domenica, giugno 28, 2026

Dove sono gli uomini?


da l'Internazionale del 19 giugno 2026 di Marie Maurisse, Tribune de Genève, Svizzera

Donne, donne ovunque. Alle manifestazioni femministe del 13 e 14 giugno a Losanna e a Ginevra abbiamo visto madri, nonne, cugine, zie, amiche e bambini di ogni età. Uomini pochi, come sempre. Qualcuno c’era, certo. Altri sono rimasti a casa a badare ai bambini, un modo anche quello per sostenere la protesta. La maggior parte era in giardino, davanti alla televisione o in palestra.

La rivoluzione femminista innescata quasi dieci anni fa dal movimento #Metoo è avvenuta grazie alle donne. Hanno decostruito i discorsi dominanti, pubblicato opere di divulgazione sulle questioni di genere, manifestato, realizzato podcast e contenuti sui social network per spiegare, precisare, contestualizzare, mobilitare. Se le violenze sessuali nei confronti di donne e bambini, così come i femminicidi, sono oggi sempre in primo piano tra i fatti di attualità, lo dobbiamo a questo lavoro di base svolto dalle attiviste, ciascuna secondo le proprie forze. E quel lavoro è ormai penetrato nella quotidianità. Nelle cucine, nelle camere da letto, nelle aziende, nello spazio pubblico, il concetto di parità regna sovrano, con buona pace degli spiriti più reazionari. E allora perché sono così rari gli uomini che partecipano a questa lotta? 

Eppure sono coinvolti direttamente: in Svizzera sono il 90 per cento dei condannati per reati sessuali. Alcuni ne sono consapevoli, ma non si sentono autorizzati a parlare in nome delle vittime. Altri condannano le azioni individuali, senza capire che la violenza è il prodotto di una società patriarcale da cui traggono vantaggio anche loro. Signori, il risultato della vostra inerzia è che ancora una volta sono le donne a battersi al posto vostro e al loro carico fisico e mentale si aggiunge il dovere della militanza, di cui avrebbero fatto volentieri a meno. 

sabato, giugno 27, 2026

LIBRO: "Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele" di Omer Bartov


Nel luglio del 2025, Omer Bartov pubblica sul “New York Times” un articolo dal titolo "I’m a Genocide Scholar. I Know It When I See It", che scatena un dibattito enorme perché dimostra che l’azione di Israele a Gaza è, a tutti gli effetti, un genocidio. 

In questo libro, Bartov pone delle domande a cui ancora non si è data risposta: 
  • come è stato possibile trasformare il sogno del sionismo in un incubo? 
  • Come è avvenuta la trasformazione del sionismo da movimento di emancipazione e liberazione ebraica a ideologia di Stato basata sull’etnonazionalismo, l’esclusione e il dominio violento sui palestinesi?
  • Come si è potuta avere una comprensione distorta della lezione morale dell’Olocausto? 
  • E quali sono le ragioni del diffuso sostegno a queste politiche genocide da parte dei cittadini ebrei di Israele? 

Al centro di questa visione del mondo vi è la convinzione che l’intera terra fra il fiume Giordano e il Mediterraneo appartenga agli ebrei e che la missione dello Stato sia quella di realizzare il diritto storico a questa terra. 
Ma non ci sarà pace finché sette milioni di ebrei governeranno su sette milioni di palestinesi senza alcuna prospettiva di uguaglianza. 

L’enorme shock del 7 ottobre avrebbe dovuto essere il momento giusto per prendere atto che il paradigma stesso del sionismo doveva essere drasticamente modificato. 

Illuminante e urgente, “Nell’abisso” è un libro fondamentale per chiunque cerchi di comprendere uno dei conflitti più violenti e devastanti di questo secolo.

venerdì, giugno 26, 2026

Passaggio obbligato

da L'internazionale del 12 giugno 2026

La crisi di Hormuz ha rivelato la fragilità di alcuni snodi marittimi indispensabili all’economia globalizzata. Che oggi sono diventati un’arma politica potente per i paesi che li controllano.

