mercoledì, febbraio 22, 2012

Parlare ancora di pace con Neve Shalom Wahat al Salam



Rilancio con piacere una segnalazione di Luciano Bissoli a proposito dell'esperienza di Neve Shalom Wahat al Salam,città con la quale Paderno Dugnano è gemellata.

lunedì, febbraio 13, 2012

Auschwitz: non negare, non banalizzare, non sacralizzare

La recente polemica,nell’ANPI padernese sull’unicità della Shoah merita, per me, un approfondimento ulteriore. Innanzitutto per capire e per riflettere.
Per capire credo che ci possa esser utile il libro di Valentina Pisanty "Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah ", edito da Bruno Mondatori e recensito sul Manifesto del 12 febbraio da A. Burgio.
L’idea –guida del libro è che "la negazione, la banalizzazione e la sacralizzazione della Shoah siano tre specifiche forme di abuso della memoria". Tre atteggiamenti, o meglio tre ideologie, che finiscono per precludere la verità e l’indagine storica.
Secondo Pisanty. "i negazionisti (che auspicano la rimozione dell’idea stessa del genocidio ebraico e la sua sostituzione con una riedizione del mito cospirazionista) non danno man forte soltanto ai banalizzatori (i quali cancellano ogni specificità del processo genocidiario inserendolo in uno schema generalissimo), ma anche ai sacralizzatori (che sottraggono la Shoah alla serie degli eventi storici per proiettarla in una dimensione trascendente, al riparo di qualsiasi incursione della ragione critica)."
In realtà i tre abusi si incastrano e richiamano tra loro come i pezzi di un puzzle. Un testo difficile e coraggioso che cerca di indagare il limite della nostra ragione e le specificità della storia e delle analisi. Quello che non si può fare è affrontare con superficialità un "argomento così difficile, disagevole da maneggiare, ancor più arduo da indagare criticamente" conclude Burgio.
Credo pertanto che convenga più studiare che parlare. Per riflettere invece mi aiuta l’esperienza personale.
Conoscevo la Shoah e i libri di Levi anche prima di quel viaggio del 1992 con l’ANPI di Paderno Dugnano. Ci accompagnava un superstite di un campo di concentramento.
Ricordo Mauthausen: la scalinata della morte, i cimiteri delle nazioni e poi l’ingresso al campo.Le baracche, le docce-camere a gas, i barattoli dello zyklon B, i forni crematori, i camini e poi nel grande salone la proiezione di un filmato sulla liberazione del campo grazie agli americani, il 7 maggio 1945.
Uscii da quella proiezione diverso da come ero entrato. Ricordo il silenzio gelido della sala, il rumore del proiettore e la commozione disperata dell’accompagnatore che guardava come me lo schermo ,ma ad occhi chiusi. Era difficile tenerli aperti su quell’abisso. Mi vergognai dell’essere umano. Di appartenere alla stessa specie di chi aveva potuto concepire e realizzare un simile orrore. Desiderai di essere altrove ma non fuggii.
Poi la proiezione finì, tornammo al pullman e riprendemmo le visite alle altre mete del pellegrinaggio: il campo di Gusen, il Castello di Hartheim e il campo grotta di Ebensee. Ma il silenzio era ormai la compagnia di ognuno di noi.
Dopo quel viaggio capii meglio molte cose. Capii perché Levi scrisse libri come "I sommersi e i salvati " e il suo suicidio dell’ 11 aprile 1987; 44 anni dopo la sua detenzione a Auschwitz. Capii perché li blibliotecario di Nova Milanese aveva dedicato tutta la sua vita professionale alla documentazione dei campi e capii meglio il pittore Giorgio Celiberti che l’amico Antonio mi ha fatto conoscere. Da amministratore pubblico ho fatto diverse cose ma di alcune, come i viaggi della memoria, sono particolarmente convinto.
Anzi oggi penso che dovevo fare di più per far conoscere Auschwitz.

