dal Corriere della Sera del 14 ottobre 2026 di Manuela Porta
Bambini iperprotetti, adolescenti che faticano ad affrontare
un brutto voto, un rifiuto o un’attesa.
Per crescere, sottolinea lo
psicoterapeuta, bisogna invece imparare a tollerare la frustrazione, mettersi
alla prova e conquistare autonomia.
Abbiamo messo uno smartphone in mano ai nostri figli quando
strillavano, risposto al loro posto quando faticavano a trovare le parole,
abbassato l’asticella a scuola perché «ansiosi», trasformato ogni «no» in una
trattativa.
Per amore, li abbiamo resi fragili. Alberto Pellai, medico e
psicoterapeuta dell’età evolutiva, nel suo ultimo libro, Ti farò correre in
salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni (Mondadori),
traccia un ritratto delle nuove generazioni: bambini sempre più sedentari, con
meno occasioni di movimento, gioco e noia; ragazzini che imparano a fare swipe
prima ancora di allacciarsi le scarpe; adolescenti intelligenti e bravissimi a
scuola che, però, rischiano di crollare al primo brutto voto, al primo rifiuto,
alla prima attesa.
Dottor Pellai, da dove nasce l’idea di questo libro?
«Ho voluto parlare ai genitori, offrendo una visione della crescita che li
aiuti a non sentirsi impotenti di fronte al disagio dei figli. Abbiamo temuto
che crescere nel terzo millennio li esponesse al rischio di frantumarsi e
abbiamo cercato di proteggerli, trattandoli come delicati vasi di cristallo. Li
abbiamo spinti a rifugiarsi in ambienti sicuri, prima di tutto nella loro
cameretta, restringendo progressivamente il mondo al di fuori della porta di
casa. Gli adolescenti hanno così perso parte del coraggio e della spinta
esplorativa con cui, da sempre, si affacciano al futuro.
A forza di
considerarli fragili, li abbiamo resi davvero più fragili».
L’adolescenza dovrebbe essere, invece, la fase
dell’esplorazione e della conquista del mondo.
«È un tempo di grande potenza psicofisica, con un’energia esplosiva che
coinvolge il corpo e il cervello emotivo. I ragazzi hanno voglia di uscire,
agire, cadere e rialzarsi, sapendo che tutto questo può lasciare lividi ed
escoriazioni.
Un libro che, già dal titolo, li invita a correre in salita può
sembrare una provocazione.
In realtà, è un invito e una sfida a non restare
chiusi in camera, ma ad andare nel mondo, sfruttando l’energia che attraversa
il corpo e la mente, in una sorta di effetto Mustang.
Oggi, purtroppo, gran
parte di questa energia viene incanalata in un attivismo esclusivamente
digitale, privo di fatica fisica. I ragazzi restano fermi e inattivi e perdono
anche la soddisfazione che deriva dalla conquista, un'esperienza di cui, alla
loro età, hanno un bisogno fondamentale».
Figli protetti come fragili vasi di cristallo: dove
stiamo sbagliando noi genitori?
«Gli adulti del terzo millennio hanno fatto di tutto perché i loro figli,
considerati preziosi, restassero incolumi, rinunciando a quella responsabilità
collettiva che ha sempre caratterizzato la comunità educante: incoraggiare i
ragazzi a mettersi alla prova, anche a costo di rischiare cadute e inciampi.
Nell’incertezza del nostro tempo, spesso la famiglia non si è alleata con la
scuola, ma l’ha messa sul banco degli imputati.
Un figlio si rompe un dito? La
famiglia denuncia l’istituto per chissà quale responsabilità.
Si è così
generato un circolo vizioso: per paura delle ritorsioni reciproche, docenti e
genitori sembrano essersi alleati nel limitare le uscite dei ragazzi nel mondo.
I genitori non autorizzano le gite in bicicletta e gli insegnanti rinunciano ad
accompagnarli fuori.
E loro si chiudono nelle proprie stanze.
Sembra una gara a
evitare che chi cresce crei problemi o dia fastidio agli adulti che dovrebbero
occuparsi della sua crescita.
Il fatto è che il mondo adulto non è più capace
di regolare la propria ansia e preoccupazione, emozioni che da sempre
accompagnano chi si prende cura degli adolescenti».