La chiusura dello stretto di Hormuz ha avuto effetti inaspettati per l’Iran. Gli Stati Uniti sono stati costretti a rivedere la loro strategia militare e diplomatica, a tal punto che sui mezzi d’informazione vicini al regime di Teheran alcuni commentatori si chiedono perché questa decisione non sia stata presa prima. Il paese mediorientale ha dimostrato che un varco largo poco meno di cinquanta chilometri poteva offrirgli uno strumento di deterrenza più concreto del suo programma nucleare e molto più semplice da usare. Sono bastati il lancio di alcuni missili e il rischio – reale o presunto – di mine nelle acque per spingere la maggior parte degli armatori a rinunciare alla navigazione, ritenuta troppo pericolosa.

Le conseguenze sono enormi. Il traffico marittimo nello stretto è crollato, e la risposta statunitense – il 12 aprile il presidente Donald Trump ha annunciato il blocco navale dei porti iraniani – ha innescato un confronto tossico, i cui effetti si ripercuotono sull’economia mondiale. 

Da Hormuz passa tra il 20 e il 25% del greggio trasportato via mare e una quota equivalente di gas naturale liquefatto (gnl). A questi si aggiungono altri importanti flussi di prodotti industriali e petrolchimici. I paesi che fanno parte dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) hanno attinto alle riserve strategiche nel tentativo di contenere i prezzi, ma non sono riusciti a fermare il rialzo: ogni nuovo incidente militare nello stretto provoca forti scosse sui mercati europei e soprattutto su quelli asiatici.

Questo scontro illustra sia la vulnerabilità degli stretti sia la loro importanza strategica. L’attacco degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, cominciato il 28 febbraio con una vasta campagna di bombardamenti, in poche settimane si è trasformato in un duello navale intorno a un’unica rotta marittima. 

“Lo strangolamento di un’arteria commerciale vitale può essere più efficace e meno costoso di un bombardamento a tappeto”, osserva Xavier Carpentier-Tanguy, storico e direttore dell’Osservatorio geopolitico dei mondi marini presso la fondazione Jean Jaurès.

In un’economia globalizzata, dove le catene di approvvigionamento attraversano decine di paesi, gli stretti sono diventati passaggi obbligati per le merci. 

Un quinto delle esportazioni mondiali di grano passa per lo stretto dei Dardanelli, in Turchia, e quasi un quarto delle esportazioni mondiali di soia e riso transita per quello di Malacca, tra la Malaysia e l’Indonesia. 

“Più le economie si connettono, più i punti di connessione sono vulnerabili. E tutto ciò che consente la circolazione – un porto, uno stretto o un cavo sottomarino – diventa un bersaglio”, aggiunge Carpentier-Tanguy



giovedì, giugno 25, 2026

LIBRO per ragazzi: "La storia di Lala" di Sergio Scapagnini, Illustratore Serena Scapagnini



Questa è la storia di Lala, un bambino di villaggio, che vive in una povera e libera spensieratezza con suo padre, un anziano contadino, finché diverse sfortune non si abbatteranno sulla sua famiglia, costringendolo a lasciare tutto e a trasferirsi nella grande città di Bombay. 
Lala lavorerà ininterrottamente per aiutare suo padre a ricomprare la terra che aveva perso. 
Un sogno fatto di coraggio, tenacia, di fede e, nonostante tutto, di invincibile buon umore. 
Dopo mille avventure, il sogno si avvererà a coronamento della storia di un piccolo, grande Uomo. 

Età di lettura: da 8 anni.

martedì, giugno 23, 2026

LIBRO: "Forma mentis. La corsa per decifrare i pensieri delle macchine" di Nello Cristianini

 

È sul confine tra filosofia e scienza che si combatte una delle battaglie più importanti della nostra epoca: scoprire cosa vedono le macchine quando guardano il mondo. 

Dopo il successo della trilogia in cui ha svelato come sono nate le macchine pensanti, Nello Cristianini ci conduce oggi dentro le prime enigmatiche mappe delle intelligenze artificiali.

