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LIBRO: " Adolescenti esplosivi. Disinnesca lo scontro, ritrova tuo figlio" di Stefano Rossi
Stefano Rossi accompagna genitori e educatori nei coni d’ombra di questa età incandescente: non per spegnerla, ma per ascoltarla. E per scoprire che, proprio là dove il legame sembra incrinato, può nascere un nuovo modo di riconoscersi e ritrovarsi.
L’adolescenza non arriva in punta di piedi: divampa come un incendio. Il figlio che fino a ieri cercava abbracci e parole, oggi chiude la porta, risponde male, esplode per nulla o si ritira in un silenzio preoccupante. Per molti genitori lo smarrimento è profondo: “Dove ho sbagliato?”, “Perché mi tratta come un nemico?”, “Da dove viene questa ostilità?”.
Ma l’ira degli adolescenti non è solo maleducazione, provocazione o mancanza di regole. È il linguaggio ruvido di un cambiamento necessario: per nascere a se stesso, ogni figlio deve affrontare la separazione, incrinare il muro genitoriale, cercare la propria voce. Oggi, però, questo passaggio avviene in un tempo più inquieto: la nostra società ha smarrito valori e futuro, e spinge i ragazzi a fare mostra di sé, performare, essere vincenti a ogni costo.
Così alcuni adolescenti esplodono: attaccano, sfidano, trasgrediscono, trasformano la rabbia in una granata. Altri implodono: smettono di mangiare, di uscire, di andare a scuola, di credere in se stessi. Dietro l’ira di Achille si nasconde l’Urlo di Munch: la paura di non valere, non farcela, non trovare un posto nel mondo. La loro sofferenza, prima che psichiatrica, è emotiva ed esistenziale. E a volte li spinge verso sfide e conseguenze estreme.
Stefano Rossi, che da oltre vent’anni lavora occhi negli occhi con adolescenti feriti e difficili, offre a genitori, insegnanti e educatori una chiave potente per gestire il fuoco dei ragazzi senza spegnerne la carica vitale. Attraverso tre lenti – biologica, psicologica ed esistenziale – ci guida dentro la mente e il cuore adolescente: la miccia corta del cervello in trasformazione, la fame di autonomia, il bisogno di segretezza, il timore del fallimento, le trappole dei social, la società del coltello.
Un libro per distinguere la ribellione che fa crescere da quella che distrugge, per riconoscere il dolore nascosto dietro l’attacco e trovare parole, limiti e gesti capaci di disinnescare la guerra quotidiana.
martedì, ottobre 27, 2026
Pagine di Legalità: Progetto educativo nazionale promosso da "Fondazione Scintille di futuro" con Paolo Grasso
Rivolto a studentesse e studenti delle scuole secondarie di I e di II grado.
Due webinar dedicati ai docenti in diretta streaming (5 novembre e 1 dicembre 2026) con Pietro Grasso, testimoni e protagonisti dell'impegno civile che raccontano storie di legalità, memoria, diritti e bene comune.
A sostegno del lavoro in aula, ogni classe riceve un kit didattico multimediale, con spunti e materiali.
Al termine del percorso, il 22 aprile, una grande diretta nazionale per docenti e studenti trasmessa dall’Aula Bunker di Palermo, quella dove si svolse il Maxiprocesso.
È il momento in cui la legalità smette di essere una parola e diventa un tema da abitare: si ascolta, si discute, ci si interroga.
Un terreno comune su cui costruire cittadinanza, insieme.
Pagine di Legalità è il primo passo di un percorso più grande. Il modo migliore per iniziare a guardare il mondo intorno a noi e cominciare a chiedersi “da che parte stare”.
Perché la storia non è fatta solo dai grandi eventi. È fatta dalle scelte di ciascuno.
