venerdì, ottobre 16, 2026

TEATRO al Metropolis: Ieri sera l'omaggio a Dario FO organizzato da Restare Umani


Un folto pubblico ha partecipato ieri sera allo spettacolo dedicato a Dario FO organizzato da Restare Umani e recitato da Alessio Lega e Giulia Angeloni.

Serata per Dario FO, giullare del popolo, in occasione del centenario della nascita e del decennio dalla morte, che la bravura di Alessio e Giulia è riuscita a trasformare la memoria storica di FO in un momento di partecipazione civile e di arricchimento per la città di Paderno.

In Italia, le celebrazioni sono iniziate a Roma lo scorso Marzo, e subito dopo a Milano, alla Camera del Lavoro con un altro spettacolo sempre a cura di Alessio Lega.

In questi giorni, il 12 e 13 Ottobre si è aperta all’Università degli Studi di Milano, 

  • La prima sessione del Convegno “Dario Fo e Milano, Dario Fo a Milano” e la presentazione del volume “Dario Fo. Disegno prima di scrivere. Il pensiero per immagini”.
  • La seconda sessione del Convegno si terrà da domani e per tre giorni a Gubbio.

Lo spettacolo di Paderno si inserisce perfettamente in questo programma di celebrazioni. 
Centenario Dario Fo

Oltre allo spettacolo, nel foyer del Metropolis sono state allestite 2 piccole mostre:

  • I manifesti originali di alcuni spettacoli di Dario FO provenienti dalla ricchissima collezione di manifesti di Sergio Risso, che ne conta più di 22.000…
  • Alcuni pannelli che ricordano l’attività del gruppo teatrale di Paderno Dugnano, attivo negli anni ’70, il Teatro Cantiere, animato ai tempi da Gianni BIFFI (in questi giorni l’anniversario della scomparsa), da Piera Saita e Luigi Destri, che oggi hanno curato la mostra, e che con la loro passione hanno cercato di trasferire a Paderno gli insegnamenti di Dario FO.

Ecco ora alcune foto e video che tentano di riprodurre la bella atmosfera della serata.

Un grazie di cuore a tutte le persone che hanno partecipato, 
nella speranza che lo spettacolo sia piaciuto!












Lo psicoterapeuta ALBERTO PELLAI: "educare alla fatica aiuta a crescere" - Il suo nuovo libro


dal Corriere della Sera del 14 ottobre 2026 di Manuela Porta

Bambini iperprotetti, adolescenti che faticano ad affrontare un brutto voto, un rifiuto o un’attesa. 
Per crescere, sottolinea lo psicoterapeuta, bisogna invece imparare a tollerare la frustrazione, mettersi alla prova e conquistare autonomia.

Abbiamo messo uno smartphone in mano ai nostri figli quando strillavano, risposto al loro posto quando faticavano a trovare le parole, abbassato l’asticella a scuola perché «ansiosi», trasformato ogni «no» in una trattativa. 

Per amore, li abbiamo resi fragili. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, nel suo ultimo libro, Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni (Mondadori), traccia un ritratto delle nuove generazioni: bambini sempre più sedentari, con meno occasioni di movimento, gioco e noia; ragazzini che imparano a fare swipe prima ancora di allacciarsi le scarpe; adolescenti intelligenti e bravissimi a scuola che, però, rischiano di crollare al primo brutto voto, al primo rifiuto, alla prima attesa.

Dottor Pellai, da dove nasce l’idea di questo libro?
«Ho voluto parlare ai genitori, offrendo una visione della crescita che li aiuti a non sentirsi impotenti di fronte al disagio dei figli. Abbiamo temuto che crescere nel terzo millennio li esponesse al rischio di frantumarsi e abbiamo cercato di proteggerli, trattandoli come delicati vasi di cristallo. Li abbiamo spinti a rifugiarsi in ambienti sicuri, prima di tutto nella loro cameretta, restringendo progressivamente il mondo al di fuori della porta di casa. Gli adolescenti hanno così perso parte del coraggio e della spinta esplorativa con cui, da sempre, si affacciano al futuro. 
A forza di considerarli fragili, li abbiamo resi davvero più fragili».

L’adolescenza dovrebbe essere, invece, la fase dell’esplorazione e della conquista del mondo.
«È un tempo di grande potenza psicofisica, con un’energia esplosiva che coinvolge il corpo e il cervello emotivo. I ragazzi hanno voglia di uscire, agire, cadere e rialzarsi, sapendo che tutto questo può lasciare lividi ed escoriazioni. 
Un libro che, già dal titolo, li invita a correre in salita può sembrare una provocazione. 
In realtà, è un invito e una sfida a non restare chiusi in camera, ma ad andare nel mondo, sfruttando l’energia che attraversa il corpo e la mente, in una sorta di effetto Mustang. 
Oggi, purtroppo, gran parte di questa energia viene incanalata in un attivismo esclusivamente digitale, privo di fatica fisica. I ragazzi restano fermi e inattivi e perdono anche la soddisfazione che deriva dalla conquista, un'esperienza di cui, alla loro età, hanno un bisogno fondamentale».

