mercoledì, maggio 27, 2026

LIBRO: "La penisola contromano. Viaggio sentimentale nell'Italia che non ti aspetti" di Mario Tozzi


Imboccare strade alternative, spesso nascoste, preferire i sentieri poco battuti che raramente trovano spazio nelle guide e nell'inventario dei paesaggi da cartolina: uscire dagli schemi, ai tempi dell'overturism, non è cosa da tutti, richiede una certa dose di curiosità e spirito d'avventura. 

E città come Venezia o Firenze pongono sfide ancora maggiori al viaggiatore consapevole che intende volgere lo sguardo verso il non banale, scontato o instagrammabile. 
Per individuare lo splendore nell'autenticità che esiste e resiste anche nelle mete prese d'assalto.

martedì, maggio 26, 2026

Le addestratrici dell’IA nell’India rurale


da L'Internazionale dell'8 maggio 2026 di Anuj Behal, The Guardian, Regno Unito

Grazie alla diffusione di internet nel paese, migliaia di donne lavorano da casa passando ore a insegnare agli algoritmi come riconoscere immagini pornografiche o violente.

Sulla veranda di casa, con il portatile appoggiato su una mensola di fango, Monsumi Murmu, 26 anni, lavora da uno dei pochi punti in cui c’è connessione. Dall’interno arrivano i suoni familiari della vita domestica: il rumore delle stoviglie, passi, voci. 

Sul suo schermo si svolge una scena molto diversa: una donna viene immobilizzata da un gruppo di uomini, la telecamera trema, si sentono urla e il suo respiro. Il video è così sconvolgente che Murmu lo accelera, ma il suo lavoro le impone di guardarlo fino alla fine. Lavora come moderatrice di contenuti per una multinazionale tecnologica e si collega dal suo villaggio nello stato indiano del Jharkhand. 

Il suo compito è classificare immagini, video e testi che sono stati segnalati dai sistemi automatizzati come possibili violazioni delle regole della piattaforma. In una tipica giornata di lavoro vede fino a ottocento video e immagini, prendendo decisioni che servono ad addestrare gli algoritmi a riconoscere violenze, abusi e danni. 

Questo lavoro è al cuore dei recenti progressi dell’apprendimento automatico, basati sul principio che l’IA è valida solo quanto i dati con cui viene addestrata e in India è svolto sempre più da donne, una manodopera spesso definita “fantasma”.

“I primi mesi non riuscivo a dormire”, racconta Murmu. “Chiudevo gli occhi e continuavo a vedere la schermata che si caricava”. Le immagini la perseguitavano nei sogni: incidenti mortali, la perdita di familiari, violenze sessuali che non poteva fermare e a cui non poteva sottrarsi. 

In quelle notti, dice, sua madre si svegliava e si sedeva accanto a lei. Ora le immagini non la sconvolgono più. “Alla fine ti senti vuota”. Ogni tanto gli incubi tornano. “È allora che capisci che il lavoro ti ha cambiata”.

Secondo gli esperti questo intorpidimento emotivo – seguito da un impatto psicologico ritardato – è una caratteristica specifica di chi fa il moderatore di contenuti

“In termini di rischio”, dice Milagros Miceli, sociologa a capo della Data workers’ inquiry, un progetto che indaga il ruolo dei lavoratori nell’IA, “la moderazione dei contenuti rientra nella categoria dei lavori pericolosi, paragonabile a qualsiasi mansione potenzialmente mortale”. Uno studio pubblicato a dicembre, che includeva gruppi di lavoratori in India, ha individuato lo stress traumatico come il rischio psicologico più rilevante. 

Già nel 2021 si stimava che circa 70.000 persone in India lavorassero nell’etichettatura dei dati, settore che secondo Nasscom (l’associazione indiana delle aziende informatiche) aveva un valore di mercato di circa 250 milioni di dollari. 