Le macchine più intelligenti che abbiamo mai costruito non sono state programmate. 
Sono state coltivate. E oggi nessuno - nemmeno chi le ha create - sa davvero cosa accada al loro interno. 
Mentre milioni di persone, ogni giorno, chiedono loro consiglio, una comunità di ricercatori è impegnata in una sfida urgente: decifrare i pensieri di una mente che nessuno ha scritto. 
Esplorando i circuiti delle reti neurali, questi scienziati hanno trovato mappe geografiche, concetti astratti e regole scacchistiche mai insegnate. 
Hanno scoperto persino un principio di astuzia e la strana sensazione di essere osservati. 
Siamo di fronte a un territorio che si espande più in fretta della nostra capacità di mapparlo, affidiamo decisioni cruciali a intelligenze di cui sappiamo misurare il comportamento ma non spiegare i meccanismi. 
Nello Cristianini ci guida in una scalata tra i livelli di astrazione delle IA per rispondere alla domanda che definirà il prossimo futuro: come si legge una mente che ha una forma diversa dalla nostra?

lunedì, giugno 22, 2026

"Il paradosso del solare cinese" di Adam Tooze

 

da L'Internazionale del 12 Giugno 2026 di Adam Tooze

L’energia pulita oggi è a portata di mano. Il prezzo dei pannelli solari è ai minimi storici. Eppure le fabbriche cinesi che li producono rallentano o restano ferme.

La chiusura dello stretto di Hormuz ha scosso i mercati energetici. I consumatori chiedono a gran voce alternative ai combustibili fossili, ormai inaffidabili. 
Eppure viviamo in un mondo con un’eccedenza di pannelli solari.

Dopo un aumento degli investimenti a partire dal 2020, in Cina le aziende hanno raggiunto una capacità produttiva impressionante: fino a 1.000 gigawatt di pannelli all’anno. Il mercato globale non è in grado di assorbire tutta questa offerta. 

Più di quaranta imprese cinesi di pannelli solari sono fallite, sono state acquisite o sono state ritirate dalla quotazione in borsa. Un terzo dei dipendenti delle cinque principali aziende sopravvissute è stato licenziato. L’energia pulita, su una scala che all’epoca dell’accordo di Parigi sul clima del 2015 sarebbe sembrata utopia, oggi è a portata di mano. 

Il prezzo dei pannelli solari è ai minimi storici. Eppure le fabbriche rallentano o restano ferme.

Abbiamo una serie di argomenti ben collaudati per ridimensionare la portata di questa situazione tanto sorprendente. 

È un problema tecnico: il solare introduce troppa intermittenza nella produzione energetica. 
Le tecnologie di accumulo tramite batterie stanno ancora cercando di tenere il passo.

È un problema di economia politica: l’enorme parco di centrali a carbone cinesi soffoca la domanda di energia solare ed eolica.

“È il capitalismo, no?”. 

Già negli anni cinquanta dell’ottocento Karl Marx sosteneva che enormi guadagni di produttività sarebbero andati di pari passo con sprechi insensati. I “rapporti di produzione” – geo politica, sicurezza nazionale, protezionismo – ostacolano l’avanzata dell’economia verde. Chi l’avrebbe detto.

È colpa della Cina. Una ricerca dell’Ocse mostra che il solare è il settore più sovvenzionato al mondo. 

Dopo che nel settembre 2020 il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato il suo impegno per la decarbonizzazione, la sovrapproduzione e la competizione esasperata erano inevitabili. Nei settori delle materie prime, la corsa a conquistare quote di mercato attraverso l’espansione della capacità produttiva e le guerre dei prezzi è al tempo stesso distruttiva e normale. E quando Pechino ha cominciato a ridurre gli incentivi era inevitabile che ci fossero conseguenze. 

Se la Cina non riesce ad assorbire la sua produzione in eccesso, figuriamoci il resto del mondo. 

A questo punto probabilmente interverranno quelli degli “squilibri globali”: se Pechino avesse aumentato i consumi interni e le importazioni, il solare non soffrirebbe di una sovracapacità così marcata. Secondo questa lettura il modello di Pechino basato sugli investimenti e orientato alle esportazioni è il peggior nemico di se stesso.

