Itinerario 9 - dal Castello alla prima casa di Giò Ponti
Gli autori, che ringraziamo per la disponibilità, ma soprattutto bravura, sono:
Luigi Destri - per i testi
Angelo Destri - per i disegni
Circolo Culturale di Paderno Dugnano
Itinerario 9 - dal Castello alla prima casa di Giò Ponti
Gli autori, che ringraziamo per la disponibilità, ma soprattutto bravura, sono:
I dati empirici indicano il
persistere della penalizzazione delle donne nel mercato del lavoro remunerato.
Indagando le cause e l'esatta
distribuzione di questa diseguaglianza, è possibile proporre un nuovo
programma, che affianchi al diritto antidiscriminatorio policies in grado di
superare il gender gap.
Promuovere il lavoro delle donne
non significa accettare la mera annessione delle donne a un mondo del lavoro
costruito intorno al soggetto maschile né rimuovere il carattere plurale che si
nasconde dietro all'universo femminile.
È fondamentale riflettere e
proporre una nuova prospettiva, finalmente attenta ai bisogni della società
contemporanea, alla redistribuzione del lavoro di cura e alle differenze che
attraversano lo stesso mondo delle donne.
Grazie alle acquisizioni del
pensiero femminista contemporaneo, è possibile mettere a fuoco la
diversificazione dell'universo femminile: le donne non sono tutte eguali.
La discussione deve essere dunque
spostata all'interno di quest'ambito problematico.
I dati sul lavoro delle donne in
Italia certificano, infatti, tutti i limiti di interventi che finiscono per
riprodurre nel rapporto "tra" le donne quel gap che ancora divide
profondamente uomini e donne di fronte al grande tema del lavoro.
Tale finalità richiede che
l'approccio classico con il quale viene affrontato il problema del lavoro delle
donne, e cioè la lotta alle discriminazioni, venga integrato con l'attenzione
alle più complesse questioni redistributive.
Dal pensiero della differenza
all'analisi intersezionale, si propone qui una rilettura critica degli
strumenti giuridici e delle politiche pubbliche che mirano a promuovere il
lavoro delle donne, per comprendere dove si annidano le radici redistributive delle
diseguaglianze di genere e valutarne le azioni di contrasto. Prefazione di
Silvana Sciarra.
Dopo quasi quarant'anni dalla
fine della Guerra fredda, la guerra è tornata dalla periferia al centro del
sistema internazionale, costringendo l'Europa e il mondo a confrontarsi persino
con il rischio di uno scontro diretto tra grandi potenze.
Questo disincanto e il segno per
eccellenza del collasso dell'ordine internazionale: un collasso che investe
i rapporti diplomatici, le istituzioni internazionali, la globalizzazione
economica e le norme fondamentali della convivenza internazionale - a
cominciare da quelle sull'uso e sui limiti dell'uso della forza.
Da qui, allora, l'urgenza di
chiedersi come sia stato possibile ricadere in questa condizione, dopo le
illusioni e l'euforia di soli trent'anni fa.
Rinunciando come prima cosa a
contrapporre una presunta età dell'oro dell'apertura e dell'ottimismo a una
regressione nella chiusura e nel risentimento.
E riconoscendo come, in realtà,
la condizione attuale sia in larga parte figlia delle forzature, delle amnesie
e dei veri e propri errori che l'ordine internazionale liberale ha accumulato
già a partire dalla sua fondazione.
Con un linguaggio semplice ma che
non rinuncia al rigore scientifico, il volume risponde a queste e altre domande
attraverso una completa e aggiornata rassegna degli studi sperimentali e delle
metodologie con cui i ricercatori, grazie alle moderne tecniche delle
neuroscienze, ci svelano i meccanismi cerebrali di uno dei più affascinanti
fenomeni umani.
Un viaggio all'interno della
mente che stimola il lettore anche a riflettere sul proprio senso dell'umorismo
e su come esso influenzi in modo significativo le dinamiche delle relazioni tra
gli individui.
Un romanzo cangiante e ipnotico,
che intreccia con lucidità disarmante il filo di cui sono intessute le nostre
vite.
In un istante può succedere tutto.
I padri rifiutarsi di essere
genitori, un amore venire allo scoperto o invece spezzarsi, una bambina
disprezzare l'infanzia comportandosi più seriamente di qualsiasi adulto.
Sospesi in un eterno presente, i protagonisti di questo romanzo incarnano tutte
le nostre contraddizioni, restituendoci come allo specchio il riflesso di ciò
che non vogliamo vedere.
Siamo all'alba degli anni
Ottanta, e attorno a Nico Quell - volubile ragazzo senza qualità che sta
partendo militare - e Nanni Zingone - l'amico che si è fatto carico di tenere
unita la sua giovane famiglia - si muove una compagnia di personaggi irresistibili
come schegge di un capolavoro perduto.
Il decennio più edonista dispiega
in queste pagine un'umanità iridescente, affacciata sulle terrazze di una
cattedrale o in cima a un vulcano, nei cubicoli di un ufficio o al capezzale di
un vecchio delirante.
Come esplorare ogni possibile
legame tra di loro?
E dunque in questo libro fiume
inseguiamo la diaspora lungo lo Stivale di professori e militari, figlie di
nessuno e ragazze alla pari, bande di terroristi, maghi, suocere autoritarie e
modelle inarrivabili.
Uno sciame di lucciole che, per
un istante, illumina scene d'amore e del suo contrario, e poi il riscatto e la
caduta, la ricerca inesauribile di gioia anche nelle quotidiane frustrazioni.
