«La salute degli italiani oggi è fra le migliori del mondo.» E c’è un motivo preciso, secondo Rosy Bindi, che si chiama “Servizio sanitario nazionale”.
Ma oggi questo bene di tutti è a rischio. Per non perderlo occorre reagire e invertire la rotta innescata dalla cronica mancanza di risorse, da una progressiva privatizzazione e dall’autonomia differenziata delle regioni.
Il nostro sistema resta un presidio di civiltà fondamentale, che possiamo ancora permetterci e sul quale vale la pena investire, correggendo le disfunzioni che conosciamo e fermando i tentativi in atto di puntare su un modello assicurativo più iniquo e costoso.
A venticinque anni dalla riforma che porta il suo nome, l’autrice sgombra il campo dalle ricostruzioni di parte e dalle polemiche inutili e avanza proposte, chiare e coraggiose, volte a promuovere la rinascita di un servizio basato su equità, solidarietà e trasparenza.
Con un’analisi lucida e senza sconti per nessuno smaschera le contraddizioni di una trasformazione piegata alla logica del profitto. E ricorda che tutti possono e devono battersi per difendere il diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione.
Il libro – un’appassionata difesa della solidarietà, dell’uguaglianza, della giustizia sociale, dell’universalismo, dell’interesse generale – ha una struttura lineare. Ricostruite nel primo capitolo le vicende storiche che hanno interessato il Ssn – attraverso i tre passaggi normativi fondamentali (la legge istitutiva del 1978, la controriforma del 1992, la riforma correttiva del 1999), cui l’autrice aggiunge la revisione costituzionale del 2001 (giustamente definita «la quarta riforma del Ssn») -, il discorso si sofferma sulle manifestazioni più evidenti della crisi attuale:
- il sottofinanziamento;
- la spinta verso il mercato e la privatizzazione, con le disastrose conseguenze ai danni della medicina territoriale e di prevenzione;
- la frantumazione in una pletora di Sistemi sanitari regionali, che l’autonomia differenziata avrebbe voluto acuire.
Il libro è dunque una convincente riflessione sulla inevitabile politicità delle scelte in materia di salute che porta a chiamare in causa le responsabilità della collettività nel suo complesso (la politica, i manager, i professionisti, le associazioni, i cittadini, che «devono diventare più consapevoli nelle scelte che influenzano la salute»).
La scelta tra rilanciare o definitivamente affossare il Ssn sarà decisiva nel connotarci come collettività politica: improntata al principio di solidarietà o al darwinismo sociale?
A fare da filo conduttore è la – esplicitata – difesa dell’operato dell’autrice come ministro della Sanità dal 1996 al 2000, e in particolare del decreto legislativo n. 229 del 1999: il più importante provvedimento normativo da lei promosso, volto a riallineare il Servizio sanitario nazionale all’originario disegno solidaristico, dopo la torsione liberista impressa nel 1992 dai nemici della sanità pubblica.
I plurimi profili d’intervento del decreto sono ricostruiti con precisione, così come la loro parzialissima attuazione, per via del boicottaggio operato dalla destra tornata al governo del Paese nel 2001.
A risultare particolarmente disattesi furono:
- il disegno di riterritorializzare la sanità, attraverso il rilancio del distretto sanitario,
- il tentativo di circoscrivere il ruolo dei fondi finanziari e delle assicurazioni private, a tutela della natura universalistica e solidaristica del Ssn,
- e il proposito di subordinare l’attività libero-professionale dei medici ai doveri nei confronti del Ssn.
Un quadro che rende comprensibili le ragioni dell’ostilità che la destra ha sempre manifestato nei confronti di Rosy Bindi, non altrettanto l’astio riservatole da alcuni commentatori che pure, come lei, hanno a cuore il carattere pubblico del Ssn. Con il senno di poi, si può forse rilevare come in troppi casi il centrosinistra abbia predisposto a difesa dei diritti costituzionali tutele poi rivelatesi inidonee a contrastare gli assalti dei fautori del neoliberismo.
Resta il fatto che Rosy Bindi è tra i pochi politici a cui non può essere imputato il malcostume di predicare bene, una volta terminato il proprio mandato, avendo razzolato male mentre era in carica.
La sua azione alla guida del ministero risulta coerente con quanto da lei detto e scritto in seguito, ed è apprezzabile l’onestà con cui nel libro riconosce di non essere sempre riuscita a conseguire quanto desiderato (per esempio, sostituire le aziende sanitarie regionalizzate con unità socio-sanitarie capaci di assicurare il coinvolgimento anche degli enti locali nella loro gestione).
Il libro è, in definitiva, un’esortazione a non arrendersi all’involuzione politica e culturale in atto: il disegno di giustizia sociale posto alla base della Costituzione è oggi più urgente che mai, e la sua vitalità dipende da ciascuno di noi.
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