mercoledì, ottobre 07, 2026

Perché non parlare di sesso a scuola?


da "l'Internazionale" del 2 Ottobre 2026 di Barbara Celis, El País, Spagna

Ci sono grida strazianti il cui eco può scuotere la coscienza di un paese. 
Quelle di Franco Isceri il 5 settembre hanno attraversato l’Italia. 
Piangeva mentre implorava i politici di mettere da parte le divisioni. “Chiedo a tutta la politica di essere unita. Prendete provvedimenti all’unanimità, senza destra né sinistra. Lavorate nelle scuole, potenziate i centri antiviolenza e gli strumenti normativi per prendere provvedi menti affinché non succeda più. Ve lo chiedo con tutto il cuore”. 
Due giorni prima avevano ucciso sua figlia, Lorena Isceri. 
L’ex fidanzato, Federico Vella, l’aveva aspettata nascosto nel garage della sua casa a Firenze. 
L’aveva chiusa nel bagagliaio dell’auto, aveva guidato per un’ora mentre Lorena, al buio, chiamava la poli zia, poi si era fermato su un cavalcavia e l’aveva gettata nel vuoto mentre lei era ancora viva. 
Poi si era suicidato. 
Isceri non è il primo padre a fare una denuncia pubblica, in Italia, dopo un femminicidio. 
Nel 2023 Gino Cecchettin era stato ancora più netto, attribuendo la morte di sua figlia Giulia alla cultura patriarcale, al maschilismo e agli stereotipi di genere, parole fino ad allora tabù in Italia. 
La sua denuncia aveva portato a una mobilitazione enorme e messo al centro del dibattito la violenza di genere, e il bisogno di un’educazione sessuo-affettiva per trasformare la cultura patriarcale che, nel la sua versione più estrema, sfocia nei femminicidi e nelle aggressioni sessuali ma che si manifesta anche nelle etichette che ingabbiano le donne in ruoli del passa to. 

Il 18 settembre, per esempio, il ministro degli esteri Antonio Tajani ha scatenato una polemica affermando che di fronte a una donna “affascinante”, ma potenzialmente infedele, consiglierebbe di sposarne un’altra “meno appariscente” e con “la gonna più lunga”, perché sarebbe “una madre di famiglia migliore” e garantirebbe “la stabilità della casa”. 
È probabile che né Tajani, 73 anni, né Lorena Isceri, 45, né Federico Vella, 36, abbiano mai ricevuto alcun tipo di educazione sessuo-affettiva a scuola. 

Nonostante la sinistra abbia presentato negli anni tante proposte di legge, l’Italia non l’ha mai trasformata in una materia obbligatoria. 
Fino allo scorso anno scolastico molte scuole la offrivano (non ci sono dati ufficiali), ma secondo un rapporto di Save the children solo il 47 per cento degli studenti l’ha ricevuta. 
“Dipendeva dall’interesse del singolo istituto nel promuoverla, dalla disponibilità di fondi e di specialisti. Nell’ultimo decennio le scuole si sono impegnate perché il tema dei femminicidi è entrato nel dibattito pubblico e preoccupa anche gli studenti”, spiega la psicoterapeuta Marta Giuliani, esperta di educazione sessuo-affettiva e segretaria nazionale dell’associa zione AltraPsicologia. 
“Oggi bambini e ragazzi sono esposti a un bombardamento continuo d’informazioni e sono fragili, hanno bisogno di strumenti per elaborarle, che si tratti di pornografia, molestie o della gestione della propria immagine sui social. Senza questo tipo di educazione, li abbandoniamo a loro stessi. 
E abbandoniamo anche famiglie e insegnanti, che si trovano disarmati di fronte a ciò che i ragazzi vedono nella loro quotidianità”, aggiunge Giuliani. 

Il ruolo della cultura 

Lei è una delle oltre 576.000 persone che hanno firmato la petizione popolare “Sì educazione affettiva nelle scuole” per organizzare un referendum con cui abrogare la cosiddetta legge Valditara. 
Le firme sono state depositate lo scorso 10 settembre.

Da quest’anno la norma vieta l’educazione sessuale nelle scuole dell’infanzia e alle primarie. 
E mette così tanti ostacoli alle scuole secondarie che, di fatto, sarà molto difficile insegnarla, perché numerosi isti tuti non riusciranno a sostenere i costi economici e burocratici, tra cui il consenso scritto di ogni famiglia, la visione preventiva dei materiali e l’obbligo di istituire corsi alternativi. 

