domenica, febbraio 01, 2026

“SOPHIA”, l’enciclopedia di Radio3 diventa anche video: la cultura di Rai in formato crossmediale

 

La cultura di Rai Radio3 compie un nuovo passo verso il linguaggio crossmediale.

A partire dal 2 febbraio 2026 prende forma Sophia – La Libera Enciclopedia di Radio3, un progetto che porta l’offerta culturale della rete anche in video, grazie alla collaborazione con RaiPlay e RaiPlay Sound.
L’iniziativa propone una library multimediale in costante evoluzione, composta da brevi video-lezioni della durata di 5-7 minuti, disponibili su RaiPlay
Protagonisti sono conduttori, esperti e collaboratori storici di Radio3, che affrontano i grandi temi da sempre al centro della programmazione della rete: filosofia, scienza, letteratura, teatro, cinema, musica, economia e poesia.
In un’epoca segnata dalla diffusione di enciclopedie generate dall’intelligenza artificiale, Radio3 rilancia il valore dell’“intelligenza naturale”, affidando il racconto del sapere alle competenze e alle voci di chi ogni giorno fa cultura, mantenendo un rapporto diretto con il pubblico.
Sophia si presenta così come uno spazio di approfondimento autorevole ma accessibile, capace di coniugare rigore e divulgazione.
Le “voci” dell’enciclopedia spaziano da concetti astratti a temi di attualità e figure della cultura: dall’Avventura al Desiderio, da Bitcoin alla Globalizzazione, passando per Andrea Zanzotto, Agatha Christie, fino a parole-chiave come Oblio e Bacio
Un mosaico di contenuti pensato per offrire molteplici chiavi di lettura del mondo contemporaneo.
Tra gli autori coinvolti figurano, tra gli altri, Francesca Buoninconti, Michele Dall’Ongaro, Pietro Del Soldà, Stefano Feltri, Ilaria Gaspari, Vittorio Lingiardi, Piero Martin, Michela Ponzani e Susanna Tartaro
Il progetto, curato da Sara Sanzi, è rivolto a studenti, curiosi e appassionati che vogliano scoprire o riscoprire il sapere con prospettive sempre nuove.
Con Sophia, Rai Radio3 amplia il proprio patrimonio di trasmissioni e podcast, rafforzando il ruolo del Servizio Pubblico come grande piattaforma culturale del Paese, capace di innovare linguaggi e formati senza rinunciare alla profondità dei contenuti.

sabato, gennaio 31, 2026

La bolla dell'Intelligenza Artificiale e quattro possibili scenari


Tratto da L'Internazionale del 16 gennaio 2026 di JOHN LANCHESTER, scrittore e giornalista britannico

Delle dieci aziende più grandi del mondo solo una non è legata all’intelligenza artificiale. 
È una bolla? Certo che è una bolla. 
Ma come ci siamo arrivati?
E adesso ? 

La prossima grande domanda è cosa succederà quando la bolla scoppierà, e cosa significherà per il futuro dell’intelligenza artificiale e, già che ci siamo, dell’umanità. 

Jeff Bezos ha parlato dell’ia come di una “bolla industriale”, simile all’enorme investimento di capitale assorbito dalla costruzione delle ferrovie, più che a una bolla finanziaria basata sulla pura speculazione, che quando scoppia non lascia dietro di sé assolutamente nulla. 
A me sembra un paragone sensato.

Le principali possibilità sono quattro. 

La prima è che l’ia si riveli solo un enorme nulla di fatto. 
I modelli linguistici di grandi dimensioni, oggi leader del mercato grazie alla OpenAi e ai suoi concorrenti, potrebbero mostrare limiti insuperabili. La gente ormai ha notato che questi modelli non apprendono davvero dagli input e tendono ad “avere le allucinazioni” (l’espressione, tra l’altro, è un altro piccolo capolavoro di marketing travestito. Parlare di “allucinazioni” ci distrae dal fatto che le ia sbagliano continuamente. Il sottotesto è che gli errori sono un effetto collaterale della loro sensibilità, perché solo gli esseri senzienti possono avere le allucinazioni. Ma le ia non possono avere le allucinazioni, non più di un frigorifero o di un tostapane. E non possono nemme Internazionale 1648 | 16 gennaio 2026 93no mentire, perché mentire implica un’intenzione. Quello che possono fare è sbagliare). 
Alla fine, la gente si stufa dell’ia e la storia finisce lì. 
A me sembra lo scenario meno probabile, visti i molteplici impatti che l’ia sta già avendo.