domenica, febbraio 12, 2012

60 anni di mafia, dal Sud al Nord

Martedì 28 Febbraio ore 21, Salone Matteotti di Cinisello Balsamo, nell'ambito della rassegna Teatro Necessario, a cura del Cinema Rondinella, della Cooperativa Uniabita e del  Circolo Culturale "Auprema" Tano Avanzato e il Gruppo Zabara presentano

Io vedo, io sento...e parlo.
Mafia: da Sud a Nord
Spettacolo teatral-musicale da  Leonardo Sciascia e Ignazio Buttitta

Partendo dall'immediato dopoguerra (1947 – anno della strage di Portella della Ginestra), Tano Avanzato e il Gruppo Zabara ci conducono lungo un itinerario, fatto di canzoni, di brani recitati e immagini che attraversa 60 anni di storia delle mafie.
Una storia che inizia in un meridione povero e arcaico e che approda nel ricco ed opulento nord. Un viaggio, nel tempo e nei luoghi, per dire che se è vero come è vero che le mafie nascono nelle regioni meridionali d'Italia, è altrettanto vero che ormai da tanto tempo si sono insediate al nord dove hanno contaminato la vita politica, economica e sociale di questi territori.
Ignorare tutto questo, girare lo sguardo da un'altra parte significa, consapevoli o no, favorire oggettivamente la crescita di queste organizzazioni criminali.
Perciò, quello di Tano Avanzato è uno spettacolo che inesorabilmente  diventa un monito per tutti (ma in particolar modo per i giovani) e che suggerisce di ribaltare quel concetto di omertà che per secoli ha enormemente contribuito a rendere forti le mafie. Dunque, mai più: “nenti sacciu, nenti vitti, nenti n'tisi” bensì: Io vedo, io so....e parlo.
Sul palco con Tano Avanzato ci sono Erminia Terranova (voce), Francesco Denaro (chitarre e percussioni) e Giovanni Avanzato Chitarre e clarinetto). Lo spettacolo è patrocinato dall'Associazione "Saveria Antiochia Omicron" di Milano.
Ingresso: Euro 10  / per i soci della Cooperativa UniAbita Euro 7

sabato, febbraio 04, 2012

Buon compleanno Vik

Oggi Vittorio Arrigoni avrebbe compiuto 37 anni, avrebbe continuato ad inviarci notizie da quel blog "guerrilla-radio" dove al termine di ogni post veniva rilanciato il messaggio Restiamo Umani o in inglese Stay Human.
Raro testimone di spietate battaglie, di tragedie giornaliere volutamente taciute dai nostri mass-media, Vik continuava a far giungere la propria voce attraverso il blog.
"Vittorio era lì. Noi non dimenticheremo né lui né quello che i suoi occhi e le sue parole ci raccontano..."
Il nostro circolo culturale, che si è ispirato alla sua figura, lo ricorda attraverso le parole della mamma Egidia Beretta: "A lui non interessava la grande politica. Voleva solo che i bambini avessero da mangiare e che i contadini potessero raccogliere i loro frutti".


Venerdì 17 febbraio 2012 alle ore 21,00 c/o Auditorium Biblioteca Civica di Vimercate
VIK: STORIA DI UN VINCITORE
Evento informativo per conoscere la realtà di Gaza e della Palestina attraverso interviste, letture e testimonianze di Vittorio Arrigoni autore del libro "Restiamo Umani".
Con Egidia Beretta-Madre di Vik