“La legge va benissimo come l’abbiamo concepita perché difende la libertà educativa dei genitori”, ha affermato il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara, che nel proporla aveva sottolineato la necessità di tutelare i bambini e le bambine dalla “propaganda gender”, trasformando così l’educazione sessuale in una questione ideologica. 

La petizione per il referendum è partita da un gruppo di insegnanti, studenti, psicologi e attivisti come Fabrizio Marrazzo, portavoce del partito Gay Lgbt+ e consulente per i contenuti didattici sull’inclusione e sulle differenze. 
“La rapidità con cui abbiamo raccolto le firme ci dice che questo tema preoccupa gli italiani”, spiega Marrazzo. 

Anche le Nazioni Unite e l’Unione Europea raccomandano l’educazione sessuo-affettiva obbligatoria per combattere la violenza di genere. 

Nel 2025 il Consiglio d’Europa aveva richiamato l’Italia perché era uno dei sette stati europei a non aver fatto ancora questo passo. 
Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni politiche, in un paese in cui nel 2025 ci sono stati 97 femminicidi e dove dall’inizio del 2026 se ne contano già 56. 

Il paese, governato da una coalizione di estrema destra guidata da Giorgia Meloni, è in ritardo in tutti gli indici internazionali sulla parità: è all’83º posto su 146 nel Global gender gap report 2026 ed è in fondo anche su scala europea. 
Inoltre in Italia la misoginia figura al primo posto nella Mappa dell’intolleranza online del 2025. 

Perché un paese che negli anni settanta è stato all’avanguardia approvando la legge sul divorzio e sull’aborto è in ritardo rispetto al resto d’Europa in termini di uguaglianza? 
“Perché il patriarcato non vive solo nelle leggi, ma anche nella quotidianità, nel lavoro di cura di bambini e anziani, che ricade principalmente sulle donne. 
Vive negli stereotipi, nelle differenze economiche, nella difficoltà di conciliare maternità e lavoro. 
E vive nel linguaggio usato per definire l’amore. La gelosia non è amore. Il controllo non è protezione. Il possesso non è affetto”, spiega Stefania Ascari, del Movimento 5 stelle, promotrice di una proposta del 2021 che, come molte altre, non è mai stata convertita in legge. Poneva l’accento sull’educazione sessuo-affettiva fin dalla prima infanzia. 
Ascari aggiunge: “È fondamentale insegnare fin da piccoli ai bambini e alle bambine a dare un nome alla rabbia, alla paura, alla gelosia, alla frustrazione e imparare che un no è un no”. 

Un dato pubblicato a settembre 2026 conferma questa necessità: secondo l’Istat, il 15% delle italiane (tre milioni di persone) ha subìto aggressioni sessuali prima dei sedici anni, spesso all’interno della famiglia. 
Anche gli studenti sono contrari alla legge Valditara. “L’educazione che chiediamo non serve solo a cambiare le dinamiche patriarcali nei rapporti sessuali tra uomo e donna, ma nella vita in generale”, spiega Sophie Volpato, vent’anni, del sindacato Rete degli studenti medi. “Tra noi le differenze sono ancora un problema, e questo non si risolverà con i divieti”.
Sara Ferrari, insegnante, deputata del Partito Democratico e attuale responsabile della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere, afferma che si è persa un’occasione perché, pur avendo per la prima volta una donna alla guida del governo, non sono stati fatti passi avanti. 
Il governo “non ha introdotto strumenti per superare le disparità salariali, non ha approvato il salario minimo e non è intervenuto sulla povertà delle fasce sociali più deboli, tra cui ci sono fondamentalmente le donne. 
E ora stiamo discutendo in parlamento una nuova legge elettorale che elimina le quote di genere nelle liste elettorali”, spiega Ferrari. 

Dopo la morte di Giulia Cecchettin, Meloni ha approvato una norma che introduce il femminicidio nel codice penale, ma “quello che conta non è la repressione, è la prevenzione, e il successo di questa richiesta di referendum dimostra che i cittadini lo capiscono e sono più avanti della politica”, spiega Valeria Valente, senatrice del PD. 
L’assassino di Cecchettin, Filippo Turetta, è stato condannato all’ergastolo nel 2025. 
La famiglia della ragazza ha costituito una fondazione per promuovere il cambiamento a partire dalle scuole. Oggi suo padre è una delle voci più rispettate sull’argomento. È anche autore del libro Cara Giulia (Rizzoli 2024), una lunga lettera alla figlia alla quale si è ispirata la regista Paola Randi per dirigere "Se domani non torno", titolo ripreso dalla poesia femminista di Cristina Torres-Cáceres.

