venerdì, agosto 08, 2025

'Viviamo nell’era dello choc permanente' di Vanni Codeluppi

 
Articolo di Vanni Codeluppi dalla rivista LUCY sulla cultura

L’economia dell’attenzione sta favorendo un ciclo continuo di choc mediatici. Ma questa iperstimolazione rischia di creare dipendenza e distorsioni nella nostra vita quotidiana. Nonché una supremazia dell'emotività sulla ragione.

Le società avanzate di oggi sembrano essere sempre più caratterizzate da una condizione di choc. Le persone che vivono in tali società, infatti, sono costrette ad affrontare numerosi choc di varia natura. Se ciò avviene, è in conseguenza principalmente del funzionamento dei media. Nelle società tradizionali, gli individui vivevano in una condizione di sostanziale ignoranza. Vale a dire che raramente si muovevano dal loro territorio, disponevano di pochi strumenti d’informazione e ricevevano pochissime notizie su quello che succedeva altrove. 

È stato calcolato che negli Stati Uniti durante l’anno 1800 le persone mediamente percorrevano ogni giorno circa 50 metri, mentre oggi si spostano di solito di circa 50 chilometri. 

Inoltre, sino all’arrivo dei quotidiani, gli individui venivano in contatto nel corso di un’intera vita con la stessa quantità d’informazioni che è presente nella copia di un giornale dei nostri giorni. E ovviamente il mondo digitale ha la capacità oggi di offrire molte più informazioni di quelle che sono contenute in un semplice strumento di comunicazione come un quotidiano. 

Nell’epoca attuale, agli individui viene dunque richiesto un processo di adattamento e ciò fondamentalmente è dovuto a una caratteristica di funzionamento del mondo dei media: l’intensificazione dei fenomeni sociali. I media, infatti, hanno bisogno di produrre dei risultati economici attirando l’attenzione della maggior quantità di persone. E per ottenere ciò incrementano l’importanza di alcuni eventi. 

Così, si prende un omicidio avvenuto in un piccolo paese di campagna, tra i tanti che accadono e sarebbero rimasti d’interesse puramente locale, e lo si fa conoscere a livello nazionale. Di solito, lo si sceglie ambiguo e poco chiaro, affinché possa suscitare la curiosità delle persone e possa permettere di creare una “saga” coinvolgente e di lunga durata. 

Ne derivano diverse conseguenze sul piano sociale. Alcuni decenni fa, il sociologo e futurologo statunitense Alvin Toffler ha raccontato nel libro Lo choc del futuro l’illuminante caso di un soldato che, nel corso della seconda guerra mondiale, “combattendo con i reparti del generale Wingate dietro le linee giapponesi in Birmania, si addormentò, effettivamente, mentre una tempesta di pallottole di mitragliatrice si abbatteva intorno a lui”. Questo caso per Toffler rappresentava un’efficace metafora di ciò che accadeva sempre più frequentemente alle persone che vivevano nel mondo occidentale contemporaneo. Persone immerse in un ambiente in grande trasformazione, le quali, costantemente bombardate come erano da una grande quantità di stimoli e senza più punti di riferimento, si lasciavano andare ad una travolgente apatia, anziché impegnarsi per tentare di resistere e sopravvivere. 

Toffler scriveva: “I cittadini delle nazioni più ricche e tecnologicamente più progredite del mondo, almeno molti di essi, troveranno sempre più penoso stare al passo con l’incessante richiesta di mutamento che caratterizza la nostra epoca […] L’accelerazione dei cambiamenti non si limita infatti a investire le industrie o le nazioni; è una forza concreta che penetra in profondità nelle nostre esistenze personali, ci costringe a interpretare nuove parti, e ci pone di fronte al pericolo di un nuovo malessere psicologico capace di sconvolgerci in modo formidabile. 

Questo nuovo malessere può essere chiamato “choc del futuro”. Insomma, Toffler pensava che a volte il disorientamento causato dai radicali cambiamenti in corso nelle società avanzate possa essere talmente intenso da far sorgere negli individui un sentimento di resa. È evidente che oggi ci troviamo di fronte a una situazione che potrebbe generare un sentimento di questo tipo. 

Il funzionamento dei media contemporanei spiega inoltre perché le persone che vivono nel mondo occidentale, pur trovandosi oggettivamente in una condizione di maggiore sicurezza rispetto a quelle che le hanno precedute, hanno sempre più paura. 

Gli omicidi sono in costante calo da anni, in Italia come negli altri Paesi avanzati. Per quanto riguarda il nostro Paese, i 1773 omicidi registrati nel 1990 dieci anni dopo erano diventati meno della metà: 746. 
E dal 2000 a oggi tale quantità ha continuato a scendere costantemente, cosicché gli omicidi che vengono commessi ogni anno sono diventati poco più di 300. 

Le persone però hanno sempre più paura e ciò accade anche in tutti gli altri paesi. D’altronde, all’interno dei programmi televisivi è presente un’enorme quantità di atti violenti.

Alcuni anni fa, il ricercatore statunitense Charles Clark aveva affermato che “Grazie alla televisione, un bambino americano assiste in media a 8 mila omicidi e a 100 mila atti di violenza prima di aver terminato la scuola elementare”. 

Non è un caso perciò che i forti consumatori di televisione, come è stato dimostrato dalle ricerche dello studioso George Gerbner e dei suoi collaboratori dell’Università della Pennsylvania, in conseguenza della loro esposizione a grandi quantità di programmi televisivi con contenuti violenti, si convincano nel corso del tempo che anche nell’ambiente esterno esiste un alto tasso di violenza e che essi potrebbero esserne delle vittime. 

Le spiegazioni che giustificano questo fenomeno possono essere molteplici, ma sicuramente ha un ruolo importante il fatto che l’omicidio sia un fenomeno sempre meno riscontrabile nella realtà sociale, ma sempre più presente in quella mediatica.

Probabilmente, la paura delle persone deriva anche da un intenso processo di cambiamento che ha interessato negli ultimi anni le società avanzate. Infatti, è andata in crisi quella articolata struttura sulla base della quale erano state organizzate le società moderne. Tali società, infatti, si erano affermate, secondo la tradizionale visione della sociologia, dandosi un efficiente modello che prevedeva un’azione esercitata congiuntamente da diversi sottosistemi (la politica, l’economia, l’estetica, la scienza, ecc.), ciascuno dei quali aveva l’incarico di svolgere una specifica funzione, ma anche di contribuire al funzionamento dell’intero sistema sociale. Tale modello, però, negli ultimi decenni è andato sempre più in crisi, perché ogni sottosistema ha visto indebolirsi i suoi confini, la sua capacità di differenziarsi rispetto agli altri e dunque la sua possibilità di contribuire al funzionamento del sistema sociale. 

Non a caso Zygmunt Bauman, all’inizio degli anni Duemila, per definire la natura delle società avanzate, aveva coniato un’espressione che nel successivo periodo ha ottenuto un notevole successo mediatico e sociale: quella di “modernità liquida”. Voleva indicare proprio il processo di disgregazione avviatosi all’interno delle società occidentali avanzate, nelle quali le strutture di separazione e i confini interni erano stati progressivamente sostituiti da flussi basati sulla costante connessione. 
Ciò è avvenuto anche perché a partire dagli anni Settanta le società occidentali hanno cominciato a frammentarsi sulla scia dello sviluppo di una potente tendenza sociale come quella caratterizzata dalla personalizzazione. Tutto è diventato sempre più individuale e “su misura” e le società si sono fatte di conseguenza maggiormente fragili e liquide. 

Ci troviamo perciò di fronte a una condizione sociale fatta di volatilità, polverizzazione e aleatorietà. Il che sta producendo però, come conseguenza, una crescita nelle società più avanzate dei conflitti esistenti sia tra i diversi individui che all’interno di ciascuno di essi. Sta nascendo cioè, come è stato rilevato dalla sociologa Eva Illouz nel volume Modernità esplosiva, un tipo di società basata su un intenso sviluppo delle emozioni, le quali sono delle forme di reazione immediata al mondo che non subiscono un processo di “raffreddamento” da parte delle forme di controllo esercitate dalla razionalità ed è evidente che, mai come oggi, vengono stimolate da istituzioni costitutive della modernità quali il mercato consumistico o le informazioni faziose presenti nei social media e nelle piattaforme digitali. Dunque, anziché di fronte ad un’opinione pubblica, ci troviamo ad aver a che fare con una vera e propria “emozione pubblica”, cioè un’emozione vissuta collettivamente e in maniera sincronica.