Secondo scenario: qualcuno costruisce una superintelligenza fuori controllo, che distrugge l’umanità. 
Impedirlo, non dimentichiamolo, era il motivo stesso per cui è stata fondata la OpenAi. 
Lo scenario apocalittico mi sembra improbabile, per ragioni legate all’essere senzienti. 
Le ia possono imitare l’intenzionalità, ma non possederla. 
Per quale motivo, dunque, dovrebbero prendersi la briga di ucciderci? 
Di nuovo: un frigorifero può uccidere (c’è una memorabile morte per frigo in un romanzo di A.S. Byatt), ma non può farlo di proposito.

Terzo scenario: l’ia approda alla “singolarità”, il punto in cui i computer diventano più intelligenti degli esseri umani. 
Le macchine imparano ad autoprogrammarsi e ad automigliorarsi a una velocità e su una scala immense e accompagnano l’umanità verso una nuova era dell’“abbondanza”, per usare l’ultima parola di moda. L’intelligenza artificiale generale, o super intelligenza artificiale, inaugura un’epoca di energia a basso costo, nuove scoperte farmacologiche, desalinizzazione, fine della fame nel mondo e così via. 
“Anche se accadrà in modo graduale, i traguardi più sbalorditivi – superare la crisi climatica, fondare una colonia nello spazio – alla fine diventeranno una cosa normale”, ha scritto Sam Altman. 

Quarto scenario: l’intelligenza artificiale si rivela quella che Arvind Narayanan e Sayash Kapoor chiamano una “tecnologia normale”. 
Un’invenzione importante, come lo sono state l’elettricità o internet, ma non una frattura radicale nella storia dell’umanità. Questo sia perché l’intelligenza computazionale ha limiti intrinseci sia per via dei “colli di bottiglia”, gli ostacoli umani all’adozione delle nuove tecnologie. 
Alcune cose restano come sono, altre cambiano in modo drastico. 
Alcuni mestieri, soprattutto il lavoro d’ufficio più elementare, vengono automatizzati. 
I processi interni della logistica e simili diventano più efficienti. 
Alcune forme di lavoro acquistano valore, altre ne perdono. 
In alcuni campi – come la ricerca di nuovi farmaci – si registrano progressi notevoli, altri restano quasi immutati. 
In molti casi l’ia si presenta come una strana combinazione di utilità sorprendente e profonda inaffidabilità.
L’ultima di queste possibilità mi sembra la più probabile anche perché, in una certa misura, è quella che abbiamo ormai davanti agli occhi. 

L’ia sta già ampliando alcune forme di disuguaglianza, a cominciare da quella tra capitale e lavoro. 
I giovani stanno già notando l’impatto dell’automazione sul primo impiego. 
I compensi dei liberi professionisti, in alcuni settori, sono già in calo. 
Se dovessimo scegliere un solo messaggio per riassumere gli ultimi decenni di economia politica, sarebbe: “A chi ha sarà dato”
Se dovessi scommettere, punterei sulla prosecuzione di questa tendenza.

Però sapete una cosa? 
Uno dei pochi aspetti divertenti dell’intelligenza artificiale è che, a differenza di quasi ogni altro aspetto della politica e dell’economia, qui avremo una risposta chiara. 
“È difficile perfino immaginare ciò che scopriremo entro il 2035”, ha scritto Altman. 
Entro il 2035 saremo estinti, sull’orlo di una prosperità inimmaginabile per tutta l’umanità oppure più o meno come oggi, ma di più. 
Preparate i popcorn. Oppure aspettate che ve li porti il vostro maggiordomo­robot.

venerdì, gennaio 30, 2026

Il Nobel per la PACE ai bambini di GAZA: firma la petizione

 

Il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza nasce dall'idea dell'associazione "L'isola che non c'è", ed  ha presentato la raccolta firme alla Camera dei Deputati nel luglio 2025.

