martedì, agosto 25, 2026

«Cari amici, è l’ora della responsabilità». L’intervento integrale del papa a Rimini


"Domani"  ha pubblicato 
il discorso integrale del Santo Padre ai partecipanti del 47° “Meeting per l’amicizia fra i popoli” di Rimini, pronunciato il 22 agosto 2026  e qui lo riportiamo «Cari amici, è l’ora della responsabilità». L’intervento integrale del papa a Rimini

Cari fratelli e sorelle!

Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.

In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).

Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.

Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1).

Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.

Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti, una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.

Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.

Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).

Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo».[1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo».[2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!

Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!

Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.

Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.

Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione».[3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?».[4]

Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!

Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).

Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).

È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!

[1] L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.

[2] Ibid.

[3] Benedetto XVI, Omelia nella Messa inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Aparecida (13 maggio 2007). Francesco, Catechesi (11 gennaio 2023).

[4] Cfr L. Giussani, Si può vivere così?, Milano 2007.

lunedì, agosto 24, 2026

Mentre dormite succedono un sacco di cose

dal Corriere della Sera di Matteo Trevisani e Sara Nocchi

Spazio di dialogo con il divino, di creatività e libertà, oggi il sonno è un ecosistema fragile.

Nel IV secolo a.C., a Epidauro, nel celebre tempio di Asclepio, dio greco della medicina, c’è una donna ateniese di nome Ambrosia che deride i pellegrini storpi e ciechi perché sono convinti che un sogno divino possa guarirli. Quando si corica anche lei, però, il dio le appare davvero: il suo occhio infermo sarà guarito, ma dovrà dedicare un maiale d’argento come monumento alla sua incredulità. Ambrosia si sveglia liberata dalla sua malattia.

Qualcosa accadeva, dunque, di notte, mentre i malati riposavano, qualcosa che non poteva accadere nelle ore di veglia. Nell’antichità il sonno era già un tempo che sfuggiva al controllo razionale del giorno, e che permetteva la trasmissione di una conoscenza impossibile da raggiungere da svegli. Anche se le abitudini notturne sono cambiate, almeno dal punto di vista fisiologico dormire è uno di quei bisogni primari che legano gli esseri umani ai loro antenati. Nel corso dei secoli il sonno è stato allo stesso tempo materia letteraria, anticipazione della morte, territorio di conquista culturale, portale per i sogni.

Nello stesso secolo della stele che racconta la vicenda di Ambrosia, anche Aristotele nutre dubbi riguardo alle capacità soprannaturali dei sogni. Nel De divinatione per somnum (Sulla divinazione nel sonno) — uno dei suoi brevi scritti di filosofia della natura — afferma che, contrariamente a quanto viene raccontato nella poesia epica, i sogni non hanno origine divina, ma sono soltanto il residuo delle impressioni sensoriali del giorno, che continuano a muoversi nel corpo addormentato; solo a volte, tra queste, si nasconde il primo sintomo di una malattia che si annuncia prima di manifestarsi da svegli.

Sebbene il sonno, molto più della dimensione onirica, sia rimasto poi ai margini della grande tradizione filosofica, l’opposizione tra veglia e sonno ha contribuito a organizzare per secoli alcune delle metafore fondamentali su cui si è costruito il pensiero occidentale — la luce e le tenebre, la ragione e l’ignoranza, la coscienza e l’oblio. Anche se la visione aristotelica, sottraendo il sogno all’intervento diretto degli dèi, aiutò a desacralizzarne il contenuto, il sonno continuò ad avere una natura duplice: canale privilegiato per un’esperienza diversa dalla veglia, perfino mistica, ma anche, sul piano morale e spirituale, segno di un’inferiorità di chi dorme rispetto a chi è sveglio. Fu nel Medioevo che il sonno assunse una valenza religiosa più marcata, perché dormire troppo apriva la porta alle tentazioni e ai vizi — soprattutto l’accidia — che potevano disturbare il percorso spirituale degli uomini.

In seguito, tra Cinquecento e Seicento, ciò che si riteneva accadesse durante la notte cominciò a suscitare un’inquietudine diversa. Come ha mostrato Carlo Ginzburg nei suoi studi sui benandanti del Friuli, chi sosteneva di uscire in spirito dal proprio corpo addormentato finì poco a poco dentro il linguaggio e le categorie della stregoneria, accanto ai racconti delle donne che confessavano, spesso sotto tortura, di aver partecipato «in sonno» a voli magici e raduni segreti. Quello che accadeva durante il sonno non restava più confinato alla notte, ma diventava presto una questione teologica e giuridica.

