da "l'Internazionale" del 2 Ottobre 2026 di Barbara Celis, El País, Spagna
Ci sono grida strazianti il cui eco
può scuotere la coscienza di un
paese.
Quelle di Franco Isceri il
5 settembre hanno attraversato
l’Italia.
Piangeva mentre implorava i politici di mettere da parte le divisioni. “Chiedo a tutta la politica di essere unita. Prendete provvedimenti all’unanimità, senza
destra né sinistra. Lavorate nelle scuole,
potenziate i centri antiviolenza e gli strumenti normativi per prendere provvedi
menti affinché non succeda più. Ve lo
chiedo con tutto il cuore”.
Due giorni prima avevano ucciso sua figlia, Lorena Isceri.
L’ex fidanzato, Federico Vella, l’aveva
aspettata nascosto nel garage della sua
casa a Firenze.
L’aveva chiusa nel bagagliaio dell’auto, aveva guidato per un’ora
mentre Lorena, al buio, chiamava la poli
zia, poi si era fermato su un cavalcavia e
l’aveva gettata nel vuoto mentre lei era
ancora viva.
Poi si era suicidato.
Isceri non è il primo padre a fare una
denuncia pubblica, in Italia, dopo un femminicidio.
Nel 2023 Gino Cecchettin era
stato ancora più netto, attribuendo la
morte di sua figlia Giulia alla cultura patriarcale, al maschilismo e agli stereotipi
di genere, parole fino ad allora tabù in Italia.
La sua denuncia aveva portato a una
mobilitazione enorme e messo al centro
del dibattito la violenza di genere, e il bisogno di un’educazione sessuo-affettiva per
trasformare la cultura patriarcale che, nel
la sua versione più estrema, sfocia nei
femminicidi e nelle aggressioni sessuali
ma che si manifesta anche nelle etichette
che ingabbiano le donne in ruoli del passa
to.
Il 18 settembre, per esempio, il ministro degli esteri Antonio Tajani ha scatenato una polemica affermando che di
fronte a una donna “affascinante”, ma
potenzialmente infedele, consiglierebbe
di sposarne un’altra “meno appariscente”
e con “la gonna più lunga”, perché sarebbe “una madre di famiglia migliore” e garantirebbe “la stabilità della casa”.
È probabile che né Tajani, 73 anni, né
Lorena Isceri, 45, né Federico Vella, 36,
abbiano mai ricevuto alcun tipo di educazione sessuo-affettiva a scuola.
Nonostante la sinistra abbia presentato negli
anni tante proposte di legge, l’Italia non
l’ha mai trasformata in una materia obbligatoria.
Fino allo scorso anno scolastico molte scuole la offrivano (non ci sono dati
ufficiali), ma secondo un rapporto di Save
the children solo il 47 per cento degli studenti l’ha ricevuta.
“Dipendeva dall’interesse del singolo
istituto nel promuoverla, dalla disponibilità di fondi e di specialisti. Nell’ultimo
decennio le scuole si sono impegnate perché il tema dei femminicidi è entrato nel
dibattito pubblico e preoccupa anche gli
studenti”, spiega la psicoterapeuta Marta
Giuliani, esperta di educazione sessuo-affettiva e segretaria nazionale dell’associa
zione AltraPsicologia.
“Oggi bambini e ragazzi sono esposti a
un bombardamento continuo d’informazioni e sono fragili, hanno bisogno di strumenti per elaborarle, che si tratti di pornografia, molestie o della gestione della propria immagine sui social. Senza questo tipo di educazione, li abbandoniamo a loro
stessi.
E abbandoniamo anche famiglie e
insegnanti, che si trovano disarmati di
fronte a ciò che i ragazzi vedono nella loro
quotidianità”, aggiunge Giuliani.
Il ruolo della cultura
Lei è una delle oltre 576.000 persone che
hanno firmato la petizione popolare “Sì educazione affettiva nelle scuole” per
organizzare un referendum con cui abrogare la cosiddetta legge Valditara.
Le firme sono state depositate lo scorso 10 settembre.
Da
quest’anno la norma vieta l’educazione
sessuale nelle scuole dell’infanzia e alle
primarie.
E mette così tanti ostacoli alle
scuole secondarie che, di fatto, sarà molto
difficile insegnarla, perché numerosi isti
tuti non riusciranno a sostenere i costi
economici e burocratici, tra cui il consenso scritto di ogni famiglia, la visione preventiva dei materiali e l’obbligo di istituire
corsi alternativi.
“La legge va benissimo
come l’abbiamo concepita perché difende
la libertà educativa dei genitori”, ha affermato il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara, che nel proporla
aveva sottolineato la necessità di tutelare
i bambini e le bambine dalla “propaganda
gender”, trasformando così l’educazione
sessuale in una questione ideologica.