 “La cultura deve prendere posizione perché facciamo parte della società civile e dobbiamo contribuire al cambiamento. È importante il ruolo delle registe come narratrici, perché presentiamo altre realtà possibili”, spiega Randi. 
Il suo film uscirà a novembre e sarà proiettato anche nelle scuole, come era già accaduto nel 2023 con il campione d’incassi "C’è ancora domani", di Paola Cortellesi, un’altra regista che ha offerto uno sguardo sulla violenza di genere assente dagli schermi per decenni e che ha contribuito al dibattito che continua ad agitare il paese.

LIBRO: "Terra e sterminio. Dall'antisemitismo al nazionalismo ebraico" di Claudio Gatti

 

Pure con i nazisti. 
Ottant'anni prima del 7 ottobre 2023, una fazione della destra sionista ha tentato di stringere un'alleanza con la Germania di Hitler, convinta che perfino il più implacabile dei nemici potesse servire da leva per conquistare uno Stato ebraico, avendo la meglio sugli inglesi del Mandato britannico. 

Anche un regime votato alla tua distruzione può essere utilizzato per i tuoi fini strategici. 
È ciò che è successo tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il leader di Hamas Yahya Sinwar, la cui convergenza di interessi, per anni, è ormai documentata da un fitto e robusto giro di finanziamenti provenienti dal Qatar, di cui Claudio Gatti racconta in un capitolo dedicato. 
Nell'affollato panorama editoriale sul tema, questo è un libro di storia essenziale e illuminante; è un reportage investigativo, tutto costruito su fonti primarie; 
è un testo che contiene anche una dimensione fortemente personale: parlando di antisemitismo, nel capitolo sull'Olocausto il libro ricostruisce il massacro della comunità ebraica di Kolno, in Polonia, alla quale apparteneva la suocera dell'autore; è un documento che porta il lettore a confrontarsi con i meccanismi ricorrenti della violenza etnico-religiosa e coloniale 
«la storia offre parallelismi altrettanto scomodi. 
Mentre erano oppressi dalla Gran Bretagna anglicana, i puritani inglesi esaltavano il rigore morale, sognando una società fondata su principi biblici. 
E, perseguitati dalla Francia cattolica, gli ugonotti celebravano una forma più pura di fede cristiana basata su un rapporto personale e diretto con Dio. 
Ma una volta sbarcati in America, divennero mercanti di schiavi e sterminatori di indigeni».

Dall'antisemitismo che ha travolto l'Europa per secoli fino allo sterminio di massa dell'Olocausto, dalla nascita del movimento sionista fino alla devastazione della guerra a Gaza. 
Una narrazione appassionata, precisa e rigorosa, che offre una fotografia nitida del conflitto che sta devastando il Medio Oriente.

martedì, ottobre 06, 2026

LIBRO: "Crescere, la guerra" di Francesca Mannocchi



Questo libro interroga la poesia nel suo punto più esposto: là dove la lingua non basta più, ma non può tacere. Ne nasce una scrittura che attraversa la guerra non tanto come evento, bensì come condizione del corpo, della memoria. 
Dalla Siria all'Afghanistan, dalla Palestina ai campi profughi, ciò che emerge non è una cronaca, ma un'etica dello sguardo: le voci delle vittime che parlano in queste pagine non chiedono rappresentazione né compassione, chiedono esattezza. 
Ogni parola è chiamata a misurarsi con ciò che resta quando la casa è perduta, il nome incrinato, il volto reso invisibile. E la memoria non è nostalgia né archivio, ma forza che obbliga a resistere. 
La poesia diventa allora soglia: il luogo in cui il dolore non viene spiegato, ma custodito; non redento, ma assunto come responsabilità. E scrivere significa non mentire, fare spazio all'altro, accettando che la ferita sia parte della forma. 

Francesca Mannocchi intreccia voci e testimonianze raccolte dalle guerre di cui è stata testimone, e affida alla poesia un compito necessario e scomodo: tenere aperta la domanda sull'umano, quando indifferenza o facili semplificazioni tendono a ignorarla. 
Qui la poesia non consola, non assolve, ma chiede al lettore di fare un passo avanti, di prendere posizione, di sostenere lo sguardo dell'altro. Perché ciò che ferisce è ciò che ci mantiene desti.

lunedì, ottobre 05, 2026

"UN SUDARIO PER GAZA, NON DIMENTICARE UN SOLO NOME" 11 ottobre ore 10.30 - Paderno Dugnano - Iniziativa del Coordinamento per la Pace.