Per maggiori informazioni e iscrizioni:
Pagine di legalità 2027. Con Pietro Grasso - Unisona Live
Gaza, un anno di tregua non ha fermato la sofferenza delle donne: i numeri di UN Women
tratto da IO DONNA di Simona Sirianni
In 3 anni di guerra sono state uccise o ferite gravemente, 50mila donne e ragazze, triplicati gli aborti spontanei. E dopo il cessate il fuoco, si continua. I dati delle Nazioni Unite Donne (UN Women)
Sua madre, però, vuole che venga ricordata per com’era da viva e non perché è morta.
Lo ha chiesto lei alle operatrici di UN Women, nella settimana in cui la guerra a Gaza compiva tre anni. Lo ha raccontato Sofia Calltorp, che guida l’azione umanitaria dell’agenzia Onu, accanto a un tragico conto: dall’ottobre del 2023 quasi 50 mila donne e ragazze sono state uccise o ferite così gravemente da restare disabili per sempre.
Il cessate il fuoco ha appena compiuto un anno e i dati dell’agenzia dicono che cosa, nella vita delle donne di Gaza, è cambiato, ma soprattutto cosa non è cambiato.
Donne di Gaza: un anno di tregua, ma il conto non si ferma
Dall’ottobre del 2025 le vittime sono 277 e, quello che l’agenzia ha trovato è, nelle sue parole, una quantità orribile di sofferenza collettiva e un dolore immenso.
Quasi un milione di donne e ragazze è stato costretto a lasciare la propria casa e oggi praticamente tutte vivono ancora da sfollate, la maggior parte in una tenda.
Per questo, UN Women chiede che il cessate il fuoco venga applicato fino in fondo, che il diritto internazionale sia rispettato e che chi lo viola ne risponda.
Gravidanze interrotte
Nei primi sei mesi del 2026, secondo il rapporto che l’Ocha, l’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari, gli aborti spontanei registrati sono stati quasi 4 mila e il loro tasso è più che triplicato rispetto alla seconda metà del 2025.
Perché tante gravidanze si interrompano non è ancora stabilito: l’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, sta avviando uno studio proprio per capire quali siano i fattori di rischio e dove manchino le cure.
Le case che restano in piedi sulle spalle di una donna
Oggi a Gaza una casa su quattro è guidata da una donna, mentre prima della guerra era una su nove.
Nour è una di loro. La sua casa è stata distrutta e il marito, un infermiere, è stato arrestato: da allora non lo ha più visto e non ne ha più avuto notizie.
Ci sono momenti, ha raccontato UN Women, in cui si perde così a fondo nei suoi pensieri da non riuscire a rispondere nemmeno ai suoi bambini.
Chi aiuta, da sotto una tenda
Tutte hanno visto aumentare la violenza contro le donne, la povertà e il disagio psicologico, i matrimoni precoci.
«Un’unica preghiera: sopravvivere»
Faceva la psicoterapeuta per il ministero della Salute di Gaza e consolava chi era stato travolto dal conflitto.
Sei mesi e cinque sfollamenti dopo, il raid si è portato via lei, Firas, Hanan, Amir e Mustafa.
Oggi sua madre continua a raccontarla da viva, perché il mondo non la ricordi soltanto per quel martedì di maggio.
Donne di Gaza, il bilancio di UN Women dopo un anno di tregua | iO Donna
lunedì, ottobre 26, 2026
LIBRO: "Il paradosso verde" di Roberto Della Seta
domenica, ottobre 25, 2026
Matteo Lancini: «Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso un modello violento di società»
Dal Corriere della Sera del 21 ottobre 2026 di Nino Luca
Lo psicologo, presidente della fondazione Minotauro, riflette sugli scontri di Milano: «La violenza si previene costruendo alternative»
«Abbiamo ascoltato i nostri figli più di quanto siano stati ascoltati i giovani delle generazioni precedenti, ma abbiamo faticato ad accogliere le emozioni che ci disturbavano. Molti ragazzi sono cresciuti intercettando soprattutto i bisogni degli adulti di riferimento, senza trovare uno spazio sufficiente per esprimere la propria sofferenza. Oggi vediamo disillusione e disincanto nei confronti del futuro. Crescere significa anche investire in ciò che verrà, ma molti giovani faticano a immaginare un futuro desiderabile. Quando si è disperati, l'attacco al proprio corpo o a quello degli altri può diventare una modalità di espressione del dolore. Questo non giustifica la violenza, ma aiuta a comprenderne alcune dinamiche».
