lunedì, settembre 21, 2026

LIBRO: "Studiare per amore. Gioie e ragioni di un infinito incanto" di Nicola Gardini - Da leggere!


Lo studio ci rende liberi, originali, migliori.

Il primo modo che abbiamo di accedere alla conoscenza, da bambini così come da adulti, è osservare la realtà che ci circonda. Contemplando un panorama o una rosa, un tempio o un dipinto, un cielo stellato o una poesia impariamo infatti a cogliere i rapporti tra le cose e a entrare in contatto con il mondo intorno a noi, sino a esplorarne gli spazi più remoti e nascosti. 


Ma impariamo anche a sviluppare un rapporto sincero e profondo con noi stessi, a riporre fiducia nell’altro, a esercitare la libertà. 


Nicola Gardini porta la parola «studiare» fuori dalle aule scolastiche, spogliandola dei significati deteriori oggi più in voga: affrancato dal senso del dovere e dell’imposizione, lo studente si fa studioso, finalmente pronto ad accogliere il dono di infinite possibilità. Studiare per amore ci offre l’esaltante occasione di scoprire ciò che crediamo di sapere da sempre e invece conosciamo molto poco, con la promessa che, quando volteremo l’ultima pagina, saremo in grado di guardare fuori e dentro di noi con occhi completamente nuovi.

Nicola Gardini:

In questo libro ho presupposto l'esistenza di due modelli di sapere ben distinti, che potremmo chiamare addirittura due mentalità, due visioni antitetiche della vita:

  1.   Un modello utilitaristico-razionalistico, orizzontale, pratico, quantitativo, classificatorio, presuntamente oggettivo, consumisticamente tecnologico, che concepisce la conoscenza solo in termini di profitto certo e di rendimento immediato; che non ammette divagazioni e sorprese; che è fissato sul presente; che presume di percorrere infallibilmente la via migliore; che ha nella computazione il suo strumento principale e trova nel già accaduto un paradigma del futuro;
  2. Un modello scientifico-umanistico, periscopico, speculativo, soggettivo, sperimentale, creativo, poetico, libertario, anticonformista, che persegue la ricerca pura per tentativi, senza darsi un obiettivo certo, e fa tesoro di ogni momento dell'indagine, esplorando il mondo in ogni suo aspetto e in ogni direzione, attraverso l'immaginazione, la memoria, la pluralità dei punti di vista, e impegnandosi a salvare e, se possibile, potenziare le facoltà e le qualità più indistintamente umane (la fantasia, la curiosità, l'ammirazione, l'empatia, ecc.), e guardando tanto al passato quanto al futuro, con piena coscienza storica di quel che dura, di quel che è finito e di quel che sarà o potrà essere,  e aumentando la consapevolezza e il rispetto di tutte le manifestazioni della vita, e la coscienza dei suoi misteri; mai dimenticando di porre domande sul senso delle cose e dell'esistenza; mai dimenticando la bellezza e la gratificazione dello spirito.

Io ho preso chiaramente posizione a sostegno del secondo modello. Con questo ho identificato lo “studio” e sulla validità e necessità di questo ho voluto soffermarmi.

Avrete notato che parlo di un modello scientifico-umanistico. A qualcuno potrà sembrare che io utilizzi un ossimoro, ma se mi avete seguito fin qui sapete che non è così. Mi pare di aver sufficientemente mostrato che le discipline scientifiche (matematica, fisica, biologia, ecc.), e le discipline umanistiche, (la letteratura in primo luogo, ma anche la filosofia, la storia, ecc.) non rappresentano paradigmi differenti se anche praticano indagini differenti e si danno oggetti differenti. Chi ha Leone sia le altre, perseguono la conoscenza pura e solamente coloro che credono per pregiudizio che scienza e tecnica siano un'unica cosa finiscono per credere che scienza e sapere umanistico siano due cose distinte. Per citare Weber anche in queste conclusioni: “l'uomo di scienza (…) afferma di esercitare l'attività scientifica in maniera fine a se stessa, e non solo perché altri possano trarne dei vantaggi tecnici o economici, perché si possano meglio vestire, nutrire, illuminare e governare”. Così l'uomo di lettere.