Se oggi però c’è uno sviluppo di ondate emotive di vario genere, questo fenomeno è determinato dal disgregarsi delle strutture organizzative delle società moderne, che lascia liberamente circolare tali ondate, ma anche dall’azione esercitata dagli strumenti della comunicazione e soprattutto da quelli digitali. Tali strumenti infatti, per avere successo sul mercato hanno bisogno di sollecitare delle reazioni emotive nelle persone. Ne consegue che le società si trovano a essere sempre più immerse all’interno di una condizione di eccitazione permanente. I media producono degli choc i quali generano a loro volta delle ondate emotive che successivamente si esauriscono e vengono sostituite da altri choc e altre ondate. È una successione di choc che mantiene costantemente elevato il livello di eccitazione.

Gli choc sono costituiti da eventi e notizie più o meno reali, ma sono comunque in grado di generare attenzione e flussi di discussione. D’altronde, oggi è particolarmente facile, grazie ai media digitali, produrre dei materiali espressivi che non siano necessariamente veri, ma comunque credibili e perciò in grado di suscitare degli choc emotivi.

I politici odierni l’hanno compreso molto bene. Di qualsiasi colore essi siano, impiegano tutti delle strategie di comunicazione tese a creare degli choc emotivi. Propongono ogni giorno opinioni o temi in grado di suscitare scalpore, cercando di attirare l’attenzione su di sé, ma anche di far sì che le persone non pensino ad altro. Tentano cioè di sollevare “polveroni” e lo fanno attraverso dei messaggi che seminano dubbi e hanno degli sviluppi imprevedibili, come la puntata di una serie televisiva, che si preoccupa soprattutto d’indurre i suoi spettatori a vedere quella successiva. Non importa che i messaggi si contraddicano tra loro, importa che escano con un ritmo costante e frequente e che stimolino delle riflessioni. 

Ne deriva necessariamente che viviamo in uno stato d’incertezza, ma che siamo anche tremendamente dipendenti da tale condizione. Che assomiglia dunque a quella dei giocatori d’azzardo, nei quali l’emozione nasce dal fatto che il rischio sembra poter essere tenuto a bada, ma in realtà è sempre nascosto dietro l’angolo. Ciò è alla base del fascino del gioco, ma genera anche la dipendenza degli individui. Il gioco, ogni gioco, promette di poter controllare il ruolo esercitato dal caso, il quale però, prima o poi, ritornerà nuovamente sulla scena.

Vanni Codeluppi

Vanni Codeluppi è Professore ordinario presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dove attualmente insegna “Sociologia” e “Sociologia dei consumi”. Il suo ultimo libro è La morte della cultura di massa (Carocci, 2024).

A partire dalla metà del Novecento, il processo d'industrializzazione della cultura ha fatto sorgere la cultura di massa.

Questa ha ottenuto un notevole successo in tutti i principali paesi, ma, dopo la sua affermazione e diffusione in larga scala negli anni Sessanta e Settanta, nell'ultimo periodo ha dovuto affrontare una crisi dei suoi prodotti di fascia media.

 Una crisi, cioè, di quei prodotti che ne costituiscono la vera essenza, determinando oggi sempre più chiaramente una “morte” della cultura di massa. 

Il libro mostra come siamo arrivati a questa situazione attraverso una dettagliata analisi non soltanto dei maggiori cambiamenti intervenuti, ma anche di alcuni fenomeni che caratterizzano in modo particolare la cultura di massa contemporanea, come l'effetto Netflix, la “marvelizzazione” della cultura, il culto del banale.

giovedì, agosto 07, 2025

Cina: Una politica energetica paradossale

 
da L'Internazionale del 18 Luglio 2025 - di Naina Sharm, Asia Times, Canada

Più di metà del consumo globale di carbone si registra in Cina, dove l’energia a basso costo ottenuta da fonti fossili alimenta la produzione di pannelli solari e veicoli elettrici

Il profilo energetico della Cina è paradossale: il paese è responsabile di più della metà del consumo globale di carbone, ma allo stesso tempo è la principale fabbricante al mondo di pannelli solari e veicoli elettrici, prodotti grazie all’elettricità a basso costo ottenuta dal carbone. Nella primavera del 2025 l’eolico e il solare fornivano più di un quarto dell’energia elettrica cinese, il che suggerisce che l’uso del carbone al livello nazionale potrebbe aver raggiunto il picco, pur rimanendo strategico per le casse statali: con il rallentamento della domanda interna le esportazioni all’inizio del 2025 sono aumentate del 13 per cento rispetto al 2024. 

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) “il carbone genera più del 60 per cento dell’elettricità usata per la produzione globale di pannelli fotovoltaici” e questo perché più dell’80 per cento delle fabbriche si trova in province cinesi come lo Xinjiang e il Jiangsu, dove è preponderante l’uso di energia derivata dal carbone. 
Dal 2011 a oggi la Cina ha investito più di 50 miliardi di dollari nel fotovoltaico, circa dieci volte gli investimenti europei, riducendo i costi dei pannelli di circa l’80 per cento e alimentandone il relativo boom mondiale. 
Questi pannelli, però, sono prodotti grazie al carbone, che alimenta anche le acciaierie da cui escono le componenti metalliche per i veicoli elettrici e i pannelli, mentre dai derivati del carbone si ricavano materiali precursori delle batterie e il silicio 
per l’energia solare.

Di conseguenza qualsiasi grave interruzione della produzione di energia a carbone o delle fabbriche (dai blackout alle barriere commerciali) potrebbe avere ripercussioni sul mercato globale del fotovoltaico e delle auto elettriche.
La Cina esporta anche carbone metallurgico verso paesi asiatici come l’Indonesia, contribuendo indirettamente allo sviluppo della transizione verde regionale. Allo stesso tempo giganti cinesi del petrolio e del gas (Cnpc, Sinopec) hanno creato divisioni per il solare, l’eolico e le batterie, reindirizzando i profitti delle fonti fossili verso imprese verdi. Tuttavia, le banche cinesi continuano a finanziare progetti fossili all’estero in misura quasi quadrupla rispetto a quelli rinnovabili.

Ruolo chiave
Nel settore automobilistico, la Cina domina i mercati del sudest asiatico con veicoli elettrici a basso costo, sostenuti da sussidi statali e da una forte capacità produttiva, associata alla collaborazione con le aziende locali. In Thailandia i marchi cinesi rappresentano oltre il 70 per cento delle vendite di auto elettriche, che da meno di 10mila unità nel 2022 sono passate a circa 76mila nel 2023, e stanno investendo in impianti locali che potrebbero servire anche come base per esportazioni in occidente, aggirando le restrizioni commerciali sui prodotti cinesi. I concessionari tailandesi temono però che le importazioni di veicoli elettrici cinesi a basso costo possano indebolire le case automobilistiche nazionali. 

In Asia meridionale la Cina gioca un ruolo chiave nello sviluppo energetico: in Bangladesh finanzia la quasi totalità dei progetti futuri, mentre in Pakistan ha costruito centrali a carbone, dove il governo sta autonomamente spingendo sul fotovoltaico basato su importazioni cinesi. Il legame ambivalente tra carbone ed energia pulita è presente in tutta la regione: i principali produttori di pannelli cinesi, per esempio, hanno aperto impianti in Malaysia, Vietnam, Thailandia e Cambogia. Gli investimenti cinesi hanno quindi stimolato la crescita dell’industria pulita, ma questa forte dipendenza da un unico investitore crea anche delle vulnerabilità. 

Ad aprile gli Stati Uniti hanno imposto dazi sulla produzione fotovoltaica cinese proveniente dal sudest asiatico, causando il blocco delle attività delle fabbriche di pannelli in Vietnam e Malaysia o il trasferimento della produzione in Indonesia. 

I politici asiatici dovrebbero accogliere con favore gli investimenti verdi cinesi, ma anche diversificare le fonti, costruire capacità locali e imporre standard elevati. 
Altrimenti l’Asia rischia di scambiare una dipendenza energetica con un’altra.

mercoledì, agosto 06, 2025

L'indice di biodiversità dei paesi

 


da 'La Lettura' del Corriere della Sera di Danilo Zagaria

Non va sprecato il dono di Humboldt, il naturalista osservò per primo la varietà della flora e della fauna. 

Se siamo grati a Charles Darwin per la teoria dell’evoluzione e a Mendel per i suoi studi sui caratteri ereditari, precursori della moderna genetica, non dovremmo mai dimenticarci dello straordinario contributo di Alexander von Humboldt (1769-1859) nel campo delle scienze della natura. Prussiano di nascita, grande viaggiatore ed eclettico conoscitore del mondo, esplorò il Sud America nei primi anni dell’Ottocento, scalando picchi innevati, risalendo fiumi e addentrandosi nelle selve tropicali. 