Anche l'Associazione RESTARE UMANI partecipa al primo appuntamento pubblico del Coordinamento per la Pace 

UN SUDARIO per GAZA – Non dimenticare un solo nome

domenica 11 ottobre, alle 10.30, nella piazza del mercato di Dugnano

Un momento di silenzio e letture di poesie attorno al telo con i nomi di 18.457 bambini uccisi a Gaza.
Il lenzuolo, noto anche come "Il sudario per Gaza" , è stato realizzato dal collettivo Carnia per la Pace per denunciare la crisi umanitaria e ricordare le giovani vittime palestinesi. carnia_per_la_pace

Già esposto in diverse città italiane, tra cui Milano, dove è stato srotolato in Piazza Duomo lo scorso giugno, a Dugnano diventerà l'occasione per un momento di raccoglimento condiviso.

L'iniziativa nasce all'interno del percorso avviato dal Comune lo scorso aprile con l'adesione a "Mayors for Peace", la rete internazionale delle città impegnate per la cultura della pace e l'abolizione delle armi nucleari.

Da quell'adesione, e dalla richiesta diretta di numerose realtà del territorio, il 10 settembre è nato a Paderno il Coordinamento per la Pace, un tavolo che ha l'obiettivo di mettere in dialogo le diverse realtà e associazioni locali attorno ai temi della pace, coordinare e realizzare attività e iniziative di promozione della cultura della pace in città.

LIBRO: "La segreta cura" di Raffaella Romagnolo

 

Con coraggio e determinazione, con lo sguardo lucido e partecipe della scrittrice e una prosa sorvegliata e diretta, Raffaella Romagnolo affida a queste pagine un racconto personale impervio, affrontandolo con il contegno di chi sa tenere gli occhi sulla porzione di sentiero davanti a sé, prima che sulla cima.
«Non avevo mai pensato tanto in vita mia a cosa succedeva sotto la mia pelle.» 
Che quella allo specchio fosse un'immagine ingannevole, che sotto la pelle fossero in atto processi misteriosi e ineluttabili, Raffaella Romagnolo lo ha scoperto a ventisette anni. 
E ci sono voluti quasi tre decenni dalla diagnosi di sclerosi multipla perché decidesse di raccontare ciò che a lungo è rimasto chiuso in un faldone di cartoncino rosso, l'archivio personale della sua storia clinica. 
All'inizio, la malattia convive con l'amore per la montagna e obiettivi ambiziosi: l'alta quota, la vetta, il monte Rosa, il Bianco. Il tentativo è ricalibrare le sfide a partire dai limiti di un corpo giovane e apparentemente sano, che di quei limiti grida tutta l'angustia. 
Ma, insieme alle difficoltà, comincia a manifestarsi anche la scrittura, che si nutre di ogni esperienza e diventa lo strumento per provare a stanare ciò a cui è arduo dare un nome. 
Come per la stesura di un buon romanzo, i dati di realtà diventano allora puntello e carburante: con grinta, metodo e disciplina, l'autrice riesamina i primi consulti medici, i referti, le prescrizioni con i loro pesanti effetti collaterali, il lento percorso di consapevolezza. 
Fino ad accettare che convivere con una malattia cronica significa modificare il proprio sguardo su se stessi e sul mondo. 
Ma comporta anche essere visti con occhi diversi. Qualche volta con paura, spesso con curiosità e comprensione: la fragilità, che è di tutti gli umani, non lascia indifferenti.