Il 60% circa dei ricavi proveniva dagli Stati Uniti e solo il 10% dall’India. Circa l’80% degli etichettatori e dei moderatori proviene da contesti rurali, semirurali o marginalizzati. Le aziende operano volutamente in città e centri più piccoli, dove affitti e costi del lavoro sono più bassi e dove un numero crescente di laureati è in cerca di un impiego. I miglioramenti alla rete hanno reso possibile collegare direttamente queste aree alle catene globali di produzione dell’IA senza dover trasferire i lavoratori nelle grandi città.

Danni sottovalutati

Le donne rappresentano almeno la metà della manodopera. Le aziende le considerano affidabili, attente ai dettagli e più propense ad accettare lavori da casa o contratti flessibili, che offrono una rara opportunità di avere una retribuzione senza dover emigrare.

Una buona parte di queste persone proviene dalle comunità dalit e adivasi (tribali). Per molte, qualsiasi forma di lavoro digitale rappresenta un passo in avanti: impieghi più puliti, regolari e meglio pagati rispetto a quelli nei campi o nelle miniere. Ma lavorare da casa, o vicino a casa, può anche rendere la posizione delle donne ancora più marginale. È quanto osserva Priyam Vadaliya, ricercatrice che si occupa di IA ed elaborazione dati: “La rispettabilità di questo lavoro e il fatto che arrivi direttamente a casa offrendo una rara fonte di reddito crea spesso una condizione di gratitudine”, spiega. “Questo può dissuadere le lavoratrici dal contestare il danno psicologico che provoca”.

Raina Singh aveva 24 anni quando ha cominciato a fare l’etichettatura dei dati. 
Neolaureata, avrebbe preferito insegnare, ma ha voluto assicurarsi uno stipendio mensile prima d’intraprendere quel percorso. Tornata a Bareilly, la sua città natale nello stato dell’Uttar Pradesh, ogni mattina si collegava dalla sua stanza, e lavorava per una società ingaggiata da piattaforme tecnologiche globali. La paga – circa 380 euro al mese – le sembrava adeguata. 
La descrizione del lavoro era vaga, ma le mansioni sembravano gestibili: all’inizio doveva esaminare brevi messaggi, segnalare spam, individuare linguaggi tipici delle truffe. “Apparentemente nulla di preoccupante”, racconta. “Solo noioso. Ma c’era anche qualcosa di stimolante. Mi sembrava di lavorare dietro l’IA. Per i miei amici, l’IA era solo ChatGpt. Io vedevo quello che la faceva funzionare”.

Dopo sei mesi, però, i compiti sono cambiati. Senza preavviso, Singh è stata spostata su un nuovo progetto legato a una piattaforma d’intrattenimento per adulti. Il suo compito era segnalare e rimuovere contenuti di abusi sessuali su minori. Il materiale era esplicito e incessante. Quando ha espresso le sue preoccupazioni al responsabile, lui le ha risposto: “È un lavoro quasi sacro, di fatto stai proteggendo i bambini”. 

Poco dopo il compito è cambiato di nuovo. Singh e il suo team dovevano classificare contenuti pornografici. “Non riesco nemmeno a quantificare il materiale che ho visto”, racconta. “Era un continuo, per ore”. Il lavoro ha avuto un impatto sulla sua vita personale. “L’idea del sesso ha cominciato a disgustarmi”, racconta. Si è allontanata dall’intimità e si sentiva sempre più distante dal suo partner.

Quando Singh si è lamentata, la risposta è stata diretta: “Il tuo contratto parla di etichettatura dei dati, è questa è etichettatura dei dati”. Ha lasciato il lavoro, ma a un anno di distanza dice che il pensiero del sesso le può ancora provocare nausea o un senso di dissociazione. 

Secondo Vadaliya, gli annunci raramente spiegano bene le mansioni. “Le persone sono assunte con definizioni ambigue, solo dopo aver firmato i contratti e cominciato la formazione capiscono in cosa consiste davvero il lavoro”.