Le sue osservazioni — raccolte in volumi che riscuotono interesse anche a due secoli dalla pubblicazione, fra cui Quadri della natura (Codice, 2018) — lo rendono a tutti gli effetti un anticipatore dell’ecologia del Novecento, della climatologia e della biogeografia.

Al suo ritorno in patria, nel 1804, ricordando le escursioni nelle foreste sudamericane e la straordinaria varietà biologica che incontrò al loro interno, scrisse: «Andando dai poli verso l’equatore, si accresce, con l’aumentare del calore vivificante, la forza degli organismi e l’abbondanza della vita». Humboldt si rese conto che al variare della latitudine il mondo si arricchisce di specie, di esperimenti evolutivi. Tutto, nella fascia tropicale, sembra esplodere di colori e forme, ogni nicchia pare occupata da un organismo che sta crescendo al massimo delle sue possibilità.

Gli studi nel campo della biogeografia hanno confermato l’intuizione di Humboldt, che oggi pare quasi ovvia: procedendo verso l’equatore la biodiversità, come chiamiamo la quantità di specie e varietà in un certo luogo, aumenta. Lo fa secondo un andamento che gli scienziati chiamano gradiente latitudinale di diversità.

Non è affatto difficile da vedere. È lampante anche nell’infografica nelle immagini riportate. Basta cominciare a leggere i nomi delle nazioni da sinistra verso destra e provare a visualizzarle mentalmente su un planisfero. Brasile, Indonesia, Cina, Colombia, Perù, Messico, Australia… si tratta di Paesi che stanno all’interno o nelle immediate vicinanze della fascia tropicale. 

Allo stesso tempo, scorrendo l’elenco, sorprende l’assenza o la posizione fortemente spostata a destra dei Paesi europei, dove la biodiversità è più bassa e ha sofferto per secoli la presenza massiccia delle società umane. Salvo qualche eccezione isolata, come gli Stati Uniti, la fotografia è dunque perfetta e il gradiente rispettato. Il punto è che ancora oggi non sappiamo di preciso i motivi di questa disposizione.

Ci sono ovviamente innumerevoli ipotesi, alcune delle quali sono intuitive e probabilmente si avvicinano al vero. Se a Humboldt bastava far riferimento alla «forza» degli organismi e un fantomatico «calore vivificante», tipiche eredità del pensiero del suo tempo, oggi tutto ciò non basta. 

Gli scienziati odierni sanno infatti che il gradiente esiste per via di una moltitudine di fattori. È molto probabile che le condizioni climatiche della fascia tropicale siano determinanti, in quanto «accelerano» la vita degli organismi e consentono all’evoluzione di lavorare più velocemente producendo più forme, varietà, specie.

Non solo: la stabilità presente in quelle regioni, la storia molto antica di quelle terre e le relazioni che gli organismi hanno potuto instaurare in così tanto tempo sono altri fattori che con grande probabilità concorrono a formare il gradiente. Ma non mancano i dubbi. 

Oggi infatti i bio-geografi sanno bene che alcune specie e gruppi di organismi mostrano molto bene l’andamento, mentre altri meno. Le piante, che attirarono le attenzioni di Humboldt, rispecchiano perfettamente la teoria, così come fanno anche gli uccelli e molti gruppi di insetti, fra cui le farfalle. Ma restano comunque delle anomalie — come i licheni o gli uccelli marini — che ancora non sappiamo spiegare in modo esaustivo.

Oltre a dirci qualcosa sulla geografia della biodiversità, questo tipo di ricerche e di studi sono anche in grado di illustrare gli effetti delle attività umane sull’ambiente e sulle specie che lo popolano. Se prendiamo una cartina che mette in evidenza i luoghi in cui l’erosione della biodiversità, cioè la perdita di specie che oggi cresce a ritmo inesorabile, e la sovrapponiamo a un’altra che mette in mostra le regioni della Terra dove questa ricchezza è maggiore, ci accorgiamo che sono sovrapponibili.

L’ecatombe è maggiore là dove Humboldt si riempiva gli occhi di meraviglie. Purtroppo molti Paesi che ospitano un gran numero di specie non mettono in atto pratiche di tutela ambientale che riescano efficacemente a interrompere lo stillicidio di specie che oggi chiamiamo sesta estinzione di massa e che Elizabeth Kolbert descrisse così bene nel mirabile 'La sesta estinzione', che vinse il premio Pulitzer. 

Torna in libreria il volume con cui Elizabeth Kolbert ha vinto il Premio Pulitzer nel 2015 e lanciato un grido d’allarme al mondo. Definito dalla giuria del Premio «un’esplorazione della natura che costringe il lettore a prendere in considerazione la minaccia rappresentata dal comportamento umano», La sesta estinzione è il racconto, elegiaco e potente, dell’ultimo dei grandi accadimenti catastrofici occorsi al nostro pianeta e insieme un canto d’amore alla straordinaria varietà e immaginazione della Natura. Se i primi cinque eventi, i cosiddetti «Big Five», hanno riguardato ere lontanissime e causato l’estinzione di massa di almeno il 75 per cento delle specie di volta in volta viventi sulla Terra, l’ultimo, ormai in corso, è la cosiddetta Sesta Estinzione, una trasformazione radicale dovuta alla comparsa circa duecentomila anni fa di una nuova specie animale. Una specie non particolarmente forte o rapida, ma piena di risorse, capace di modificare la composizione dell’atmosfera o di alterare gli equilibri chimici degli oceani. Noi, tuttavia, a differenza dei dinosauri ci distruggeremo da soli, avvisa l’autrice. Trascinando con noi tutto il resto. 
Dalla foresta pluviale alla Cordigliera delle Ande, dalla Grande Barriera Corallina alla moria di organismi riscontrabile anche dai fortunati tra noi che hanno un giardino di casa, Elizabeth Kolbert conduce il lettore nei luoghi di questa estinzione, non da una semplice prospettiva apocalittica, ma cogliendo nelle recenti scoperte scientifiche un invito a preservare la biodiversità. Per noi e per tutte le specie con cui condividiamo il pianeta.



Un esempio: tutti i Paesi che ospitano uno dei più incredibili bacini di biodiversità al mondo, la foresta Amazzonica, fra cui figurano Brasile, Perù, Colombia e altri, sono spesso in testa alle classifiche delle nazioni in cui la deforestazione è una piaga o il ritmo delle estinzioni è più frequente che altrove. All’Italia andrebbe ricordato che molte delle sue bellezze e della sua ricchezza si basano proprio sulla sua straordinaria biodiversità, capace di dare vita a meraviglie paesaggistiche e naturalistiche che offrono spettacolo anche ai turisti.

Per questo e altri motivi la legge sul ripristino della natura, approvata l’estate scorsa dall’Unione Europea, dovrebbe essere in testa alle priorità di ogni governo negli anni a venire.





martedì, agosto 05, 2025

LIBRO: "Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina" di Francesca Albanese

Lo spirito di un luogo è fatto dalle persone che lo abitano, dalle storie che si intersecano nelle sue strade. E questo vale in modo particolare per la Palestina, custode di passaggi storici epocali e teatro di una delle più dolorose pagine di storia contemporanea. 
Francesca Albanese, la Relatrice speciale ONU sul territorio palestinese occupato, una delle persone più competenti e autorevoli sullo status giuridico e sulla situazione dei palestinesi - amata (o odiata) in tutto il mondo per l'integrità e la passione con cui si batte in favore dei diritti di un popolo troppo a lungo vessato - qui ci offre storie che intrecciano informazioni, riflessioni, emozioni e vicende intime.

Un viaggio scandito da dieci persone che hanno accompagnato Francesca a comprendere storia, presente e futuro della Palestina. 
Hind Rajab, morta a sei anni sotto le bombe che hanno distrutto Gaza, ci apre gli occhi su cosa significhi essere bambini in un Paese dove i bambini non hanno un nido che li protegga e che rispetti le loro radici. 
Abu Hassan ci guida tra i luoghi di fatica e sofferenza ai margini di Gerusalemme; e
George, amico stretto, di Gerusalemme ci mostra meraviglia e insensatezze. 
Alon Confino, grande studioso dell'olocausto, ci aiuta a comprendere i contrasti che possono albergare nel cuore di un ebreo che vede l'apartheid e ne vuole la fine. 
Ghassan Abu-Sittah, chirurgo arrivato da Londra per entrare nel vivo dell'orrore più inimmaginabile, ci racconta ciò che ha visto; e 
Malak Mattar, giovane artista che ha fatto il percorso inverso, condivide la storia di chi ha dovuto lasciare Gaza per potersi esprimere o per sopravvivere. 
E poi Ingrid Jaradat Gassner, Eyal Weizman, Gabor Maté - fino a una delle persone più vicine a Francesca nella vita, così come nella ricerca di una consapevolezza capace di tradursi in azione. 
Dieci storie che si legano alle vite di molte altre, ponendoci le domande a cui è doveroso dare risposta:

Quali sono le conseguenze dell'occupazione? 
Dov'è la casa di una persona rifugiata? 
In che condizioni vive il popolo palestinese? 
Fino a che punto può arrivare la crudeltà di un genocidio? 