Le abitudini di chi dorme continuano comunque a cambiare. Oggi si dorme meno, spesso con l’aiuto di farmaci, ma il cambiamento più radicale avvenne, secondo lo storico Roger Ekirch, con la fine del sonno bifasico. Fino al Seicento, sostiene Ekirch in una tesi non accettata da tutti gli specialisti e ancora al centro del dibattito, i nostri antenati dormivano in due fasi separate da un’ora di veglia notturna, che chiamavano «primo sonno» e «secondo sonno», finché l’illuminazione stradale, diffusa a partire dalla fine del secolo, contribuì a cancellare quell’intervallo. Mentre nel quotidiano il sonno cominciava a essere regolato, la sua dimensione simbolica sopravviveva nei racconti e nelle fiabe, dove principesse addormentate in un sonno di morte attendevano il risveglio. Il loro era un sonno simbolico, sorvegliato, di trasformazione iniziatica. Due secoli dopo furono gli psicoanalisti a prendere il testimone dei cavalieri e delle fate dei racconti tradizionali. Il sonno divenne allora il terreno in cui cercare le ragioni profonde e gli archetipi nascosti dell’essere umano.

Dalla rivoluzione industriale in poi il sonno viene organizzato, disciplinato dai tempi della produzione, con la luce artificiale che rivoluziona i ritmi naturali, strappando ore di veglia alla notte, che viene colonizzata dal denaro. Il teorico Jonathan Crary sostiene che il sonno sia l’ultimo ostacolo a una produzione continua e ininterrotta. Oggi il sonno è diventato anche un’ossessione statistica: dai dati biometrici che registrano le fasi durante la notte alle app che al mattino ci comunicano la qualità del nostro sonno, il riposo notturno viene cercato sempre più in funzione del giorno.

Anche se passiamo quasi un terzo della vita dormendo, qualcosa di quelle ore continua a sfuggirci. Molte culture hanno visto nel sonno un momento sacro da raccontare nei miti, e ancora oggi dormire rimane un momento di passaggio che forse nessuno ha raccontato così bene come Marcel Proust all’inizio della Recherche. Il narratore si addormenta leggendo e si risveglia senza sapere bene dove si trovi — un’esperienza comune a tutta l’umanità. Da Ambrosia in poi, non è mai cambiata la sorpresa di svegliarci, di fare ritorno da un luogo insieme intimo ed estraneo, diversi da come ci siamo addormentati.

domenica, agosto 23, 2026

Diritto di parola o di fede? Dal Canada un test per tutti


da Il Corriere della Sera di Marco Ventura

l governo di Ottawa ha appena varato una legge, nota come Bill C-9 , che rende più severe le norme contro chi fomenta l’odio verso specifiche comunità. Nobili gli intenti ma lo scenario è complesso: i dubbi di musulmani ed ebrei, le implicazioni politiche. Una vicenda esemplare

Che cosa deve contare di più? La tua libertà di esprimerti anche se mi sento minacciato da ciò che dici? Oppure il mio diritto di farti tacere perché ciò che dici mi mette in pericolo? Quale parola va censurata perché foriera di discriminazione, abusi, violenza? E quale va tollerata perché non necessariamente seguita dai fatti e perché la libertà d’opinione è talmente preziosa da valere il rischio? L’interrogativo agita da tempo le società liberal-democratiche. L’aggressività veicolata e amplificata dai social ha fatto crescere la sensibilità per la protezione delle persone e delle comunità, soprattutto quando vulnerabili. Ci sentiamo pronti ad accettare limiti maggiori alla libertà d’espressione rispetto alle conquiste del passato. Però ci dividiamo sulla soglia di tolleranza: che cosa è protetto dal diritto di esprimerci? Come individuare e punire la parola che non deve esser detta?

