Nel IV secolo a.C., a Epidauro, nel celebre tempio di Asclepio, dio greco della medicina, c’è una donna ateniese di nome Ambrosia che deride i pellegrini storpi e ciechi perché sono convinti che un sogno divino possa guarirli. Quando si corica anche lei, però, il dio le appare davvero: il suo occhio infermo sarà guarito, ma dovrà dedicare un maiale d’argento come monumento alla sua incredulità. Ambrosia si sveglia liberata dalla sua malattia.
Qualcosa accadeva, dunque, di notte, mentre i malati riposavano, qualcosa che non poteva accadere nelle ore di veglia. Nell’antichità il sonno era già un tempo che sfuggiva al controllo razionale del giorno, e che permetteva la trasmissione di una conoscenza impossibile da raggiungere da svegli. Anche se le abitudini notturne sono cambiate, almeno dal punto di vista fisiologico dormire è uno di quei bisogni primari che legano gli esseri umani ai loro antenati. Nel corso dei secoli il sonno è stato allo stesso tempo materia letteraria, anticipazione della morte, territorio di conquista culturale, portale per i sogni.
Nello stesso secolo della stele che racconta la vicenda di Ambrosia, anche Aristotele nutre dubbi riguardo alle capacità soprannaturali dei sogni. Nel De divinatione per somnum (Sulla divinazione nel sonno) — uno dei suoi brevi scritti di filosofia della natura — afferma che, contrariamente a quanto viene raccontato nella poesia epica, i sogni non hanno origine divina, ma sono soltanto il residuo delle impressioni sensoriali del giorno, che continuano a muoversi nel corpo addormentato; solo a volte, tra queste, si nasconde il primo sintomo di una malattia che si annuncia prima di manifestarsi da svegli.
Sebbene il sonno, molto più della dimensione onirica, sia rimasto poi ai margini della grande tradizione filosofica, l’opposizione tra veglia e sonno ha contribuito a organizzare per secoli alcune delle metafore fondamentali su cui si è costruito il pensiero occidentale — la luce e le tenebre, la ragione e l’ignoranza, la coscienza e l’oblio. Anche se la visione aristotelica, sottraendo il sogno all’intervento diretto degli dèi, aiutò a desacralizzarne il contenuto, il sonno continuò ad avere una natura duplice: canale privilegiato per un’esperienza diversa dalla veglia, perfino mistica, ma anche, sul piano morale e spirituale, segno di un’inferiorità di chi dorme rispetto a chi è sveglio. Fu nel Medioevo che il sonno assunse una valenza religiosa più marcata, perché dormire troppo apriva la porta alle tentazioni e ai vizi — soprattutto l’accidia — che potevano disturbare il percorso spirituale degli uomini.
In seguito, tra Cinquecento e Seicento, ciò che si riteneva accadesse durante la notte cominciò a suscitare un’inquietudine diversa. Come ha mostrato Carlo Ginzburg nei suoi studi sui benandanti del Friuli, chi sosteneva di uscire in spirito dal proprio corpo addormentato finì poco a poco dentro il linguaggio e le categorie della stregoneria, accanto ai racconti delle donne che confessavano, spesso sotto tortura, di aver partecipato «in sonno» a voli magici e raduni segreti. Quello che accadeva durante il sonno non restava più confinato alla notte, ma diventava presto una questione teologica e giuridica.
Le abitudini di chi dorme continuano comunque a cambiare. Oggi si dorme meno, spesso con l’aiuto di farmaci, ma il cambiamento più radicale avvenne, secondo lo storico Roger Ekirch, con la fine del sonno bifasico. Fino al Seicento, sostiene Ekirch in una tesi non accettata da tutti gli specialisti e ancora al centro del dibattito, i nostri antenati dormivano in due fasi separate da un’ora di veglia notturna, che chiamavano «primo sonno» e «secondo sonno», finché l’illuminazione stradale, diffusa a partire dalla fine del secolo, contribuì a cancellare quell’intervallo. Mentre nel quotidiano il sonno cominciava a essere regolato, la sua dimensione simbolica sopravviveva nei racconti e nelle fiabe, dove principesse addormentate in un sonno di morte attendevano il risveglio. Il loro era un sonno simbolico, sorvegliato, di trasformazione iniziatica. Due secoli dopo furono gli psicoanalisti a prendere il testimone dei cavalieri e delle fate dei racconti tradizionali. Il sonno divenne allora il terreno in cui cercare le ragioni profonde e gli archetipi nascosti dell’essere umano.
Dalla rivoluzione industriale in poi il sonno viene organizzato, disciplinato dai tempi della produzione, con la luce artificiale che rivoluziona i ritmi naturali, strappando ore di veglia alla notte, che viene colonizzata dal denaro. Il teorico Jonathan Crary sostiene che il sonno sia l’ultimo ostacolo a una produzione continua e ininterrotta. Oggi il sonno è diventato anche un’ossessione statistica: dai dati biometrici che registrano le fasi durante la notte alle app che al mattino ci comunicano la qualità del nostro sonno, il riposo notturno viene cercato sempre più in funzione del giorno.
Anche se passiamo quasi un terzo della vita dormendo, qualcosa di quelle ore continua a sfuggirci. Molte culture hanno visto nel sonno un momento sacro da raccontare nei miti, e ancora oggi dormire rimane un momento di passaggio che forse nessuno ha raccontato così bene come Marcel Proust all’inizio della Recherche. Il narratore si addormenta leggendo e si risveglia senza sapere bene dove si trovi — un’esperienza comune a tutta l’umanità. Da Ambrosia in poi, non è mai cambiata la sorpresa di svegliarci, di fare ritorno da un luogo insieme intimo ed estraneo, diversi da come ci siamo addormentati.
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