mercoledì, febbraio 01, 2012

Una vita vissuta fino in fondo, da donna

Una donna ambiziosa, decisa ad affermare la sua personalità, orgogliosa delle sue origini popolari, dei valori della sua famiglia e soprattutto di essere una donna inglese. 
Margaret Tatcher ha imparato a fare le sue scelte fin da giovanissima: le altre ragazze del quartiere deridevano la sua serietà, il suo mettere il lavoro e lo studio davanti a tutto, ma la giovane Tatcher, figlia di un droghiere di Grantham nel Lincolnshire, incoraggiata da suo padre, ha preferito dedicare la giovinezza a formarsi e a prepararsi per migliorare se stessa e l'Inghilterra. Paese che ha amato e ama perché, anche se molti la credono defunta, "la lady di ferro" che ha piegato i minatori più agguerriti d'Europa e sconfitto i generali fascisti argentini, è ancora tra noi, anche se malata di Alzheimer.
Il film che ne celebra la figura ,"Iron Lady", ancora in programma al Metropolis fino al 2 febbraio è film femminile. Interpretato da una bravissima Meryl Streep, che per questo film è stata premiata con il Golden Globe come miglior attrice ed è neocandidata ai prossimi Oscar 2012, nasce dall’incontro di 3 super donne del cinema contemporaneo: la Streep, Phyllida Lloyd (la regista di Mamma mia!) e la sceneggiatrice Aby Morgan (Shame).
Il risultato è un film malinconico, ma bellissimo che racconta la vita attuale della donna che ha cambiato il volto della politica. Una vita in cui a causa della malattia, passato e presente si confondono e si intrecciano in tempo reale nella sua mente e nel film rendendo straordinario il modo di raccontarne la storia. 

sabato, gennaio 28, 2012

Donne ad Auschwitz, cuori tenaci tra i reticolati

Ieri mattina alla celebrazione della Giornata della Memoria” che si è tenuta a Calderara, la consigliera di Quartiere (e socio fondatore del circolo Culturale Restare Umani), Giovanna Baracchi, in rappresentanza dell'ANPI di Paderno Dugnano ha pronunciato il seguente discorso.

Il 27 gennaio 1945 è la data della liberazione del Lager di Auschwitz da parte delle truppe Sovietiche dell’Armata Rossa.
Oggi ricordiamo quel giorno come “Giorno della Memoria” per non dimenticare lo sterminio nazi-fascista perpetrato nei confronti di Ebrei (6 milioni di morti), di Rom e Sinti (almeno 500.000), di oppositori politici, di omosessuali, di scioperanti, di minorati fisici e mentali, di appartenenti ad altre religioni, di asociali e apolidi.
A questi la guerra, ha provocato vittime civili fino ad arrivare a 14 milioni di morti.
In questa immane tragedia, anche se non ben evidenziata dalla narrazione storica, le donne hanno subito soprusi e angherie, se possibile, anche maggiori degli uomini.
La stragrande maggioranza delle donne deportate, ebree e non ebree, partecipanti alla lotta politica o no, hanno provato traumi laceranti per gli orrori che subirono sui loro corpi e nelle loro menti.
All’odio razziale, le donne hanno contrapposto con grande dignità, in quelle circostanze drammatiche, il sentimento di solidarietà verso le loro compagne di sventura, tra le quali non esisteva discriminazione per differenze di religione, tradizioni, lingue, costumi, educazione. Questa stessa solidarietà ha permesso a molte di loro di resistere, di far fronte alle brutalità e, per alcune di loro, di far ritorno al mondo civile pacificato.
Tutte vissero tragicamente la perdita dell'identità: traumatico fu il denudarsi tra le brutalità degli aguzzini, impresso un numero tatuato sul braccio, vedersi rasate a zero. Non erano più donne, non erano più individui.
Nell'estate del '44 ad Auschwitz, un gruppo di deportate, quasi tutte molto giovani, composero una canzone, sull'aria di un motivo allora in voga, "Piemontesina bella". Facevano parte del gruppo le 5 sorelle Szörenyi (di cui solo la più piccola, Arianna, scampò allo sterminio) e forse altre 5 o 6 ragazze, alcune romane, altre venete. Anche comporre una canzone sulla propria drammatica condizione era un modo di resistere in quel campo di morte.
La canzone cominciava così:
"Svegliamoci presto ragazze, il tedesco è venuto, ci deve contar,
svelte andiamo all'appello,
formiamo un drappello,
laggiù nel piazzal.
Perché a lavorar bisogna andar,
poco mangiare e il baston.
I camerati nemici ci son!
Non ti potrò scordare, o prigionia di guerra
la pena, il cuor ci serra ci rende triste ognor.
Ma poi pensando a casa ritorna l'allegria, la speranza si ravviva
di presto ritornar!"  