Su internet le attività da remoto e part-time vengono promosse in modo aggressivo come opportunità di “guadagni facili” o “senza investimento”, e sono spinte tramite video su YouTube, post su LinkedIn, canali Telegram e tutorial di influencer che le presentano come un lavoro flessibile, poco qualificato e sicuro.

Abbiamo parlato con otto aziende in India che si occupano di etichettatura dei dati e moderazione dei contenuti. Solo due hanno dichiarato di offrire supporto psicologico ai dipendenti; le altre sostengono che il lavoro non sia così impegnativo da richiedere assistenza per la salute mentale. 

Vadaliya spiega che, anche quando ci sono forme di sostegno, è il singolo lavoratore a doverle cercare, addossandosi così il peso della cura. “Si ignora il fatto che molti lavoratori nel settore dei dati, soprattutto quelli provenienti da contesti lontani o marginalizzati, potrebbero non trovare nemmeno le parole per esprimere quello che stanno vivendo”, spiega. Aggiunge inoltre che il fatto che non ci sia un riconoscimento del danno psicologico nelle leggi sul lavoro in India lascia i lavoratori senza tutele.

Convivere con il disagio

Il peso psicologico è aggravato dall’isolamento. I moderatori di contenuti sono vincolati da rigidi accordi di riservatezza che gli impediscono di parlare del loro lavoro anche con familiari e amici, pena il licenziamento o azioni legali.

Murmu temeva che se la famiglia avesse saputo in cosa consisteva il suo lavoro, sarebbe stata costretta – come molte altre ragazze del suo villaggio – a lasciarlo e a sposarsi. Il suo contratto, che le garantisce 300 euro al mese, scadrà tra due mesi e lo spettro della disoccupazione le impedisce di parlare dei suoi problemi di salute mentale. “Trovare un altro lavoro mi preoccupa più del lavoro”, dice.

Nel frattempo ha trovato dei modi per convivere con il disagio. “Faccio lunghe passeggiate nella foresta. Mi siedo sotto il cielo aperto e cerco di percepire il silenzio intorno a me”. Certi giorni raccoglie pietre nei terreni vicino a casa o dipinge motivi geometrici tradizionali sui muri di casa. “Non so se serva a risolvere qualcosa”, dice Murmu. “Ma mi fa sentire un po’ meglio”


lunedì, maggio 25, 2026

LIBRO: "Il ritorno del Maestro" di Mauro Balestrazzi

 

L’11 maggio 1946 Arturo Toscanini diresse il concerto di riapertura del Teatro alla Scala, appena ricostruito dopo che i bombardamenti l’avevano parzialmente distrutto. 

Non fu soltanto un evento musicale, ma l’inizio di una nuova era per il Paese: una sorta di rito laico, celebrato dal vecchio maestro che tornava nel suo Paese dopo otto anni di esilio e dopo essere diventato, con la forza della sua bacchetta, un simbolo della lotta al nazifascismo e dell’affermazione della libertà dei popoli. 
Non si potrebbe tuttavia comprendere il vero significato di quella giornata senza ripercorrere la storia del nostro Paese a partire dalla nascita del fascismo. 

È quanto questo libro si propone di fare, dipingendo un grande affresco in cui musica e politica s’intrecciano nelle vicende che coinvolsero Toscanini, la Scala, il regime che spinse il maestro a lasciare l’Italia e le tragiche conseguenze dell’entrata in guerra.

domenica, maggio 24, 2026

Vuoi morire con le persone che ti stanno attorno o da solo?


da Il Corriere della Sera - Il Caffè di Gramellini - 8 Maggio

C’è una telefonata che non riesco a togliermi di dosso da quando l’ho letta sul Post, che a sua volta l’ha ripresa da un reportage dell’inviato in Libano del Los Angeles Times

A riceverla sul suo cellulare è stato un uomo di 62 anni, appena rientrato in casa. 
«Pronto, Ahmad?» ha detto una voce in arabo.
«Sì». 
«Sono un ufficiale dell’esercito israeliano. Vuoi morire con le persone che ti stanno attorno o da solo?». 
Ahmad, raccontano i familiari, è rimasto qualche secondo in silenzio, poi ha risposto: «Da solo». 
Si è alzato ed è uscito in strada incrociando la moglie, ma fingendo di non vederla: è salito in macchina e si è allontanato il più possibile.