Riconoscere la disperazione dei ragazzi significa giustificare chi commette reati?
«Assolutamente no. La giustizia minorile italiana è un sistema avanzato, pensato anche per tutelare i ragazzi. Se un giovane commette un reato, deve risponderne. Ma il buonismo non consiste nel riconoscere i segnali di disperazione: consiste, semmai, nel non volerli vedere. Dobbiamo domandarci se, dietro certi comportamenti, ci sia anche una fragilità degli adulti che si presenta come autorevolezza e finisce per togliere spazio ai ragazzi».
Un anno e mezzo fa alcuni studenti, al termine del percorso scolastico, hanno contestato pubblicamente il sistema dell'esame di maturità. Invece di ascoltarli, abbiamo introdotto regole più rigide. Non c'è una contraddizione?
«Quei ragazzi hanno cercato di dirci che la scuola aveva prodotto disagio e che la società in cui vivevano non piaceva loro. Avremmo potuto ascoltarli e chiederci che cosa non avesse funzionato. Invece, abbiamo introdotto una norma che prevede la bocciatura per chi non risponde all'orale. Ma che cos'è, un interrogatorio? Dobbiamo chiederci se, dietro il nostro interventismo educativo, non ci sia una fragilità adulta che ci porta a prevalere sui ragazzi anche quando cercano di esprimersi. Dare voce alle loro idee dovrebbe essere una garanzia per tutti».
La risposta dei governi alla violenza è spesso la repressione. Ma che cosa dovrebbe fare un adulto per prevenire questi comportamenti?
«Prima di tutto, dobbiamo chiederci che cosa stiamo offrendo ai giovani. Sono generazioni troppo ascoltate oppure cresciute con adulti distratti dai social, concentrati soprattutto su se stessi? E quale modello di violenza hanno respirato? Viviamo in una società attraversata dalle guerre, dalla violenza politica, dalle risse televisive e dalle immagini di persone e bambini uccisi. I ragazzi non vengono educati soltanto dai genitori e dalla scuola: ricevono continuamente modelli dalla società e dai mezzi di comunicazione. Abbiamo normalizzato la violenza e l'individualismo. Pensiamo a quando un bambino spinge un compagno: invece di domandarci se abbia bisogno di aiuto, rischiamo di considerarlo una minaccia alla crescita di nostro figlio. Stiamo raccogliendo anche ciò che abbiamo seminato. Attribuire tutto alla musica trap o ai social è una scorciatoia che ci impedisce di guardare alle responsabilità degli adulti».
I social possono trasformare singoli episodi in comportamenti collettivi da imitare? Lei ha proposto di vietarli.
«Ho presentato questa proposta durante un'audizione alla Commissione Cultura della Camera. Ritengo che vietare i social a tutti sia l'unica misura realmente praticabile, perché non credo sia possibile limitarli efficacemente a una determinata età. Spesso si fanno promesse che hanno soprattutto una funzione elettorale, mentre intervenire sulla scuola e sul sistema educativo è molto più difficile. Dovremmo anche ripensare alcune abitudini degli adulti: i gruppi WhatsApp dei genitori, che hanno contribuito alla diffusione del cyberbullismo; il registro elettronico, che permette ai genitori di conoscere i voti prima dei figli; la geolocalizzazione continua dei ragazzi. Dobbiamo restituire loro uno spazio di vita autonoma. Anche la condivisione continua di immagini dei figli contribuisce a cancellare il confine tra privato e pubblico. Abbiamo ridotto sempre più il confine tra esperienza privata e pubblica. Ci sono bambini ripresi fin dalla gravidanza, dalla prima recita all'asilo fino alle feste scolastiche, spesso anche dagli insegnanti. Le nuove generazioni crescono sotto uno sguardo continuo, con una parte importante della loro esperienza esposta agli altri. È un cambiamento culturale che dobbiamo prendere sul serio».