domenica, ottobre 04, 2026

EDUCAZIONE CIVICA: Il Cittadino

da "Il Corriere della Sera" di Luciano Violante

Pensiero liberale, pensiero repubblicano e Costituzione

Quando si parla di Costituzione, in genere si fa riferimento all'intreccio di tre culture politiche: la cultura cattolica, la cultura liberale, la cultura socialista. In realtà c'è un'altra composizione - a mio avviso più importante - che qualche volta sfugge: è tra il pensiero liberale e il pensiero repubblicano, due pensieri molto diversi.
Il pensiero liberale - detto semplicemente-, è libertà da: libertà dallo Stato, libertà dal pubblico, libertà degli altri e così via.
Il pensiero repubblicano è libertà di: libertà di agire, libertà di fare e così via. Ora il concetto di repubblica e repubblicano è un concetto antichissimo. Risale a Cicerone, che nel De Repubblica, (sei libri), scrisse una cosa molto importante ovvero: «La Repubblica che cosa comporta?»
Per Cicerone la res è la cosa (la cosa è lo Stato): non vi sfuggirà il rapporto che passa fra res-Stato e rex-il re che hanno la stessa radice. Cicerone dice che la «Repubblica è la cosa del popolo e popolo non è ogni unione di uomini raggruppato a caso come un gregge, ma l'unione di una moltitudine stretta in una società dal comune sentimento del diritto e dalla condivisione dell'utile collettivo».
Non è gente che sta insieme: è gente che sta insieme perché ha delle idee in comune, dei valori comuni. E la res publica è lo Stato che appartiene al pubblico contrapposto - questo lo diceva Cornelio Nepote, un altro grandissimo personaggio della Roma antica -, allo Stato delle gentes: le gentes sono gli aristocratici, i padroni. Cicerone dice che la res deve essere pubblica e pubblica è del popolo.

La res pubblica cosa comporta? 

Se tu appartieni al popolo, sei un libero (Cicerone non si riferiva agli schiavi ma agli uomini liberi), hai il dovere di partecipare e devi esercitare le tue virtù civili, cioè un complesso di scelte orientato al bene della comunità. Questo concetto di fare scelte orientate al bene della comunità, è entrato di sana pianta nella nostra Costituzione. 

I diritti e i doveri

Ci sono alcuni articoli della Costituzione che sono particolarmente significativi da questo punto di vista, cioè del cittadino che non è indifferente. 
Il cittadino non è quello certificato ma è quello che partecipa, è quello che si impegna. 
L'articolo quattro dice questo: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».
Cioè il cittadino non sta chiuso in casa, il cittadino si impegna e ha il dovere di fare quello che può sulla base delle sue possibilità per concorrere al benessere della società. È quello che dice Cicerone. 
C'è un'altra cosa molto importante nell'articolo due. Dopo aver riconosciuto i diritti, dice un'altra cosa: «La Repubblica richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Non solo l’esercizio dei diritti, ma anche adempimento dei doveri.

Di doveri non parla quasi nessuno. Eppure, i doveri sono essenziali, perché soltanto in una società che rispetta i doveri, nascono i diritti. 
Perché se nessuno rispetta i doveri vi assicuro che i diritti non ci sono: perché ad ogni diritto di qualcuno corrisponde il dovere di qualcun altro.

Questo dato del cittadino che ha il dovere di contribuire al benessere del Paese è un concetto tipicamente repubblicano. 
Non è l'unico. 
C’è un altro concetto che è nell'articolo 54 e dice che «tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica», cioè fedeli ai valori della Repubblica. 
E poi dice «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». 
Che vuol dire disciplina ed onore?
Disciplina vuol dire osservare i buoni comportamenti, le regole, le leggi e così via. 
E onore vuol dire che il cittadino che si rivolge a te, che eserciti pubbliche funzioni, abbia stima di te, ti onori. 
Questo vale per chiunque esercita funzioni pubbliche: dal parlamentare, dal presidente Repubblica sino al cittadino meno impegnato nella vita pubblica.

I doveri di chi esercita funzioni pubbliche e dei cittadini comuni

Questi due dati - il cittadino comune deve partecipare allo sviluppo del Paese e il cittadino che riveste funzioni pubbliche deve esercitarle con disciplina e onore - dono due concetti fondamentali.

Ora uno può chiedere ma in pratica a che cosa sono serviti? 
Sono stati concetti fondamentali in momenti drammatici della nostra Repubblica.
Noi abbiamo avuto stragi, abbiamo avuto due terrorismi, tre tentativi di colpi di Stato, centinaia di morti: nessun altro paese civile ha avuto quello che abbiamo avuto noi. 
Ma noi siamo usciti. bene, vincendo.
E sapete come ne siamo usciti? 
Perché ci sono stati migliaia di cittadini che hanno fatto il possibile per far andare avanti il Paese e ci sono state migliaia di funzionari pubblici, di uomini politici, di donne che sono impegnati nella vita pubblica, che hanno fatto il loro dovere. 

Pensate solo a quando sono stati uccisi 29 magistrati: ad ogni magistrato ucciso ne è corrisposto un altro che ha preso il suo posto.
Ma la cosa ancora più importante: per ogni ragazzo o ragazza della scorta delle forze dell'ordine che è stato ucciso, altri hanno preso il loro posto. 
Questo vuol dire esercitare con onore le proprie funzioni pubbliche e avere disciplina: avere una coscienza che rispetta le regole, rispetta i ruoli. 
Noi abbiamo vinto queste battaglie, abbia avuto successi molto importanti nei confronti della mafia quando è successa queta stessa cosa. 
Ad ogni giornalista ucciso (undici giornalisti sono stati uccisi in Italia), altri hanno preso solo posto per fare quel lavoro.