Trenta secondi dopo, un drone ha centrato l’automobile, dissolvendola dentro una nuvola di fuoco come in un videogioco. 

Non sappiamo chi fosse e che cosa avesse fatto, questo Ahmad, che ruolo avesse in Hezbollah, e se ne avesse uno.

Sappiamo però che è esistito un tempo primitivo in cui i bersagli venivano eliminati senza preavviso da altri esseri umani che li guardavano negli occhi. 

Adesso ci siamo evoluti e gli uomini uccidono a distanza, affidando l’incombenza a una macchina. 

Loro si limitano a fare una telefonata alla vittima per annunciarle il suo destino e addossarle la responsabilità di trasformare la propria esecuzione in una strage. 

Ma forse sono troppo ottimista e anche la voce che ti chiede se preferisci morire da solo o in compagnia è quella di un computer.


NOTA di chi scrive su Restare Umani: La responsabilità però è sempre umana; chi decide della vita e della morte è umano, ora come in passato. 

E anche in passato chi decideva, spesso non era l'esecutore, ma lasciava il compito di guardare negli occhi a qualcun altro...

sabato, maggio 23, 2026

Troppa ricchezza rovina i norvegesi?

 

The Economist, Regno Unito

Con le entrate degli idrocarburi la Norvegia assicura ai suoi cittadini un enorme benessere, ma allo stesso tempo li rende meno attenti ai debiti, all’istruzione e al lavoro

Il tributo della Norvegia a Edvard Munch, il pittore più famoso della Scandinavia, è un imponente pezzo di alluminio riciclato e vetro di tredici piani edificato sul lungomare del porto di Oslo. Completato nel 2021 con un costo di 350 milioni di dollari, ha fatto ancora più impressione per il ritardo di un decennio e per lo sforamento del budget (ben duecento milioni). Svettante sulla fitta nebbia che copre il mare in un pomeriggio d’inverno, il museo racchiude in sé il paese che ha sborsato i soldi per costruirlo: sofisticato e talmente ricco da non badare affatto al denaro.

Il petrolio norvegese ha permesso di costruire un’economia invidiata da tutti gli altri paesi ricchi, per non parlare di quelli poveri. Il PIL pro capite è di 90.000 dollari, inferiore solo a quelli di città-stato, paradisi fiscali e della Svizzera. Oslo ha messo in piedi un fondo sovrano da 2.200 miliardi di dollari, cioè 400mila dollari per ognuno dei 5,6 milioni di norvegesi. 
I proventi sostengono uno dei sistemi di welfare più generosi del mondo.

Non tutti però sono felici di questa situazione. Nel 2025 il saggio di maggiore successo in Norvegia è stato "Landet somble for rikt" (Il paese che è diventato troppo ricco), un attacco al modello economico sferrato dall’economista Martin Bech Holte, che ha registrato un clima emergente: alle elezioni del settembre 2025 il partito Progresso, di centrodestra, secondo cui la Norvegia “risolve i problemi a colpi di soldi”, ha registrato la crescita maggiore. 
Il timore è che la ricchezza stia alterando il comportamento di tutti, dai politici agli impiegati fino agli studenti. 