Figli protetti come fragili vasi di cristallo: dove stiamo sbagliando noi genitori?
«Gli adulti del terzo millennio hanno fatto di tutto perché i loro figli, considerati preziosi, restassero incolumi, rinunciando a quella responsabilità collettiva che ha sempre caratterizzato la comunità educante: incoraggiare i ragazzi a mettersi alla prova, anche a costo di rischiare cadute e inciampi.
Nell’incertezza del nostro tempo, spesso la famiglia non si è alleata con la scuola, ma l’ha messa sul banco degli imputati. 
Un figlio si rompe un dito? La famiglia denuncia l’istituto per chissà quale responsabilità. 
Si è così generato un circolo vizioso: per paura delle ritorsioni reciproche, docenti e genitori sembrano essersi alleati nel limitare le uscite dei ragazzi nel mondo. 
I genitori non autorizzano le gite in bicicletta e gli insegnanti rinunciano ad accompagnarli fuori. 
E loro si chiudono nelle proprie stanze. 
Sembra una gara a evitare che chi cresce crei problemi o dia fastidio agli adulti che dovrebbero occuparsi della sua crescita. 
Il fatto è che il mondo adulto non è più capace di regolare la propria ansia e preoccupazione, emozioni che da sempre accompagnano chi si prende cura degli adolescenti».

Un esempio tipico è la geolocalizzazione: li teniamo sempre sotto controllo?
«Lo facciamo apparentemente per garantire la loro sicurezza quando sono fuori, ma in realtà per tenere sotto controllo la nostra ansia».

Come orientarsi tra autorità, autorevolezza e permissività?
«L’autorità è imposizione, l’autorevolezza è una conquista, la permissività è cedere per frustrazione. La parola “potere” oggi non piace, perché i potenti della Terra sono spesso esempi di prepotenza più che di competenza. 
Noi adulti facciamo fatica a viverla serenamente: temiamo che, nella relazione con i figli, ci faccia apparire autoritari e poco amabili. Eppure, per essere autorevoli dobbiamo imparare a esercitare il nostro potere nella relazione educativa. Non per reprimere o comprimere, ma per sostenere e far crescere. Serve una relazione al tempo stesso empatica e ferma, nella quale l’adulto non abbia paura di dire il “no” che aiuta a crescere, anche se il figlio lo vive come frustrante o limitante. 
Di fronte a questi “no”, i ragazzi possono diventare arrabbiati e contestatori. 
Hanno il diritto di contestarci, ma noi adulti abbiamo il dovere di restare tranquilli, fermi e sicuri della nostra azione educativa, quando sappiamo che non tutto ciò di cui un figlio ha bisogno gli piace o gli sembra un gesto di alleanza. 
C’è un aforisma secondo cui i tempi duri creano uomini forti, gli uomini forti creano tempi facili, i tempi facili creano uomini deboli e gli uomini deboli creano tempi duri. 
Dovrebbe essere il nostro mantra, come genitori del terzo millennio».

Che cosa direbbe ai genitori di oggi?
«Di non avere paura di proporre ai figli sfide faticose. 
È arrivato il momento di smettere di correggere i loro compiti affinché siano perfetti quando li consegnano all’insegnante il mattino seguente. 
E di non aspettarli più fuori da scuola per alleggerirli del peso dello zaino. 
Non sono gesti d’amore, ma azioni che ostacolano il raggiungimento dell’autonomia».

E ai ragazzi?
«Di non cadere negli inganni di un tempo intriso di gratificazione istantanea, che offre continuamente occasioni di piacere e alimenta la falsa convinzione che più un percorso è veloce, migliori saranno i risultati. 
Crescendo, devono imparare che ciò che conta non è il traguardo, ma il percorso, spesso in salita».

Quali sono i vantaggi della fatica?
«La fatica forgia, mentre l’iperprotezione blocca la crescita. 
Il desiderio dei genitori di proteggere i figli dalla delusione e dall’abbandono, o di sorvegliare le loro emozioni aspettandosi che provino ciò che vogliamo noi, non è sano. 
Insegnare ad affrontare la fatica e a fare i conti con il principio di realtà permette ai ragazzi di acquisire la forza e le competenze necessarie per unirsi al proprio gruppo di amici e affrontare insieme le sfide della crescita. 
L’appartenenza al gruppo, l’amicizia e la partecipazione alla comunità locale possono proteggere gli adolescenti dall’infelicità e dai danni prodotti dall’ansia del mondo adulto».