Essere cittadino non è un certificato: 

è una qualità che bisogna guadagnarsi anche attraverso i contributi che si possono dare allo sviluppo della società. E quando si esercitano funzioni pubbliche, vanno esercitate in modo tale da essere rispettati e fare in modo che le istituzioni nelle quali si opera ricevino onore dai cittadini comuni.


sabato, ottobre 03, 2026

LIBRO: "A quattro zampe" di Miranda July

 

Romanzo

"A quattro zampe" è la storia di una donna in piena crisi di mezza età che, stanca del rapporto ormai spento con il marito, parte per un coast to coast che diventa un’occasione per guardare in faccia le sue fantasie più nascoste e i desideri soffocati da tempo. 

In un crescendo di eventi assurdi e dissacranti, la protagonista si tuffa in un vortice di storie di amore/sesso e scopre la libertà. Ed è una libertà portata agli estremi, nutrita da un immaginario sconfinato, tenero ed esilarante, tipico di Miranda July. 

Il risultato è un viaggio nella mente di una donna che potrebbe essere tutte le donne, se avessero il coraggio di dar voce alla propria emancipazione sessuale e di pensiero. 

Ed è un viaggio che, se da un lato fa ridere fino alle lacrime, dall’altro tocca il cuore del lettore affrontando da una prospettiva originalissima temi come la crisi matrimoniale, il rapporto con i figli, il tradimento, la menopausa e l’umano, umanissimo desiderio di sentirsi liberi e amati.

Perché il film "Naza" spaventa Israele - The Guardian, Regno Unito

GAZA: immaginidi di Google map - Rafah, quartiere Tal as-Sultan 2023-2026

da " l'Internazionale" del 2 Ottobre 2026

In Israele politici, leader militari e gran parte dei mezzi di informazione cercano di screditare un documentario che quasi nessuno di loro ha vi sto. 
Naza analizza il sistema di intelligenza artificiale usato dall’esercito israeliano per selezionare i bersagli nei bombardamenti su Gaza. 
Si basa sulle interviste a 24 fonti anonime. 
I leader israeliani hanno bollato il film come una “storia inventata” che diffama il paese. 
I registi Yuval Abraham e Rachel Szor rischiano di essere privati della cittadinanza per tradimento. 
È assurdo. 
Naza mostra in che modo la di stanza burocratica e la routine possono trasformare la violenza estrema in un lavoro ordinario. 
Una democrazia che riconosce il valore della vita come minimo avvierebbe un’indagine. 
Le testimonianze vengono da persone in terne alle forze armate. 
Quello che le ha spinte a parlare non sembra essere il rimorso, anzi alcune sono orgogliose di ciò che hanno fatto. 
Di base spiegano che l’esercito considera come un prezzo accettabile fare un gran numero di vittime palestinesi per uccidere un singolo esponente di Hamas. 

Naza non parla solo di morte e distruzione, ma anche di chi le rende possibili: israeliani gentili e istruiti della classe media progressista. 

Il sistema che hanno costruito li avvertiva che donne e bambini sarebbero morti in massa. 
Eppure si sono detti che la responsabilità era di altri. 
La moralità è svanita da qualche parte ai vertici della catena di comando. 
I politici israeliani sostengono che la condotta dell’esercito non può sottostare a una valutazione indipendente, cosa difficilmente compatibile con il rispetto dello stato di diritto. 

Il film si basa su rivelazioni già pubblicate dal sito israelo-palestinese +972 Magazine, dalla sua versione in ebraico Local Call e dal Guardian tra il 2023 e il 2025. 

E c’è un risvolto inquietante: l’intelligence israeliana potrebbe avviare un’in chiesta sulla fuga di notizie. 
Usando l’esercito contro i registi del documentario, Israele vuole punirli in modo esemplare. 
Il Committee to protect journalists e altre organizzazioni per la libertà di stampa hanno chiesto a Israele di proteggere giornalisti e registi. 
Ma il premier Benjamin Netanyahu ha minacciato di revocare la cittadinanza a chiunque diffonda “calunnie” sui soldati israeliani. 
Invece di indagare sui presunti crimini, vuole punire chi li denuncia. 
I leader israeliani dovrebbero proteggere quelli che vigilano sul potere, non scatenargli contro le folle.