Sicuri di ricevere aiuti generosi, pochi si preoccupano del futuro.
Con il boom delle entrate petrolifere e dei rendimenti degli investimenti, che nell’ultimo decennio hanno raddoppiato le dimensioni del fondo sovrano, i politici norvegesi sono diventati spendaccioni, scrive Bech Holte. 
Certo, il fondo sovrano investe solo all’estero per evitare di danneggiare il settore privato interno, ma i soldi che versa al governo di Oslo sono usati per colmare il deficit di bilancio. 
Nel 2008 il trasferimento ammontava a 36 miliardi di corone norvegesi (6,4 miliardi di dollari all’epoca), pari a meno del 5% della spesa pubblica; 
Nel 2025 è stato di 414 miliardi di corone (40 miliardi di dollari), cioè il 20% della spesa.

Le conseguenze sono perverse: i politici possono rinviare decisioni difficili e gli elettori non vedono perché mai dovrebbero moderare le richieste di ulteriori spese. 

Prendiamo il servizio sanitario, il principale capitolo di spesa del governo. I servizi medici in Norvegia costano in media il 30% in più rispetto all’Unione europea. Ma perché riformare gli ospedali quando puoi risolvere il problema mettendoci più soldi? 
La Danimarca, che ha una spesa pro capite più o meno simile a quella della Norvegia, ha ridotto i tempi di attesa per interventi di routine due volte più velocemente del suo vicino del nord.

Pochi legislatori si preoccupano di valutare i costi e i benefici delle loro proposte. 
Come nel caso del museo Munch, i lavori di ristrutturazione dell’edificio del parlamento a Oslo sono durati quattro anni invece di uno e sono costati sei volte di più rispetto al preventivo. 
Nel 2023 il governo ha incanalato 250 miliardi di corone norvegesi, pari alla metà delle entrate fiscali derivanti dal lavoro e dal capitale, verso aiuti esteri ed enti benefici nazionali. 
È un prezzo alto per guadagnare benevolenza all’estero e alleviare il senso di colpa per i danni al clima provocati dagli idrocarburi norvegesi.

Abbandono scolastico

I cittadini non sono meno spendaccioni dei loro rappresentanti. 
Il debito medio per famiglia è pari al 250% del reddito annuo, il più alto d’Europa. 
Quando puoi contare sul fatto che la ricchezza nazionale interverrà per salvarti, il bisogno di risparmiare per i tempi bui si fa meno pressante. 
E lo stesso vale per la necessità di generare un reddito. Quasi un norvegese su dieci, tra i 20 e i 30 anni è disoccupato (in Danimarca uno su venti). 

Il tasso di abbandono scolastico alle scuole superiori e all’università è tra i più alti d’Europa. 
Il sistema d’istruzione superiore è gratuito, oltre a offrire prestiti generosi per gli studenti. Ma in questo modo le persone sono incoraggiate a ritardare la laurea, passando da un corso all’altro e prolungando il periodo trascorso a scuola. 
Il risultato è una popolazione altamente istruita: più del 70% dei lavoratori non qualificati nel settore dei servizi (si pensi a baristi e operatori di call center) nati in Norvegia ha una laurea magistrale. 

Le persone d’origine straniera occupano centomila posti di ricerca nei settori scientifici, tecnologici e ingegneristici. Altri centomila posti dovranno essere coperti entro il 2030.
 
Intanto la banca centrale è riluttante ad alzare i tassi d’interesse di fronte agli elevati livelli d’indebitamento delle famiglie, il che ha indebolito la corona e scoraggiato gli investitori stranieri. 
La produttività dei lavoratori ha smesso di crescere. 
I salari reali cominciano a diminuire.
Si potrebbe sostenere che non c’è nessun problema finché il paese riesce a provvedere alla popolazione attuale e alle future generazioni. 

In teoria il welfare può essere finanziato dalla rendita anziché dalla produzione: finché la ricchezza nazionale cresce più della spesa pubblica si può andare avanti all’infinito. 
In Norvegia è accaduto questo. 
Nel 2025 lo stato ha ricavato dalla sua vacca da mungere dieci volte più denaro del 2008, ma si è trattato comunque di una parte più piccola del valore del fondo. 
Finché i rendimenti annuali (al netto dell’inflazione) supereranno il 6%, il governo riuscirà a ridurre le entrate fiscali e ad aumentare la spesa al ritmo attuale anche molto dopo l’esaurimento dei suoi pozzi petroliferi, che potrebbe avvenire nel giro di cinquant’anni. 