Il gruppo può rappresentare, quindi, un’ancora di salvezza?
«Oggi i ragazzi stanno male perché sono soli. 
Sono passati dalla comunità locale alle community online e non sviluppano adeguate competenze relazionali, perché non le allenano. 
Del resto, anche noi genitori abbiamo ridotto al minimo la nostra socialità. 
Dovremmo allearci con una famiglia che ha un figlio della stessa età, confrontarci regolarmente e favorire gli incontri tra i ragazzi, anche attraverso la frequentazione reciproca nei pomeriggi. 
Troppo spesso, invece, gli adolescenti trascorrono ore da soli nella propria stanza».

Quanto è importante l’ascolto?
«I ragazzi non devono necessariamente essere ascoltati dagli adulti: a volte sono gli amici a salvare loro la vita. 
È con i coetanei che riescono a elaborare e superare quel dolore che, da sempre, durante l’adolescenza viene metabolizzato e curato anche grazie all’ascolto dell’amico o dell’amica del cuore, più che attraverso la comprensione e il maternage del mondo adulto».

giovedì, ottobre 15, 2026

LIBRO: "La voglia di andarsene. I figli all'estero, il grande male dell'Italia" di Tiziana Ferrario

 
Per quanto tempo ancora l’Italia può rinunciare ai suoi giovani e, dopo averli formati, regalarli agli altri Paesi? 
Tiziana Ferrario parte da un’esperienza personale e si fa portavoce delle migliaia di madri e padri che hanno visto i loro figli partire per costruirsi un futuro altrove. 
Negli ultimi dieci anni circa un milione di giovani ha lasciato il Paese: una generazione in fuga, delusa dalla mancanza di opportunità e da stipendi con cui è impossibile immaginare una vita autonoma. 
Tanto studio, tanta fatica e, alla fine, il vuoto. 
La scelta di andarsene diventa il modo per superare la delusione, anche se non è mai facile lasciarsi affetti e amici alle spalle. E non è facile nemmeno per chi resta.

Da dove comincia questa storia? 
Tutto parte dalla chat tra una madre e un figlio lontano. 
Così inizia un viaggio in un’Italia che silenziosamente sta cambiando mentre invecchia, giocandosi il futuro. 
È il vissuto personale dell’autrice e di suo figlio Edoardo – uno dei tanti trentenni che hanno fatto le valigie – ma è anche lo specchio di quanto stanno vivendo tutti quegli italiani diventati genitori senza figli e nonni senza nipoti. 
Nelle loro testimonianze traspare nostalgia, orgoglio, mai la rabbia, che pure sarebbe giustificata, nei confronti di un Paese che non sa trattenere i suoi giovani. 
Un’inchiesta giornalistica che è anche denuncia e proposta: un invito alla classe politica e al mondo economico a invertire la rotta, prima che sia troppo tardi.

mercoledì, ottobre 14, 2026

LIBRO: "Come se ne esce. Il mondo dopo Donald Trump" di Francesco Costa

 

Il mondo è più instabile che mai. Le notizie ci spaventano e ci sfiniscono. E niente di tutto questo sparirà con la fine della presidenza di Donald Trump, che è invece il punto di arrivo di una crisi molto più lunga: finché non sarà affrontata produrrà altri Trump, con qualsiasi nome arriveranno. 
Le regole del mondo di prima non funzionano più, quelle nuove sono tutte da costruire, e le democrazie non sanno che pesci prendere.
Il problema è che è difficile proteggere le democrazie quando queste smettono di produrre risultati soddisfacenti, che si parli di redditi, sicurezza, libertà, servizi, opportunità, diritti. 
Allora i nemici della democrazia cavalcano la sfiducia, vincono le elezioni e proseguono a sfasciare tutto. 
Il caos che gli Stati Uniti esportano ovunque, insomma, nasce dal caos al loro interno. 
Chi spera di contenerlo con la diplomazia, la pazienza e i vertici internazionali si prepara a una lunga attesa: la malattia è profonda. 
Ma come si è arrivati a tanto? 
E soprattutto: come si chiude questo momento politico, storico, culturale? 
Come si volta pagina?

In questo libro, Francesco Costa cerca la risposta nelle persone e nei luoghi dove già oggi, negli Stati Uniti, si costruisce un futuro diverso e si impara dagli errori del passato: risolvendo problemi concreti, ristabilendo un rapporto di fiducia reciproca, ripensando le comunità e le città, riportando industria e lavoro. 
Vincendo quando e dove non sembra possibile. Facendo funzionare la democrazia e, in questo modo, proteggendola. Dalla California al Mississippi, un viaggio nell'America che cambia rotta, trova soluzioni e cerca una via d'uscita al decennio di Trump.