Un esempio tipico è la geolocalizzazione: li teniamo
sempre sotto controllo?
«Lo facciamo apparentemente per garantire la loro sicurezza quando sono fuori,
ma in realtà per tenere sotto controllo la nostra ansia».
Come orientarsi tra autorità, autorevolezza e
permissività?
«L’autorità è imposizione, l’autorevolezza è una conquista, la permissività è
cedere per frustrazione. La parola “potere” oggi non piace, perché i potenti
della Terra sono spesso esempi di prepotenza più che di competenza.
Noi adulti
facciamo fatica a viverla serenamente: temiamo che, nella relazione con i
figli, ci faccia apparire autoritari e poco amabili. Eppure, per essere
autorevoli dobbiamo imparare a esercitare il nostro potere nella relazione
educativa. Non per reprimere o comprimere, ma per sostenere e far crescere.
Serve una relazione al tempo stesso empatica e ferma, nella quale l’adulto non
abbia paura di dire il “no” che aiuta a crescere, anche se il figlio lo vive
come frustrante o limitante.
Di fronte a questi “no”, i ragazzi possono diventare
arrabbiati e contestatori.
Hanno il diritto di contestarci, ma noi adulti
abbiamo il dovere di restare tranquilli, fermi e sicuri della nostra azione
educativa, quando sappiamo che non tutto ciò di cui un figlio ha bisogno gli
piace o gli sembra un gesto di alleanza.
C’è un aforisma secondo cui i tempi
duri creano uomini forti, gli uomini forti creano tempi facili, i tempi facili
creano uomini deboli e gli uomini deboli creano tempi duri.
Dovrebbe essere il
nostro mantra, come genitori del terzo millennio».
Che cosa direbbe ai genitori di oggi?
«Di non avere paura di proporre ai figli sfide faticose.
È arrivato il momento
di smettere di correggere i loro compiti affinché siano perfetti quando li
consegnano all’insegnante il mattino seguente.
E di non aspettarli più fuori da
scuola per alleggerirli del peso dello zaino.
Non sono gesti d’amore, ma azioni
che ostacolano il raggiungimento dell’autonomia».
E ai ragazzi?
«Di non cadere negli inganni di un tempo intriso di gratificazione istantanea,
che offre continuamente occasioni di piacere e alimenta la falsa convinzione
che più un percorso è veloce, migliori saranno i risultati.
Crescendo, devono
imparare che ciò che conta non è il traguardo, ma il percorso, spesso in
salita».
Quali sono i vantaggi della fatica?
«La fatica forgia, mentre l’iperprotezione blocca la crescita.
Il desiderio dei
genitori di proteggere i figli dalla delusione e dall’abbandono, o di
sorvegliare le loro emozioni aspettandosi che provino ciò che vogliamo noi, non
è sano.
Insegnare ad affrontare la fatica e a fare i conti con il principio di
realtà permette ai ragazzi di acquisire la forza e le competenze necessarie per
unirsi al proprio gruppo di amici e affrontare insieme le sfide della crescita.
L’appartenenza al gruppo, l’amicizia e la partecipazione alla comunità locale
possono proteggere gli adolescenti dall’infelicità e dai danni prodotti
dall’ansia del mondo adulto».
Il gruppo può rappresentare, quindi, un’ancora di
salvezza?
«Oggi i ragazzi stanno male perché sono soli.
Sono passati dalla comunità
locale alle community online e non sviluppano adeguate competenze relazionali,
perché non le allenano.
Del resto, anche noi genitori abbiamo ridotto al minimo
la nostra socialità.
Dovremmo allearci con una famiglia che ha un figlio della
stessa età, confrontarci regolarmente e favorire gli incontri tra i ragazzi,
anche attraverso la frequentazione reciproca nei pomeriggi.
Troppo spesso,
invece, gli adolescenti trascorrono ore da soli nella propria stanza».
Quanto è importante l’ascolto?
«I ragazzi non devono necessariamente essere ascoltati dagli adulti: a volte
sono gli amici a salvare loro la vita.
È con i coetanei che riescono a
elaborare e superare quel dolore che, da sempre, durante l’adolescenza viene
metabolizzato e curato anche grazie all’ascolto dell’amico o dell’amica del
cuore, più che attraverso la comprensione e il maternage del mondo
adulto».
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