Questo modo di pensare nasconde delle insidie per due ragioni: 
  1. innanzitutto, a meno che l’intelligenza artificiale non aumenti drasticamente la produttività globale, rendimenti del 6% potrebbero rivelarsi difficili da ottenere; 
  2. inoltre, cosa ancora più importante, un’economia in salute produce benefici per la società che vanno oltre il semplice sostentamento. 
    • I politici sono più responsabili se devono chiedere ai cittadini risorse attraverso le tasse; 
    • Gli investitori stranieri portano nuove conoscenze; 
    • Molte persone trovano nel lavoro una fonte di realizzazione. 
    • Tutto questo contribuisce alla fioritura umana. 
Nessuno dovrebbe rimproverare alla Norvegia la sua ricchezza, tranne – se sono saggi – i norvegesi stessi. 

venerdì, maggio 22, 2026

LIBRO: "La cura" di Concita De Gregori


Toccante e lieve, intimo e pieno di umanità, questo libro racconta come prendersi cura degli altri sia l'unico modo per prendersi cura di sé. Perché anche nella fragilità e nei guasti la vita non smette di incantarci, di rivelarci nuovi mondi.

«Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio. Forse, azzardo: siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio».

Un giorno d’agosto una donna si prepara a stare via per un po’. Lascia una lettera di istruzioni ai figli, perché anche in sua assenza possano trovare le cose che non trovano mai. Per esempio i doposci. Non è la stagione dello sci, ma chissà quando lei potrà tornare. Questa è la sua storia. 

Non è il diario di una malattia, ma la testimonianza esatta che nessuno si salva da solo. 


A risuonare in queste pagine sono le voci degli altri. 

La voce di Angelina, che ha il piglio di una capobanda e tratta le altre pazienti con tenerezza. 

La voce del Professore, cresciuto in un paesino dell’Aspromonte e diventato un luminare, che non dimentica le sue origini. 

La voce di un infermiere che impiantandoti un port endovenoso ti chiede quale sia la tua canzone preferita, e te la canta. 


In questa sinfonia di voci ci sono risate e stupore, sopracciglia tatuate e purè di carote, sigarette fumate di nascosto e pennarelli che disegnano sul corpo, madri che si preoccupano dei piedi freddi e uomini che conoscono la «logistica dell’amore». 

Ci sono l’intelligenza e la sensibilità di una scrittrice che ribalta ogni stereotipo, sulla malattia come sulla cura, e che è troppo curiosa delle persone per non raccontarle, perché sa che solo attraverso le storie altrui scopriamo la nostra.

giovedì, maggio 21, 2026

La violenza domestica contro le donne è anche un problema di salute pubblica


È quanto emerge dal "Global burden of disease" (Gbd), uno studio internazionale coordinato dall’università di Washington che dal 1990 quantifica i danni alla salute provocati da malattie, traumi e fattori di rischio. 
A gennaio un rapporto del Gbd pubblicato dalla rivista medica The Lancet ha riportato dati specifici sulla violenza contro le donne. 

Nel 2023, 608 milioni di donne con età superiore ai 15 anni avevano subìto violenza da parte del partner, cioè il 20,1 % della popolazione mondiale. Il tasso più alto è quello dei paesi dell’Africa subsahariana (22,6 per cento). 

L’inchiesta ha valutato l’impatto a lungo termine delle aggressioni sulla qualità della vita. 
Al livello globale, nel 1990 la violenza sulle donne commessa dai partner ha causato la perdita di 12,8 milioni di anni di vita in buona salute, che sono diventati 18,5 milioni nel 2023. 