giovedì, gennaio 26, 2012

Auschwitz. Ero il numero 220543

Era un soldato inglese in Egitto quando fu fatto prigioniero dai nazisti e portato nel campo vicino al famigerato lager. Lì, Denis Avey si sostituì a un detenuto ebreo e passò due notti con la divisa a righe. Ora, a 93 anni, ha scritto la sue memorie e quell'incredibile avventura è diventata un bestseller. 
"I due campi di prigionia erano contigui: il nostro, di soldati inglesi, e quello degli ebrei. Lavoravamo insieme alla costruzione di una fabbrica della IG Farben, il colosso della chimica, che avrebbe prodotto una gomma sintetica indispensabile alla macchina da guerra nazista. Spartivamo gli stenti - undici ore al giorno a spaccarci la schiena - ma non le esecuzioni arbitrarie: quegli uomini ombra con l'uniforme a righe e il volto terreo morivano di continuo, ammazzati a calci e bastonate o stroncati dallo sfinimento. A noi i nazisti consentivano di sopravvivere. La sera, ci scortavano ai rispettivi campi: loro ad Auschwitz III, di cui sapevamo solo - sussurri tra disperati - che era l'inferno in terra. Noi all'E715, dove ci aspettavano baracche e rancio scarso, ma almeno la certezza di arrivare all'indomani. Ero tormentato dal bisogno di sapere di più. Un uomo a righe mi aveva bisbigliato, "Tu che un giorno tornerai a casa, racconta", e quella supplica mi era entrata nel cervello come un tarlo".
Fu così che Denis Avey escogitò un piano, corruppe prigionieri e Kapò, rischiò la pelle, per entrare ad Auschwitz di sua volontà. Due volte. Un'impresa da pazzi.
Eppure, quando alla fine della guerra tentò di raccontare, nessuno gli diede retta. Del conflitto si volevano ricordare gli atti di eroismo, non le atrocità. Così Denis si chiuse nel silenzio - e negli incubi - fino a un paio d'anni fa, quando gli chiesero di parlare in un'intervista. Poi scrisse le sue memorie, che ora escono in Italia: "Auschwitz. Ero il numero 220543" (Newton Compton). L'edizione paperback, appena uscita in Inghilterra, ha venduto 45 mila copie in due settimane ed è in cima alle classifiche.

Auschwitz. Ero il numero 220543
Denis Avey – Rob Broomby
Newton Compton
329 pag. Euro 9,90

martedì, gennaio 17, 2012

Domenico, il sole nell'anima

Luci e ombre- D.Porpora

Il calore che emana la pittura di Domenico Porpora ricorda gli spettacolari luoghi amalfitani,
da cui l'artista proviene, anche se ormai residente a Senago da diversi anni.
Il blu, colore particolarmente amato, e le figure femminili rappresentate in svariate tele, raccontano un quotidiano neosurrealista che ci riporta alla genialità della pittura di Salvador Dalì.
Realtà e immaginario diventano tutt'uno, cosicchè osservando un'opera di Porpora si è catturati da un inaspettato magnetismo intriso di "calde" colorazioni che richiamano la mente a emozioni dimenticate.
Un artista conosciuto e presente nel panorama pittorico attuale, insignito di numerosi riconoscimenti fra cui l'Ambrogino d'argento del Comune di Milano. Dice di lui il Prof. Antonino De Bono: "Egli va oltre un'istanza metafisica, perché coglie nel profondo l'anima inquieta dell'eterno femminile, che d'ora in poi non procederà più a senso unico, ma sarà colonna portante della società senza classi".