Un test decisivo è rappresentato dal dibattito sul divieto di antisemitismo e di islamofobia: nasce qui la nostra nuova libertà d’espressione. Dallo scorso 18 luglio è in vigore in Canada una legge mirata, recita il titolo, «a proteggere dall’odio le comunità». Il Combatting Hate Act, noto come Bill C-9, rende più severe le norme via via aggiunte al codice penale federale a partire dal 1970 con l’obiettivo di perseguire chi fomenta l’odio contro specifiche comunità. In particolare, è ora punibile anche chi faccia uso di simboli riconducibili a organizzazioni terroristiche e chi impedisca l’accesso a luoghi di culto o intimidisca chi intende accedervi. Soprattutto, è stata rimossa l’esenzione religiosa che proteggeva qualsiasi discorso fondato in buona fede sulla dottrina teologica o sui testi sacri: d’ora in poi, chi «promuove deliberatamente l’odio contro una comunità determinata» non potrà più invocare il superiore diritto alla libertà religiosa.

La comunità islamica canadese conta oggi quasi due milioni di persone. È cresciuta in vent’anni dal 2% al 5% della popolazione complessiva e può salutare nella nuova legge uno strumento di garanzia: anche se il termine non è nel testo normativo, l’islamofobia è infatti inclusa dal Dipartimento di Giustizia tra i fenomeni da contrastare. Sentito da «la Lettura», il portavoce del National Council of Canadian Muslims si dice nondimeno preoccupato dall’impatto della legge. Trentasette anni, cinese di famiglia emigrata non religiosa, convertito all’islam, Steven Zhou teme anzitutto il giro di vite sui simboli. Vi sono gruppi islamisti fuorilegge che brandiscono versetti del Corano d’uso comune. Colpendo chi utilizzi simboli anche soltanto somiglianti a quelli dei jihadisti, come ora consente la legge, si minaccia la quotidianità dei fedeli. È ancor più preoccupato, il portavoce della maggiore organizzazione per i diritti dei musulmani del Canada, dall’abolizione dell’esenzione religiosa che potrebbe incoraggiare denunce fondate sull’ignoranza dell’islam. «Undici musulmani sono stati uccisi negli ultimi dieci anni», ricorda Steven Zhou, e fa notare come il responsabile dell’attentato al Centro islamico di San Diego in California, lo scorso maggio, si sia ispirato agli attacchi contro i musulmani canadesi. L’islamofobia è in vertiginoso aumento, sostiene, e questa legge rischia di risultare inefficace, se non controproducente.

Mark Sandler, membro della comunità ebraica, presidente dell’Alliance of Canadians Combatting Antisemitism, concorda con la critica alla rimozione dell’eccezione religiosa. Il settantunenne avvocato di Toronto racconta a «la Lettura» di aver raccomandato alla Commissione Giustizia della House of Commons, quando fu audito, di non togliere la good faith religious expression defence per non allarmare le comunità religiose. Egli diverge tuttavia da Steven Zhou quanto agli effetti. Anche senza l’esenzione, sostiene Mark Sandler, resta estremamente difficile incriminare qualcuno. D’altronde non costituisce reato, precisa il testo legislativo, «screditare, umiliare, ferire o offendere». L’odio penalmente rilevante deve concretarsi in «un’emozione di natura intensa ed estrema» tesa alla «denigrazione e al disprezzo», vilification and detestation nel testo inglese, calomnie et détestation nel testo francese.

Insomma, per Mark Sandler l’asticella resta molto alta. Ci vuole poi sempre l’autorizzazione a procedere del ministro della Giustizia, un requisito sgradito a chi avrebbe voluto un’azione più decisa. A differenza dell’islamofobia, l’antisemitismo è sempre stato menzionato dalla legge e continua a esserlo. Sandler lo ritiene opportuno, a tutela dei quasi 400 mila ebrei canadesi, circa l’1% della popolazione, contro i quali si è registrato il 70% dei crimini d’odio religioso censiti dalla polizia canadese nel 2024.

La nuova legge è ora affidata alle comunità, alla società, alla macchina giudiziaria, alla competizione politica. Nella provincia francofona del Québec prevalgono le politiche anti-religiose della Coalition Avenir Québec. Dal 2019 è battaglia sulla legge provinciale 21 che vieta molte manifestazioni religiose in nome della laïcité. La Corte suprema di Ottawa si pronuncerà a breve sulla costituzionalità di norme difese dal governo del Québec finanche attraverso l’articolo 33 della Carta canadese dei diritti e delle libertà del 1982, che salvaguarda eccezionalmente leggi provinciali in conflitto con i diritti della Carta. Lo scorso febbraio ha soffiato sul fuoco un nuovo intervento legislativo che in nome della laïcité giunge a vietare la preghiera all’aperto. Nell’occasione sono scesi in campo anche i vescovi cattolici del Québec per chiedere, con lo storico appello del 30 marzo, il ritiro del provvedimento.

