sabato, gennaio 10, 2026

GAZA: noi ci possiamo considerare ancora una società civilizzata e democratica?

 

Da L’Internazionale – Le Monde Francia

L’aiuto umanitario dovrebbe essere sacro e mai strumentalizzato.
Per questo è giusto condannare l'attacco di Israele alle ONG internazionali che da mesi operano a Gaza in condizioni drammatiche.
Queste organizzazioni, 37 delle quali non possono più svolgere attività dal 1 gennaio 2026, hanno contribuito a sfamare e curare più di due milioni di persone.

Hanno evitato il peggio grazie alla dedizione dei loro operatori, 500 dei quali hanno pagato il loro impegno con la vita.

Le ONG colpite non devono dimostrare niente in materia di etica e professionalità, eppure sono aggredite da autorità che violano le norme rispettate dagli Stati democratici.
Le ragioni presentate per giustificare il divieto vanno da vaghe accuse di collaborazione con il terrorismo fino alla critica dei termini usati per descrivere la situazione a Gaza.
L'offensiva contro le ONG è una nuova tappa nel progressivo strangolamento degli aiuti umanitari destinati ai palestinesi. Una decisione simile nasce anche dalla volontà di nascondere ciò che succede a Gaza dove la stampa internazionale non può ancora entrare nonostante il cessate il fuoco.
L’escalation imposta dallo Stato ebraico alimenta critiche feroci che il governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu cerca di far tacere lanciando accuse di antisemitismo.

In tal senso è importante ribadire che si può denunciare ciò che succede a Gaza senza che questo significhi mettere in discussione l'esistenza di Israele.
Questa esigenza vale anche per gli Stati che hanno giustamente criticato la decisione israeliana sulle ONG: pensano davvero che continuare a manifestare una “profonda inquietudine” senza mai esercitare la minima pressione cambierà qualcosa?
Se sono convinti che lo Stato ebraico sia sulla strada sbagliata, sarebbe finalmente il caso di trarne le dovute conseguenze

venerdì, gennaio 09, 2026

Nuova mostra RISSO: “CUBA - Il manifesto rivoluzionario” a Paderno Dugnano - ingresso libero

 

Dopo un’accurata selezione, tra i molti  che per ragione di spazio sono rimasti nei cassetti, i Manifesti della Mostra di Sergio RISSO, questa volta dedicati a CUBA, non fanno che confermare la ricchezza della sua collezione.

Raccolti negli anni dai muri, dagli Amici, dalle Associazioni e dai  Collettivi con cui Sergio è entrato in contatto, i Manifesti esposti 

raccontano una storia, che per i moderni Social Media sembra lontana, ma che, purtroppo ancora, raccontano di una esperienza, quella cubana che torna purtroppo di attualità in questo periodo !

 NON MANCATE!

La mostra sarà inaugurata il 22 Gennaio alle 18.00 e resterà aperta al pubblico dal 23 al 29 Gennaio 2026, dalle 10.00 alle 12.00, presso lo studio RISSO, sito in Via G. Rotondi, 44 / Via 25 Aprile, 19 (interrato) Paderno Dugnano

giovedì, gennaio 08, 2026

MUSICA: "Van Amen Acoustic Live" all'Hard Rock Cafè di Milano - 18 Gennaio 2026 - ore 18.00

 

Van Amen 18/01/2026

🎸 Chitarre, groove e aperitivo 🍹
📅 18 gennaio | dalle 18 in poi
📍 Hard Rock Cafe Milano
Live acustico che si muove tra Pop, Blues, Funk, Rock e Soul, con omaggi a leggende che non hanno bisogno di presentazioni 😌
👉 Vieni per l’aperitivo.
👉 Resta per il groove.
🔥 VAN AMEN LIVE!! 🔥

Prenotazioni: live@hrcmilan.com 




mercoledì, gennaio 07, 2026

MOSTRA: "KANDINSKY E L’ITALIA" a Gallarate fino al 12 Aprile 2026

 
Museo MA*GA - Mostre: Kandinsky e l'Italia

Il Museo MA*GA presenta un'importante rassegna che ruota attorno alla figura di Wassily Kandinsky, uno dei pionieri dell’arte astratta.

Curata da Emma Zanella ed Elisabetta Barisoni, progettata e realizzata dal Museo MA*GA e dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, la mostra si concentra sulla centralità dell’opera e del pensiero del maestro russo in relazione alla scena europea e, in particolare, alla grande stagione dell’astrattismo italiano che si è sviluppata tra gli anni trenta e gli anni cinquanta del Novecento.

Attraverso 130 opere, con capolavori provenienti da Ca’ Pesaro, dal Museo MA*GA da prestigiose collezioni pubbliche e private, si ripercorre la nascita dell’arte astratta e la sua evoluzione europea e italiana, ancora oggi viva e presente nel linguaggio creativo contemporaneo.