Professore, diranno che lei vuole tornare al Medioevo.
«C'è un'esperienza che continua a funzionare secondo modelli medioevali: la scuola. Tutti sanno che servirebbe cambiarla, ma nessuno vuole affrontare davvero questa trasformazione, anche perché potrebbe avere un costo politico. Eppure è da lì che dovremmo cominciare. Nel frattempo, però, a scuola si sequestrano i cellulari per favorire la concentrazione. È incredibile che gli adulti non siano disposti a rinunciare ai social, considerandoli ormai indispensabili, mentre pensano di risolvere il problema togliendo il cellulare ai ragazzi prima che entrino a scuola. Così crediamo di averli aiutati a concentrarsi, senza mettere in discussione il nostro rapporto con la tecnologia. È una dissociazione che a volte sfiora l'ipocrisia».
Che cosa dovrebbero fare concretamente genitori, insegnanti, governo e poliziotti?
«Sono situazioni diverse. Il poliziotto ha il compito di far rispettare la legge e, quando qualcuno la viola, deve intervenire. La legge deve fare il suo corso. Ma l'intervento nell'emergenza è diverso dal lavoro di prevenzione, che spetta anche agli adulti, alla scuola, alle famiglie e alla politica. Prima di rivolgerci a un giovane, dovremmo porci una domanda fondamentale: lo sto facendo per me o per te? Se ci rendiamo conto che stiamo agendo soprattutto per noi stessi, per la nostra paura o per il bisogno di controllo, dobbiamo fermarci. Se, invece, agiamo davvero per il bene dei ragazzi, dobbiamo essere pronti a rinunciare a qualcosa e a investire maggiormente su di loro».
Che cosa significa, per gli adulti, fare davvero qualcosa per le nuove generazioni?
«Significa ascoltarle, ma anche mettere in discussione i nostri comportamenti. Non possiamo dire di agire per i giovani se continuiamo a ignorare problemi come il disboscamento del pianeta e la plastificazione dei mari. Le scelte collettive dimostrano quanto sia difficile fare qualcosa per gli altri, persino per i propri figli e studenti. Oggi sembra contare soprattutto salvaguardare se stessi. Dovremmo cominciare a toglierci qualcosa per offrire di più alle nuove generazioni».
Intanto si inaspriscono le leggi...
«La mia lettura non vuole giustificare chi commette reati, ma cercare di prevenire il ripetersi di questi comportamenti. Se continuiamo a pensare che basti aumentare le pene e reprimere, non abbiamo letto i dati di chi lavora nella giustizia. Le misure punitive, da sole, non fanno diminuire i reati. La prevenzione richiede investimenti, servizi e modelli educativi capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza».
Il termine “maranza” è utile per descrivere questi fenomeni o rischia di diventare un'etichetta che ghettizza i ragazzi?
«Dobbiamo stare attenti alle parole che utilizziamo. Il termine “maranza” arriva da lontano, era vicino a quello di “tamarro”, ma il significato è cambiato nel tempo. Oggi bisogna chiedersi a chi ci riferiamo davvero. Le aggregazioni giovanili violente sono fenomeni complessi. Ci sono gruppi organizzati, realtà legate a contesti marginali e aggregazioni che nascono spontaneamente e si dissolvono rapidamente. Non possiamo ricondurre tutto alle baby gang, perché le situazioni sono diverse e cambiano continuamente. Servono ricerche serie, non etichette che semplificano la realtà».
