martedì, marzo 10, 2026

Giorgio Parisi: “Così noi europei possiamo creare il Cern dell’Intelligenza Artificiale”


da Repubblica del 27 febbraio 2026 di Elena Dusi 

Questa è una tecnologia strategica e potrebbe diventare un monopolio. Rischiamo di dipendere da modelli creati da altri

Quando facciamo una domanda all’intelligenza artificiale, chi ci risponde? 
«Un oligopolio di aziende private che non offre trasparenza alcuna sulle fonti». 
Per questo Giorgio Parisi, Nobel per la fisica ed ex presidente dei Lincei, sta cercando di fondare un centro europeo di ricerca sull’IA. 
«Sarà pubblico e divulgherà i suoi risultati, senza segreti industriali. 
Si fonderà su valori europei, che non necessariamente coincidono con quelli americani o cinesi. 
L’Italia oggi è nella posizione di spingere verso il futuro». 
Competere con le centinaia di miliardi messi sul piatto dagli Stati Uniti o con la spinta vigorosa del governo di Pechino sembra un’impresa improba per l’Europa delle medie potenze
«Un po’ come Davide contro Golia. Ma alla fine Davide ha vinto», sorride Parisi al convegno “Un centro europeo per l’intelligenza artificiale” che si è svolto il 26 Febbraio  all’Accademia dei Lincei con il ministro dell’università e della ricerca Anna Maria Bernini.

Il centro è paragonato al Cern. Perché?

«Il Cern è il laboratorio europeo per la fisica delle particelle e ha riunito i Paesi europei dopo la Seconda guerra mondiale. La sua ricerca è aperta a tutti, non ha segreti, non crea monopoli e non ha fini militari. È una casa comune per gli scienziati e, come disse Edoardo Amaldi, che del Cern fu il primo segretario, il suo cuore è la mensa, dove ci si incontra per far nascere nuove idee».

E come sarà la mensa del nuovo centro sull’IA?

«Non ci siamo proprio arrivati. Stiamo ancora cercando di raccogliere l’appoggio dei vari Stati. Germania e Francia sono d’accordo. Il presidente Macron e il cancelliere Merz si sono parlati lo scorso autunno in un convegno in Germania e hanno aderito all’idea. Informalmente si parla di partire raccogliendo un miliardo all’anno per tre anni, da dividere fra tutti i partecipanti. Il ministro Bernini ai Lincei ha spiegato di aver scritto ai suoi omologhi del Consiglio europeo, ma si potrebbe seguire un percorso parallelo all’Ue. Penso a un accordo fra singoli Stati sotto forma di fondazione o di trattato, per tenere dentro anche Gran Bretagna e Svizzera».

Un centro europeo fuori dall’Ue?

«Il Cern è nato così, tramite accordi fra i singoli Stati. Poi si è allargato col tempo. L’Europa unita non si era ancora formata».

Perché sente il bisogno di impegnarsi in questa missione?

«L’IA è una tecnologia strategica e corre il rischio di diventare un monopolio, un po’ come Google fra i motori di ricerca. Fino a una decina di anni fa gli studi in questo campo erano per la maggior parte pubblici. Ora si sono spostati nel campo privato e del segreto industriale. Gli Stati Uniti fanno investimenti di centinaia di miliardi. L’Europa rischia di restare ai margini, veder partire i ricercatori e dipendere da modelli creati da altri».

Il Cern per regolamento non fa ricerca militare. Voi come vi regolerete?«Pubblicando ogni risultato. Le applicazioni militari hanno bisogno di restare segrete».Non è tardi per entrare in corsa con Cina e Usa?

«No. L’intelligenza artificiale che vediamo oggi è nulla in confronto a quella del futuro». 

In che senso?

«Oggi l’IA sa interpretare un testo, parlare, rispondere alle domande. Ma non va oltre l’uso del linguaggio e si dice che la sua conoscenza del mondo fisico che ci sta intorno sia peggiore di quella di un topo. 
Molti aspetti del suo funzionamento ci sfuggono, né noi utenti sappiamo quali fonti ha usato per addestrarsi. 
Potrebbero essere politicamente orientate, come è accaduto con alcuni modelli negli Stati Uniti. 
Spesso l’IA viene paragonata alla rivoluzione industriale, ma le leggi della termodinamica che muovono un treno a vapore sono ben note. Non altrettanto si può dire delle regole dell’IA».

Cosa serve per svelarle?

«Molta ricerca fondamentale. Immagino il centro pieno di computer potenti, con pochi scienziati stabili e la maggior parte dei ricercatori impegnati in progetti di mesi, o pochi anni. Diversi Paesi vorranno ospitarne la sede, quindi potrebbero esserci due o tre campus sparsi per l’Europa, ma non di più, e con una dirigenza unica».

Cosa si deve fare per capire l’IA ?

«Capire il cervello. Troppo ancora ci sfugge del suo funzionamento. L’IA sa riprodurre il linguaggio, che si è sviluppato negli ultimi 100-150 mila anni, ma il cervello dei mammiferi ha un’evoluzione di 500 milioni di anni. Tutta la parte prelinguistica della nostra intelligenza ci sfugge. Studiarla non è facile, ma ci offre enormi possibilità per sviluppare l’IA del futuro».

Come la immagina?

«Difficile fare previsioni. Mi piacerebbe che all’utente sia data la possibilità di scegliere le fonti sulle quali l’IA si è addestrata».

Lei usa l’IA?

«Poco. Di recente le ho chiesto di scrivere un programma. Lo ha fatto correttamente, ma mi ha dato un risultato finale errato. Aveva sbagliato a leggere una colonna. È una delle tante conferme che non ha idea di come sia fatto il mondo fisico»

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