Questi dati riflettono il fatto che le donne aggredite hanno problemi di salute che possono durare anche per anni: depressione, ansia, autolesionismo, abuso di droghe, hiv e aborto. 

Per affrontare un quadro così complesso servono interventi che coinvolgano l’istruzione, la sanità e la giustizia, campagne di sensibilizzazione e sostegno psicologico. 
Inoltre servono istituzioni specializzate, modernizzazione tecnologica di tribunali e commissariati, misure protettive, case di accoglienza per le sopravvissute e un monitoraggio statistico continuo. 

L’impunità va affrontata con più decisione. In Brasile, per esempio, i casi di violenza domestica impiegano in media 429 giorni per arrivare davanti a un giudice

mercoledì, maggio 20, 2026

"Gli Stati Generali dell'Intelligenza Artificiale 2026" - 27 maggio - in presenza o online

 

AI NATIVE: ripensare la società, l’economia e le aziende
 
Tornano per il quinto anno gli Stati Generali dell’Intelligenza Artificiale, l’evento che mette al centro l’innovazione e il futuro. 
Dopo il successo delle precedenti edizioni, Class Editori e Class CNBC riuniscono i protagonisti della rivoluzione digitale per un confronto di alto livello sull’AI e le sue prospettive di sviluppo.

Esperti internazionali, imprenditori e aziende d’avanguardia condivideranno scenari, idee e soluzioni concrete, con un’attenzione particolare al modo in cui l’Intelligenza Artificiale rivoluziona, ristruttura e riorganizza l’intero sistema aziendale.
Un grande appuntamento editoriale da vivere in presenza oppure in diretta su Class CNBC in streaming su milanofinanza.it, per capire come l’AI stia cambiando il volto delle imprese, della società e della nostra stessa quotidianità.
 
Tra i temi della nuova edizione:
• L’AI Made in China
• Come adattare la società alla rivoluzione dell’AI 
• AI Continent: il piano dell’Europa per crescere
• Aziende Native ed AI-first: come costruire le aziende con intelligenza 
• AI in finanza: agenti, investimenti e algoritmi
• Ripensare il lavoro AI -native: competenze, servizi e rischi
• AI applicata alla robotica: la rivoluzione dentro l’industria
• AI Factory: dentro la fabbrica dei token
• Helth-Tech: l’impatto dell’AI per la salute. Ricerca, industria, cura
…e molto altro ancora.

martedì, maggio 19, 2026

LIBRO: "Non mollate. Manuale di resistenza per l'affermazione del talento femminile" di Ilaria Capua

 

«Ma chi ti credi di essere, Rita Levi- Montalcini?» 
«Qui i concorsi si vincono in due modi: puoi portare voti al mio partito oppure mostrarti carina con me, chiamiamole pure gentilezze femminili.» 
Questi sono solo due esempi delle innumerevoli frasi gratuite, svilenti e avvelenate che le ricercatrici si sentono dire durante la loro carriera e che contribuiscono a far sì che il potere accademico sia ancora oggi saldamente in mano ai maschi. 
Attraverso storie vere, spesso dure ma sempre illuminanti, Ilaria Capua, scienziata di fama internazionale, mostra una via per resistere ai tanti meccanismi culturali e strutturali che ostacolano le carriere femminili: il soffitto di cristallo, le molestie, il sessismo quotidiano, il nepotismo, la precarietà, il giudizio sulla maternità e sul corpo delle donne. 
Ostacoli che non riguardano solo l'accademia e il mondo della ricerca scientifica, ma attraversano molti ambienti di lavoro e di vita. 
Non mollate è un manuale di resistenza civile dedicato a tutte le donne e le minoranze che si ritrovano in contesti segnati da disuguaglianze, stereotipi e abusi di potere. 
È un invito lucido a riconoscere le dinamiche che producono esclusione e a tenere duro anche attraverso strumenti concreti come quelli descritti in queste pagine: 
una resistosfera - un insieme di virtù concrete come perseveranza, determinazione, intraprendenza, resilienza, curiosità, discernimento, autostima e tolleranza - da usare per non confondere la violenza subita con un limite personale.