È questo lo sfondo della nuova legge contro l’odio. Il governo federale a guida progressista l’ha voluta contro le politiche anti-religiose in Québec, ma il Bloc québecois, espressione nazionale del fronte pro laïcité, ha saputo imporre al primo ministro Mark Carney l’abrogazione dell’esenzione religiosa. Le incertezze delle comunità islamiche ed ebraiche sulle ricadute della legge si intrecciano dunque con la negoziazione politica e con la tensione tra pezzi del Paese.

Pur del tutto peculiare, il quadro sintetizza il dilemma delle nostre società, divise tra la difesa delle libertà e il bisogno di disarmare chi predica violenza. Quattro anni fa, proprio di questi giorni, lo scrittore Salman Rushdie veniva gravemente ferito durante una conferenza nello Stato di New York. Il 29 luglio scorso il processo federale si è concluso con la condanna dell’attentatore Hadi Matar, esecutore della sentenza pronunciata dal leader iraniano Khomeini nel 1989 dopo l’uscita del romanzo I versi satanici dell’autore anglo-indiano.

Nasce nelle contraddizioni la nuova libertà d’espressione: tra le paure delle comunità e le strumentalizzazioni dei partiti e dei governi, tra la censura della religione altrui, o della religione in quanto tale, e il bisogno d’una discussione aperta, di un confronto libero, sull’islam, sull’ebraismo, su tutte le fedi

sabato, agosto 22, 2026

LIBRO: "Gli italiani non hanno più voglia di lavorare: (e hanno ragione)" di Charlotte Matteini

 
Almeno una volta alla settimana una nuova voce si leva dalla tv o dai giornali, strepitando una frase che ormai abbiamo sentito fino alla nausea: gli italiani non hanno più voglia di lavorare. Non vogliono sopportare l’impegno, gli orari, le condizioni contrattuali…
Già, ma quali sono davvero queste condizioni?
Sembra che nessuno si sia mai preso la briga di approfondirle, eppure basta poco per accorgersi che molto spesso sono irregolari: precariato diffuso, diritti azzerati, stipendi da fame, montagne di false promesse, e soprattutto scarsissime (per non dire nulle) possibilità di ambire a un futuro sereno e indipendente.

Sulla scorta dell’attività di denuncia sui suoi articoli e seguitissimi canali social, Charlotte Matteini costruisce un libro che non è solo inchiesta sulla brutale realtà del mercato del lavoro in Italia, ma anche una guida per chiunque si trovi intrappolato nelle maglie burocratiche dei contratti irregolari, o per chi si affaccia ora al mondo del lavoro. Per dimostrare che, se gli italiani non hanno più voglia di lavorare, un motivo ben preciso forse c’è.

venerdì, agosto 21, 2026

MOSTRA: "WERNER BISCHOF. Point of View" fino al 18-10-2026


Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta la mostra Werner Bischof. Point of View, che offre, a 110 anni dalla nascita, un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949, Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954) ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.

L’esposizione si compone di 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets e da un documentario che, con sguardo ancora oggi straordinariamente attuale, raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana.

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni cronologiche che ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Bischof: Svizzera 1932-1944 racconta gli anni della formazione e le prime sperimentazioni; Europa 1945-1950 raccoglie foto che documentano l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, tema che segna profondamente il lavoro e la visione dell’autore; Asia 1949-1953 raccoglie i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina; infine, Nord e Sud America 1953-1954 testimonia l’ultima fase di ricerca di Bischof, con le nuove esplorazioni visive nel continente americano.

Immediatezza e forza espressiva caratterizzano ogni fotografia di Bischof, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti. Tratti distintivi che gli valsero, già all’epoca, il riconoscimento della critica e la definizione, rara per un fotogiornalista, di vero e proprio “artista”. Del resto, Bischof era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista.

