mercoledì, agosto 06, 2025

L'indice di biodiversità dei paesi

 


da 'La Lettura' del Corriere della Sera di Danilo Zagaria

Non va sprecato il dono di Humboldt, il naturalista osservò per primo la varietà della flora e della fauna. 

Se siamo grati a Charles Darwin per la teoria dell’evoluzione e a Mendel per i suoi studi sui caratteri ereditari, precursori della moderna genetica, non dovremmo mai dimenticarci dello straordinario contributo di Alexander von Humboldt (1769-1859) nel campo delle scienze della natura. Prussiano di nascita, grande viaggiatore ed eclettico conoscitore del mondo, esplorò il Sud America nei primi anni dell’Ottocento, scalando picchi innevati, risalendo fiumi e addentrandosi nelle selve tropicali. 

Le sue osservazioni — raccolte in volumi che riscuotono interesse anche a due secoli dalla pubblicazione, fra cui Quadri della natura (Codice, 2018) — lo rendono a tutti gli effetti un anticipatore dell’ecologia del Novecento, della climatologia e della biogeografia.

Al suo ritorno in patria, nel 1804, ricordando le escursioni nelle foreste sudamericane e la straordinaria varietà biologica che incontrò al loro interno, scrisse: «Andando dai poli verso l’equatore, si accresce, con l’aumentare del calore vivificante, la forza degli organismi e l’abbondanza della vita». Humboldt si rese conto che al variare della latitudine il mondo si arricchisce di specie, di esperimenti evolutivi. Tutto, nella fascia tropicale, sembra esplodere di colori e forme, ogni nicchia pare occupata da un organismo che sta crescendo al massimo delle sue possibilità.

Gli studi nel campo della biogeografia hanno confermato l’intuizione di Humboldt, che oggi pare quasi ovvia: procedendo verso l’equatore la biodiversità, come chiamiamo la quantità di specie e varietà in un certo luogo, aumenta. Lo fa secondo un andamento che gli scienziati chiamano gradiente latitudinale di diversità.

Non è affatto difficile da vedere. È lampante anche nell’infografica nelle immagini riportate. Basta cominciare a leggere i nomi delle nazioni da sinistra verso destra e provare a visualizzarle mentalmente su un planisfero. Brasile, Indonesia, Cina, Colombia, Perù, Messico, Australia… si tratta di Paesi che stanno all’interno o nelle immediate vicinanze della fascia tropicale. 

Allo stesso tempo, scorrendo l’elenco, sorprende l’assenza o la posizione fortemente spostata a destra dei Paesi europei, dove la biodiversità è più bassa e ha sofferto per secoli la presenza massiccia delle società umane. Salvo qualche eccezione isolata, come gli Stati Uniti, la fotografia è dunque perfetta e il gradiente rispettato. Il punto è che ancora oggi non sappiamo di preciso i motivi di questa disposizione.

Ci sono ovviamente innumerevoli ipotesi, alcune delle quali sono intuitive e probabilmente si avvicinano al vero. Se a Humboldt bastava far riferimento alla «forza» degli organismi e un fantomatico «calore vivificante», tipiche eredità del pensiero del suo tempo, oggi tutto ciò non basta. 

Gli scienziati odierni sanno infatti che il gradiente esiste per via di una moltitudine di fattori. È molto probabile che le condizioni climatiche della fascia tropicale siano determinanti, in quanto «accelerano» la vita degli organismi e consentono all’evoluzione di lavorare più velocemente producendo più forme, varietà, specie.

Non solo: la stabilità presente in quelle regioni, la storia molto antica di quelle terre e le relazioni che gli organismi hanno potuto instaurare in così tanto tempo sono altri fattori che con grande probabilità concorrono a formare il gradiente. Ma non mancano i dubbi. 

Oggi infatti i bio-geografi sanno bene che alcune specie e gruppi di organismi mostrano molto bene l’andamento, mentre altri meno. Le piante, che attirarono le attenzioni di Humboldt, rispecchiano perfettamente la teoria, così come fanno anche gli uccelli e molti gruppi di insetti, fra cui le farfalle. Ma restano comunque delle anomalie — come i licheni o gli uccelli marini — che ancora non sappiamo spiegare in modo esaustivo.

Oltre a dirci qualcosa sulla geografia della biodiversità, questo tipo di ricerche e di studi sono anche in grado di illustrare gli effetti delle attività umane sull’ambiente e sulle specie che lo popolano. Se prendiamo una cartina che mette in evidenza i luoghi in cui l’erosione della biodiversità, cioè la perdita di specie che oggi cresce a ritmo inesorabile, e la sovrapponiamo a un’altra che mette in mostra le regioni della Terra dove questa ricchezza è maggiore, ci accorgiamo che sono sovrapponibili.

L’ecatombe è maggiore là dove Humboldt si riempiva gli occhi di meraviglie. Purtroppo molti Paesi che ospitano un gran numero di specie non mettono in atto pratiche di tutela ambientale che riescano efficacemente a interrompere lo stillicidio di specie che oggi chiamiamo sesta estinzione di massa e che Elizabeth Kolbert descrisse così bene nel mirabile 'La sesta estinzione', che vinse il premio Pulitzer. 

Torna in libreria il volume con cui Elizabeth Kolbert ha vinto il Premio Pulitzer nel 2015 e lanciato un grido d’allarme al mondo. Definito dalla giuria del Premio «un’esplorazione della natura che costringe il lettore a prendere in considerazione la minaccia rappresentata dal comportamento umano», La sesta estinzione è il racconto, elegiaco e potente, dell’ultimo dei grandi accadimenti catastrofici occorsi al nostro pianeta e insieme un canto d’amore alla straordinaria varietà e immaginazione della Natura. Se i primi cinque eventi, i cosiddetti «Big Five», hanno riguardato ere lontanissime e causato l’estinzione di massa di almeno il 75 per cento delle specie di volta in volta viventi sulla Terra, l’ultimo, ormai in corso, è la cosiddetta Sesta Estinzione, una trasformazione radicale dovuta alla comparsa circa duecentomila anni fa di una nuova specie animale. Una specie non particolarmente forte o rapida, ma piena di risorse, capace di modificare la composizione dell’atmosfera o di alterare gli equilibri chimici degli oceani. Noi, tuttavia, a differenza dei dinosauri ci distruggeremo da soli, avvisa l’autrice. Trascinando con noi tutto il resto. 
Dalla foresta pluviale alla Cordigliera delle Ande, dalla Grande Barriera Corallina alla moria di organismi riscontrabile anche dai fortunati tra noi che hanno un giardino di casa, Elizabeth Kolbert conduce il lettore nei luoghi di questa estinzione, non da una semplice prospettiva apocalittica, ma cogliendo nelle recenti scoperte scientifiche un invito a preservare la biodiversità. Per noi e per tutte le specie con cui condividiamo il pianeta.



Un esempio: tutti i Paesi che ospitano uno dei più incredibili bacini di biodiversità al mondo, la foresta Amazzonica, fra cui figurano Brasile, Perù, Colombia e altri, sono spesso in testa alle classifiche delle nazioni in cui la deforestazione è una piaga o il ritmo delle estinzioni è più frequente che altrove. All’Italia andrebbe ricordato che molte delle sue bellezze e della sua ricchezza si basano proprio sulla sua straordinaria biodiversità, capace di dare vita a meraviglie paesaggistiche e naturalistiche che offrono spettacolo anche ai turisti.

Per questo e altri motivi la legge sul ripristino della natura, approvata l’estate scorsa dall’Unione Europea, dovrebbe essere in testa alle priorità di ogni governo negli anni a venire.





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