Leggendo le notizie di questi
mesi e scrollando sui social ci hanno impressionato il numero e la
frequenza delle notizie di genitori che, durante le partite dei propri figli,
insultano avversari e arbitri, anzi… arbitre. Già, hai letto bene, genitori
che la domenica oltre alla tuta indossano la loro peggiore versione a discapito
di figli e figlie, di altri genitori e di loro stessi.
In quasi tutti i casi la violenza
degli insulti ha due specifiche connotazioni: il razzismo e il sessismo.
Di cosa stiamo parlando? Ti lasciamo un breve riassunto qui.
Odio. Rabbia. Violenza.
Episodi che non sono fatti
isolati, ma il sintomo di un problema più profondo.
Perché chi urla contro
un’arbitra sta dicendo a tutte le bambine che quel ruolo non è per loro. Chi
insulta una giocatrice per la sua pelle sta dicendo a tutti che il talento si
misura con il pregiudizio. Chi minaccia adolescenti che arbitrano un torneo sta
dicendo che l’autorità si contesta con la prepotenza, non con il confronto.
Anche le parole che scegliamo
sugli spalti creano cultura, forgiano comportamenti, modellano il modo in cui
le giovani generazioni si percepiscono e percepiscono il mondo.
Abbiamo approfondito il tema con
Alberto Pellai, medico psicoterapeuta dell’età evolutiva e figura di
riferimento per il parenting e la psicologia evolutiva in Italia.
Prof. Pellai, cosa spinge
alcuni adulti a trasformare una partita giovanile in un’arena di insulti e
violenza verbale? È solo frustrazione o c’è un problema educativo più profondo?
Quando gli adulti assistono alle competizioni sportive dei propri figli,
spesso entrano in una mentalità agonistica. Guardano i ragazzi con lo stesso
sguardo con cui osserverebbero un preparatore atletico, come se il loro unico
obiettivo fosse la vittoria. Questo li porta a "scendere in campo"
con loro, perdendo il controllo sulle proprie emozioni e reazioni.
Il problema è che, da
spettatori e tifosi, diventiamo molto più vulnerabili agli impulsi emotivi e ai
nostri pensieri. Se non siamo persone capaci di autoregolazione, ogni evento
sul campo può diventare un innesco che scatena le nostre peggiori reazioni.
Ecco perché alcuni genitori finiscono per perdere completamente il controllo:
travolti dall’agonismo, dimenticano il proprio ruolo e si lasciano andare a
comportamenti impulsivi e aggressivi.
In questi momenti, si
smarriscono i confini tra il sostegno sportivo e l’iper-competitività, fino a
dimenticare che in campo non ci sono adulti professionisti, ma solo ragazzi e
ragazze che stanno giocando. Non è la finale di Champions League, è semplicemente
una partita tra coetanei. Il genitore, invece, dovrebbe essere il primo
allenatore emotivo dei figli, accompagnandoli in un’esperienza di crescita.
Guardare una partita dovrebbe significare vedere i propri figli divertirsi,
mettersi alla prova e comprendere che ciò che conta non è vincere o perdere, ma
partecipare.
Quali sono le conseguenze
psicologiche e comportamentali sui giovani atleti quando gli insulti arrivano
proprio da chi dovrebbe sostenerli, ovvero le figure genitoriali? I
giovani soffrono molto nel vedere i propri genitori perdere il controllo.
Questo per due motivi principali: innanzitutto, un adulto che si lascia andare
a reazioni incontrollate può risultare spaventoso. I ragazzi si aspettano che i
genitori sappiano sempre fare la cosa giusta, e quando li vedono comportarsi
nel modo peggiore possibile, provano un senso di disorientamento.
Inoltre, c’è un altro aspetto
da considerare: molti giovani, osservando i propri genitori in preda
all’agitazione, sperimentano un profondo senso di imbarazzo e vergogna. Non è
raro che, nelle sedute con uno psicologo, alcuni ragazzi esprimano il desiderio
di non avere i propri genitori sugli spalti, proprio perché li trovano
eccessivi.
Bambini e adolescenti imparano
più dalle parole o dagli esempi? Quanto è pericoloso, per la loro crescita,
assistere a comportamenti di odio e discriminazione proprio da parte dei
genitori? Gli adulti sono modelli di riferimento: con il loro
comportamento insegnano, anche inconsapevolmente, come si sta al mondo. Per
questo motivo, i genitori dovrebbero porsi limiti e sviluppare capacità di
autoregolazione. Un adulto arrabbiato non dovrebbe lasciarsi andare a
esplosioni di rabbia, ma piuttosto mostrare a un figlio come gestire ed
elaborare questa emozione in modo maturo ed evoluto.
Quando un genitore si comporta
in modo aggressivo sugli spalti, sta insegnando – direttamente o indirettamente
– che la rabbia e la frustrazione devono essere sfogate in modo violento. I
figli, partita dopo partita, interiorizzano questo modello e lo riproducono
nella loro vita.
Le ricerche confermano che un
bambino esposto a figure di riferimento prepotenti e aggressive tenderà a
incorporare questi stessi atteggiamenti nel proprio modo di interagire con gli
altri. Se un figlio vede il proprio genitore urlare, insultare o aggredire
qualcuno, imparerà che quello è un comportamento accettabile. E così, giorno
dopo giorno, la violenza verbale e la sopraffazione diventeranno parte della
sua normalità.