da L'Internazionale del 12/02/2026 di Neve Gordon (professore israeliano. Insegna diritto internazionale alla Queen Mary University of London), Al Jazeera, Qatar
Tel Aviv sfrutta l’alto tasso di
omicidi tra gli arabi israeliani
per spingerli a lasciare il paese.
E strumentalizza l’antisemitismo per favorire l’immigrazione degli ebrei, soprattutto europei.
E strumentalizza l’antisemitismo per favorire l’immigrazione degli ebrei, soprattutto europei.
Mentre i mezzi di informazione internazionali si concentravano giustamente sul
genocidio e sull’enorme
sfollamento a Gaza, oltre che sulla pulizia
etnica in corso in Cisgiordania e nella Gerusalemme Est occupata, non si è parlato
quasi per niente dei 300 omicidi avvenuti in Israele nel 2025. In 252 casi la vittima era palestinese.
Eppure l’anno scorso
è stato il peggiore di sempre per il numero
di uccisioni di cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono il 21 per cento della
popolazione ma sono le vittime nell’80
per cento dei delitti. Un morto ogni 36 ore.
I mezzi d’informazione internazionali
si sono occupati anche dell’aumento
dell’antisemitismo in tutto il mondo, ma
hanno raccontato molto poco o per niente
di come Israele ha esagerato e strumentalizzato un’idea sionista dell’antisemitismo per creare panico tra gli ebrei ovunque.
Addirittura, quando parlo con alcuni
amici ebrei israeliani spesso mi chiedono
come faccio, io che abito a Londra, a con
vivere con l’antisemitismo. Seguendo i
notiziari israeliani, c’è da perdonarli se
sono convinti che gli ebrei nel mondo siano esposti a un pericolo imminente.
Questi due fenomeni – l’epidemia di
delitti nelle comunità palestinesi di Israele e la strumentalizzazione dell’antisemitismo per amplificare le paure degli
ebrei – potrebbero sembrare totalmente
scollegati. Eppure, c’è un filo che li lega, e
si chiama ingegneria demografica.
La seconda Nakba
L’ingegneria demografica è sempre stata
il cuore del progetto sionista.
Durante la
guerra del 1948 circa 750mila palestinesi
furono espulsi in quella che il diplomatico e studioso Fayez Sayegh definì “eliminazione razziale”.
Le città palestinesi furono svuotate e circa cinquecento villaggi
furono distrutti.
Nel 1951 i palestinesi diventati profughi erano stati “sostituiti” da un numero
simile di immigrati ebrei, che erano sopravvissuti all’Olocausto provenienti
dall’Europa ed ebrei mizrahi venuti dai
paesi arabi, trasformando così la composizione etnica dello stato senza alterare la
dimensione complessiva della popolazione.
Dopo la guerra, Israele ignorò la risoluzione 194 delle Nazioni Unite, che
affermava il diritto dei palestinesi diventati rifugiati nel 1948 a tornare alle loro
case.
Inoltre nel 1950 approvò la legge del
ritorno, che riconosceva “agli ebrei di tutto il mondo il diritto di entrare in Israele e
ottenere la cittadinanza israeliana indipendentemente dal loro paese di origine
e dal fatto che potessero dimostrare o
meno un legame con Israele e Palestina,
negando al contempo un simile diritto ai
palestinesi, compresi quelli con origini
documentate nel paese”, come afferma
un rapporto dell’Onu.
Negli ultimi due anni diversi politici e
personaggi pubblici israeliani hanno descritto quello che Israele sta facendo nei
territori occupati dal 1967 come un completamento del lavoro lasciato incompiuto nel 1948: “Una seconda, vera Nakba,
per portare a termine l’opera di David
Ben Gurion”, ha detto un giornalista riferendosi all’ex primo ministro israeliano e
al termine arabo per definire la cacciata
dei palestinesi.
Contemporaneamente,
nel paese si sta sviluppando un’altra strategia demografica, anche se l’obiettivo
generale rimane lo stesso.
Itamar Ben-Gvir non è sicuramente il
primo ministro della sicurezza nazionale
ad aver permesso alle bande criminali di
terrorizzare le comunità palestinesi. Ma
durante il suo mandato gli omicidi hanno
raggiunto livelli record.
E il 2026 sembra
seguire questa tendenza, con 31 palestinesi uccisi solo a gennaio.
Da un lato, Israele usa l’impennata di
criminalità per rappresentare i cittadini
palestinesi come incivili e barbari, estendendo la disumanizzazione dei palestinesi apolidi di Gaza e della Cisgiordania
ai suoi stessi cittadini. Dall’altro lato, permette ai criminali di terrorizzare le città
palestinesi.
La polizia infatti ha risolto
solo il 15% degli omicidi avvenuti
nelle comunità palestinesi, facendo poco
o niente per impedire alle bande di chiedere il pizzo alle imprese, cosa che priva
la comunità di circa due miliardi di
shekel (545 milioni di euro) all’anno.