È una storia che riguarda anche noi: c'è già chi ha smesso di aspettare le vecchie regole e ha cominciato a scriverne di nuove.

martedì, ottobre 13, 2026

Le emozioni suscitate dal "Sudario per Gaza" in una poesia di Sandro Bovassi



L'esposizione domenica a Paderno Dugnano del Sudario per Gaza, con i nomi di più di 18.000 bambini uccisi a Gaza è stato sicuramente un momento emozionante per tutti i presenti.

In particolare pubblichiamo qui la poesia scritta da Sandro Bovassi, scritta sull'onda di emozioni vissute:

di Sandro Bovassi - 12 Ottobre 2026

se appoggio le mani sul tavolo
e dovrei ringraziare qualcuno per averlo
sento le vibrazioni che si trasmettono
se cammino a cerchio
attorno ad un sudario
piango a non saper neppure pronunciare
la parola bambini distrutti
cammino avvolto dal verde dei miei abiti
dagli alberi che ancora abbiamo
e non trovo di meglio che guardare al cielo
che è così bello ovunque
senza confini e senza bandiere
devo stare in silenzio per
ascoltare i silenzi di chi ha smesso
di correre e ridere e tornare
papà voglio andare a casa
così chiedeva un bambino
e non sapeva di avere un posto
una famiglia a cui tornare
tutti se ne vanno
resto ancora un po' al sole
se chiudo gli occhi sento il canto
degli alberi al vento che dicono?
se allungo la mano c'è chi la stringe e mi accompagna
qui dove il mondo sa cantare
e restare in silenzio
senza piangere e ricordare
sono così tanti che
il mio cielo non riesce a contenerli
alle porte dei campi si raccoglievano
i nomi di chi usciva?
ho studiato come si dava la morte
e mi hanno spiegato che può essere giusto se siamo i vincitori
ho imparato a girarmi se ci sono come posso?
non ho tempo per dire i nomi e i giorni
di chi è andato con la condiscendenza
che si deve a chi governa
permettetemi di rifiutare
che sono avvolto in migliaia di vite rubate
e non desidero fermarmi a discutere con chi
disquisisce sulle parole e dichiara
che non si può dimenticare
il passato di vergogna
di cui siamo colpevoli
ma il mio nonno è sopravvissuto ai fasci e
ha continuato senza sapere che
sarei arrivato io a piangere con il suo nome
i bambini sanno solo giocare
e non hanno mai ucciso un adulto
che fosse da questa parte e dall'altra
i bambini distruggono ciò che non conoscono
ma solo per gioco
gli adulti distruggono
anche solo obbedendo
camminavo in tondo e ascoltavo il sole
i richiami e le chiacchere
ero avvolto di verde e non mi vergognavo
se non dei nomi che sventolavano senza che nessuno di qui
li riconoscesse
un nome non è niente se
non è il tuo
nuvole di polvere e cenere
aspettiamo le ruspe che coprano

LIBRO: "LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO: Storie giapponesi per riparare ció che la vita ha rotto" di Elena Giappone

 

E se tutto ciò che consideri rotto in te fosse in realtà la parte più preziosa?

In Giappone, quando un oggetto si rompe, lo riparano con l'oro. Non per nascondere la frattura. Per renderla visibile. Perché la crepa racconta una storia. E quella storia è oro puro.

Elena Giappone ha fatto scoprire il Giappone a 138.000 italiani su Instagram. Ma questo libro non parla di templi o ciliegi in fiore. Parla di te. Delle tue cicatrici. Del tempo che passa troppo in fretta. Di tutto quello che pensi sia "sbagliato" nella tua vita.

19 verità che L'Occidente ha dimenticato.
19 concetti che non hanno traduzione.
19 storie di persone normali.

Italiani come te che hanno scoperto l'arte del kintsukuroi: trasformare le fratture in oro. Il kaizen: migliorare dell'1% ogni giorno invece di aspettare la grande rivoluzione. Il wabi-sabi: trovare bellezza nell'imperfezione. La filosofia giapponese applicata alla vita vera.

Ogni storia nasconde un significato e un'antica pratica.

Scoprirai che:

✨ Le cicatrici diventano oro, non difetti da nascondere (kintsugi)
✨ Le cose che finiscono sono le più belle (
mono no aware)
✨ Lo spazio vuoto è dove trovi pace (
ma)
✨ "Non posso farci niente" a volte è libertà (
shōganai)

E molto altro ancora che ti aspetta.

Non è teoria zen da monaco. Non è auto-aiuto con le bacchette.

Storie vere. Pratiche concrete. Emozioni che riconosci.

Un esempio?