In questi giorni anche la Regione Puglia, insieme ad altri enti, ha sottoscritto la candidatura dei bambini di Gaza al Nobel per la Pace.

È una scelta che dice da che parte stiamo. 
Perché mentre qualcuno parla di pace alzando muri, sparando sul dissenso e scambiando la politica estera con una partita di Risiko, noi pensiamo che "i costruttori di pace" siano coloro che difendono la libertà e la dignità delle persone, a partire dai più piccoli.

Vogliono farci credere che il vero leader è quello che esercita la legge del più forte. Noi pensiamo, all’opposto, che l’unica vera forza politica sia la pace. 

I volti dei bambini di Gaza sono i volti dei nostri figli e dei nostri nipoti e mettere al centro il Nobel per la pace per quei bambini, significa mettere al centro i bambini di tutto il mondo, che sono le prime vittime della guerra. 

I bambini di Gaza meritano il Nobel per la pace perché sono loro stessi il significato della parola pace. Hanno subito le conseguenze nel corpo e nella mente delle azioni di adulti incoscienti e irresponsabili, hanno sentito e visto l'orrore della violenza, hanno sofferto per la morte di chi ha dato loro la vita, hanno perso il sorriso dei momenti di gioco, per la mancanza di istruzione e di condivisione di due anni di scuola, e perché hanno perduto gli anni belli dell'infanzia che consentono un sereno sviluppo della personalità.

Anche il Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione ha aderito all'iniziativa, attivando su Change.org la raccolta di firme con queste motivazioni:

Noi, cittadini e cittadine del mondo,
chiediamo con questa petizione che il Premio Nobel per la Pace venga simbolicamente conferito ai bambini di Gaza.

Non come gesto politico, ma come atto morale.

I bambini di Gaza non hanno eserciti, non prendono decisioni, non scelgono le guerre. Eppure ne pagano il prezzo più alto. Vivono sotto le bombe, nella paura costante, privati del diritto fondamentale all’infanzia: giocare, studiare, crescere, sognare.

Essi rappresentano oggi uno dei simboli più dolorosi della disumanizzazione dell’essere umano. Quando il mondo si abitua alla sofferenza dei bambini, quando la loro morte diventa un numero o una notizia di passaggio, qualcosa di profondamente umano si spezza.

Assegnare il Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza significherebbe:

riconoscere il loro dolore come inaccettabile, affermare che nessuna causa giustifica la violenza sui più vulnerabili, ricordare alla comunità internazionale che la pace inizia dalla tutela dei bambini, ovunque essi nascano.
Questo Nobel non sarebbe un premio, ma un atto di coscienza collettiva.
Un grido silenzioso contro l’indifferenza.
Un monito affinché la pace non resti una parola vuota, ma una responsabilità concreta.

Chiediamo al Comitato Nobel di compiere un gesto storico, capace di scuotere le coscienze del mondo intero e di restituire centralità alla dignità umana.

Perché quando i bambini vengono dimenticati, è l’umanità intera a perdere se stessa.

Firma questa petizione per dare voce a chi non può difendersi.

Petizione per il conferimento del Premio Nobel per la Pace ai Bambini di Gaza - Italia · Change.org

 


LIBRO: "La democrazia di Dio: La religione americana nell'era dell'impero e del terrore" di Emilio Gentile

 

Sebbene scritto nel 2015, questo libro fa un'analisi accurata di come ancora oggi la religione viene utilizzata per governare i popoli

Gli Stati Uniti sono diventati la massima potenza imperiale della storia con la convinzione di essere stati scelti da Dio per redimere l'umanità. 
Oggi che l'era di Bush sta per terminare, di una cosa Emilio Gentile non dubita: repubblicano o democratico, il nuovo presidente americano continuerà a officiare il tradizionale culto della nazione, nella salvaguardia del 'benessere' mondiale.

