lunedì, agosto 17, 2026

Per de Coubertin le donne non dovevano correre. La risposta delle italiane

 
da Il Corriere della Sera di Barbara

Quando il barone Pierre de Coubertin rilanciò i Giochi olimpici, aveva già deciso chi doveva correre e chi doveva applaudire. Alle donne riservava la corona d'alloro da posare sul capo dei vincitori, non la pista. Il corpo femminile, sosteneva, apparteneva alla maternità: era riservato al parto, non alla prestazione. La partecipazione — quella frase che la storia gli ha cucito addosso come la più nobile delle medaglie — era, nei fatti, un privilegio maschile. Competere, in generale, una cosa da uomini.

Centotrent'anni dopo, agli Europei di Birmingham, l'Italia che vince porta soprattutto nomi di donna. Nadia Battocletti vola e si ripete: oro nei 5.000 e nei 10.000 metri, prima nella storia a firmare la doppietta in due edizioni continentali consecutive. Sofia Fiorini, ventuno anni, demolisce il record del mondo nella neonata maratona di marcia e stacca le avversarie di minuti, non di secondi. Dariya Derkach, 33 anni e tre operazioni al tendine d'Achille, sale sul gradino più alto del salto triplo — prima italiana mai riuscita nell'impresa in una rassegna outdoor. Larissa Iapichino arriva alla finale del lungo da leader stagionale d'Europa, pronta a giocarsi l'oro. E poi c'è Kelly Doualla, sedici anni, che a Rieti corre i 100 metri in 11"14 e diventa la seconda più veloce nella storia azzurra: un'adolescente che riscrive gli almanacchi mentre fa ancora i compiti.

Sono corpi-mente che non si limitano a vincere: 

esprimono un'idea di forza, di bellezza, di tempo 

— quello lungo di una carriera ricostruita, quello breve di un'esplosione teenager – 

che apre spazi e possibilità

Un’infinita moltiplicazione di spazi e possibilità per ogni ragazza che li guarda e sogna e ci prova. 

Lo sport resta una straordinaria leva per l’equità, la libertà, la partecipazione piena alla vita.

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