Sia la fisica, sia la letteratura o la storia o la filosofia o altro, indagano i misteri della vita con uguali disposizioni intellettuali, presupponendo che non esiste oggetto che si arrivi a conoscere mai completamente, perché ogni oggetto è sempre capace di apparire in modi sempre diversi, in sempre diversi sistemi di rapporti. Studiare significa amare l'oggetto, qualunque oggetto scegliamo di indagare, nel suo infinito rivelarsi.

I due modelli che indico, naturalmente, non si escludono a vicenda, la dicotomia esiste, ma non è contraddizione, il secondo non ha mai soppiantato né soppianterà il primo, la dicotomia, infatti, è molto antica, e il secondo modello si è sempre dovuto affermare in contrapposizione al primo, che invece nelle varie fogge in cui appariva d'epoca in epoca, ha sempre dato per indiscutibile la sua superiorità.

In verità, il primo modello, con tutta la sua sicumera, non ha mai dimostrato in alcun momento storico che il secondo avesse perso importanza. Io non sono nemico né della tecnica né dei processi computazionali. Non ho scritto questo libro per attaccarli. Sono convinto però che siamo arrivati a un punto della nostra cosiddetta civiltà in cui, assai più che in qualunque momento del passato, occorra sostenere, di fronte alla sempre più debordante fede (per ingenuità, presunzione, irresponsabilità?) nei portati della rivoluzione digitale, la necessità di un sapere soggettivo e personale, che da sempre, fin da quando il genere umano è comparso sulla Terra, ha nelle risorse dell'intelletto e nell'utilizzo dei sensi i suoi fondamenti. Un sapere che distingue e collega, che coglie e somiglianze e differenze, che rinnova di continuo lo sguardo dell'osservatore anche di fronte ai soliti oggetti (guardare un albero - raccomandava quel gran romanziere che era Maupassant - finché non ci appaia completamente nuovo); un sapere sempre “sospettoso”, sempre incline a sollevare lo sguardo a un livello più alto di partecipazione (come suggerisce il verbo latino suspicio, o “guardare in su”); un sapere che ci porti tutti, ognuno per quel che può e desidera, a confrontarci, a non sottostare a visioni automatizzanti, a imparare gli uni dall'esempio e dalle idee degli altri, a considerare gli uni il buono degli altri; un sapere che non veda una sola via e sappia fare tesoro dell'imprevisto; un sapere che, eterogeneo e variegato, ci unisca nel dialogo pacifico e rispetti tutte le differenze di cui si compone la bellezza della vita; un sapere che restituisca incanto al mondo.

Occorre una conciliazione tra i due modelli, e perché conciliazione ci sia, occorre opposizione, come vuole una vera democrazia.

Il secondo modello, quello scientifico-umanistico, è sicuramente all'opposizione e invoca, per amore della libertà universale che si applichino all'osservazione del mondo le energie più creative dell'intelligenza di ciascuno; che il “dentro” dell'essere umano non si disperda definitivamente nel “fuori” di tutte le appendici e di tutti i suoi sostituti meccanici.

Lo studio dà la felicità. Distrae dall'egoismo e dall'invidia; distrae persino dalla malattia e dalla povertà. Soffriamo quando la nostra mente non sta imparando nulla; quando non si espande perché rimastica vecchie convinzioni e si affida a false aspettative, e non accoglie pensieri freschi, e non vede mai qualcosa di più, e non prova gioia, e per non soccombere al disprezzo di sé si irrigidisce nella presunzione e nel rifiuto della varietà.

Aprendoci all'altro ci apriremo a noi stessi.

Via l'assuefazione! Via la quiescenza! Via l'indifferenza!

E saremo migliori in una vita migliore.

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