Quale punizione è giusta per questi ragazzi?
«Sono i tribunali per i minorenni a valutare i singoli casi. Il sistema penale minorile italiano è riconosciuto come uno dei più avanzati, anche per la capacità di considerare le situazioni individuali e cercare percorsi adeguati. I giudici che ho incontrato in questi anni svolgono un lavoro straordinario. Dovremmo investire molto di più nella giustizia minorile, nei servizi psico-socio-sanitari e nella prevenzione. Non è buonismo: è la necessità di adottare misure che producano risultati. La disponibilità di provvedimenti più severi non ha dimostrato, da sola, di ridurre i reati. La sicurezza si costruisce anche attraverso interventi capaci di comprendere e affrontare le cause del disagio».
Alla fine, cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
sabato, ottobre 24, 2026
INCONTRO: "Criminalità minorile. Povertà educativa, urbana e culturale" Giovedì 29 ottobre 2026 - ore 20.30 - Tilane - Paderno Dugnano
Dopo le proteste e le violenze in alcune città italiane ed europee, è evidente che non si può rispondere solo con la repressione.
E' necessario che per combattere la 𝑷𝒐𝒗𝒆𝒓𝒕𝒂̀ 𝒆𝒅𝒖𝒄𝒂𝒕𝒊𝒗𝒂, 𝒖𝒓𝒃𝒂𝒏𝒂 𝒆 𝒄𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂𝒍𝒆 𝑒̀ 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑟𝑖𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑒𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑙𝑒"! Una riflessione comune sul disagio giovanile e la coesione sociale a partire da scuola, educatori e genitori.
Se ne discute a
Paderno Dugnano, all'Auditorium Tilane
Giovedì 29 Ottobre 2026 - ore 20.30
Tra i relatori:
- 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐂𝐨𝐫𝐧𝐞𝐥𝐥𝐢 - 𝑃𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑜𝑟𝑒 𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑟𝑖𝑚𝑖𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎,
- Fiorenza Melani - Psicologa
- Giansandro Barzaghi - Presidente Associazione NonUnoDiMeno
Dal SUDAFRICA una generazione eccezionale
di Mondli Makhanya - Daily Maverick, Sudafrica
Il Sudafrica è la patria di sei Premi Nobel. (ndr: in realtà sono 11 se si tiene conto dei Nobel scientifici o dati a persone che poi hanno acquisito nazionalità straniere)
Nel campo della pace, Albert Luthuli, Desmond Tutu, Nelson Mandela e FW de Klerk.
Ora è arrivata anche l’onorificenza per Navi Pillay, una guerriera nella battaglia globale contro l’impunità per crimini mostruosi.
Il suo Nobel può essere anche visto come un tributo a un’epoca in cui questo paese era capace di sfornare delle icone.
C’è un ottimo motivo per cui la rivoluzione sudafricana e il passaggio alla democrazia sono considerati tra i processi storici più significativi dell’ultimo secolo e mezzo: per gran parte di quella rivoluzione a comandare sono stati uomini e donne di statura e integrità immense, il frutto di una straordinaria fucina di leader.
Pillay viene da quella fucina.
La sua è una storia di avversità superate e di una grande determinazione, affinché nessun altro al mondo debba faticare come ha fatto lei per vivere una vita dignitosa. È un prodotto di questo posto speciale che chiamiamo casa e delle lotte che sono state combattute qui.
La domanda che dobbiamo farci ora è se la fucina funzioni ancora.
Pillay ha 85 anni. È cresciuta in un’epoca oppressiva durante la quale però sono emerse persone come lei, in grado di tenere testa ai potenti e di dare voce ai deboli.
Dovrebbe essere l’inizio di un dialogo su quello che il paese può diventare e su come riportare agli stessi livelli del passato la produzione di quella fucina di leader.
Il Sudafrica di oggi ne ha terribilmente bisogno.