In generale, sono tutte argomentazioni fondate. Se stessimo parlando di acciaio, sarei d’accordo. Ma da quando i pannelli solari sono una merce come un’altra? Sono un miracolo tecnologico. Ci permettono di diventare coltivatori dell’energia solare. Insieme alle batterie, che stanno a loro volta avvicinandosi a una situazione di eccesso di offerta, sono la chiave per un futuro sostenibile.

La sorpresa emersa dai dati dell’Ocse è che alla Cina sono bastati meno di 18 miliardi di dollari di sostegno pubblico in quindici anni per costruire un’industria in grado di fornire più energia pulita di quanto il mondo riesca ad assorbirne. 
Se l’occidente avesse fatto una cosa simile, ci staremmo congratulando con noi stessi.

Dal punto di vista della politica climatica siamo di fronte a un fallimento. 
Come possiamo permettere che il settore dell’energia solare entri in recessione proprio mentre quello delle rinnovabili sta raggiungendo la sua velocità di fuga?

Non c’è motivo, però, di farsi prendere dal panico. 

Il solare non è appena nato. Le aziende cinesi del settore, a differenza delle loro controparti europee una quindicina di anni fa, non rischiano di scomparire.

La domanda cinese di rinnovabili tornerà a crescere. Considerata l’occasione storica di avere energia pulita a basso costo, sta prendendo forma qualche politica lungimirante. 

La più significativa è forse il programma Mission 300, con cui la Banca mondiale e la Banca africana di sviluppo sperano di fornire energia pulita a 300 milioni di persone in Africa. 

A Shanghai, intanto, un consorzio che riunisce i principali operatori del settore del solare ha avviato un progetto per installare centinaia di gigawatt di energia nello spazio per alimentare data center orbitanti.

La rivoluzione delle tecnologie pulite trionferà. 

Pannelli solari e batterie a prezzi stracciati sono le sue truppe d’assalto. 
Il 2026, però, sarà ricordato come l’anno in cui il mondo si è trovato con più pannelli solari di quanti ne servissero e ha reagito con una scrollata di spalle.

ADAM TOOZE - è uno storico britannico. Dirige l’European institute della Columbia university, negli Stati Uniti. In Italia ha pubblicato L’anno del rinoceronte grigio (Feltrinelli 2021). 

Questo articolo è uscito sul Financial Times.

domenica, giugno 21, 2026

Concorso Letterario - Tema IL BORGHETTO

A settembre 2026 saranno fornite maggiori indicazioni 
per partecipare al Concorso  Letterario, 
che in realtà è più una forma di storia corale.

TUTTE e TUTTI, giovani e meno giovani, sono / siete / siamo invitati 
a scrivere o a disegnare, a mettere su un foglio 
i vostri ricordi o le vostre emozioni.

TUTTI i contributi che arriveranno saranno presi in considerazione, 
NON ci saranno vincitori e premiazioni.

In occasione della Festa del Parco Borghetto del Giugno 2027 
saranno letti i contributi più interessanti od emozionanti e i disegni verranno esposti

Siete pertanto tutti invitati, da oggi, a pensare e a scrivere
sul Borghetto (il parco e il nucleo storico), 
il LUOGO del CUORE FAI magico di Palazzolo Milanese.


I contributi dovranno essere inviati alla email di Restare Umani: restareumani2011@gmail.com
 

LIBRO: "L'internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione" di Giuseppe De Marzo, prefazione di Tomaso Montanari

 

Da anni Giuseppe De Marzo si batte per la sostenibilità, l’ecologia e per un futuro migliore per il nostro pianeta e le persone che lo abitano. 

In questo libro affronta domande cruciali per il nostro tempo: 
perché continuano a crescere le disuguaglianze? 
Cosa può fare la politica? È tardi per fermare il riscaldamento globale? 
Quali sono le alternative praticabili e quali i futuri possibili? 

Per De Marzo il punto di partenza fondamentale per ridare respiro e dignità alla Terra è quella che chiama “ecologia della relazione”, ovvero un approccio culturale che ci fa riconoscere la comunanza tra tutte le entità senzienti e non che abitano il pianeta. 

Coltivare relazioni ci permette così di riconoscerci parte di una coscienza collettiva che agisce attraverso le connessioni e le interdipendenze della comunità della vita. 