Commenti:
Gentile, lo studioso dei nazionalismi moderni, si fa storico del presente con un libro rigoroso ed equilibrato.
Alessandro Casellato

La democrazia di Dio è un'indagine documentatissima in cui Emilio Gentile esercita le armi ben affilate di politologo e storico.
Antonio Calabrò

Non esiste, in nessuna lingua, libro migliore per capire il ruolo della religione nella politica americana. Una vera impresa!
Mark Silk, Trinity College, Hartford (CT)

giovedì, gennaio 29, 2026

LIBRO: "Nexus. Breve storia delle reti di informazione dall'età della pietra all'IA" di Yuval Noah Harari

Negli ultimi 100 mila anni l’umanità ha accumulato un enorme potere. 
Eppure nonostante le scoperte, le invenzioni e le conquiste ci troviamo oggi in crisi. 
Il mondo è sull'orlo del collasso ecologico, la disinformazione domina il panorama attuale. 
E ci stiamo buttando a capofitto nell'era dell'intelligenza artificiale, una nuova rete di informazioni che minaccia di annientarci. 
Se siamo così Sapiens perché siamo così autodistruttivi? 

Nexus analizza come il flusso di informazioni abbia plasmato noi e il nostro mondo. 
Partendo dall'età della pietra, passando per la Bibbia, la caccia alle streghe, lo stalinismo, il nazismo e la rinascita del populismo di oggi, Yuval Noah Harari ci chiede di considerare il complesso rapporto tra informazione e verità, burocrazia e mitologia, saggezza e potere. 
Esplora il modo in cui diverse società e sistemi politici hanno utilizzato le informazioni per raggiungere i loro obiettivi, nel bene e nel male. 
E affronta le scelte urgenti che dobbiamo affrontare quando l'intelligenza non umana minaccia la nostra stessa esistenza. 
L'informazione non è la materia prima della verità, ma non è nemmeno una semplice arma. 

Nexus esplora la speranzosa via di mezzo tra questi estremi e la riscoperta della nostra comune umanità.
 

mercoledì, gennaio 28, 2026

LIBRO: "Il coraggio di essere timidi" di Massimo Ammaniti

La timidezza, la paura e l’ansia sono esperienze umane comuni, ma possono trasformarsi in ostacoli invalidanti, soprattutto in una società che premia l’estroversione e la performance. 
La timidezza non è un difetto da correggere, ma una caratteristica complessa e sfaccettata, che può essere fonte di sofferenza ma anche di ricchezza interiore. 

Attraverso un’analisi che spazia dalla psicoanalisi alla neurobiologia, dal cinema alla letteratura, il libro esplora le radici della timidezza, 
  • tra fattori genetici, esperienze infantili e dinamiche familiari; 
  • le diverse manifestazioni dell’ansia e della paura e il loro impatto sulla vita quotidiana; 
  • le difficoltà relazionali e sociali che incontrano i timidi, soprattutto in adolescenza, e le strategie per sviluppare l’autoconsapevolezza, l’accettazione di sé e la capacità di gestire le proprie emozioni; 
  • il ruolo dei genitori e degli educatori nel sostenere i bambini e i ragazzi timidi. 
Attraverso l’esempio di figure illustri come Darwin e Gandhi che hanno fatto della timidezza un’arma vincente, l’autore riflette infine sulla possibilità di trasformare la timidezza in una risorsa, valorizzando la propria sensibilità, la propria capacità di riflessione e il proprio mondo interiore.
 

martedì, gennaio 27, 2026

GIORNATA della MEMORIA: “Il pane e il cucchiaio. La storia detta due volte di Giuseppe Di Porto” di Alessandro Portelli e Micaela Procaccia

 

Giuseppe Di Porto nasce a Roma nel 1923. Preso nel rastrellamento degli ebrei a Genova, dove si era trasferito dopo le leggi razziali, è deportato ad Auschwitz, destinato al campo di Monowitz-Buna (lo stesso di Primo Levi). 

