da L'Internazionale del 20 Marzo 2026 di Jean-Michel Hauteville, Le Monde, Francia
A causa delle pressioni degli Stati
Uniti, vari paesi dei Caraibi e
dell’America Centrale stanno
cancellando i decennali accordi
di cooperazione sanitaria con il
governo dell’Avana.
Giamaica, Guyana, Honduras e
Guatemala. Dall’inizio dell’anno aumentano i paesi dei Caraibi e dell’America Latina che, su
pressione degli Stati Uniti, mettono in discussione gli accordi bilaterali di coopera
zione medica con Cuba.
La conseguenza
è sempre la stessa: la partenza delle équipe di operatori sanitari cubani inviati
dall’Avana in missioni di lunga durata.
“Il programma è terminato”, perché le
sue modalità erano “in conflitto” con le
leggi giamaicane e con le “migliori pratiche internazionali in materia di diritto del
lavoro”, ha detto il 5 marzo Kamina John
son Smith, ministra degli esteri della Giamaica.
“Gli Stati Uniti avevano espresso
preoccupazione per il funzionamento dei
programmi medici cubani nel mondo”, ha
ammesso la ministra, senza però riconoscere che l’improvvisa inversione di rotta,
dopo cinquant’anni di collaborazione, sia
stata imposta dalla Casa Bianca.
Dal febbraio 2025 gli Stati Uniti cercano di convincere i paesi delle Americhe a
rimandare a Cuba le centinaia di operatori sanitari che si alternano nei loro ospedali pubblici. Agli occhi del dipartimento di
stato statunitense, i medici cubani in missione sono vittime di “lavoro forzato”, se
non addirittura di “traffico di esseri umani”.
Secondo i dati del governo castrista
dell’Avana, dal 1963 Cuba ha inviato più di
600mila operatori sanitari in più di 160
paesi del mondo.
Dopo mesi di braccio di ferro con
Washington, i paesi dell’area caraibica si
arrendono uno dopo l’altro. In alcuni casi
succede dopo l’insediamento di un governo favorevole a Donald Trump, come in
Honduras: il 4 marzo, a meno di due mesi
dall’entrata in carica come presidente del
conservatore Nasry Asfura, il paese centroamericano ha congedato i circa cento
operatori sanitari cubani arrivati nel
2024.
“Gli Stati Uniti hanno fatto pressioni sull’Honduras”, afferma al telefono Eduardo Gamarra, professore di scienze
politiche alla Florida international
university di Miami. Eppure il paese “ha
un disperato bisogno di servizi medici”,
aggiunge lo studioso.
Tuttavia questi programmi di cooperazione medica – simbolo delle relazioni
cordiali andate avanti per decenni tra l’i
sola castrista e i paesi della regione – oggi
sono messi in discussione a prescindere
dalle alternanze politiche.
Alla metà di
febbraio il governo del Guatemala ha annunciato che dopo 28 anni di onorato servizio la missione cubana, composta da
333 medici, lascerà a poco a poco il paese.
In Guyana è stato il governo dell’Avana a richiamare i circa 200 operatori sanitari. Lo ha dichiarato Frank Anthony,
ministro della sanità guianese, in una
conferenza stampa il 9 marzo. All’origine
della decisione c’è un disaccordo di fondo: la Guyana stava cercando di rinegoziare la collaborazione, avviata 48 anni
fa, per poter assumere direttamente i
professionisti cubani invece di passare
attraverso un’agenzia governativa cubana incaricata di pagarli.
Il destino di questa “diplomazia dei
camici bianchi” è sempre più incerto anche in vari paesi delle Piccole Antille, tra
cui Antigua e Barbuda, Dominica e Trinidad e Tobago. “Oggi assistiamo al risultato di un anno di pressioni costanti” di
Washington, spiega Jacqueline Laguar
dia Martinez, che insegna relazioni internazionali all’università delle Indie Occidentali di Trinidad e Tobago.
Secondo lei
l’obiettivo degli Stati Uniti è “destabilizzare l’economia cubana e accelerarne il
collasso”, privando L’Avana di una fonte
importante di valuta estera
Pazienti in difficoltà
“Cuba condanna la fine di una fruttuosa
collaborazione storica”, ha risposto il 6
marzo il ministero degli esteri cubano
con un comunicato. E ha aggiunto che di
conseguenza il governo “ha preso la decisione sovrana di procedere al rimpatrio
dalla Giamaica della brigata medica cubana”, composta da 277 professionisti.
Il 9 marzo l’ospedale Saint Joseph di
Kingston, che ospita il centro cubano
giamaicano di chirurgia oftalmologica, ha
registrato un’affluenza insolita: molti giamaicani, arrivati anche da molto lontano,
volevano consultare gli specialisti prima
della fine del programma che ogni anno prende in carico migliaia di pazienti. “È
un duro colpo per le regioni rurali dell’ovest del paese”, dice Africka Stephens,
direttrice della ong Fi we children foundation.
L’uragano Melissa, che ha colpito
l’isola nel 2025, “ha aggravato le difficoltà
degli ospedali. E siamo grati ai medici cubani per l’aiuto che ci hanno dato”, aggiunge. “È desolante. Dai cubani abbiamo
ricevuto solo bene”, aggiunge Clyde Williams, avvocato di Kingston, che denuncia
il ricatto statunitense. Tuttavia “ci sono
questioni che meritano una risposta”, soprattutto riguardo alle condizioni di lavoro degli operatori sanitari.
“Cuba è pagata, mentre i medici sono
sfruttati”, denuncia Maria Werlau, direttrice di Cuba archive, un’organizzazione
per la difesa dei diritti umani favorevole
alla campagna di Washington contro le
missioni mediche.
Secondo un rapporto
pubblicato dall’ong nell’aprile 2025, gli
operatori sanitari cubani alle Bahamas ricevono solo il 16 per cento del denaro versato dal paese all’agenzia governativa cubana che fa da intermediaria e sono “sorvegliati” da persone del Partito comunista
incluse nella squadra di medici.
“Se la
Giamaica ha bisogno di loro, deve assumerli direttamente”, sostiene Werlau.
L’internazionalismo sanitario cubano
“è spesso considerato una forma di solidarietà, ma si tratta essenzialmente di
accordi economici redditizi per L’Avana”,
afferma Eduardo Gamarra, che tuttavia
mette in dubbio l’accusa di traffico di esseri umani avanzata da Washington. “Gli
Stati Uniti hanno soppresso l’Agenzia per
lo sviluppo internazionale (Usaid) e ora i
medici cubani stanno tornando a casa:
questo avrà un impatto molto duro sui più
poveri”, conclude
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