La petizione per il referendum è partita da un gruppo di insegnanti, studenti,
psicologi e attivisti come Fabrizio Marrazzo, portavoce del partito Gay Lgbt+ e consulente per i contenuti didattici sull’inclusione e sulle differenze.
“La rapidità con
cui abbiamo raccolto le firme ci dice che
questo tema preoccupa gli italiani”, spiega Marrazzo.
Anche le Nazioni Unite e
l’Unione Europea raccomandano l’educazione sessuo-affettiva obbligatoria per
combattere la violenza di genere.
Nel 2025
il Consiglio d’Europa aveva richiamato
l’Italia perché era uno dei sette stati europei a non aver fatto ancora questo passo.
Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni
politiche, in un paese in cui nel 2025 ci sono stati 97 femminicidi e dove dall’inizio
del 2026 se ne contano già 56.
Il paese, governato da una coalizione di estrema destra guidata da Giorgia Meloni, è in ritardo
in tutti gli indici internazionali sulla parità: è all’83º posto su 146 nel Global gender
gap report 2026 ed è in fondo anche su
scala europea.
Inoltre in Italia la misoginia figura al primo posto nella Mappa
dell’intolleranza online del 2025.
Perché un paese che negli anni settanta è stato all’avanguardia approvando la
legge sul divorzio e sull’aborto è in ritardo
rispetto al resto d’Europa in termini di uguaglianza?
“Perché il patriarcato non
vive solo nelle leggi, ma anche nella quotidianità, nel lavoro di cura di bambini e
anziani, che ricade principalmente sulle
donne.
Vive negli stereotipi, nelle differenze economiche, nella difficoltà di conciliare maternità e lavoro.
E vive nel linguaggio usato per definire l’amore. La gelosia non è amore. Il controllo non è protezione. Il possesso non è affetto”, spiega
Stefania Ascari, del Movimento 5 stelle,
promotrice di una proposta del 2021 che,
come molte altre, non è mai stata convertita in legge. Poneva l’accento sull’educazione sessuo-affettiva fin dalla prima infanzia.
Ascari aggiunge: “È fondamentale
insegnare fin da piccoli ai bambini e alle
bambine a dare un nome alla rabbia, alla
paura, alla gelosia, alla frustrazione e imparare che un no è un no”.
Un dato pubblicato a settembre 2026 conferma questa
necessità: secondo l’Istat, il 15% delle italiane (tre milioni di persone) ha
subìto aggressioni sessuali prima dei sedici anni, spesso all’interno della famiglia.
Anche gli studenti sono contrari alla
legge Valditara. “L’educazione che chiediamo non serve solo a cambiare le dinamiche patriarcali nei rapporti sessuali tra
uomo e donna, ma nella vita in generale”,
spiega Sophie Volpato, vent’anni, del sindacato Rete degli studenti medi. “Tra noi
le differenze sono ancora un problema, e
questo non si risolverà con i divieti”.
Sara Ferrari, insegnante, deputata del
Partito Democratico e attuale responsabile della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e su ogni forma
di violenza di genere, afferma che si è persa un’occasione perché, pur avendo per la
prima volta una donna alla guida del governo, non sono stati fatti passi avanti.
Il governo “non ha introdotto strumenti per superare le disparità salariali,
non ha approvato il salario minimo e non
è intervenuto sulla povertà delle fasce sociali più deboli, tra cui ci sono fondamentalmente le donne.
E ora stiamo discutendo in parlamento una nuova legge elettorale che elimina le quote di genere nelle
liste elettorali”, spiega Ferrari.
Dopo la morte di Giulia Cecchettin,
Meloni ha approvato una norma che introduce il femminicidio nel codice penale,
ma “quello che conta non è la repressione,
è la prevenzione, e il successo di questa
richiesta di referendum dimostra che i cittadini lo capiscono e sono più avanti della
politica”, spiega Valeria Valente, senatrice
del PD.
L’assassino di Cecchettin, Filippo Turetta, è stato condannato all’ergastolo nel
2025.
La famiglia della ragazza ha costituito una fondazione per promuovere il
cambiamento a partire dalle scuole. Oggi
suo padre è una delle voci più rispettate
sull’argomento. È anche autore del libro
Cara Giulia (Rizzoli 2024), una lunga lettera alla figlia alla quale si è ispirata la regista Paola Randi per dirigere "Se domani non
torno", titolo ripreso dalla poesia femminista di Cristina Torres-Cáceres.
“La cultura deve prendere posizione
perché facciamo parte della società civile
e dobbiamo contribuire al cambiamento.
È importante il ruolo delle registe come
narratrici, perché presentiamo altre realtà
possibili”, spiega Randi.
Il suo film uscirà
a novembre e sarà proiettato anche nelle
scuole, come era già accaduto nel 2023
con il campione d’incassi "C’è ancora domani", di Paola Cortellesi, un’altra regista
che ha offerto uno sguardo sulla violenza
di genere assente dagli schermi per decenni e che ha contribuito al dibattito che
continua ad agitare il paese.
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