Domande a cui non possiamo sottrarci, legate a personaggi e luoghi che ci permettono di capire cosa è stata la Palestina fino al 7 ottobre 2023 e cosa è adesso.

lunedì, agosto 04, 2025

L'età del sesso

 

da l'Internazionale del 25 Luglio 2025 di Mireille Silcoff, The New York Times Magazine, Stati Uniti

Nei paesi occidentali le persone sono sempre meno interessate ai rapporti sessuali. Ma le donne nate negli anni sessanta e settanta sono un’eccezione. E dicono di non aver mai fatto un sesso così bello

Nel 2019, a 46 anni, ho divorziato e ho cominciato a fare più sesso e in modo più soddisfacente di quanto avrei immaginato. Era impossibile prevedere che la fine di una relazione di più di vent’anni avrebbe segnato l’inizio di una nuova stagione di intenso erotismo: sarei stata matta a pensarlo. Ero nel pieno della mezza età, con due figlie piccole, alcune malattie croniche e un conto in banca ormai nelle mani degli avvocati divorzisti. 

La mia carriera era in stato comatoso, e dopo anni passati in città più grandi ero tornata a Montreal, la mia città di origine, dove vivevo la solitudine di chi esce da una relazione che ha definito quasi metà della sua vita. Poi è arrivata la pandemia.

E invece. All’inizio pensavo fosse solo la mia storia, bella e insolita. Tornare a una vita sessuale attiva a quasi cinquant’anni è stato stranamente naturale, come quando riascolti una vecchia canzone e ricordi ancora ogni parola. E c’erano i nuovi “rituali”: preparavo cenette sontuose, compravo lingerie improbabile, e facevo finta di avere sempre whisky giapponese in casa, come se fosse un’abitudine. 
Ma soprattutto mi accorgevo che ero diventata più brava a fare sesso, e che questo era merito dell’età. Avevo meno inibizioni, meno complessi e più amore per me stessa rispetto ai miei più tonici 24 anni. 
E la cultura del sesso, nel 2020, sembrava più curiosa, più accogliente. Gli stupri ai primi appuntamenti e i professori viscidi che avevano segnato i miei anni novanta erano solo un brutto ricordo; le molestie in ufficio e le demenziali cerette integrali dei primi duemila erano acqua passata. Niente più paura di restare incinta, né ansia di trovare in fretta qualcuno con cui fare dei figli. Quel che restava sembrava un privilegio: c’era il desiderio, e la libertà di soddisfarlo.
A quanto pare però non era solo la mia storia. A cinque anni dal divorzio, è chiaro che il mio percorso intimo fa parte di qualcosa di più grande, una narrazione collettiva che appartiene in modo particolare alle donne della mia generazione. I mezzi d’informazione lo confermano con implacabile frequenza. 

Qualche mese fa il catalogo Netflix mi ha proposto una selezione di film chiamata “Donne che si godono la vita”, piena di storie di signore di mezza età che fanno sesso senza remore, non per disperazione, ma perché hanno finalmente capito come funziona. 
Nel 2024 sono usciti non uno, ma due film in cui una Nicole Kidman (58 anni) elegante e affermata intreccia una relazione con un uomo molto più giovane, e uno in cui lo stesso succede a Laura Dern (58). 
Gillian Anderson (56) ha pubblicato "Want", una raccolta di fantasie sessuali femminili; Glynnis MacNicol (51) ha scritto "I’m mostly here to enjoy myself " (Sono qui per godermela), un memoir di successo su un viaggio a Parigi per scopare; Molly Roden Winter ha firmato More, un libro esplicito sul suo matrimonio aperto. 
E poi c’è "A quattro zampe", il romanzo culto di Miranda July: una folle stravaganza sessuale di mezza età che il New York Times ha definito “il primo grande romanzo della peri-menopausa”.

Sembra essersi affermata una nuova figura culturale. Niente a che vedere con la rappresentazione tradizionale della sessualità femminile dopo “una certa età”, che, a giudicare dagli studi, sarebbe roba deprimente. 
Fino a poco tempo fa la ricerca sull’invecchiamento delle donne era dominata da quella che i sociologi chiamano “la prospettiva dell’infelicità”: un modello secondo cui tutto peggiora con l’età, complici malattie croniche e precarietà economica. 
Un quadro sconfortante della sessualità femminile a cinquant’anni: un elenco di problemi che va dalla libido in calo ai rapporti dolorosi, fino all’atrofia vaginale e alla perdita di sensibilità al seno. 
Pure gli studi sul carico di cura che potrebbe travolgere i nuovi partner: se hai un figlio di dieci anni, o un genitore ultraottantenne in una casa di riposo (o entrambi), è improbabile che tu vada in giro a cercare biancheria sexy da indossare a letto. 
E se aggiungiamo che gli uomini spesso preferiscono partner più giovani, lo scenario è ancora più avvilente. 