L’esposizione si apre con una prima ampia sezione volta a presentare la temperie culturale internazionale, così come si sviluppò tra gli anni venti e trenta del secolo scorso, ovvero quando Kandinsky, con le sue lezioni al Bauhaus, influenzò lo sviluppo della pittura grazie anche al dialogo aperto con i grandi maestri dell’Astrattismo Europeo quali Paul Klee, Jean Arp, Joan Miró, Alexander Calder, Antoni Tàpies, che definirono la nascita e la persistenza dell’arte astratta dai primi decenni delle Avanguardie Storiche agli anni cinquanta del Novecento, in Europa e in Italia.

Nella seconda sezione la mostra prosegue con un affondo sulla relazione profonda quanto controversa tra Kandinsky e gli artisti italiani: fondamentale è la personale a lui dedicata alla Galleria del Milione di Milano nel 1934, occasione di riflessione e dibattito tra gli artisti italiani contrari alla figurazione dominante. La nascita e la persistenza dell’arte astratta, dalle Avanguardie Storiche agli anni Cinquanta, si riflettono così nei linguaggi di Lucio Fontana, Osvaldo Licini, Fausto Melotti, Manlio Rho, Enrico Prampolini, Atanasio Soldati e Luigi Veronesi.

Nel secondo dopoguerra il pensiero e l’opera di Kandinsky rimasero al centro della scena italiana grazie soprattutto ad alcune importanti mostre come Arte astratta e concreta del 1947 a Milano, Arte Astratta in Italia del 1948 a Roma e ai movimenti e gruppi quali Forma (1947), MAC (1948), Origine (1951), che avvicinarono ai maestri storici gli artisti più giovani, desiderosi di cogliere in Kandinsky la chiave per entrare autonomamente in un nuovo mondo visivo. Di questo tratta la terza e conclusiva sezione della rassegna, con lavori di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi, Piero Dorazio, Roberto Sebastián Matta, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo, Emilio Vedova.

martedì, gennaio 06, 2026

A 30 anni dall'abrogazione dell'articolo del codice Rocco che classificava lo STUPRO come "Delitto contro la moralità pubblica"

 

di Dacia Maraini

Lo stupro: una rabbiosa affermazione di potere che colpisce carne e futuro delle donne. E degli uomini.

Sono solo trent'anni fa la legge stabiliva che una donna che veniva stuprata non costituiva la parte offesa perché la violenza veniva considerata una offesa alla morale pubblica e non contro la persona. 
Curiose concezioni del corpo femminile. Quasi a dire che l'antica pratica dello stupro era accettabile se non turbava in qualche modo il concetto di moralità pubblica stabilita dalla legge.

Il corpo femminile era parte di un linguaggio del potere che si affidava ai privati. Libero un genitore, un marito virgola di vendicarsi dell'offesa fatta alla “sua donna”, con ciò si permetteva il delitto d'onore, ma la persona offesa non poteva chiedere la punizione di chi l'aveva ferita e umiliata.

Dacia Maraini l'ha scritto molte volte ma torna a ripeterlo: lo stupro non esiste in natura, gli animali non violentano. Qualcuno mi ha fatto notare che a volte c'è una forzatura da parte del maschio sulla femmina anche nel mondo animale è vero, ma si tratta di una prepotenza non di un progetto politico. Infatti, quello che purtroppo fra gli esseri umani si ripete spesso, ovvero lo stupro di gruppo, chiaramente è da leggersi come un fenomeno sociale che non si è mai visto nel mondo animale.

Lo stupro è un'invenzione strettamente umana per colpire profondamente il nemico in guerra infatti, quando un gruppo, un popolo, una forza religiosa vinceva sul campo, il nemico di solito veniva ucciso, le terre, le case venivano sequestrate e le donne venivano prese come schiave. La storia greca e quella romana sono piene di queste vicende punto ma perché la vittoria fosse completa mancava una cosa: lo stupro. L'atto finale, brutale e militaresco di inserire il proprio seme nel ventre della donna, considerata parte passiva del nemico, voleva dire appropriarsi del suo futuro oltre che delle sue terre e delle sue abitazioni.

Oggi naturalmente chi stupra non pensa in questi termini, ma le profonde radici simboliche del suo atto ne portano la testimonianza segreta non c'è niente che riveli il piacere sessuale di uno stupro, se non la voglia di umiliare il nemico e appropriarsi del suo futuro. Tutte le soddisfazioni che mirano a una idea di onnipotenza possono procurare un perverso piacere erotico.