Dopo due anni, si salva durante la «marcia della morte» scappando verso il fronte. 

Entrato in contatto con l'Armata rossa, rientra in Italia nel 1945. 

La sua vita nel campo non è molto diversa da quella terribile degli altri deportati. 

Nel suo racconto, tuttavia, ci sono episodi carichi di significato, che hanno a che fare col pane, come cibo e come simbolo, e con un cucchiaio, utensile che nel campo assume un valore straordinario. 

Il pane torna di continuo nella sua storia: segno di quanto la fame fosse costante, capace di uccidere le persone nel corpo e nell'animo, tirandone fuori gli istinti più animaleschi. 

Lui la chiama «demoralizzazione»: una disumanizzazione che coinvolge le vittime, ma anche gli aguzzini. Una fame che induce a commettere azioni indicibili e a provare indicibili sentimenti di rabbia e negazione verso un Dio che non può esistere. A meno di un miracolo. 

Questo è il contesto del «fatto del cucchiaio» che costituisce la svolta cruciale della sua vita, ma che Giuseppe non racconterà subito, neppure nell'importante intervista rilasciata per la Usc Shoah Foundation. Vi darà voce solo in un'occasione, in dialogo con Alessandro Portelli. 

Una storia detta due volte non è mai detta allo stesso modo. 

E l'aneddoto, calato in un quadro narrativo più ampio, arriva a illuminare un'intera esistenza. 

Il lavoro di Alessandro Portelli e Micaela Procaccia porta alla luce una vicenda simbolica di perdita e ritrovamento della propria umanità, e al tempo stesso costituisce una riflessione su metodo e pratica della storia orale, sulla differenza fra «testimonianza» e «racconto» e sul processo della memoria.

Raccontare e ascoltare la storia di questo ebreo, di quest'uomo semplice e insieme complesso, orgoglioso e insieme umile, è un modo per rivendicare in questo tempo di morte la dignità di una semplice umanità in cerca di pace e di uguaglianza per tutti.

 

Come smettere di rimuginare

 

da L'Internazionale del 22 Gennaio 2026 di Eva Mell, Neue Zürcher Zeitung, Svizzera

Si presentano all’improvviso, spesso di notte, e sono difficili da controllare. 
Riconoscere i propri pensieri ossessivi e capire in quali casi sono un problema può aiutarci a contenerli.
Quando si parla di rimuginio mentale s’incontra anche il termine ruminare. 
In tedesco è widerkäuen, rimasticare. Nulla di più appropriato. 
Nel rimuginare il nostro cervello si fissa con insistenza su un pensiero e invece di digerirlo lo risputa nella nostra coscienza, lo mastica di nuovo e ce lo ripropone più e più volte. Una serie di pensieri negativi può protrarsi anche molto a lungo: “Perché non mi ha chiamata? Non merito di essere amato? Dovevo comportarmi diversamente?”. Oppure: “Chissà se la mia presentazione andrà bene? Che ne penserà il capo? Di sicuro non va bene”. 

Secondo Thomas Ehring, professore di psicologia all’università Ludwig-Maximilians di Monaco, in Germania, “le relazioni e le prestazioni sono i due ambiti su cui la maggior parte delle persone rimugina più a lungo”. 
Riflettere sulle cose che si possono migliorare è normale e positivo, ci fa progredire come persone. 
Ma l’atto di rimuginare è diverso, ed è definito come un pensiero ripetitivo e negativo, non costruttivo. Chi rimugina sente di avere a che fare con qualcosa di incontrollabile. 
I pensieri si presentano all’improvviso e restano con noi anche quando vorremmo che sparissero. 

Le ricerche dimostrano che il rimuginio costante rafforza i pensieri negativi e può essere legato alla comparsa di malattie psichiche, prima tra tutte la depressione. 
In chi ne soffre già, può aggravare la situazione. 
Chi invece si oppone a questa tendenza rafforza la propria salute mentale. Per farlo, però, bisogna essere consapevoli dei propri pensieri ossessivi. E non è affatto scontato o semplice.
 