Eppure quest’anno mi sono guardata intorno e ho visto tutt’altro. Le donne che conosco non sono un campione rappresentativo, certo, ma qualcosa dicono. Due amiche hanno lasciato il marito perché insoddisfatte della loro vita sessuale. Un’altra ha scelto il poli-amore. Due, sulla cinquantina, stanno con partner trentenni; altre, come me, sono divorziate e stanno esplorando territori sessuali mai battuti prima. 
L’appiattimento dell’eros. 
Nessuna nega di riscontrare degli elementi di verità in quegli articoli sulla “prospettiva dell’infelicità”, ma non descrivono le nostre vite attuali. E lo dico perché ogni volta che una di noi deve affrontare un’ablazione dell’endometrio per sanguinamenti infiniti, o un’isterectomia per fibromi grandi come pompelmi, o accoglie in casa un genitore anziano o i figli del nuovo compagno, la domanda che sorge, inevitabile, è sempre: che effetto avrà sulla mia vita sessuale? 
Ho cominciato a pensare a questo gruppo di donne come a piante perenni resistenti. Con le giuste condizioni, anno dopo anno, le perennial continuano a fiorire. Così succede per la perennial sessuale, ancora ben radicata in una vita erotica a un’età in cui magari avrebbe dovuto svanire o appassire.
Tutto questo è ancora più sorprendente se pensiamo che sul piano culturale il sesso fisico sta svanendo. Uno dei dati più emblematici negli Stati Uniti di oggi è quello sul calo dell’attività sessuale della generazione Z e dei millennial. 
La colpa di questo declino è in genere attribuita allo stile di vita contemporaneo: l’atomizzazione delle relazioni sociali; gli antidepressivi che possono annientare la libido; i social media che offrono intrattenimento infinito, anche nelle serate più noiose in cui si potrebbe fare altro; il porno sempre disponibile, che propone aspettative distorte su come avviene il sesso di persona e un’alternativa più semplice. Per i giovani genitori l’intensità dell’educazione moderna dei figli prosciuga la vita sessuale. Per gli adolescenti, ossessionati dalla sicurezza personale e 
psicologica, il desiderio di essere immuni da ogni disagio può appiattire l’erotismo proprio dove potrebbe prosperare.
L’anno scorso ho anche visto un sondaggio che, a un primo sguardo, sembrava suggerire che le persone tra i 45 e i 55 anni facessero sesso più spesso di quelle tra i 18 e i 24. 
Jean Twenge, ricercatrice specializzata nelle differenze generazionali e autrice di diversi bestseller, è scettica. Eppure da analisi più approfondite tratte soprattutto dai dati del General social survey raccolti dal 1989 al 2022 è emersa con chiarezza una certa audacia erotica nella fascia di mezza età. 
Se si guarda alla frequenza sessuale tra i vari gruppi di età, si nota un dato interessante intorno al 2007: tra i 18 e i quarant’anni comincia un calo costante che, nel decennio successivo, diventa una discesa in picchiata. 
Gli adulti di oggi fanno il 30 per cento di sesso in meno rispetto ai coetanei dei primi anni duemila. 
Il calo riguarda tutte le età. Ma una generazione, nella sua mezza età, vive una caduta dell’attività sessuale meno marcata. Sulla base degli stessi dati, dice Twenge, “il calo per la generazione X è piuttosto contenuto”. Solo il 9 per cento.
Le perennial sessuali di questa generazione non rientrano nei soliti archetipi di donne mature, come la cougar o la milf, etichette svilenti, nate dallo sguardo maschile, che le collocavano ai margini del desiderabile. 
Solo ora la cultura pop comincia a proporre nuove immagini per loro, mentre quelle del passato appaiono datate, perfino grottesche. 
L’energia delle perennial non consiste nel rifugiarsi in una nicchia di conforto dopo la giovinezza. 
È, piuttosto, una postura di potere, la scelta di fregarsene sempre di più delle aspettative man mano che si invecchia. 
Mi piacerebbe credere che questo cambiamento sia definitivo, che la cultura stia finalmente facendo spazio alla sessualità delle donne mature. 
Ma non riesco a scrollarmi di dosso l’impressione che ciò che stiamo vedendo sia il risultato delle caratteristiche specifiche di una generazione di donne con esperienze formative molto diverse da quelle delle precedenti e successive: un gruppo che ha cominciato ad avere rapporti sessuali prima di ogni altra categoria documentata, donne rimaste single più a lungo rispetto ai genitori e che continuano ad avere una vita sessuale nonostante il declino generale. 
Non credo sia un caso che quelle di cui ho parlato finora facciano parte della generazione X, nate tra il 1965 e il 1980.
Educazione analogica
La X, una generazione relativamente breve rispetto ai millennial (nati tra il 1981 e il 1996) o la Z (fine novanta inizio duemila), “ha in qualche modo schivato il proiettile”, mi ha detto Twenge. Intendeva che, mentre il nostro secolo solitario e definito dagli smartphone ha colpito la libido di tutti, alcuni ne sono stati plasmati, altri solo toccati. 
Quando il ventunesimo secolo è cominciato, gran parte della generazione X aveva già formato le sue abitudini sessuali. E forse è per questo che nella mezza età si sta rivelando la più sexy di sempre. “Si può dire”, ha detto Twenge, “che la X è l’ultima generazione sexy”.
Io sono nata circa a metà del periodo citato, nel 1973. Come molti coetanei ho perso la verginità presto, nel mio caso a quindici anni. 
Quando nel 2007 è arrivato l’iPhone e il declino della sessualità statunitense è diventato visibile, avevo 34 anni ed ero sessualmente attiva da quasi due decenni. La mia educazione sessuale era completamente analogica, cioè umana ed esplorativa, perché non esisteva un’alternativa. Internet era appena nato, i computer avevano schermi verdastri lampeggianti, e il porno non era ancora una presenza costante; se lo volevi, dovevi cercarlo in posti pubblici imbarazzanti (le edicole) o inquietanti (le salette dietro le tende a perline, i cinema sordidi). Perciò ho imparato a conoscere il sesso un po’ dappertutto: nelle case dei ragazzi, nel campo vicino alla scuola, nel retrobottega della boutique dove lavoravo, nei locali dove entravo con documenti falsi. 
Oggi, come madre di due figlie delle quali conosco la posizione in ogni momento, ripenso alla mia adolescenza con un certo stupore: avevo genitori e patrigni, eppure la mia infanzia mi sembra decisamente “alla Pea nuts”, popolata di adulti assenti. Ricordo una giovinezza trascorsa ovunque, in biblioteche, piscine, parchi, caffè, metropolitane, in mezzo a gruppi casuali: ragazzi che conoscevo, altri no, ragazzi tranquilli e ragazzi problematici. Ci si aspettava che imparassimo da soli a gestire queste dinamiche interpersonali, quel grande mistero che sono gli altri.
Adulte troppo presto
C’è chi ha definito la X una generazione “dimenticata”; oppure l’ha etichettata come “trascurata” da genitori il cui egocentrismo sessantottino aveva trasformato i figli in poco più che un fastidio. Ma quel 
tipo di genitorialità alla buona sembra essere dipesa tanto dalle circostanze quanto da una scelta consapevole. 
Mia madre lavorava, era divorziata ma, a differenza delle famiglie di epoche precedenti, non poteva contare su nessun appoggio intergenerazionale per badare a me quando non era a casa; e a differenza di oggi non c’era nessun dubbio sul fatto che mio padre non si sarebbe fatto vedere quando finiva la scuola, né esistevano programmi scolastici pomeridiani per famiglie come la mia. 
Come tanti altri della mia generazione, tornavo a casa da sola, avevo le chiavi e guardavo Tre cuori in affitto con una scatola di cracker Ritz. Buona parte di noi ha imparato presto a cavarsela da sola. 

In un certo senso, la generazione X è stata l’ultima a essere cresciuta così, prima che nuovi standard di sicurezza e idee diverse sulla responsabilità genitoriale facessero dei figli una presenza più centrale nella vita quotidiana degli adulti.

Per le donne quella tenacia si sarebbe rivelata utile negli anni novanta, il decennio in cui è diventata adulta la maggior parte di chi oggi è nella mezza età. Ricordo che la prima volta che feci sesso corsi a casa per chiamare un’amica e raccontarle la novità. C’era un vero senso di sollievo nell’avvicinarsi all’età adulta, una cosa che desideravamo tantissimo senza renderci conto che era anche perché eravamo state buttate fuori troppo presto dall’infanzia (negli anni novanta il tasso di gravidanze adolescenziali era un problema non da poco, ed è calato del 78 per cento dal 1991 al 2022). 

All’epoca m’interessava poco che, mentre stavamo facendo sesso, il tipo in questione fosse entrato a forza dentro di me. Quella parte era spiacevole, certo, ma mi sembrava abbastanza normale. Ripensandoci, mi sembra assurdo non aver capito di essere stata stuprata. Anche quando, qualche anno dopo, ho cominciato a sentire parlare di “stupro da appuntamento”, ricordo di essermi sentita un po’ lagnosa, o quasi un’impostora, a considerarmi una vittima. 

All’epoca andai avanti e finii per trovare una sorta di casa e famiglia nella scena queer dei nightclub. Non è che il sesso mi piacesse poi tanto, ma avevo molte relazioni, e se qualcosa andava storto con un preservativo, o in caso di una “penetrazione a sorpresa”, andavo in un ambulatorio a prendere la pillola del giorno dopo o a fare un test per le malattie sessualmente trasmissibili, come se stessi ordinando un caffè particolarmente spaventoso. 

Nel 1991, quando avevo diciotto anni e stavo cominciando l’università, facevo parte di una voguing house (comunità legate alla cultura delle ballroom che per molte persone queer sostituivano la famiglia) che vinse la prima gara di vogue a Montreal. 

Nel 1992 due dei cinque membri della house erano morti di aids, e uno era sieropositivo. Se penso al sesso in quegli anni, “divertimento” non è la prima parola che mi viene in mente.Nel suo libro The naughty nineties (I terribili novanta) David Friend cita Kathleen Hanna, frontwoman della band riot grrrl Bikini Kill, che in un’intervista al New York Times raccontava il suo femminismo anni novanta dicendo che non si era limitata a sbattere contro il soffitto di cristallo: ci aveva premuto sopra i seni nudi. 
Con quella spavalderia sfrontata e disobbediente, la frase di Hanna incarna perfettamente lo spirito dell’epoca, eppure oggi fa sobbalzare: non sarebbe stato meglio restare vestita? Ma come dimostra Friend, il sesso impregnava ogni centimetro della cultura degli anni novanta, fino ai più alti vertici del potere: le macchie di sperma di Bill Clinton nello studio ovale o Carlo d’Inghilterra che dice all’amante Camilla Parker-Bowles che avrebbe voluto essere il suo tampax. 
L’atmosfera di emancipazione sessuale e girl powerstava diventando sempre più di massa, ma la cultura intorno restava ben radicata in un sessismo da fumetto, con sigaro in bocca, degno di un’altra epoca. Le donne erano ancora incastrate nei ruoli sessuali più prevedibili: o a difendersi da uomini famelici, oppure, con il passare del decennio, a comparire in film e riviste come ninfette scatenate che non ne avevano mai abbastanza.

Quando finii l’università, avevo ormai integrato la mia storia sessuale piuttosto accidentata in una forma di femminismo spaccone e duro come l’acciaio, alla Camille Paglia. Questa maschera di sarcasmo era quasi obbligatoria nel giornale di oggi sia solo il risultato di tanta confusione formativa. 
Il punto è che l’attuale panorama sessuale, meno tossico e meno dominato dagli uomini, può sembrare un posto particolarmente accogliente, quasi indulgente, per le donne che hanno vissuto quell’epoca.

