che si trovava all’interno del locale.
È l’attimo in cui il tempo si spezza.
Un secondo prima stai festeggiando l’inizio dell’anno nuovo.
Un secondo dopo senti l’odore acre del fumo e capisci che qualcosa non va.
Dentro un locale affollato, nel cuore della notte di Capodanno, il panico è ancora più pericoloso.
Urla, spintoni, occhi che cercano un’uscita che fino a quel momento nessuno aveva davvero notato.
C’è chi resta paralizzato, chi non capisce subito cosa stia succedendo, chi guarda in alto sperando che qualcuno intervenga.
Il fuoco, però, non aspetta. Non concede tempo. Non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi stava semplicemente festeggiando l’inizio di un nuovo anno.
E poi arriva la domanda che resta impressa, più forte delle fiamme:
“Come hai fatto ad avere la prontezza di scappare?”
La risposta del ragazzo non parla di eroismo.
Non parla di coraggio.
Non parla nemmeno di fortuna.
“Merito degli insegnamenti di mio padre. Mio padre mi ha sempre cresciuto così”.
Una frase semplice.
Eppure potentissima.
Perché in quel momento capisci una cosa fondamentale:
ci sono insegnamenti che restano silenziosi per anni, nascosti nei gesti quotidiani, nelle frasi ripetute mille volte, in quei “stai attento”, “osserva”, “non seguire la massa”, che da ragazzi sembrano noiosi, inutili, esagerati.
E invece no.
Quando arriva il caos, quando tutto intorno si trasforma in confusione, non emergono le parole dette quella notte, ma quelle ascoltate per tutta la vita.
È lì che l’educazione diventa istinto.
È lì che il carattere prende il comando.
Quel padre, probabilmente, a quell’1:30 di notte del 1° gennaio 2026, non era lì.
Non sentiva la musica, non vedeva il fumo, non poteva immaginare cosa stesse succedendo.
Eppure, in qualche modo, era presente.
Nella lucidità del figlio.
Nella scelta di non restare fermo.
Nel capire che non c’era tempo da perdere, nemmeno in una notte che doveva essere solo festa.
Questa storia non parla solo di un incendio scoppiato durante i festeggiamenti di Capodanno.
Parla di responsabilità invisibili.
Di genitori che educano anche quando nessuno li osserva.
Di valori che sembrano piccoli finché non diventano decisivi.
Perché non sempre puoi proteggere tuo figlio con il tuo corpo.
Ma puoi farlo con ciò che gli lasci dentro.
E quella notte, mentre il nuovo anno era appena iniziato nel modo più sbagliato possibile,
un ragazzo è riuscito a trovare l’uscita.
Non perché fosse più forte degli altri.
Ma perché qualcuno, molto prima di quella notte,
gli aveva insegnato come restare lucido quando tutto brucia intorno.”
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