NdR: 
"La responsabilità era di altri...hanno solo eseguito dei comandi..." 
Sembrano frasi molto simili alle giustificazioni dei soldati tedeschi che uccidevano ebrei nei lager e nei campi di concentramento...

Ricordo che il film NAZA è in programmazione il 2, 3, 4 e 7 Ottobre al Cinema Metropolis di Paderno Dugnano 

venerdì, ottobre 02, 2026

ITALIA, la «Repubblica dell’assistenza», vive con 200 miliardi di bonus: la metà degli italiani chiede sussidi

 

da "Il Corriere della Sera del 28 Settembre di Alberto Brambilla

Trenta milioni di cittadini nel 2025 hanno chiesto un qualche sussidio. Salari bassi? Sì, ma la pioggia di agevolazioni non fa crescere l’efficienza e il lavoro. 

Se per caso in Italia non avessimo più la presenza di extracomunitari, di colpo la stragrande maggioranza di bar, ristoranti, pizzerie, hotel si troverebbe con un personale insufficiente e quindi dovrebbe ridurre l’attività o anche chiuderla. 

Peggio andrebbe ai servizi alla persona, assistenti familiari e badanti: l’80% dei nostri vecchietti resterebbe probabilmente senza assistenza. 
Drammatico sarebbe per le consegne a domicilio di merci e soprattutto di cibo e bevande e per l’agricoltura; praticamente settori che si azzererebbero (altro che insalata a buon prezzo). 
E si fermerebbe tutto, nonostante una abbondanza di manodopera italiana che però probabilmente non ha bisogno di lavorare perché mantenuta dallo Stato. 
Per non parlare delle aziende con particolare riferimento a quelle edili. Avremmo un’Italia che rallenterebbe di colpo con gravi ripercussioni sul funzionamento sociale e sull’economia. 

Infatti, degli oltre 37 milioni di italiani in età da lavoro, pur avendo toccato in questi ultimi due anni il record di occupati, lavorano regolarmente solo 24,3 milioni e di questi oltre mezzo milione sono in cassa integrazione o Naspi, quindi di nuovo a nostro carico e con i contributi e sussidi pagati dallo Stato.

Occupazione in fondo alle classifiche

Siamo ultimi in tutte le classifiche Eurostat e Ocse: secondo i dati Eurostat 2024 (il 2025 non si discosta molto) per l’occupazione complessiva siamo al 62,2% contro una media europea del 70,8% e con i nostri competitor principali, Germania, Paesi del Nord Europa e scandinavi che vanno tra il 75 e l’80%. 

Insomma, nonostante il record siamo battuti da tutti, Grecia e Cipro compresi. 

Peggio va per l’occupazione femminile: qui siamo sotto di 13 punti percentuali sulla media e 19% sul Nord Europa. 

Per quanto riguarda le persone tra i 55 e i 64 anni, nonostante tutte le riforme delle pensioni solo 59 italiani su 100 lavorano; nei citati Paesi quelli che lavorano sono tra il 70 e il 77%; una bella differenza altro che riforme lacrime e sangue e proclami bellicosi dei partiti che vorrebbero congelare l’adeguamento delle età pensionabili all’aspettativa di vita distruggendo così il sistema pensionistico per le future generazioni. 

Ancor peggio i giovani tra i 15 e i 24 anni con un tasso di occupati pari al 19,7% (ogni 100 giovani ne lavorano meno di 20) contro una media europea del 35% e i citati Paesi del Centro-Nord Europa tra il 43% della Svezia e il 76% dei Paesi Bassi (capite perché i nostri giovani vanno lì!).

Sono pochi quelli che lavorano ma in compenso i Neet cioè i giovani che non studiano e non lavorano nel 2025 superano i 2 milioni; sono il 15,2% nella fascia d’età 15-24 anni contro una media UE del 9%, un valore che ci colloca al secondo posto nella UE dopo la Romania.
Nella fascia d’età più ampia tra i 15-29 anni, nonostante una riduzione, il nostro Paese è quart’ultimo in Europa dopo la Romania (19,2%), la Bulgaria (13,8%) e la Grecia (13,6%) con un aumento del fenomeno dai 20 anni in poi.

Il sentimento comune italico, sempre pronto a rivendicare diritti e muto quando si tratta di doveri, giustifica il tutto con il fatto che agli italiani questi lavori nei servizi, in agricoltura e in fabbrica, proprio non piacciono.