Ispirandosi a questo principio, De Marzo elabora proposte e suggerisce buone pratiche, ma soprattutto – pur osservando criticamente e lucidamente la drammatica situazione attuale – ci restituisce una ragionevole speranza nell’avvenire. 

Introduzione di Tomaso Montanari. 
Postfazione di Vandana Shiva.

sabato, giugno 20, 2026

PCI: a 50 anni dalle elezioni "storiche" del 20 e 21 giugno 1976. Il sorpasso sfiorato sulla DC

 

di Maurizio Caprara

Le carte segrete della CIA: il vero pericolo è il crollo dell'economia italiana.

Fu una giornata intensa il 22 giugno 1976 per Gerald Ford, presidente degli Stati Uniti, repubblicano, subentrato nel 1974 nella carica di Richard Nixon, costretto le dimissioni. L'ex vice del protagonista dello scandalo “Watergate” ebbe la prima colazione alle 7.15, poi colloqui con i collaboratori.
Alle 8.09, barbiere.
Alle 8.47, elicottero dalla Casa Bianca all'aeroporto Andrews per raggiungere in aereo Indianapolis, partecipare a una conferenza e tornare a Washington.
Rientro nello studio ovale alle 13.45. Nel pomeriggio, udienza con ambasciatori stranieri, vari appuntamenti.
Alle 19.05 piscina.
Alle 19.24, sei minuti dal medico.
Alle 19.58, cena seguita da telefonate.

L'agenda di Ford e altri documenti non più segreti consultati da chi scrive queste righe non specificano se sia stato in volo in ufficio che il presidente lesse The President’s Daily brief, il rapporto quotidiano preparato dalla Cia, Central intelligence Agency.  Di certo, in quelle pagine a lungo top secret il successore di Nixon trovò analisi accurate su ciò che sarebbe accaduto in estate nel nostro paese. 

Sulla scrivania del presidente

Era sulle elezioni italiane il capitolo di apertura del rapporto per Ford datato 22 giugno 1976.

Si era votato domenica 20 e lunedì 21. L'argomento veniva prima di informazioni su scontri in Libano tra forze siriane e palestinesi. “I comunisti sono stati l'unico partito ad avanzare significativamente sia al Senato che sia alla camera rispetto alle precedenti votazioni del 1972”, riferiva sull'Italia la Cia al presidente.

“Mentre è troppo presto per trarre conclusioni definitive, è probabile che sia difficile, se non impossibile, isolare del tutto i comunisti del processo di governo nazionale. Con la posizione largamente rafforzato in Parlamento, la loro cooperazione sarà più che mai necessaria per far approvare e applicare ogni progetto importante proposto da un governo nel quale non partecipino direttamente”, prevedeva il rapporto.

Sull'Italia la Cia aveva aggiornato Ford dal lunedì 21: “il governo post-elettorale erediterà una situazione economica peggiorata da anni di negligenza”.

Tra i difetti elencati, “un sistema fiscale ingombrante e inefficiente”, “inflazione media al 17% nel 1975”.  Nelle analisi era l'economia, più che legami del Pci con l'unione sovietica, a preoccupare: “con i comunisti esclusi dalle cariche ministeriali chiave, gli uomini d'affari stranieri e locali si sentirebbero rassicurati che saranno improbabili nazionalizzazioni origine linee guida di pianificazione. Molti vedrebbero il sostegno comunista dall'esterno del governo come un mezzo per rafforzare la credibilità della coalizione. In queste circostanze, la fuga di capitali probabilmente avrebbe vita breve”. Osservava la Cia che con una parziale responsabilità per atti di governo i comunisti avrebbero potuto convincere i sindacati ad accettare qualche tipo di limitazione volontaria dei salari”. Fughe di capitali all'estero ve ne erano state. L'avanzata del Pci nelle amministrative del giugno 1975 aveva indotto ipotizzare un sorpasso del simbolo con falce martello e tricolore sullo scudo crociato della Democrazia Cristiana. Imprenditori italiani e cancellerie europee lo temevano. Anche se il sorpasso non vi fu, segnarono un cambiamento di fase storica le elezioni del giugno 1976. La DC resse.