Il 22 gennaio i palestinesi d’Israele
hanno lanciato la più grande manifestazione dal 2019, sventolando bandiere nere e intonando slogan in cui accusavano
la polizia di averli abbandonati.
Il giorno
successivo gli organizzatori hanno indetto uno sciopero generale.
Uno di loro,
Mohammed Shlaata, ha detto che la responsabilità delle violenze è delle autorità: “Siamo in uno stato di emergenza. La nostra accusa è chiara: la
colpa è della polizia”.
Alcuni amici palestinesi mi dicono di temere per la vita dei
loro figli e vogliono che lascino il paese,
mentre altri hanno già fatto i bagagli e se
ne sono andati. A dire il vero il numero di
chi parte è basso, ma i cittadini palestinesi di Israele stanno arrivando all’esasperazione.
Essere al sicuro
Mentre non fa nulla per reprimere le attività criminali e l’illegalità nelle comunità
palestinesi in Israele, il governo ingigantisce e strumentalizza un’idea sionista di
antisemitismo per riaffermare continuamente la condizione di vittima degli
ebrei.
Anche se si è scritto molto sull’uso di
una falsa idea di antisemitismo – che confonde le critiche a Israele e al sionismo
con l’odio verso gli ebrei – per mettere a
tacere le voci dei palestinesi e dei loro sostenitori, si è detto molto meno su come
l’antisemitismo è usato per affrontare il
problema dell’emigrazione da Israele.
Dal 2023 gli ebrei che hanno lasciato il
paese sono più di quelli che sono entrati.
Nel 2024 il numero di cittadini emigrati
superava di 26mila quello dei nuovi immigrati.
Mel 2025 il divario è salito a 37mila.
In altre parole, l’emigrazione è aumentata di oltre il 42 per cento e i funzionari israeliani temono che questa tendenza stia prendendo piede o addirittura
accelerando.
Per questo all’opinione pubblica israeliana e alla diaspora ebraica è ripetuto in
continuazione che l’antisemitismo sta
dilagando nel mondo.
Gli viene detto che
l’orrendo massacro di Bondi in Australia
è il segnale di una nuova tendenza globale, che nel Regno Unito l’antisemitismo è
stato normalizzato e che in Europa gli
ebrei hanno paura di indossare la kippah.
L’antisemitismo è senza dubbio aumentato negli ultimi due anni, c’è un
nocciolo di verità in queste affermazioni.
Ma contrariamente a quanto succede con
il panico molto reale tra i cittadini palestinesi, che lo stato ignora, nel caso dell’antisemitismo lo stato esagera e strumentalizza i fatti per generare un panico morale.
Il messaggio è chiaro: gli ebrei di tutto
il mondo devono temere per le loro vite;
quelli che vivono in Israele devono sapere che andarsene è un rischio, mentre per
gli ebrei della diaspora l’unico modo per
essere al sicuro è emigrare in Israele.
Il collante che tiene insieme tutte le
strategie demografiche messe in campo
da Israele è la fede nell’eccezionalismo e
nella supremazia ebraica.
Il genocidio a
Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania sono giustificati disumanizzando i palestinesi;
il disinteresse verso gli omicidi e i
crimini nelle comunità palestinesi in Israele è animato dalla discriminazione razziale che va avanti dal 1948; e Israele sfrutta il razzismo contro gli ebrei per arginare
l’emigrazione.
L’obiettivo è garantire il
carattere razziale-religioso di Israele come paese esclusivamente ebraico, mentre
il sogno è uno stato ebraico puro.
Verso l’annessione della Cisgiordania
L’8 febbraio 2026 il gabinetto di sicurezza israeliano ha
approvato una serie di misure
che permetteranno a Israele di
estendere il suo controllo nelle
zone della Cisgiordania amministrate dall’Autorità nazionale palestinese (Anp).
Il testo
completo non è stato reso pubblico e non è chiaro quando le
nuove regole (che non hanno
bisogno di ulteriore approvazione) entreranno in vigore,
ma in parte sono state annunciate in diversi comunicati.
Alcune hanno l’obiettivo
di facilitare l’acquisto di terreni da parte dei coloni, in particolare abrogando una legge risalente a decenni fa che impediva agli ebrei di comprare direttamente appezzamenti in
Cisgiordania.
Inoltre le autorità israeliane potranno amministrare
due importanti siti religiosi
che si trovano nel sud della Cisgiordania: la Tomba dei patriarchi (chiamata moschea di
Abramo dai musulmani) a Hebron e la tomba di Rachele a
Betlemme.
Sarà anche più
semplice per i coloni ottenere
il permesso per costruire in alcune zone di Hebron.
La comunità internazionale ha espresso preoccupazione.
In un comunicato comune
Arabia Saudita, Egitto, Emira
ti Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar e
Turchia hanno denunciato “i
tentativi di annessione illegale
e sfollamento del popolo palestinese”
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