«Ho deciso di scrivere. Proprio a te, coinvolto nella ubriacatura razzista che attraversa il Paese.
Una ubriacatura a cui partecipi forse per convinzione o forse solo per l’influenza di un contesto in cui prevalgono le parole di troppi cattivi maestri e predicatori d’odio, che tentano di coprire così l’incapacità di chi ci governa (e ci ha governati) di assicurare a tutti, compresi i più poveri, condizioni di vita accettabili.
Non mi sento, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta.
La parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme.
Ma nella chiarezza e nel rispetto delle persone. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri.»
Così don Luigi Ciotti apre questa lettera a un razzista del terzo millennio.
Una lettera dura e, insieme, accorata.
Perché il rancore non prevalga, travolgendo tutti
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