Anche se la frequenza dei rapporti sessuali è calata tra i giovani, sono però anche loro ad aver contribuito a creare un mondo sessuale più gentile e più aperto, che mira ad accettare tutti i corpi e mette in discussione i generi, che promuove la cultura del consenso e riconosce ogni tipo di desiderio.
Di fronte a tutto ciò, la donna della generazione X (me inclusa) dopo il divorzio potrebbe sentirsi su un altro pianeta, più accogliente. Era pronta per combattere in una giungla indossando un tubino, e ora, così tanti anni dopo, si trova in un castello gonfiabile uterino dove non solo si celebrano gli orgasmi, ma se ne parla anche in modo approfondito.

Fattori fortuiti
Come in tanti film su Netflix, l’ascesa della perennial sembra una danza intergenerazionale, una mescolanza di valori di generazioni diverse. In tanti memoir, film e serie tv le donne più grandi hanno relazioni con uomini più giovani. Non si tratta di un’ossessione da cougar; sembra più serendipità. 
E oltre al fatto che ora si possono comprare stimolatori clitoridei in farmacia e che anche gli uomini più insensibili sanno ormai che non possono infilarsi dentro di te senza il tuo consenso, la stessa possibilità di vivere come una perennial nasce da una serie di fattori fortuiti. 

Il primo: ci sono donne che si sono trovate libere dal matrimonio nella mezza età (nel 1980 l’età media del primo divorzio era intorno ai trent’anni; nel 2020, circa quaranta). Ci sono donne più istruite e con stipendi più alti che mai. Donne robuste a livello interpersonale, che ora riescono ad affrontare il sesso con più leggerezza, perché l’hanno attraversato in forme molto più complicate quand’erano giovani. 
E ci sono donne che, sotto molti aspetti, sono immuni alle forze annichilenti del ventunesimo secolo, perché, sessualmente e socialmente, si sono formate prima.

Quasi ogni donna con cui ho parlato per questo articolo, da Gillian Anderson alle vecchie amiche, ha detto di sentirsi in un periodo di transizione straordinario. “È come se, ora, le luci fossero accese”, ha detto Anderson. “Siamo pronte. E non è solo questione di non smettere, vogliamo farlo di più, forse c’è anche una sete di farlo proprio ora”. Anch’io ho visto la mia libido cambiare con la menopausa, come il desiderio sfrenato e la lubrificazione automatica che avevo anche solo quattro anni fa, oggi richiedono uno sforzo maggiore. 
A volte, nei giorni in cui ho dolori senza motivo e le pieghe tra il naso e gli angoli della bocca mi fanno sentire una triste tricheca, e i miei genitori sono arrabbiati con me per motivi che solo loro sanno, e i miei figli chiedono sempre più tempo davanti agli schermi, e il lavoro e lo stress sono a livelli che perfino una doccia sembra una meta lontana, anch’io mi sento più a mio agio nella prospettiva dell’infelicità.
Il senso di fugacità è incluso nel gioco, e questo potrebbe rendere l’esperienza di essere sessualmente attive nella mezza età ancora più speciale. Ciò che non deve essere fugace è l’effetto che questa nuova apertura potrebbe avere sulle generazioni più giovani. 
Quando ho divorziato mi sono spesso domandata come le mie due figlie percepissero la mia vita, chiedendomi se trovassero strana la mia “rivitalizzazione romantica”, una cosa che non pensavo potesse rimanere del tutto nascosta. Ero diversa dalla madre sposata e appiattita che avevano conosciuto. 

E sapevo, per la mia esperienza da figlia di divorziati, quanto ciò che accade ai genitori dopo una separazione possa influenzare il modo in cui un bambino vede l’età adulta. Ho riflettuto molto su questo: quali messaggi sulla vita, sull’età e sulla femminilità stanno ricevendo le mie figlie? Questa è forse la domanda cruciale per le perennial di oggi: cosa stiamo preparando per le nostre figlie, e sarà qualcosa di positivo?

Alcuni aspetti del modello che stiamo costruendo sono preoccupanti, perché sembra infatti connesso, o quantomeno si sviluppa in parallelo, al fatto che oggi le cinquantenni, incluse quelle famose, possano apparire come mai prima d’ora: scolpite, luminose, toniche, con lunghe chiome, pelle senza rughe, addominali piatti e denti abbaglianti. 
Questi standard sono estenuanti per chiunque, ma per chi è nella mezza età lo sono ancora di più. Non importa quanto ci si ami, non credo ci sia una donna di cinquant’anni al mondo che non si sia fermata davanti allo specchio in un momento qualsiasi sentendo che una parte del suo corpo si stesse sciogliendo come una candela. 
Eppure l’idea generale, anche in opere più illuminate, come "A quattro zampe" di Miranda July, è che l’invecchiamento fisico sia qualcosa da affrontare, un ostacolo da superare per essere pronte al sesso. Per la protagonista di July il momento in cui si rende conto che il suo sedere non è più rotondo e sodo, ma lungo, “come un paio di braccia grasse”, la porta a cominciare un regime di esercizi per rassodarlo al punto da renderlo così sollevato da “soffocarla”. Il messaggio è che la perennial funziona solo se si allena. 
Tutto ciò di cui ha bisogno è denaro, un’incredibile quantità di tempo e impegno, e un’approfondita conoscenza su botox, filler, trattamenti al laser, ormoni bioidentici, trattamenti per i capelli alla cheratina, ringiovanimento vaginale e chissà cos’altro. 
Questa giovinezza estetica, che promuove una bellezza definita dalle ventenni ma che si fa strada sempre più avanti nell’età, in luoghi sempre più difficili da raggiungere, appare evidente in film come The substance (con Demi Moore a 62 anni) e Babygirl (con Nicole Kidman nei panni di una Romy criogenicamente giovane). 
Entrambi sembrano criticare il sessismo e l’ageismo, mentre i corpi e i volti giovanili delle protagoniste, i traguardi quasi impossibili di pilates o i ritocchi estetici sembrano recitare un ruolo da coprotagonisti.

Questa è una strada che potremmo percorrere senza pensarci troppo: quella definita dalla giovinezza, come se fosse l’unico posto a cui il sesso appartiene davvero. Potremmo abbracciare un’estetica di privilegio, dividendo le donne che possono e quelle che non possono. 
Temo, addirittura, che scrivendo su tutto questo, potrei contribuire a creare maggiore pressione, uno standard che fa sentire le donne inadeguate o colpevoli di “invecchiare male” se non fanno sesso o non ne sono interessate. 
Quello che otterremmo, in questo caso, è confinare le donne all’interno delle stesse vecchie regole per qualche anno in più, prima che siano esiliate, proprio come prima. E forse qualcuno, come le mie figlie, guarderà le cinquantenni con la camicetta sbottonata pensando che le vecchie sono delle imbarazzanti “predatrici”, ancora attaccate alla licenziosità del ventesimo secolo, e che una relativa asessualità sia la migliore opzione.
Ma la perennial in questo momento ha dalla sua qualcosa di molto meglio, che può resistere alle vecchie regole della giovinezza. 
Ci sono anche ricerche al riguardo: contro la prospettiva d’infelicità legata all’invecchiamento, una nuova scuola chiamata “gerontologia critica” si è concentrata sugli effetti positivi dell’invecchiamento, compreso il miglioramento della vita sessuale delle donne. 
Secondo Lisa Miller, autrice dello studio del 2019 The perils and pleasures of aging (I pericoli e i piaceri di invecchiare), molte donne di mezza età e oltre stanno trovando la loro “voce sessuale”, sperimentando e rivendicando il diritto di essere soddisfatte. Questo è quello che vedo intorno a me. 

Queste donne godono dei migliori vantaggi dell’invecchiamento, come preoccuparsi meno degli standard sociali che non hanno più motivo di seguire, o sentirsi meglio nei loro corpi proprio perché ci vivono da tanto tempo. 
Sarebbe un peccato se questi benefici si rivelassero solo un temporaneo stato di grazia di cui solo una piccola generazione ha potuto godere. 
Non si tratta solo di estendere le norme della giovinezza. Può avere un significato molto più profondo: un’accettazione che i capitoli della vita, negli ultimi decenni, sono stati rimescolati, e che ora ce ne sono più di prima.

