di Maurizio Caprara
Le carte segrete della CIA: il vero pericolo è il crollo dell'economia italiana.
L'agenda di Ford e altri documenti non più segreti consultati da chi scrive queste righe non specificano se sia stato in volo in ufficio che il presidente lesse The President’s Daily brief, il rapporto quotidiano preparato dalla Cia, Central intelligence Agency. Di certo, in quelle pagine a lungo top secret il successore di Nixon trovò analisi accurate su ciò che sarebbe accaduto in estate nel nostro paese.
Sulla scrivania
del presidente
Era sulle
elezioni italiane il capitolo di apertura del rapporto per Ford datato 22
giugno 1976.
Si era votato
domenica 20 e lunedì 21. L'argomento veniva prima di informazioni su scontri in
Libano tra forze siriane e palestinesi. “I comunisti sono stati l'unico partito
ad avanzare significativamente sia al Senato che sia alla camera rispetto alle
precedenti votazioni del 1972”, riferiva sull'Italia la Cia al presidente.
“Mentre è
troppo presto per trarre conclusioni definitive, è probabile che sia difficile,
se non impossibile, isolare del tutto i comunisti del processo di governo
nazionale. Con la posizione largamente rafforzato in Parlamento, la loro
cooperazione sarà più che mai necessaria per far approvare e applicare ogni
progetto importante proposto da un governo nel quale non partecipino
direttamente”, prevedeva il rapporto.
Sull'Italia la
Cia aveva aggiornato Ford dal lunedì 21: “il governo post-elettorale erediterà
una situazione economica peggiorata da anni di negligenza”.
Tra i difetti
elencati, “un sistema fiscale ingombrante e inefficiente”, “inflazione media al
17% nel 1975”. Nelle analisi era
l'economia, più che legami del Pci con l'unione sovietica, a preoccupare: “con
i comunisti esclusi dalle cariche ministeriali chiave, gli uomini d'affari
stranieri e locali si sentirebbero rassicurati che saranno improbabili
nazionalizzazioni origine linee guida di pianificazione. Molti vedrebbero il
sostegno comunista dall'esterno del governo come un mezzo per rafforzare la
credibilità della coalizione. In queste circostanze, la fuga di capitali
probabilmente avrebbe vita breve”. Osservava la Cia che con una parziale
responsabilità per atti di governo i comunisti avrebbero potuto convincere i
sindacati ad accettare qualche tipo di limitazione volontaria dei salari”. Fughe
di capitali all'estero ve ne erano state. L'avanzata del Pci nelle
amministrative del giugno 1975 aveva indotto ipotizzare un sorpasso del simbolo
con falce martello e tricolore sullo scudo crociato della Democrazia Cristiana.
Imprenditori italiani e cancellerie europee lo temevano. Anche se il sorpasso
non vi fu, segnarono un cambiamento di fase storica le elezioni del giugno 1976.
La DC resse.
Dalla sede
comunista di botteghe oscure toccò il segretario Enrico Berlinguer smorzare le
aspettative dei militanti ma per la prima volta dalla rottura della coalizione
di unità nazionale, 1947, il partito comunista più grande dell'occidente venne
proiettato dagli scrutini nei paraggi di una maggioranza governativa. Altre
novità, a eleggere deputati, allora 630, avevano contribuito i diciottenni.
Affluenza alle urne superiore al 93%. Il Pci alla camera balzò dal 27,5% di 5
anni prima, al 34,37% dei voti: 12.614.650 elettori. Oltre tre milioni e mezzo
in più. Seggi: 228. Un aumento di 49.
Confermata
primo partito con il 38,71%, grazie a 14.209.519 voti, la Dc di seggi ne ebbe
262. Persi, solo quattro. Terza forza il Psi: 9,64%, deputati diminuiti da 61 a
57.
In calo
socialdemocratici, repubblicani, liberali.
Come conciliare
“conventio ad escludendum” e ampiezza dei consensi per le botteghe oscure, pur
sempre finanziate da Mosca malgrado i passi verso un'autonomia dal Cremlino?
Era stato un'intervista di Berlinguer al Corriere della Sera, il 15 giugno, a indirizzare un messaggio oltre l'oceano.” Voglio che l'Italia non esca dal patto Atlantico”, aveva affermato il segretario del pc. Risposta affidata alla trentacinquesima di 36 domande postegli da Giampaolo Pansa. Nell’alludere alla Cortina di ferro tra ovest e est, l'intervistato aveva aggiunto: “mi sento più sicuro stando di qua (…)”. Svolta di rilievo, sebbene con Berlinguer mai sfociata in un'uscita completa dalla tradizione comunista.
Il disegno
berlingueriano di un “compromesso storico” -alleanza tra pc, cattolici della dc
e socialisti- non è mai stato realizzato. Vero invece è che il 1976 avvio la”
solidarietà nazionale”, una convergenza durata fino al 1979 che il che il 16 marzo
1978, giorno del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, avrebbe
portato i comunisti a votare a favore del quarto governo guidato dal
democristiano Giulio Andreotti. L'intesa verso tempi di proteste sociali, crisi,
terrorismo. Produsse la riforma sanitaria, l'equo canone, la legge Basaglia per
chiudere i manicomi.
Presieduto
proprio da Andreotti, dai risultati del giugno 1976 sarebbe nato il 29 luglio
il governo “delle astensioni”, detto così perché il Parlamento il Pci non
avrebbe votato né sì né no sulla fiducia all'esecutivo. “Della non sfiducia”,
un'altra denominazione.
Inventore ne fu
Luigi Cappugi, collaboratore che il 6 agosto si annotò nel diario: “dal giugno
al 1947 i comunisti hanno votato sempre contro i governi, deve fare impressione
anche a loro dichiarare oggi l'astensione. Sono andato a pregare sulla tomba di
De Gasperi”. A Montecitorio, 258 i voti per la fiducia. Astensioni 303: di Pci,
Psi, Pri, Psdi, Pli, Indipendenti di sinistra. Contrari 44.
Monocolore con
ministri soltanto democristiani, il governo Andreotti tre. Numerose le novità
della stagione prive di precedenti. Per la prima volta in Italia, un ministero
a una donna: il lavoro a Tina Anselmi. Ingresso in Parlamento dei radicali, tra
i quali Marco Pannella e la ventottenne Emma Bonino.
Dal 5 luglio,
presidente della Camera o un comunista: Pietro Ingrao.
Il 16 luglio, primo
mandato da segretario del Psi a Bettino Craxi. Personalità, tutte, che
avrebbero lasciato segno in più di un'epoca
Nessun commento:
Posta un commento