Alla stazione di Tokyo, un treno ad alta velocità resta fermo 12 minuti. Per pulirlo tutto, da cima a fondo, ne bastano 7.
E prima di cominciare, chi lo pulisce si inchina al treno.
Funziona così. Sul binario, qualche minuto prima dell'arrivo, si mette in fila una squadra di una ventina di persone in divisa. Quando lo Shinkansen entra in stazione, tutti insieme fanno un inchino. Le porte si aprono, i passeggeri scendono, e loro sono lì, con un sacco in mano, a raccogliere i rifiuti di chi passa, ringraziando uno per uno.
Poi salgono. E comincia il conto alla rovescia.
Ognuno ha la sua carrozza. Circa cento posti a testa. Raccogliere tutto quello che è rimasto sui sedili e per terra. Controllare le tasche degli schienali e sotto i sedili, in cerca di oggetti dimenticati. Pulire ogni tavolino. Cambiare le fodere dei poggiatesta. Girare tutte le file di sedili nella direzione del nuovo viaggio. Intanto altri puliscono i bagni.
Sette minuti. Poi scendono, si rimettono in fila sul binario, e si inchinano di nuovo. Questa volta ai passeggeri che stanno per salire.
La società si chiama TESSEI e lavora per le ferrovie dell'est del Giappone. Nel mondo quella scena la chiamano "il miracolo dei sette minuti". I turisti la filmano. Le televisioni straniere la raccontano. La Harvard Business School ci ha scritto sopra un caso di studio.
Ma la cosa più interessante di questa storia non sono i sette minuti. È quello che c'era prima.
Perché non è sempre stato così.
Fino alla metà degli anni Duemila, pulire i treni era considerato uno dei lavori più umili che esistessero. La maggior parte degli addetti non era giovane: l'età media superava i cinquant'anni, e tanti ci erano arrivati dopo che la vita li aveva spinti fuori da altri lavori. Nessuno li guardava. I passeggeri passavano loro accanto come si passa accanto a un muro. E loro, lentamente, avevano cominciato a guardarsi allo stesso modo. C'era chi, si racconta, a chi glielo chiedeva preferiva non dire che lavoro facesse.
Nel 2005 arrivò in azienda un dirigente delle ferrovie, Teruo Yabe. Per molti, un posto di fine carriera. Non aveva mai pulito un treno in vita sua.
La cosa più ovvia sarebbe stata aggiungere controlli, regole, rimproveri. Lui fece un'altra cosa. Andò sui binari. Guardò. Ascoltò. E capì che il problema non era come pulivano. Il problema era che nessuno li vedeva. E chi non viene mai visto finisce per credere di non valere niente.
Allora non cambiò il lavoro. Cambiò lo sguardo.
Disse a quelle persone che il loro mestiere non era "pulire". Era accogliere chi viaggia. Arrivarono divise nuove, più vivaci; d'estate, perfino camicie a fiori. Cominciò a chiedere a loro, e non ai dirigenti, come migliorare il servizio, e a mettere in pratica le loro idee. E nacquero i "rapporti degli angeli": ogni giorno qualcuno annotava i piccoli gesti belli dei colleghi, quello che aveva rincorso un passeggero per restituirgli il portafoglio, quella che aveva aiutato una persona anziana con la valigia. Poi quei gesti venivano letti, raccontati, ringraziati.
Piano piano, qualcosa si è girato. Le stesse persone, lo stesso straccio, gli stessi sette minuti. Ma adesso c'era qualcuno che guardava. E loro hanno cominciato a lavorare come chi sa di essere guardato con rispetto. Oggi chiamano quella scena, quasi scherzando, "il teatro dello Shinkansen".
Adesso fermati un momento, e pensa a quante cose, intorno a te, restano in piedi grazie a qualcuno che non vedi.
L'ufficio pulito la mattina. Il cestino svuotato. La tavola apparecchiata. Il frigorifero che non resta mai vuoto. La persona che si ricorda di tutti i compleanni. Chi tiene insieme un gruppo senza che nessuno se ne accorga. Chi rimette in ordine dopo la festa, quando gli altri sono già andati via.
La maggior parte del lavoro che regge il mondo è invisibile. E la maggior parte delle persone che lo fanno, a un certo punto, smette di aspettarsi un grazie. Poi, piano, smette anche di darsi valore da sola.
Mi è capitato di sedermi a un tavolo pulito senza chiedermi nemmeno chi l'avesse pulito. E mi è capitato anche il contrario: fare bene una cosa che nessuno ha notato, e cominciare a pensare che, se nessuno la vede, forse non conta.
Quella squadra di Tokyo racconta che conta eccome. E racconta anche un'altra cosa, più sottile. L'inchino al treno, prima di cominciare, non lo fanno per i passeggeri. Lo fanno per il lavoro stesso. È un modo di dire, senza parole: quello che sto per fare merita rispetto. Anche se lo faccio io. Anche se nessuno guarda.
Non sempre possiamo cambiare il lavoro che ci tocca. Ma possiamo cambiare lo sguardo con cui lo facciamo. E possiamo, ogni tanto, alzare gli occhi e accorgerci di chi, accanto a noi, sta facendo in sette minuti un miracolo che nessuno applaude.
Da qualche parte, in questo momento, qualcuno sta tenendo in piedi un pezzo del tuo mondo senza farsi notare. Forse è una persona accanto a te. Forse sei tu.
Ho scritto un libro con 19 idee giapponesi come questa, diverse da quelle dei miei post e mai raccontate prima: 19 modi per accorgersi del valore delle cose che nessuno vede, a cominciare da quelle che fai tu.
"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO", disponibile su Amazon e in libreria.
Non è un manuale. È un invito a guardare la tua vita con occhi nuovi.