Nuove opportunità
Non sto dicendo che i cinquanta sono i nuovi trenta. 
Ma che quando i traguardi della vita sono spostati, si aprono nuove opportunità. 
La mia figlia piccola si stupisce del fatto che io abbia il doppio dell’età di alcune delle madri al parco giochi ma non sembri una nonna. 
Per mia figlia è difficile da capire: sua madre vive in una categoria senza nome in cui l’età avanza ma su tanti aspetti, dalla vita sessuale a quella lavorativa, c’è una continua trasformazione. 
Questo potrebbe significare che non andrò mai in pensione. 
Ma, come dice Anderson, un altro risultato è che sono pronta in tanti modi, modi che ora restituiscono più di quanto esauriscano. 
Penso che la perennial abbia l’opportunità di dare forma a questa fase e di aiutare a ridefinire come un giorno sarà affrontata dalle donne più giovani. Forse ci saranno due tipi di sesso, per le giovani e per le anziane, e questo darà alle nostre ragazze qualcosa a cui guardare con speranza.

domenica, agosto 03, 2025

VISTI DAGLI ALTRI: L’indagine sull’urbanistica che scuote Milano

 
da L'internazionale del 25 Luglio di Silvia Sciorilli Borrelli, Financial Times, Regno Unito

Un ex quartiere operaio è diventato uno dei più sfarzosi della città. Secondo i magistrati questa trasformazione è il frutto di un sistema di corruzione.

Trent’anni fa un quartiere a nordest di Milano, un tempo caratterizzato dalle rimesse ferroviarie e dalle fabbriche che producevano pneumatici Pirelli e acciaio Breda, era così desolato e pericoloso che chi abitava nel resto della città non ci metteva piede. Oggi ospita sedi di grandi banche e abitazioni di miliardari. Il grattacielo dell’Unicredit è stato progettato dall’architetto César Pelli, padre delle torri Petronas di Kuala Lumpur, in Malaysia. A poca distanza c’è il Bosco verticale, una coppia di palazzi in cui gli appartamenti sono stati venduti anche a 25 milioni di euro, a operatori finanziari, calciatori e investitori mediorientali. 

La mente dell’appariscente quartiere di Porta Nuova è Manfredi Catella, che dopo aver guidato la filiale italiana dell’azienda immobiliare statunitense Hines, nel 2015 ne ha acquistato le quote attraverso la Coima, l’immobiliare di famiglia. Catella ha ricostruito il quartiere con il sostegno del fondo sovrano del Qatar. 
Nel 2021 ha raccontato che nei primi anni duemila Milano era “una città sfiancata da una profonda crisi morale ed economica. Ora parla al mondo”. Il 16 luglio 2025, però, la procura della repubblica di Milano ha messo in discussione il sogno di Catella, chiedendo gli arresti domiciliari per l’imprenditore. Richiesta d’arresto anche per altre cinque persone, tra cui un assessore comunale, tutte coinvolte nella riqualificazione della città. 
Mentre una ventina di persone, tra cui il sindaco Giuseppe Sala, sono indagate nell’ambito di un’indagine sulla rapida espansione immobiliare di Milano. 

Le norme sull’altezza
L’amministratore delegato della Coima sarà interrogato dal giudice per le indagini preliminari che deciderà se accogliere o respingere la richiesta d’arresto della procura. Secondo quanto scritto nella richiesta di applicazione delle misure cautelari, 420 pagine di cui il Financial Times è entrato in possesso, Catella avrebbe corrotto alcuni funzionari pubblici per ottenere rapidamente permessi edilizi ignorando le norme sull’altezza degli edifici e il loro impatto sul paesaggio. 
L’inchiesta “ha svelato un sistema che aveva come obiettivo facilitare il rilascio di permessi edilizi illegali per la realizzazione di transazioni immobiliari altamente speculative”, si legge nella richiesta. L’indagine, innescata da un fascicolo aperto nel 2023 è durata un anno e ha incluso intercettazioni telefoniche e il sequestro di alcuni cellulari. 

Potrebbe assestare un duro colpo alla giunta di centrosinistra che governa Milano da quasi un decennio, anche in vista delle elezioni amministrative del 2027. Il sindaco Sala si è detto “scioccato” e ha “smentito” l’interpretazione dei fatti della procura. 
Catella, in una dichiarazione diffusa il 16 luglio, ha confermato che per uno dei suoi progetti la Coima aveva incaricato un architetto che faceva parte anche della commissione del consiglio comunale per il paesaggio, ipotizzando che per i magistrati questa circostanza potrebbe aver influenzato le decisioni del consiglio comunale in merito all’approvazione del progetto. “Abbiamo completato i nostri controlli interni e confermato la regolarità della nostra condotta, i cui dettagli verranno condivisi con le autorità”, ha detto Catella. 
Tuttavia la procura sostiene che “la commissione per il paesaggio è al centro dei problemi dell’amministrazione di Milano (…) in quanto minata da un meccanismo di corruzione sistemico”, nella richiesta definito come il “Sistema Milano”. 

Nel 2015 il capoluogo lombardo ha ospitato l’Esposizione universale, cogliendo l’occasione per dimostrare che la capitale finanziaria d’Italia, un tempo austera, si stava trasformando in una città vivace e globale con un piano di riqualificazione urbana di 340mila metri quadrati. 

Dopo l’Expo, di cui Sala è stato amministratore delegato, sul mercato immobiliare di Milano sono arrivati investimenti per 30 miliardi di euro e migliaia di persone facoltose da tutto il mondo che hanno spostato in città la loro residenza, attirate da generosi sgravi fiscali. 

Dal 2016 l’Italia offre ai nuovi residenti una flat tax sui redditi esteri, che nel 2024 è passata da centomila a duecentomila euro all’anno. Il paese ha accolto diversi ricchi espatriati britannici che hanno lasciato il Regno Unito quando è stata annunciata l’abolizione del regime fiscale cosidetto res non-dom, che permetteva a chi era domiciliato permanentemente all’estero di non pagare le tasse sui redditi detenuti fuori dal Regno Unito. Queste persone hanno scelto Milano per la sua posizione ideale ai piedi delle Alpi e il suo stile di vita. Sono stati aperti club simili a quelli di Londra, come Casa Cipriani e The Wilde e ristoranti di lusso per soddisfare le richieste dei nuovi arrivati, che hanno immesso enormi quantità di denaro nel mercato immobiliare. 

Nel 2026 Milano ospiterà le olimpiadi invernali e la Coima, insieme alla Prada Holding, ha collaborato alla costruzione del villaggio olimpico nello scalo di Porta Romana, un’ex stazione ferroviaria vicino alla sede di Prada. Il progetto ha contribuito ad aumentare i guadagni della Coima, i cui introiti annui sono triplicati nell’ultimo decennio. Ma ha reso gli alloggi sempre meno accessibili per le famiglie medie milanesi. 
Dal 2016 i prezzi degli immobili nelle aree residenziali sono aumentati del 50 per cento, raggiungendo una media di 5.500 euro al metro quadro, due volte e mezzo la media nazionale. Nello stesso periodo il potere d’acquisto degli stipendi è diminuito.
 
Gli investitori stranieri
L’aumento dei costi ha suscitato le critiche dei partiti populisti e di destra, che hanno accusato il sindaco, figura molto popolare tra le élite milanesi, di favorire gli “speculatori immobiliari” e gli investitori stranieri a danno delle famiglie medie. Il 17 luglio, in un intervento sui social media, lo scrittore Ferdinando Cotugno ha affermato che “il punto non sono le richieste di arresto, ma tutti gli esecutori di un modello di sviluppo che ha trasformato Milano nella zona d’interesse del capitale immobiliare. La città, governata dalla sinistra da quattordici anni, si è trasformata in un luogo dove vivere del proprio lavoro, senza una rendita, è diventata un’esperienza angosciante e per molti impossibile”. 
Le critiche nei confronti dei complessi residenziali di lusso, sorti soprattutto nei quartieri operai, hanno innescato una serie di inchieste su presunte procedure agevolate nella concessione dei permessi edilizi e sulla presunta violazione delle regole da parte delle autorità locali. 

Dall’inizio del 2024 sono sotto sequestro più di cento cantieri, dove imprenditori italiani e stranieri hanno investito quasi dodici miliardi di euro. Molte delle aziende coinvolte hanno venduto gli appartamenti prima che fosse terminata la costruzione, lasciando 13.500 potenziali proprietari in un limbo. “Il re dell’immobiliare Catella farà notizia, però il problema è molto più grave. 
"La città è in piena espansione, ma cosa succede dietro le quinte?”, si chiede un investitore che vuole rimanere anonimo. “Nessuno lo sa". 
Dubito che gli investitori stranieri continueranno a versare denaro in un contesto segnato dalle accuse di corruzione e dai cantieri sotto sequestro”. 