WERNER BISCHOF. Point of View – Chiostri di Sant’Eustorgio

giovedì, agosto 20, 2026

LIBRO: "La tempesta perfetta e altre storie sul clima" di Marcello Petitta

 

Scoprire come funzionano il clima e i maggiori eventi climatici è la chiave per comprendere i cambiamenti in corso e le loro conseguenze, come il riscaldamento globale, le tempeste violente, gli incendi persistenti in aree urbane e altri stati atmosferici violenti, sempre più ricorrenti nella nostra attualità. 

Questo libro analizza la fisica del clima attraverso un linguaggio semplice e metafore esemplificative grazie a cui ogni lettore consapevole, con il futuro del pianeta a cuore, potrà immedesimarsi.

mercoledì, agosto 19, 2026

Iran, ricordate la protesta di Ahoo Daryaei in reggiseno?


La studentessa aveva sfidato le regole sul velo spogliandosi in un'università di Teheran. Secondo il «Daily Mail», dopo il ricovero è stata costretta ad accettare una diagnosi psichiatrica e oggi riceve iniezioni mensili di un farmaco utilizzato per trattare la schizofrenia

Diciotto giorni legata a un letto di ospedale psichiatrico. Poi la liberazione, ma a una condizione: accettare l'etichetta di malata mentale. È il destino raccontato da un'amica di Ahoo Daryaei, la studentessa iraniana e madre di due bambini diventata un simbolo della protesta contro l'obbligo del velo dopo essere stata ripresa mentre camminava in biancheria intima all'interno dell’università Azad di Teheran. Un simbolo, quasi come  Mahsa Amini, brutalmente uccisa dalla polizia morale nel 2022. La vicenda, a quasi due anni di distanza, torna a mostrare uno dei meccanismi più inquietanti della repressione iraniana: trasformare la contestazione in una patologia, la disobbedienza in un disturbo, la protesta in qualcosa da curare.

A ricostruire la storia è il Daily Mail, che ha raccolto le testimonianze di persone vicine alla donna. Secondo quanto riferito al giornale britannico, dopo l'arresto, le autorità avrebbero cercato una spiegazione alternativa alla protesta diventata virale sui social. Il piano, ha raccontato un'amica di Daryaei, sarebbe stato quello di attribuire l'accaduto a problemi psichici: «Poiché un video di lei era diventato virale, dovevano costringerla ad ammettere di essere malata e che questo episodio era dovuto ai suoi problemi mentali», ha riferito la donna. E, secondo la stessa testimonianza, il regime avrebbe esercitato pressioni sulla famiglia per ottenere quella versione. A quel punto sarebbe entrato in scena l'ex marito. L'uomo è stato costretto ad ammettere che Daryaei soffriva di problemi mentali. Solo con questa conferma la studentessa è stata slegata dal letto e liberata dopo 18 giorni di ricovero.

La libertà, però, ha un prezzo ulteriore. Le autorità iraniane le hanno comunicato che da lì in avanti sarebbe stata sorvegliata e che il suo telefono sarebbe stato intercettato. Daryaei ha inoltre da allora l’obbligo di assumere farmaci antipsicotici, con i costi coperti dalla sua assicurazione. La sorveglianza, secondo l'amica citata dal Daily Mail, sarebbe arrivata al punto che i funzionari si sono accorti che la giovane non stava assumendo i farmaci semplicemente osservandola camminare «normalmente»: l'effetto delle medicine avrebbe dovuto renderla visibilmente stordita. Cosa che lei non era per niente. Oggi Daryaei è costretta a ricevere ogni mese iniezioni di flupentixolo, un farmaco utilizzato nel trattamento della schizofrenia. E non è lei a decidere quando e come assumere la terapia: sono i medici a somministrargliela per assicurarsi che venga presa regolarmente.

«La sua famiglia ha detto che è meglio per lei ricevere queste iniezioni con l'etichetta di malata di mente, piuttosto che essere impiccata, messa in prigione o torturata», ha spiegato l'amica. La storia di Daryaei ha così un prima e un dopo. Prima c'è quella scena diventata virale: una giovane donna che, dopo un alterco con i membri della sicurezza dell'università per il velo, si spoglia e attraversa l'area dell'ateneo in biancheria intima. Dopo ci sono il ricovero, la diagnosi, la sorveglianza e le terapie obbligatorie. In mezzo, il tentativo di stabilire chi abbia il controllo sul corpo di una donna: lei, oppure lo Stato.

