sabato, giugno 20, 2026

PCI: a 50 anni dalle elezioni "storiche" del 20 e 21 giugno 1976. Il sorpasso sfiorato sulla DC

 

di Maurizio Caprara

Le carte segrete della CIA: il vero pericolo è il crollo dell'economia italiana.

Fu una giornata intensa il 22 giugno 1976 per Gerald Ford, presidente degli Stati Uniti, repubblicano, subentrato nel 1974 nella carica di Richard Nixon, costretto le dimissioni. L'ex vice del protagonista dello scandalo “Watergate” ebbe la prima colazione alle 7.15, poi colloqui con i collaboratori.
Alle 8.09, barbiere.
Alle 8.47, elicottero dalla Casa Bianca all'aeroporto Andrews per raggiungere in aereo Indianapolis, partecipare a una conferenza e tornare a Washington.
Rientro nello studio ovale alle 13.45. Nel pomeriggio, udienza con ambasciatori stranieri, vari appuntamenti.
Alle 19.05 piscina.
Alle 19.24, sei minuti dal medico.
Alle 19.58, cena seguita da telefonate.

L'agenda di Ford e altri documenti non più segreti consultati da chi scrive queste righe non specificano se sia stato in volo in ufficio che il presidente lesse The President’s Daily brief, il rapporto quotidiano preparato dalla Cia, Central intelligence Agency.  Di certo, in quelle pagine a lungo top secret il successore di Nixon trovò analisi accurate su ciò che sarebbe accaduto in estate nel nostro paese. 

Sulla scrivania del presidente

Era sulle elezioni italiane il capitolo di apertura del rapporto per Ford datato 22 giugno 1976.

Si era votato domenica 20 e lunedì 21. L'argomento veniva prima di informazioni su scontri in Libano tra forze siriane e palestinesi. “I comunisti sono stati l'unico partito ad avanzare significativamente sia al Senato che sia alla camera rispetto alle precedenti votazioni del 1972”, riferiva sull'Italia la Cia al presidente.

“Mentre è troppo presto per trarre conclusioni definitive, è probabile che sia difficile, se non impossibile, isolare del tutto i comunisti del processo di governo nazionale. Con la posizione largamente rafforzato in Parlamento, la loro cooperazione sarà più che mai necessaria per far approvare e applicare ogni progetto importante proposto da un governo nel quale non partecipino direttamente”, prevedeva il rapporto.

Sull'Italia la Cia aveva aggiornato Ford dal lunedì 21: “il governo post-elettorale erediterà una situazione economica peggiorata da anni di negligenza”.

Tra i difetti elencati, “un sistema fiscale ingombrante e inefficiente”, “inflazione media al 17% nel 1975”.  Nelle analisi era l'economia, più che legami del Pci con l'unione sovietica, a preoccupare: “con i comunisti esclusi dalle cariche ministeriali chiave, gli uomini d'affari stranieri e locali si sentirebbero rassicurati che saranno improbabili nazionalizzazioni origine linee guida di pianificazione. Molti vedrebbero il sostegno comunista dall'esterno del governo come un mezzo per rafforzare la credibilità della coalizione. In queste circostanze, la fuga di capitali probabilmente avrebbe vita breve”. Osservava la Cia che con una parziale responsabilità per atti di governo i comunisti avrebbero potuto convincere i sindacati ad accettare qualche tipo di limitazione volontaria dei salari”. Fughe di capitali all'estero ve ne erano state. L'avanzata del Pci nelle amministrative del giugno 1975 aveva indotto ipotizzare un sorpasso del simbolo con falce martello e tricolore sullo scudo crociato della Democrazia Cristiana. Imprenditori italiani e cancellerie europee lo temevano. Anche se il sorpasso non vi fu, segnarono un cambiamento di fase storica le elezioni del giugno 1976. La DC resse.