Sala ha negato l’esistenza di un “sistema” milanese. Il sindaco ha cercato di promuovere un decreto, soprannominato dai mezzi d’informazione “salva Milano” per cambiare l’interpretazione di alcune norme di riqualificazione urbana che considera il cuore del problema. L’obiettivo è sbloccare i cantieri sequestrati. Tuttavia l’inchiesta contiene accuse come quella di una corruzione sistemica, che vanno ben oltre l’interpretazione delle norme paesaggistiche. 

Matteo Salvini, leader della Lega, nato a Milano, si è detto “sconcertato” dalle accuse contenute nelle richieste d’arresto e molto “preoccupato” per la gestione del consiglio comunale. In molti hanno chiesto a Sala di dimettersi, ma la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha invitato alla cautela: “Mai pensato che un avviso di garanzia porti l’automatismo delle dimissioni”. 
L’indagine però ha gettato un’ombra sul futuro di Sala, in una delle ultime roccaforti del centrosinistra, e sull’espansione apparentemente inarrestabile di Milano. “Bisogna ammettere che in Italia, un paese dove la burocrazia è spesso più potente della volontà degli investitori e in cui le regole sono estremamente complesse, lo sviluppo di Milano è stato incredibilmente rapido”, sottolinea l’investitore anonimo.

sabato, agosto 02, 2025

Parole O_Stili: tre regole per tutelare la bellezza dei luoghi che visiti in vacanza

 

Un viaggio non comincia con un volo, ma con una scelta: quella di informarsi, ascoltare e rispettare.
Oggi i social ci mostrano il mondo con pochi swipe, ma dietro ogni scorcio da fotografare ci sono le comunità che ci vivono ogni giorno. E ogni contenuto condiviso – anche il più innocente – può influenzare comportamenti, alimentare mode, alterare equilibri.
Per questo condividere è sempre una responsabilità. Anche in vacanza!


















venerdì, agosto 01, 2025

L’umiltà intellettuale ha i suoi vantaggi

 
da L'Internazionale del 11 Luglio 2025 di Hannah Seo, The Guardian, Regno Unito

Ammettere di aver sbagliato ed essere più aperti alle opinioni diverse dalle nostre è fondamentale per migliorarei rapporti interpersonali, ed è qualcosa che si può imparare.

È una reazione che conosciamo bene: quando qualcuno smentisce quello che stiamo dicendo o critica il modo in cui carichiamo la lavastoviglie ci arrabbiamo, ci mettiamo sulla difensiva, ci sentiamo attaccati, imbarazzati. Come rispondiamo? Continuiamo a sostenere di avere ragione? O accettiamo le critiche? Ammettere di avere torto può essere molto difficile, ma riconoscere i propri errori, una capacità che gli psicologi chiamano umiltà intellettuale, è una dote essenziale.

Secondo diverse ricerche, le persone che ce l’hanno pensano in modo più critico e sono meno prevenute e dogmatiche. Tenelle Porter, che insegna psicologia alla Rowan university, negli Stati Uniti, dice: “Sono capaci di percepire i limiti delle loro idee e delle loro conoscenze”. Sono consapevoli che a tutti capita di sbagliare e ammettono le loro lacune. Di contro, gli individui con scarsa umiltà intellettuale tendono a essere troppo sicuri delle loro opinioni e non le cambiano nemmeno davanti a prove che le smentiscono. 

Le persone intellettualmente umili di solito hanno anche relazioni migliori: secondo la psicoterapeuta statunitense Nedra Glover Tawwab, non riuscire ad accogliere la prospettiva degli altri può compromettere la fiducia reciproca; riconoscere di avere torto, al contrario, offre grandi opportunità per rafforzarla. Secondo alcuni studi, le coppie dotate di umiltà intellettuale tendono a risolvere i conflitti in modo più sano e a essere più soddisfatti del loro rapporto. 

Di solito le persone preferiscono stringere amicizie o avere una relazione sentimentale con chi è più umile, afferma Daryl Van Tongeren, docente di psicologia dell’Hope college, negli Stati Uniti. E, se entrambi i partner hanno questa caratteristica, il passaggio verso la genitorialità risulta più naturale e meno stressante. 

Spesso le persone con scarsa umiltà intellettuale si mettono sulla difensiva quando vengono contraddette, spiega Leor Zmigrod, neuroscienziata e autrice di un libro sul pensiero rigido. Visto che si sentono attaccate o insultate, reagiscono con aggressività, aggiunge: 

È difficile riconoscere questo atteggiamento in se stessi. Quando Van Tongeren ha pubblicato il suo libro sull’umiltà, riceveva commenti tipo: “Umiltà? Quella che manca a mio suocero”. “Ma nessuno rispondeva dicendo: ‘Ah, è quello di cui avrei bisogno io’”, sottolinea. 

Ma come si impara ad ammettere di avere sbagliato? “Le persone in genere fanno fatica a capire se hanno una mentalità flessibile o rigida”, dice Zmigrod. Un buon metodo è cominciare a fare caso a come reagite quando vi contraddicono. È importante rendersi conto se le emozioni e l’ego prendono il sopravvento. Nel tempo questo esercizio vi permetterà di comprendere meglio le vostre reazioni. 

Se però questo lavoro di introspezione vi risulta difficile, Van Tongeren suggerisce di chiedere agli altri un parere su come rispondete e se avete un atteggiamento difensivo. “Chiedetelo a persone che fanno parte di diversi ambiti della vostra vita”, precisa Van Tongeren. “Perché magari al lavoro siete molto umili ma a casa lo siete di meno, o viceversa”. Mentre raccogliete queste informazioni, potete far presente ai vostri interlocutori che state cercando di lavorare su voi stessi. 

Ma prima di imbarcarvi in questo progetto chiedetevi se siete davvero pronti a sapere ciò che gli altri pensano di voi. 

Crescita personale

Il primo passo è “rielaborare cosa vuol dire avere torto”, spiega Tawwab. Molte persone sono convinte che significhi essere stupidi, ignoranti o meno meritevoli, ma se vivessimo in un mondo in cui nessuno sbaglia o ha la possibilità di sbagliare “non cambierebbe mai niente”, sottolinea la psicoterapeuta. Associare l’errore alla crescita personale, alla curiosità e ad altri valori positivi può farci sentire meno a disagio all’idea di non avere ragione. 

Esistono metodi scientifici che ci vengono in aiuto. Uno è abbastanza semplice: ascoltare. Le persone capaci di ammettere senza problemi che hanno torto di solito sono brave in questo, spiega Van Tongeren.“L’atto di ascoltare genera e rafforza l’umiltà”. 

Se riconoscere l’errore è difficile, ricordiamoci di un momento in cui abbiamo capito che stavamo sbagliando. Riportare alla memoria la propria fallibilità “può aiutare a ricalibrarsi e capire meglio in cosa si ha sbagliato”, precisa. 

Prendersi del tempo

Se volete convincere qualcuno vicino a voi a lavorare sulla sua umiltà intellettuale, per prima cosa dovete fargli capire che si trova in un ambiente sicuro, in cui è permesso sbagliare, sottolinea Tawwab. “Le persone tendono a metabolizzare meglio le informazioni quando le cercano attivamente”. Per questo, anziché impartire lezioni sull’importanza di riconoscere i propri errori, sarebbe meglio condividere articoli e libri che possano stimolare una riflessione, permettendo all’altro di arrivare autonomamente alle proprie conclusioni. 

Poi si può proporre di risolvere il problema insieme, aggiunge Van Tongeren. Una volta che sarete in grado di riconoscere i vostri errori e ammetterlo a voi stessi senza una reazione esagerata, confessarlo agli altri sarà molto più facile. Certo, potreste avere bisogno di un po’ di tempo. In questo caso potrete tornare da loro qualche giorno dopo. “Anche se non riuscite ad ammettere subito di aver sbagliato, c’è sempre tempo per riprendere la conversazione in un secondo momento”. 

Pian piano riuscirete a essere più consapevoli e a diventare più reattivi, fino a quando sarete capaci di riconoscere gli errori all’istante. Probabilmente, nel frattempo, anche i vostri rapporti personali miglioreranno.

Secondo Tenelle Porter, oggi ci sono molti fattori che spingono in senso contrario rispetto all’umiltà intellettuale. 

Per esempio i social portano a esprimere opinioni sempre più radicali, e questo rende tutti meno disponibili a cambiare idea o ad ammettere di avere torto. 

Ma è importante ricordarsi che, a prescindere da quanto sia difficile, le persone attribuiscono un grande valore a questa capacità.