Alcuni ricercatori stanno cercando d’identificare il rimuginio mentale in maniera oggettiva, osservando le variazioni della frequenza cardiaca e di altri valori. 
È stato anche scoperto che alcune varianti genetiche possono contribuire a sviluppare questa tendenza. Grazie alle scansioni cerebrali, hanno inoltre individuato quali aree del cervello risultano particolarmente attive nel caso di pensieri negativi e ripetitivi. 

Edward Watkins, professore di psicologia all’università di Exeter, nel Regno Unito, si è specializzato nel pensiero ossessivo e ha messo a punto una guida su come affrontarlo. 

Per valutarne la gravità si può rispondere a queste domande: 
Quanto spesso rimugini? Quasi ogni giorno, una volta alla settimana o una volta al mese? 
Quanto dura il tuo rimuginare? Un paio di minuti? Alcune ore? 
Ti senti meglio o peggio dopo aver pensato ripetutamente ai tuoi problemi? 
Ti senti più pieno di energia o svuotato? 
Il fatto di rimuginare aumenta o riduce la probabilità che ti attiverai per mettere in pratica i tuoi progetti? 

Queste domande possono servire a fare una prima valutazione della propria salute mentale. 
Anche se molte persone pensano il contrario, “si può controllare il rimuginio”, dice Thomas Ehring, che dà anche alcuni consigli per riuscirci. 

Per interrompere le catene di pensieri lo psicologo suggerisce di praticare sport o fare esercizi di consapevolezza come la meditazione. 
Entrambe le strategie sono state analizzate in diversi studi scientifici e si sono rivelate efficaci. 
Ehring consiglia anche di chiedersi se ci è possibile affrontare concretamente i problemi invece di rimuginarci sopra. 
A volte ci si perde nei pensieri negativi perché la lista di cose da fare nella vita privata o in quella professionale appare interminabile. 

Secondo le ricerche si tratta anche di una strategia di evitamento. Finché continuiamo a rifletterci sopra, non dobbiamo davvero cimentarci con qualcosa. 
Chi invece riesce a portare a termine anche solo alcuni piccoli compiti della propria lista di cose da fare, interrompe il flusso di pensiero e sperimenta una sensazione di successo. 
Chi non combina niente resta prigioniero dei pensieri, che con il tempo diventano sempre più astratti: perché non ho mai successo? Perché sono così inutile? 

Sono domande slegate dai problemi reali, che possono creare delle spirali, soprattutto nelle persone che tendono alla depressione. “Parlate con voi stessi come fareste con un amico”, consiglia Thomas Ehring. “Potete autoincoraggiarvi dicendovi che avete già superato prove difficili in passato, e potete farcela anche adesso”. 

Così si mette in pratica l’empatia verso di sé. 
Certo i pensieri negativi e i dubbi non spariranno di colpo, ma in questo modo saranno indirizzati su binari costruttivi. 

Notti in bianco

Un tipico luogo in cui si rimugina è il letto. 
Spesso è lì che capita di passare la serata o l’intera notte a riflettere sui propri problemi. 
“Non sorprende che dopo una lunga giornata si abbia molto materiale su cui rimuginare”, dice Ehring.

“Essendo più stanchi, si ha anche meno controllo cognitivo ed è più difficile fermare i pensieri negativi. A quel punto la ruminazione ha gioco facile”. 
Addormentarsi o dormire tutta la notte diventa complicato e se si comincia a non associare più il letto al sonno si sviluppa un’abitudine difficile da scardinare. 