Qualcuno potrebbe azzardare che i nostri giovani sono molto acculturati, hanno un ottimo titolo di studio, sono preparati e quindi come si fa a mandarli in cantiere o a fare il cameriere. 

Peccato che anche questo sia sbagliato; siamo penultimi per il possesso di un titolo di studio terziario; ultimi per materie Stem. Per non dire dei risultati delle prove Invalsi in matematica e italiano. 

Altri potrebbero dire che i salari bassi non incentivano; certo se i contratti si rinnovano male e in ritardo, si tollera il lavoro nero (Istat parla di oltre 3 milioni di irregolari), se si continua a far venire stranieri perché lavorano molto e costano poco, i salari medi non crescono. 

Ma anche fosse così, cioè mi pagano poco, se non avessi di che vivere farei qualsiasi lavoro, anche il doppio lavoro come i nonni e i padri che hanno fatto grande l’Italia; studierei di sera come le generazioni del dopoguerra per poter guadagnare di giorno.

E perché non si fa? 

Perché c’è una eccessiva assistenza: tra Stato ed Enti locali nel 2025 sono stati «distribuiti» esentasse circa 180 miliardi oltre a 22 di ulteriori sgravi fiscali; 

Nel 2025, su 58,9 milioni di italiani ben 30 milioni hanno fatto domanda di bonus, sussidi ecc. attraverso l’Isee. 

E poi ci sono troppe casse integrazioni che durano anni e la Naspi che ti consente di fare un anno pagato senza lavorare ogni due anni di lavoro e anche meno considerando l’ADI e altri sussidi. 

Ciò nonostante, i partiti politici continuano a chiedere più immigrati, più sgravi fiscali e più prestazioni gratis. 

Ma quanti sono gli stranieri in Italia? 

L’Istat ci dice da anni che sono 5,6 milioni ma si dimentica di dire che oltre 2,2 milioni hanno ottenuto la cittadinanza in questi ultimi 13 anni (ma restano pur sempre stranieri) e che gli irregolari sono oltre 600 mila (altre stime arrivano a 800 mila); 

quindi siamo a 8,4 milioni cioè il 14,2% della popolazione altro che 9%. 

Quanto alle promesse fiscali ci si dimentica che il 70% degli italiani paga solo il 20% delle tasse mentre l’80% è sul gobbo del 30% di cui il 18% dei dichiaranti redditi da 35 mila euro in su, paga oltre il 64%. 

Continuiamo ad aver bisogno di immigrati che pure costano e paghiamo gli italiani per stare in salotto? 

Cosa aspettano i politici a dirci queste verità?

giovedì, ottobre 01, 2026

LIBRO: "Israele e Palestina in 10 mappe" di Laura Canali

 

In Medio Oriente nulla è come sembra. 
È una regione stratificata, nella geografia ma anche nella società civile e nei rapporti di potere.
Esaminare il conflitto israelo-palestinese da un punto di vista geopolitico significa innanzitutto capire le articolazioni del territorio, indagarne i confini e considerare la complessità geologica: solo così è possibile inquadrare le cause e gli effetti di una guerra devastante. 
Strutturandosi su più livelli, le mappe progettate da Laura Canali ricostruiscono la storia e le dinamiche del conflitto a partire dallo spazio che occupa, focalizzandone attori e sviluppi: 
  • il Medio Oriente, da sempre preda degli appetiti delle grandi potenze, e 
  • il Mediterraneo orientale, con le sue linee d’acqua contese e i giacimenti strategici; 
  • la rete delle fonti idriche di Israele e il suo programma difensivo; 
  • i territori palestinesi di Cisgiordania e Striscia di Gaza, aree tra le più complesse al mondo, e
  • Gerusalemme, città santa e scissa, imbrigliata tra recinzioni e cemento; 
  • i campi profughi palestinesi e l’attacco sferrato da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, che ha aperto una frattura geopolitica di cui possiamo solo iniziare a intuire le conseguenze. 
Destreggiandosi tra linee di confine e «zone di fuoco», l’autrice scava tra le pieghe degli atlanti per guardare il potere dritto negli occhi, senza margini per distrazioni o abbagli. 
Se questa guerra sembra essere stata raccontata con ogni mezzo possibile, Canali ci mostra che la cartografia è il linguaggio che più di tutti permette di visualizzare – e quindi comprendere – le atrocità di una lotta armata che da troppo tempo coinvolge palestinesi e israeliani, e il mondo intero