Daryaei, oggi trentaduenne e studentessa in un'altra università, ha ripensato alla propria protesta anche attraverso questa domanda. «Il punto fondamentale era, prima di tutto, che non le piaceva il modo in cui la tiravano e il modo in cui la trattavano solo per una sciarpa», ha specificato la sua amica al giornale britannico. Quella umiliazione, nella sua lettura, avrebbe trasformato un episodio legato al velo in qualcosa di più grande: «Lasciatemi resistere in un modo che sia all'altezza di quello che mi state facendo passare». E poi il corpo. «L'obiettivo è stato quello di mostrare che lei ha il controllo del proprio corpo, delle proprie scelte».

martedì, agosto 18, 2026

Parole O_Stili: L'Intelligenza Artificiale c'è. Ma si vede?


Dal 2 agosto sono diventate applicabili gran parte delle disposizioni dell'AI Act, il regolamento europeo che disciplina lo sviluppo e l'utilizzo dell'intelligenza artificiale. Tra le novità più importanti c'è un principio tanto semplice quanto necessario: il diritto di sapere quando stiamo interagendo con un sistema di IA o quando un testo, un'immagine, un audio o un video sono stati generati artificialmente. L'obiettivo non è limitare la tecnologia, ma rendere più leggibile un ambiente digitale in cui la sua presenza è ormai sempre più diffusa.
Le notizie degli ultimi giorni mostrano bene quanto questo panorama sia già complesso. Snapchat ha annunciato che penalizzerà i contenuti interamente generati con l’IA per dare più spazio alla creatività umana. Intanto, però, social sempre più popolati da bot, creator virtuali e contenuti pensati per compiacere gli algoritmi rendono quasi plausibile (enfasi sul “quasi”, mi raccomando!) la Dead internet theory: l’idea di piattaforme affollatissime, ma sempre meno abitate da persone reali.
Anche noi utenti contribuiamo a questo ecosistema, spesso senza rendercene conto. Il trend Mini You, che accosta una foto dell’infanzia a una attuale, avrebbe già prodotto circa 40 milioni di immagini potenzialmente utili per studiare il processo di invecchiamento del volto umano. E mentre l’IA impara da ciò che condividiamo, qualcuno ne mette alla prova i limiti: il designer Eric Lu ha creato Ghost Font, una scrittura dinamica leggibile dalle persone ma non dai modelli che analizzano i video fotogramma per fotogramma.
Insomma, la situazione è complessa ed è proprio qui che l’AI Act prova a intervenire, cercando di rendere la presenza dell’Intelligenza Artificiale più visibile e di responsabilizzare chi ne fa uso. 
Fare un uso consapevole, in fondo, significa anche essere in grado di capire quando entra nei nostri feed, quali dati le consegniamo e quali effetti può produrre negli spazi digitali che abitiamo.


lunedì, agosto 17, 2026

Per de Coubertin le donne non dovevano correre. La risposta delle italiane

 
da Il Corriere della Sera di Barbara

Quando il barone Pierre de Coubertin rilanciò i Giochi olimpici, aveva già deciso chi doveva correre e chi doveva applaudire. Alle donne riservava la corona d'alloro da posare sul capo dei vincitori, non la pista. Il corpo femminile, sosteneva, apparteneva alla maternità: era riservato al parto, non alla prestazione. La partecipazione — quella frase che la storia gli ha cucito addosso come la più nobile delle medaglie — era, nei fatti, un privilegio maschile. Competere, in generale, una cosa da uomini.

Centotrent'anni dopo, agli Europei di Birmingham, l'Italia che vince porta soprattutto nomi di donna. Nadia Battocletti vola e si ripete: oro nei 5.000 e nei 10.000 metri, prima nella storia a firmare la doppietta in due edizioni continentali consecutive. Sofia Fiorini, ventuno anni, demolisce il record del mondo nella neonata maratona di marcia e stacca le avversarie di minuti, non di secondi. Dariya Derkach, 33 anni e tre operazioni al tendine d'Achille, sale sul gradino più alto del salto triplo — prima italiana mai riuscita nell'impresa in una rassegna outdoor. Larissa Iapichino arriva alla finale del lungo da leader stagionale d'Europa, pronta a giocarsi l'oro. E poi c'è Kelly Doualla, sedici anni, che a Rieti corre i 100 metri in 11"14 e diventa la seconda più veloce nella storia azzurra: un'adolescente che riscrive gli almanacchi mentre fa ancora i compiti.