Ehring consiglia di cercare nuovi rituali per cedere meno spesso a questa tendenza, tra cui esercizi di meditazione o ascoltare musica prima di addormentarsi. 
Watkins suggerisce di prestare attenzione ai primi segnali dei pensieri ossessivi, per impedire che comincino a perseguitarci. 
In questo senso, può essere d’aiuto tenere un diario in cui rispondere alle seguenti domande: 
in quale situazione ho rimuginato? 
Ero sotto pressione? 
Ero solo e non sapevo cosa fare? 
Quali segnali fisici ho riscontrato prima di cominciare a farlo? 
Sono rimasta a letto, ho evitato gli altri? 

Alcune persone sono preda di pensieri ossessivi solo in determinati momenti, per esempio quando il lavoro si fa particolarmente stressante. 
Per altri la ruminazione è parte di un disturbo psichico. 

L’efficacia delle strategie contro i pensieri ossessivi dipende dai casi. 
C’è chi riesce ad autocontrollarsi, ma a volte può essere utile una terapia cognitivo-comportamentale.
Insieme a un terapeuta si possono trovare modi per riconoscere gli schemi di pensiero che ci molestano e imparare a cambiarli. 

Watkins propone il modello “se/allora”: se mi accorgo di rimuginare la sera a letto, allora cerco di smettere facendo un’attività che si è già dimostrata efficace in passato. 
In questo modo si può arginare un attacco di pensieri ossessivi.

lunedì, gennaio 26, 2026

LIBRO: "La guerra è cambiata. Droni, IA e mercenari" di Alessandro Arduino

 

Quanto è cambiata la guerra? 
Alessandro Arduino parte da storie personali di mercenari, istruttori militari, imprenditori della sicurezza e hacker, per poi espandersi in una visione geopolitica più ampia che abbraccia le crisi dalla vicina Asia centrale alla Cina, la guerra in Ucraina, l'Afghanistan sotto i Talebani, la ricostruzione in Siria e i conflitti nel cyberspazio. 
Arduino offre un'esposizione che va oltre le percezioni occidentali, integrando prospettive asiatiche e mediorientali, oltre a quelle dei gruppi militari privati, dove la difesa del proprio Paese cede il passo alla ricerca del profitto. 

Con ventidue anni trascorsi in Cina e una conoscenza diretta degli attori coinvolti, Arduino esamina i cambiamenti della guerra attraverso dati provenienti da fonti primarie, interviste sul campo e ricerche condotte in zone di conflitto.

domenica, gennaio 25, 2026

Inaugurata la mostra RISSO: "CUBA e il manifesto rivoluzionario". Resterà aperta dal 23 al 29 Gennaio dalle 10.00 alle 12.00 a Paderno Dugnano

 

L’inaugurazione della Mostra RISSO  

"CUBA e il manifesto rivoluzionario" 

avvenuta Giovedì 22 Gennaio, è iniziata con gli interventi di Sergio Risso, l’Assessore Marco Coloretti e Pierfranco Arrigoni, rappresentante dell’Associazione Italia-Cuba (italiacuba.it).

La mostra resterà aperta dal 23 al 29 Gennaio dalle ore 10.00 alle 12.00 in Via G. Rotondi, 44 /Via 25 Aprile, 19 (interrato)

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Come sempre è stata l’occasione per numerosi cittadini per ricordare avvenimenti e coinvolgimenti passati, ma anche per discutere di fenomeni e problemi che continuano a risultare di scottante attualità. Dopo gli ultimi avvenimenti in Venezuela sembra che la lunga mano degli USA intenda ricadere di nuovo su Cuba...

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Sergio Risso ha allestito la mostra sul Manifesto Rivoluzionario Cubano con ricchezza espositiva considerevole, sia per numero e per varietà di pezzi: 109 poster, 71 xilografie e serigrafie e una fotografia originale in bianco e nero del CHE.

L'esposizione si apre con due manifesti che propongono il Leader Maximo - Fidel Castro e che presentano alcune caratteristiche fondamentali in cui il volto di Fidel, viene rielaborato graficamente da una fotografia, o attraverso la raffigurazione popolare ingenua dello stesso resa con colori primari, brillanti e dal forte contrasto. Sebbene diverse, le due tecniche sono entrambe efficaci dal punto di vista comunicativo ed estetico.