www.facebook.com/elenagiappone

lunedì, ottobre 12, 2026

LIBRO: "Il corso dell'amore" di Alain de Botton

 
Eccezionalmente un romanzo tra i libri di Restare Umani...

A Edimburgo, Rabih e Kirsten si conoscono sul lavoro - lui architetto, lei funzionaria comunale - si piacciono, iniziano a frequentarsi, decidono di sposarsi e hanno dei figli. 
Una storia d'amore come tante. Potrebbe finire qui, con le tradizionali parole e vissero per sempre felici e contenti... 
Ma cosa succede dopo? 
Cosa succede una volta che la passione degli inizi lascia spazio alle prime difficoltà, alla noia, alla ripetitività degli anni passati insieme? 

In questo nuovo romanzo, che arriva a più di vent'anni dall'esordio con "Esercizi d'amore", Alain de Botton racconta la fase della relazione che segue l'innamoramento e ci mostra, alternando la storia di Rabih e Kirsten a considerazioni illuminanti, come sia possibile "imparare" di nuovo ad amarsi, di un amore più razionale e meno romantico, forse, ma proprio per questo più profondo. 
Seguiamo Rabih e Kirsten nelle loro vicende quotidiane e li vediamo alle prese con le grandi gioie della genitorialità, ma anche con le continue discussioni per le piccole cose, le delusioni, le aspettative non corrisposte, i tradimenti. 

Il percorso è accidentato, e non sempre i due ce la faranno da soli, ma nonostante tutto sceglieranno di provarci ancora. 
Una riflessione originale sulle relazioni moderne e allo stesso tempo il sorprendente romanzo dell'amore non romantico.

Il Sudario per GAZA a Paderno Dugnano: in silenzio, per urlare la nostra richiesta di PACE in tutto il mondo


Ieri mattina, nella Piazza del mercato di Paderno Dugnano è stato srotolato il “Sudario per Gaza, per non dimenticare un solo nome”, un telo bianco lungo 25 metri e largo 8, ricoperto dai nomi scritti a mano di 18.457 bambini e ragazzi palestinesi tra 0 e 17 anni, uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023 al 31 luglio 2025. Anche un bambino di ZERO giorni!

Un telo con dello spazio bianco, per ricordare quei bambini che ancora oggi sono sepolti tra le macerie di Gaza, il cui nome non sarà mai riportato in nessun elenco.

Un telo per non dimenticare i bambini che ancora in questi giorni stanno morendo a Gaza.

Un telo, creato dall’Associazione Carnia per la Pace, che da più di un anno sta girando l’Italia, suscitando molta emozione ovunque.

E vi posso assicurare che sono stati momenti davvero di commozione, alla presenza delle associazioni padernesi che in questi anni hanno operato, ognuna con modalità diverse, ma anche, e soprattutto, alla  presenza di molti cittadini, centinaia di persone, a ribadire il loro NO alla guerra, a chiedere la PACE, a RESTARE UMANI.

Il telo, mosso dall’aria, in alcuni momenti sembrava respirasse, immaginando che per un momento, quei bambini fossero ancora tra noi.

Avere tra le braccia il sudario, nelle fasi iniziale e finale, dava l’illusione di poter cullare quei bambini ancora una volta e dare loro un’ultima carezza.

