da Repubblica del 27 febbraio 2026 di Elena Dusi
Questa è una tecnologia strategica e potrebbe diventare un monopolio. Rischiamo di dipendere da modelli creati da altri
«Un oligopolio di aziende private che non offre trasparenza alcuna sulle fonti».
Per questo Giorgio Parisi, Nobel per la fisica ed ex presidente dei Lincei, sta cercando di fondare un centro europeo di ricerca sull’IA.
«Sarà pubblico e divulgherà i suoi risultati, senza segreti industriali.
Si fonderà su valori europei, che non necessariamente coincidono con quelli americani o cinesi.
L’Italia oggi è nella posizione di spingere verso il futuro».
Competere con le centinaia di miliardi messi sul piatto dagli Stati Uniti o con la spinta vigorosa del governo di Pechino sembra un’impresa improba per l’Europa delle medie potenze.
«Un po’ come Davide contro Golia. Ma alla fine Davide ha vinto», sorride Parisi al convegno “Un centro europeo per l’intelligenza artificiale” che si è svolto il 26 Febbraio all’Accademia dei Lincei con il ministro dell’università e della ricerca Anna Maria Bernini.
«Non ci siamo proprio arrivati. Stiamo ancora cercando di raccogliere l’appoggio dei vari Stati. Germania e Francia sono d’accordo. Il presidente Macron e il cancelliere Merz si sono parlati lo scorso autunno in un convegno in Germania e hanno aderito all’idea. Informalmente si parla di partire raccogliendo un miliardo all’anno per tre anni, da dividere fra tutti i partecipanti. Il ministro Bernini ai Lincei ha spiegato di aver scritto ai suoi omologhi del Consiglio europeo, ma si potrebbe seguire un percorso parallelo all’Ue. Penso a un accordo fra singoli Stati sotto forma di fondazione o di trattato, per tenere dentro anche Gran Bretagna e Svizzera».
Il Cern per regolamento non fa ricerca militare. Voi come vi regolerete?«Pubblicando ogni risultato. Le applicazioni militari hanno bisogno di restare segrete».Non è tardi per entrare in corsa con Cina e Usa?
«No. L’intelligenza artificiale che vediamo oggi è nulla in confronto a quella del futuro».
In che senso?
Molti aspetti del suo funzionamento ci sfuggono, né noi utenti sappiamo quali fonti ha usato per addestrarsi.
Potrebbero essere politicamente orientate, come è accaduto con alcuni modelli negli Stati Uniti.
Spesso l’IA viene paragonata alla rivoluzione industriale, ma le leggi della termodinamica che muovono un treno a vapore sono ben note. Non altrettanto si può dire delle regole dell’IA».
Cosa si deve fare per capire l’IA ?
«Capire il cervello. Troppo ancora ci sfugge del suo funzionamento. L’IA sa riprodurre il linguaggio, che si è sviluppato negli ultimi 100-150 mila anni, ma il cervello dei mammiferi ha un’evoluzione di 500 milioni di anni. Tutta la parte prelinguistica della nostra intelligenza ci sfugge. Studiarla non è facile, ma ci offre enormi possibilità per sviluppare l’IA del futuro».
Come la immagina?
«Difficile fare previsioni. Mi piacerebbe che all’utente sia data la possibilità di scegliere le fonti sulle quali l’IA si è addestrata».
Lei usa l’IA?
«Poco. Di recente le ho chiesto di scrivere un programma. Lo ha fatto correttamente, ma mi ha dato un risultato finale errato. Aveva sbagliato a leggere una colonna. È una delle tante conferme che non ha idea di come sia fatto il mondo fisico»
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