giovedì, gennaio 12, 2012

La talpa

L'imminente uscita della versione cinematografica de "La Talpa", film tratto dal famoso "Tinker, Tailor, Soldier, Spy" scritto nel 1974 dal maestro inglese del genere spy story, John le Carré, mi ha spinto a rileggere questo libro che io considero un capolavoro della letteratura del secolo scorso. La storia è affascinante e malinconica perché lo sono i suoi protagonisti, agenti del servizio segreto britannico, ormai ridotto ad essere l'ombra di quello che fu in epoca imperiale quando l'Inghilterra dominava il mondo con colonie in cinque continenti. 
La trama in sintesi è la seguente: 1973, in piena guerra fredda, George Smiley, un ex agente del servizio, familiarmente chiamato Circus, in semi-pensionamento, viene richiamato e incaricato di scovare una "talpa" che si annida tra i membri dei servizi segreti britannici, che si sospetta essere una spia sovietica.  Il romanzo fu ispirato da fatti veramente avvenuti al vertice dei servizi inglesi quando lo stesso le Carrè ne era membro, precisamente dalla vicenda di Kim Philby (un agente doppiogiochista al servizio del KGB che fece saltare la copertura a molti agenti britannici).
Smiley non ha niente a che vedere con James Bond, il modello di spia moderna, interpretato sullo schermo da Sean Connery, eroe sofisticato, elegante e sex symbol degli anni 60 che allora andava per la maggiore. Egli infatti è tutto fuorché un eroe: è un ometto triste e dimesso, malinconico e sensibile, tradito dalla moglie e dagli amici, ma è anche un grandissimo incassatore che fa della pazienza, della sua umanità e della capacità di attendere le sue armi vincenti.
Il racconto è il primo di una trilogia di romanzi che vede al centro il fantomatico capo del KGB, Karla, che era riuscito ad inserire, con un paziente lavoro di infiltrazione durato anni, in un posto di comando la "talpa", chiamata Gerald. L'agente, insospettabile membro del Circus, era riuscita a prendere il controllo dei servizi segreti dopo la morte di Controllo, l'ex capo di Smiley. Controllo stesso, che già sapeva dell'esistenza della "talpa", poco prima di morire, aveva affidato a un agente fedele,  Jim Prideaux, un'importante missione: mettersi in contatto con un militare ceco per ottenere il nome del traditore. Ma la missione fallisce, Controllo, vecchio e malato muore, permettendo alla "talpa" stessa di prendere il potere L'agente infiltrato dal KGB aveva creato una serie di falsi rapporti provenienti dall'URSS, vere disinformazioni da scambiare con autentiche importanti notizie sul servizio britannico. 

domenica, gennaio 01, 2012

Il dromedario azzurro


Il presepio mi piace. E' una tradizione che sento naturale e più o meno l'ho sempre fatto nelle diverse case nelle quali ho vissuto, esclusa una (la mia compagna di quegli anni era ebrea). 
Oggi, giornata sonnacchiosa dopo la vigilia consumata piacevolmente a cena con una coppia di amici e vicini di casa, mi sono messo a curiosare nel presepio fatto dalle mie figlie e ho ripensato ai tanti presepi della mia vita.
Al pranzo di Natale, a casa di mio padre a Chiavari, ho scoperto nel suo presepio alcune statuine della mia infanzia, scrostate e sbiadite, ma ancora inconfonibilmente quelle con le quali avevo giocato da bambino, le ochette bianche che facevo galleggiare sulla carta stagnola di cui era fatta l'acqua dello stagno, l'arrotino e la filatrice di lana sotto l'albero, il pastore con il cane al guinzaglio, le due contadinelle con la cesta delle mele.
Anche in quello che le mie figlie hanno apparecchiato sul piano della massiccia credenza di legno intagliato che viene dalla casa di mia moglie, ci sono molte vecchie statuine. Di sacre famiglie ce ne sono una ufficiale dentro la capanna e due ufficiose sistemate nella mensola soprastante. Quella installata al coperto è fatta di gessose figure vecchie di almeno 80 anni perché eredità di mia suocera. Un gruppo originale che comprende asino e bue, ma non il bambino che è stato sostituito con uno moderno dopo un'accidentale rottura di quello antico. Le altre tre natività sono una di radice di tiglio comprata 30 anni fa in Val Gardena, l'altra in terracotta e tessuto proveniente da Tropea dove l'abbiamo trovata in un negozio io e mia moglie nel 1990.