Tra la lettura delle poesie di pace e la testimonianza di un cittadino di Gaza, il SILENZIO ha rappresentato una forte richiesta di PACE, in tutto il mondo, ogni giorno, perché tutti i popoli del mondo hanno diritto alla PACE !












domenica, ottobre 11, 2026

EDUCAZIONE CIVICA: I diritti della persona


da "Il Corriere della Sera" di Marta Cartabia

La tutela dei diritti della persona

La Costituzione italiana del 1948, come molte costituzioni del secondo dopoguerra, è assai ricca di garanzie per tutelare la persona umana di fronte ai possibili eccessi o abusi di potere da parte del potere politico, ma anche di soggetti privati. In particolare, uno dei primi articoli della Costituzione, quelli che fanno parte dei principi fondamentali su cui si regge l'intero ordinamento costituzionale, l'articolo due, è dedicato proprio a enunciare l'impegno della Repubblica nella tutela dei diritti della persona. 
Leggiamolo interamente: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità e richiede l'adempimento di doveri inderogabili di solidarietà economica, politica e sociale». 
Ci sono alcune parole che sono particolarmente importanti per comprendere il significato e la concezione della tutela dei diritti della persona.
Una delle parole più importanti è la scelta del verbo «riconoscere». 
La Repubblica riconosce qualcosa che viene prima, qualcosa che non è creato dalla stessa Repubblica, ma che è insito nella persona umana. 
La scelta di quel verbo non fu casuale, perché si volle proprio sottolineare che la persona porta con sé un bagaglio di propri diritti che debbono essere anzitutto riconosciuti da tutti i poteri pubblici.

Naturalmente non basta riconoscere ma occorre anche garantire questi diritti. 
E a questo proposito è interessante notare che l'effettiva tutela dei diritti richiede l'esistenza di un sistema di giudici indipendenti (i giudici ordinari, innanzitutto). 
Nella Costituzione italiana è anche stato istituito un giudice speciale, la Corte Costituzionale, che ha come compito di tutelare tali diritti, di garantirli effettivamente anche nei confronti delle leggi dello Stato. Se una legge dello Stato dovesse, intenzionalmente o non intenzionalmente, ledere un diritto della persona, c'è un giudice che può annullarla in tutto o in parte.

Naturalmente anche le leggi sono necessarie per garantire l'effettività dei diritti. 
Se pensiamo soprattutto ai diritti sociali, al diritto alla salute, ai diritti di sostegno (per esempio all'educazione, il diritto allo studio), occorrono gli interventi del legislatore, dell'amministrazione pubblica che mettano in atto sistemi normativi, risorse e anche risorse amministrative per rendere in effettivi questi diritti in concreto.

Ad esempio, negli anni 70 - sicuramente non una stagione facile per la vita della nostra Repubblica: erano gli anni bui, gli anni di piombo -  le istituzioni erano molto attive e cooperavano per la realizzazione in concreto di tanti diritti sociali. 
Uno per tutti basti ricordare la legge sul Servizio sanitario nazionale che ha reso molto più capillare e fruibile, da parte dei cittadini, un sistema sanitario che dà concretezza al diritto alla salute proclamato dall'articolo 32 della nostra Costituzione.

L'individuo e le persone 

Ma proseguiamo con l'analisi dell'articolo due. 
Dunque, la Repubblica prima «riconosce», «garantisce» e poi parla di «diritti inviolabili». 
Questa è una parola forte: è una parola che sta a significare che nessuno potere può incidere così radicalmente sul riconoscimento dei diritti da eliminarli, da farli sparire. 
Persino con la revisione costituzionale non è possibile eliminare i diritti riconosciuti nella nostra Costituzione.

L'articolo prosegue con una frase che caratterizza in modo peculiare l'esperienza costituzionale italiana perché si sottolinea che la persona è titolare di questi diritti inviolabili sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. 
Dunque il titolare dei diritti della persona è sicuramente l'individuo, ciascuno nella sua unicità e insostituibilità, ma quello che si vuole sottolineare - facendo riferimento alle formazioni sociali - è che questo io, questo individuo, non vive isolato in un mondo lontano dagli altri, vive sempre in relazione alle altre persone.
C'è dunque una concezione relazionale della persona, dove l'io ha un valore indiscutibile e insostituibile ma questo io vive sempre in un noi.
Tutto questo si riflette anche nella parte prima della Costituzione, quella che segue i principi fondamentali, (che raduna gli articoli da 13 a 54), nei quali sono poi enumerati tutti i diritti che la Costituzione riconosce: dal diritto alla libertà personale, all'inviolabilità del domicilio, alla libertà di manifestazione del pensiero, alla libertà religiosa, alla libertà sindacale e molti altri.

Ciò che è interessante notare è che questa prima parte della Costituzione è organizzata in quattro titoli, ognuno dei quali è intestato a dei tipi di rapporti in cui si svolge la personalità di ciascuno: 
  • rapporti civili, 
  • rapporti etico sociali, 
  • rapporti economici e 
  • rapporti politici. 
Questo è un unicum della nostra Costituzione anche rispetto ad altre esperienze analoghe, dove si vuole sottolineare questa naturale socialità, questa naturale relazionalità della persona.