lunedì, maggio 18, 2026

UN'ALTRA DIFESA E' POSSIBILE: Firma per la proposta di legge di iniziativa popolare sulla DIFESA civile NON armata e NON violenta

 


Un'altra difesa è possibile! - Campagna per la Difesa Civile, non armata e nonviolenta

La campagna di raccolta firme "UN'ALTRA DIFESA E' POSSIBILE", promossa da Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo, Sbilanciamoci è iniziata il 16 Marzo 2026, depositando in Cassazione la nuova proposta di legge per un dipartimento della Difesa Civile NON armata e NON violenta!


 obiettivo

Di fronte alla drammatica crisi globale, con un Mondo e un’Italia sempre più armati e venti di guerra alimentati da una fase di aumento enorme della spesa militare, l’intenzione dei promotori di questa azione è quella di compiere un “passo in avanti” promuovendo congiuntamente una Campagna per il disarmo e la difesa civile. L’obiettivo è quello della costituzione di Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile con le proprie autonomie e modalità di lavoro delle varie componenti oggi esistenti fra cui il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione civile oltre ad un ipotizzato Istituto di ricerca su Pace e Disarmo. Si tratta di dare finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra e che già oggi è previsto dalla legge e confermato dalla Corte Costituzionale: la possibilità di assolvere all’obbligo costituzionale dell’articolo 52 con una struttura di Difesa civile alternativa a quella prettamente militare, finanziata direttamente dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi.


Un'altra difesa è possibile! - Campagna per la Difesa Civile, non armata e nonviolenta


Il cuore della nuova azione per una Legge di iniziativa popolare

“Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta”

La proposta che avanziamo mira a trovare uno spazio istituzionale per una forma di Difesa, prevista già dal nostro ordinamento legislativo, che non sia quella legata alle Forze Armate e allo strumento militare. 

Se il percorso della Legge di iniziativa popolare arriverà a compimento il Dipartimento che ne scaturirà sarà il luogo in cui sperimentare nuovi approcci e in cui rendere concreta l’idea di un modo più intelligente e meno cruento di proteggere la vita di tutti i cittadini.

La proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta — promossa dalla Campagna “Un’altra difesa è possibile” (CNESC, Rete Italiana Pace e Disarmo, Sbilanciamoci) — muove da un presupposto costituzionale preciso: il dovere di difesa della Patria sancito dall’articolo 52 della Costituzione può essere adempiuto anche attraverso strumenti civili, come già riconosciuto dalla Corte costituzionale nel 1985. Gli articoli 2 e 11 della Costituzione – solidarietà e ripudio della guerra – disegnano un concetto di sicurezza fondato sulla protezione delle persone e delle istituzioni democratiche, non sulla forza militare

Il Dipartimento, collocato presso la Presidenza del Consiglio, andrà a coordinare i Corpi civili di pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo operando in sinergia con protezione civile e servizio civile universale. Il finanziamento avverrà anche tramite un Fondo nazionale, alimentato dalla Legge di Bilancio e dalla facoltà dei contribuenti di destinare il 6 per mille dell’IRPEF senza oneri aggiuntivi.


In un momento in cui il dibattito pubblico europeo sembra aver capitolato all’equazione “più sicurezza = più armi” questa proposta afferma con chiarezza l’opposto: la vera sicurezza si costruisce con prevenzione dei conflitti, mediazione, coesione sociale e cooperazione internazionale.


 

LEGGI IL TESTO DEPOSITATO DELLA PROPOSTA DI LEGGE 

La proposta di Legge - Un'altra difesa è possibile!


LEGGI LA RELAZIONE ILLUSTRATIVA PDL “Un’altra Difesa è possibile”

La Relazione illustrativa sulla proposta di Legge - Un'altra difesa è possibile!


FIRMA QUI:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008