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Il percorso prosegue con un primo gruppo di manifesti dell’OSPAAAL (Organizzazione di Solidarietà con i Popoli dell'Africa, Asia, America Latina) che pubblicava la rivista TRIcontinental (tiratura 50.000 copie La Rivista Tricontinental) con all'interno di ogni numero un manifesto con la rielaborazione grafica di un leader antimperialista o della condizione umana dei movimenti di liberazione accompagnate da messaggi in francese, inglese, spagnolo e poi anche arabo. Alcuni esempi:

  • Il profilo del volto di Lumumba che coincide con i confini del Congo,
  • la capigliatura del guerriero angolano corrispondente a un nastro di proiettili,
  • il filo spinato dell'apartheid sudafricano,
  • il cavallo di Troia dell'imperialismo statunitense,
  • le fauci spalancate della pantera del Black Power,
  • il povero sudamericano crocifisso al dollaro del debito estero.

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La mostra prosegue poi con i manifesti riguardanti il Partito Comunista Cubano (PCC) e le sue organizzazioni, i personaggi popolari della storia e della rivoluzione e gli anniversari più importanti:

  • Moncada (l’assalto alla caserma che ha dato inizio alla Rivoluzione Cubana),
  • Baia Giron (o Baia dei Porci, nota per fallito tentativo di invasione americana per rovesciare il governo rivoluzionario di Fidel Castro),
  • Primo Maggio, ingresso all'Avana, produzione agricola e industriale, temi sociali.

Sono posti in bella evidenza una serie di 11 serigrafie a sostegno del Vietnam (unica copia presente in Italia), con uno splendido gioco di colori (almeno 7) e figure che rivendicano il diritto a una dimensione umana e pacifica dell'esistenza di un popolo aggredito dagli USA.

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Al di sopra delle serigrafie sono collocate 11 xilografie (ottenute da incisioni su tavolette di legno) che, con pesanti tratti in nero su bianco, evidenziano in modo drammatico i tentativi di un popolo di uscire dalla schiavitù coloniale. (Messe a disposizione da Loris Brioschi)

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Ovviamente non può mancare, da protagonista con Fidel Castro, il personaggio che, a prezzo della sua tragica morte in Bolivia, ha fatto della rivoluzione cubana il paradigma della lotta di liberazione di tutti i popoli dell'imperialismo.

La figura del guerrigliero eroico Che Guevara si può vedere rielaborata in ben 8 varianti e  ripresa inoltre in una curiosa fotografia in cui appare in un informale gruppo di persone all’interno di un negozio, forse una farmacia.

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La mostra  si conclude con la denuncia della repressione in Cile, con l'invito al turismo cubano, con la specificità culturale e l'originale pubblicità cinematografica.

Su quest'ultimo tema la grafica è particolare, mostrando un rifiuto della tipica cartellonistica occidentale caratterizzata da fotogrammi o disegni realistici, in favore di opere con illustrazioni dagli aspetti molto creativi.

Se il piccolo Stato di Cuba è oggi alla deriva, schiacciata dalle sanzioni del gigante USA, se non è più la sua spina nel fianco, se non causa più timori di una guerra atomica, se non allarma più l'imperialismo sostenendo tutte le lotte di liberazione nazionale (con la speranza che riesca a resistere ancora dopo i fatti in Venezuela), grazie al cartellone pubblicitario come mezzo di informazione di massa sviluppato ai massimi livelli di originalità e creatività, abbiamo la testimonianza della sua rivoluzione.

Se nei paesi occidentali il cartellone pubblicitario è nato per persuadere il consumatore, nella Rivoluzione Cubana è stato invece utilizzato per informare, costruire rapporti umani, educare alla socialità e al gusto estetico, istruire e dare una dignità storica ad una popolazione semianalfabeta.

Nel manifesto cubano vengono rielaborati tutti gli stili dell'arte figurativa del Novecento, da parte di artisti che sovente rinunciavano a firmare le proprie opere per segnalare la vicinanza al popolo.

Testo di Giuseppe Paolin