La limitazione dei diritti

Questo aspetto ci porta a sottolineare un altro punto importantissimo: i diritti della persona sono inviolabili, nessun potere li può togliere o eliminare del tutto, ma inviolabilità non significa che si tratti di diritti assoluti. 
I diritti sono sempre limitabili per fare spazio ai diritti dell'altro o ad altri diritti protetti nella Costituzione. 
Sembra un po’ un paradosso ma se ci pensiamo bene un diritto affermato in modo assoluto, senza tenere conto del contesto complessivo, rischierebbe di diventare il suo opposto.
Lo ha detto la Corte Costituzionale in una famosa sentenza del 2013 in cui afferma che la tutela dei diritti è sempre integrata, sempre complessiva, sempre sistemica, perché altrimenti, se un diritto si presentasse come assoluto, diverrebbe (usa questa parola la Corte) «un tiranno».
 
Lo abbiamo tutti sperimentato in modo molto incisivo nel periodo della pandemia, quando era indispensabile limitare ad esempio la libertà di circolazione per determinati periodi di tempo o la libertà di lavoro, di partecipare alla vita pubblica o sociale o addirittura la libertà e il diritto all’educazione. 
Per tanto tempo i nostri ragazzi non hanno potuto recarsi a scuola ma questo non per un capriccio o un abuso di potere ma per la necessità di tutelare quel diritto che in quel momento aveva la preminenza su tutti gli altri, che era il diritto all'integrità stessa della persona e alla tutela della salute di tutti.

Un ultimo aspetto che non si può omettere è il richiamo ai doveri inderogabili di solidarietà.
Anche questo aspetto, questo richiamo ai doveri di solidarietà, è un riflesso della socialità e della relazionalità della persona. 
Siamo individui ma viviamo in comunità, viviamo in società e dunque quello che ci è richiesto, anche per rendere effettivi questi diritti, è pensare al nostro vivere in una dimensione sociale, anche in termini di responsabilità o di dovere.

In tutto questo bisogna concludere facendo una riflessione importante: la Costituzione italiana e tutti il suo apparato di garanzie è sicuramente il primo presidio per la tutela della persona umana. 

Ma nello stesso periodo di tempo, (alla fine della Seconda guerra mondiale), anche a livello europeo sono state sviluppate importanti tutele che svolgono un compito complementare e integrano un sistema di tutela dei diritti della persona che è profondamente intrecciato. 

In particolare, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo riveste un ruolo importantissimo nel completare il nostro sistema costituzionale e anche l'Unione europea, con i suoi valori tutelati anch'essi in un articolo due, (ma questa volta del Trattato sull'Unione europea e della Carta dei diritti fondamentali approvata nel 2000), offre un importante supporto alla tutela dei diritti della persona che sono un caposaldo del costituzionalismo contemporaneo.

sabato, ottobre 10, 2026

LIBRO: "La stupidità" di Dietrich Bonhoeffer e commento di Vito Mancuso

 

Dobbiamo imparare a valutare gli uomini più per quello che soffrono che per quello che fanno o non fanno. Un volume della serie Setteminuti per lo spirito, agili libretti pensati per coniugare il nostro bisogno di spiritualità con i tempi della vita moderna.

Commento di Vito Mancuso:

Di solito si pensa che la stupidità sia solo un difetto dell’intelligenza, ma non è così: la stupidità non riguarda solamente l’intelligenza ma riguarda anche la volontà, il cuore.
Ci sono persone che sono sommamente intelligenti e tuttavia sono incapaci di comprensione, di empatia, di comprendere veramente la realtà e le situazioni, e sono stucchevoli nella loro stupidità di fondo.
Uno dei saggi più belli sulla stupidità che io conosca è l'opera di Dietrich Bonhoeffer in cui scrive che «la stupidità è essenzialmente un difetto che interessa non l’intelletto ma l’umanità».
Forse siamo già arrivati alla depravazione.
Forse già c’è qualcuno che gode ed è contento nel pensare che qualcun altro stia morendo, tanto più se è un bambino, o meglio se è un bambino dell’etnia diversa.
«Muore? Bene… un nemico in meno».
Forse siamo già arrivati a questa forma di stupidità.
La stupidità è direttamente proporzionale alla massa; più massa umana, più pericolo di stupidità.
Dice Seneca a Lucilio nella lettera 6:
«Cos’è la prima cosa che bisogna fare per avere una vita sana? Evitare la folla, evitare la massa».
E altri filosofi lo ripetono.
Pitagora diceva ai suoi discepoli: «Non andate per la via principale», una metafora naturalmente, vera dal punto di vista fisico in sé, ma anche vera nel suo significato metaforico,
ovvero «pensa con la tua testa».