Dalla sede comunista di botteghe oscure toccò il segretario Enrico Berlinguer smorzare le aspettative dei militanti ma per la prima volta dalla rottura della coalizione di unità nazionale, 1947, il partito comunista più grande dell'occidente venne proiettato dagli scrutini nei paraggi di una maggioranza governativa. Altre novità, a eleggere deputati, allora 630, avevano contribuito i diciottenni. Affluenza alle urne superiore al 93%. Il Pci alla camera balzò dal 27,5% di 5 anni prima, al 34,37% dei voti: 12.614.650 elettori. Oltre tre milioni e mezzo in più. Seggi: 228. Un aumento di 49.

Confermata primo partito con il 38,71%, grazie a 14.209.519 voti, la Dc di seggi ne ebbe 262. Persi, solo quattro. Terza forza il Psi: 9,64%, deputati diminuiti da 61 a 57.

In calo socialdemocratici, repubblicani, liberali.


Un pezzo di storia
Stagione inedita. Chiamata dai politologi” conventio ad escludendum”, una legge non scritta disponeva che in Italia i comunisti non dovessero governare. A determinarla era stata dal 1947 la guerra fredda tra Usa e Urss, combattuta senza sconvolgere la spartizione delle sfere di influenza delineata a Yalta nel 1944 dall'americano Franklin Delano Roosevelt, l’inglese Winston Churchill e il sovietico Stalin. L'Italia apparteneva all'occidente, assegnato alla guida di Washington. E nel giugno 1976?

Come conciliare “conventio ad escludendum” e ampiezza dei consensi per le botteghe oscure, pur sempre finanziate da Mosca malgrado i passi verso un'autonomia dal Cremlino?

Era stato un'intervista di Berlinguer al Corriere della Sera, il 15 giugno, a indirizzare un messaggio oltre l'oceano.” Voglio che l'Italia non esca dal patto Atlantico”, aveva affermato il segretario del pc. Risposta affidata alla trentacinquesima di 36 domande postegli da Giampaolo Pansa. Nell’alludere alla Cortina di ferro tra ovest e est, l'intervistato aveva aggiunto: “mi sento più sicuro stando di qua (…)”. Svolta di rilievo, sebbene con Berlinguer mai sfociata in un'uscita completa dalla tradizione comunista.

Il disegno berlingueriano di un “compromesso storico” -alleanza tra pc, cattolici della dc e socialisti- non è mai stato realizzato. Vero invece è che il 1976 avvio la” solidarietà nazionale”, una convergenza durata fino al 1979 che il che il 16 marzo 1978, giorno del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, avrebbe portato i comunisti a votare a favore del quarto governo guidato dal democristiano Giulio Andreotti. L'intesa verso tempi di proteste sociali, crisi, terrorismo. Produsse la riforma sanitaria, l'equo canone, la legge Basaglia per chiudere i manicomi.

Presieduto proprio da Andreotti, dai risultati del giugno 1976 sarebbe nato il 29 luglio il governo “delle astensioni”, detto così perché il Parlamento il Pci non avrebbe votato né sì né no sulla fiducia all'esecutivo. “Della non sfiducia”, un'altra denominazione.

Inventore ne fu Luigi Cappugi, collaboratore che il 6 agosto si annotò nel diario: “dal giugno al 1947 i comunisti hanno votato sempre contro i governi, deve fare impressione anche a loro dichiarare oggi l'astensione. Sono andato a pregare sulla tomba di De Gasperi”. A Montecitorio, 258 i voti per la fiducia. Astensioni 303: di Pci, Psi, Pri, Psdi, Pli, Indipendenti di sinistra. Contrari 44.

Monocolore con ministri soltanto democristiani, il governo Andreotti tre. Numerose le novità della stagione prive di precedenti. Per la prima volta in Italia, un ministero a una donna: il lavoro a Tina Anselmi. Ingresso in Parlamento dei radicali, tra i quali Marco Pannella e la ventottenne Emma Bonino.

Dal 5 luglio, presidente della Camera o un comunista: Pietro Ingrao.

Il 16 luglio, primo mandato da segretario del Psi a Bettino Craxi. Personalità, tutte, che avrebbero lasciato segno in più di un'epoca


Nessun commento:

Posta un commento