Dalla sede comunista di botteghe oscure toccò il segretario Enrico Berlinguer smorzare le aspettative dei militanti ma per la prima volta dalla rottura della coalizione di unità nazionale, 1947, il partito comunista più grande dell'occidente venne proiettato dagli scrutini nei paraggi di una maggioranza governativa. Altre novità, a eleggere deputati, allora 630, avevano contribuito i diciottenni. Affluenza alle urne superiore al 93%. Il Pci alla camera balzò dal 27,5% di 5 anni prima, al 34,37% dei voti: 12.614.650 elettori. Oltre tre milioni e mezzo in più. Seggi: 228. Un aumento di 49.

Confermata primo partito con il 38,71%, grazie a 14.209.519 voti, la Dc di seggi ne ebbe 262. Persi, solo quattro. Terza forza il Psi: 9,64%, deputati diminuiti da 61 a 57.

In calo socialdemocratici, repubblicani, liberali.


Un pezzo di storia
Stagione inedita. Chiamata dai politologi” conventio ad escludendum”, una legge non scritta disponeva che in Italia i comunisti non dovessero governare. A determinarla era stata dal 1947 la guerra fredda tra Usa e Urss, combattuta senza sconvolgere la spartizione delle sfere di influenza delineata a Yalta nel 1944 dall'americano Franklin Delano Roosevelt, l’inglese Winston Churchill e il sovietico Stalin. L'Italia apparteneva all'occidente, assegnato alla guida di Washington. E nel giugno 1976?

Come conciliare “conventio ad escludendum” e ampiezza dei consensi per le botteghe oscure, pur sempre finanziate da Mosca malgrado i passi verso un'autonomia dal Cremlino?

Era stato un'intervista di Berlinguer al Corriere della Sera, il 15 giugno, a indirizzare un messaggio oltre l'oceano.” Voglio che l'Italia non esca dal patto Atlantico”, aveva affermato il segretario del pc. Risposta affidata alla trentacinquesima di 36 domande postegli da Giampaolo Pansa. Nell’alludere alla Cortina di ferro tra ovest e est, l'intervistato aveva aggiunto: “mi sento più sicuro stando di qua (…)”. Svolta di rilievo, sebbene con Berlinguer mai sfociata in un'uscita completa dalla tradizione comunista.

Il disegno berlingueriano di un “compromesso storico” -alleanza tra pc, cattolici della dc e socialisti- non è mai stato realizzato. Vero invece è che il 1976 avvio la” solidarietà nazionale”, una convergenza durata fino al 1979 che il che il 16 marzo 1978, giorno del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, avrebbe portato i comunisti a votare a favore del quarto governo guidato dal democristiano Giulio Andreotti. L'intesa verso tempi di proteste sociali, crisi, terrorismo. Produsse la riforma sanitaria, l'equo canone, la legge Basaglia per chiudere i manicomi.

Presieduto proprio da Andreotti, dai risultati del giugno 1976 sarebbe nato il 29 luglio il governo “delle astensioni”, detto così perché il Parlamento il Pci non avrebbe votato né sì né no sulla fiducia all'esecutivo. “Della non sfiducia”, un'altra denominazione.

Inventore ne fu Luigi Cappugi, collaboratore che il 6 agosto si annotò nel diario: “dal giugno al 1947 i comunisti hanno votato sempre contro i governi, deve fare impressione anche a loro dichiarare oggi l'astensione. Sono andato a pregare sulla tomba di De Gasperi”. A Montecitorio, 258 i voti per la fiducia. Astensioni 303: di Pci, Psi, Pri, Psdi, Pli, Indipendenti di sinistra. Contrari 44.

Monocolore con ministri soltanto democristiani, il governo Andreotti tre. Numerose le novità della stagione prive di precedenti. Per la prima volta in Italia, un ministero a una donna: il lavoro a Tina Anselmi. Ingresso in Parlamento dei radicali, tra i quali Marco Pannella e la ventottenne Emma Bonino.

Dal 5 luglio, presidente della Camera o un comunista: Pietro Ingrao.

Il 16 luglio, primo mandato da segretario del Psi a Bettino Craxi. Personalità, tutte, che avrebbero lasciato segno in più di un'epoca