Sono corpi-mente che non si limitano a vincere: 

esprimono un'idea di forza, di bellezza, di tempo 

— quello lungo di una carriera ricostruita, quello breve di un'esplosione teenager – 

che apre spazi e possibilità

Un’infinita moltiplicazione di spazi e possibilità per ogni ragazza che li guarda e sogna e ci prova. 

Lo sport resta una straordinaria leva per l’equità, la libertà, la partecipazione piena alla vita.

domenica, agosto 16, 2026

L’immane senso di impotenza che proviamo davanti alle atrocità del mondo. Sapere non ci salva e quindi "Che fare?" di Lavinia Marchetti

Zoran Mušič, Nous ne sommes pas les derniers (We are not the last ones)

Qualche notte fa ho chiuso il computer molto tardi. Sullo schermo era rimasto il volto di Ratil Mahmoud Musa Abdullah, otto anni, uccisa mentre dormiva in una tenda ad Al-Mawasi. Poco prima avevo riguardato il filmato di Abderrahim Fakir immobilizzato e lasciato morto e legato sull’asfalto rovente di Bologna, poi sono salita in aereo e le schede sono rimaste aperte, come un accumulo di coscienza. 

Stamani le ho riviste tutte assieme, un mosaico della crudeltà umana a cui si aggiungevano le ossa spezzate di due contadini palestinesi in Cisgiordania e la notizia dei militari italiani mandati nel Golfo dentro una guerra che il governo evita accuratamente di chiamare guerra. Ho spento tutto e riavviato. Non è servito a nulla. 

Vorremmo, quasi tutti noi, riavviare il mondo come fosse un PC pieno di inutili atrocità. Ma poi Ratil continua a essere morta. Fakir continua a chiedere aiuto in un video che ricominciava da capo a beneficio dell’algoritmo. 

Il mondo prosegue senza aspettare che noi riusciamo a comprenderlo ed elaborarlo, perché nel frattempo, oggi, altre atrocità erano lì ad attendermi e siamo sempre lì, a inseguire la prossima atrocità.

Che fare?

Ogni giorno sotto i miei articoli leggo la fatidica domanda: Che cosa possiamo fare? Ho provato a rispondere mille volte. Ci ho scritto molti post in merito. Ma le risposte sono sempre inefficaci, insufficienti. Non convinco nessuno, neanche me stessa. Quella domanda compare sotto le fotografie dei bambini coperti di sangue e riappare dopo l’ennesima casa palestinese demolita. La ritrovo perfino negli articoli sul caldo, quando le temperature trasformano le città in “selettori sociali” dove sarà la povertà a decidere chi vive e chi muore. Chi possiede un condizionatore e chi, specie gli anziani, attraversa la notte con il cuore sotto sforzo sperando di non morire. Dentro questa domanda vivono due facce bipolari della stessa medaglia, da un lato c’è una richiesta politica, di azione possibile, ma dall’altra c’è una stanchezza esistenziale più intima che è anche la mia. Chi legge vorrebbe sapere se l’attenzione prestata a tutto questo serva ancora a qualcosa, o se stiamo soltanto assistendo con maggiore definizione alla nostra irrilevanza. Io non ho alcuna risposta. Non lo so.

Negli ultimi mesi ho scritto quasi ogni giorno. Ho seguito i bombardamenti su Gaza e i pogrom dei coloni, ho studiato la morte di Fakir dentro filmati incompleti e versioni ufficiali di comodo distribuite da chi sa bene che l’attenzione dell’opinione pubblica dura due tre giorni e poi si passa alla prossima indignazione. Nel frattempo il caldo uccide braccianti esposti sotto il sole e uccide anziani poveri in appartamenti di chi non può partire, o non può permettersi un condizionatore, tutto questo mentre la politica europea prepara altre armi spiegandoci che la pace richiede arsenali sempre più grandi. A forza di passare da un documento all’altro ho avvertito una sensazione psicofisica molto precisa. La realtà si allargava e la mia facoltà di raggiungerla diminuiva.

La coscienza

La filosofia, in alcune sue declinazioni, ha descritto la coscienza come una stanza interna dalla quale osserviamo ciò che accade fuori, sensazione/percezione e successiva elaborazione.

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continua L’immane senso di impotenza che proviamo davanti alle atrocità del mondo.