Detto questo, ci si chiede che senso possa avere oggi al di fuori di una vaga memoria arcaica. EE purtroppo temo che la risposta stia nella profonda arretratezza che esiste nel mondo psicologico rispetto alle grandi conquiste della tecnologia e della scienza. La prepotenza rituale che si poteva capire in tempi remoti e organizzati secondo schemi etici legittimità legittimati dalla storia, è difficile da accettare oggi in una civiltà che pretende di avere superato quelle forme arcaizzanti punto si rimane sconcertati nel constatare che l'uomo Sapiens, così intelligente ed evoluto, così pronto alle conquiste tecnologiche, così ingegnoso nelle sempre nuove scoperte scientifiche virgola non sia capaci di progredire e avanzare anche nelle sue strutture psicologiche.

Le guerre nel tempo si sono trasformate in maniera strabiliante: dalle frecce e le spade, alle bombe e ai droni.

Possibile che non si riescano a sublimare gli istinti più primitivi e creare un mondo di convivenza basato sui diritti civili il rispetto dell'altro e lo scambio delle merci e delle idee senza volere per forza di distruggere l'avversario?

Le guerre antiche tendevano a sottomettere il nemico ma non a distruggere totalmente i suoi averi punto anche perché quelle terre, quegli animali, quelle donne schiave, servivano.

Oggi gli aerei senza pilota, le bombe atomiche e i cui veleni radioattivi sono preda dei 20, hanno creato guerre diverse e nocive soprattutto per i beni pubblici e le persone più fragili. Possibile che questo non crei una nuova coscienza civile, basata sulla conservazione della specie e la difesa dell'ambiente?

Io non so chi abbia proposto nel 1996 la cancellazione di una legge sullo stupro a dir poco arcaica, ma spero che siano stati degli uomini virgola e non soltanto delle donne spinte dal senso di giustizia punto lo stupro come abuso di potere riguarda non solo la persona che lo subisce, ma prima di tutto chi lo pratica punto la donna offesa oggi può fare denuncia e questa è una conquista punto ma l'uomo che crede di fare una bravata dovrebbe comprendere che non si tratta solo di un'invasione fisica ma di una rabbiosa, perversa affermazione di potere che colpisce la carne sì, ma soprattutto lo spirito di una donna, attentando al suo futuro punto e quel futuro riguarda pure lui punto molti osservando il fatto che a volte le donne stuprate continuano la vita di tutti i giorni, si chiedono che danni possa avere fatto: “Non ci sono tracce di coltello o di botte!”

In effetti lo stupro Raramente produce ferite visibili, ma le lesioni sono profonde e riguardano il rapporto che una donna ha con il proprio corpo l'effetto della violenza subita può provocare delle vere catastrofi psicologiche. Oggi le donne sono più consapevoli, tendono a non accettare l'imposizione sessuale e questo per certi uomini costituisce una diffida a cui rispondono con la violenza per punirle della loro pretesa libertà. Da qui lo stupro come arma culturale sociale, ma quanto antica e spregevole!

Festeggiamo quindi con sollievo una delle poche prese di coscienza collettiva in un'epoca che sembra volere tornare al linguaggio primitivo della vendetta e dell'abuso sui corpi nemici.

lunedì, gennaio 05, 2026

L' attimo in cui il tempo si spezza e restare lucidi quando tutto brucia intorno

 

di Roberta Bruzzone - Psicologa e Criminologa

Ci sono immagini che non urlano.
Sussurrano.
E proprio per questo fanno più male.
Quella fotografia non racconta una tragedia.
Racconta il secondo prima.
Il momento esatto in cui tutto è ancora apparentemente al suo posto,
ma il tempo ha già deciso di tradire tutti.
Dentro è festa.
Capodanno.
Musica alta, luci che stordiscono, bicchieri che tintinnano come se fossero scudi contro la realtà.
Champagne, sorrisi, corpi rilassati.
La convinzione collettiva che qui non può succedere niente di male. Ma si sbagliano.
Ed è lì l’inganno.
I volti sono sereni, disarmati.
Non perché non ci sia pericolo,
ma perché nessuno lo sta più cercando.
Quando la percezione del rischio si spegne,
la realtà diventa improvvisamente letale.
In quello scatto non c’è incoscienza evidente.
C’è qualcosa di peggio: normalizzazione.
Il momento in cui ciò che non è sicuro viene vissuto come accettabile.
Il momento in cui il limite smette di esistere.
Poi accade.
Ma non lo vedi.
Lo senti.
È l’istante in cui il corpo capisce prima della mente.
In cui l’aria cambia densità.
In cui la musica resta accesa,
ma la festa è già finita.
La notte che dovrebbe celebrare l’inizio
diventa una frattura.
Netta.
Irreversibile. Irrimediabile. Il tempo si ferma.
Il tempo non scorre più.
Si spezza, come fanno le cose che non possono essere aggiustate.
Quella foto oggi non parla di lusso.
Parla di vulnerabilità.
Non parla di divertimento.
Parla di un errore di valutazione.
Non parla di esclusività.
Parla di conseguenze.
È l’ultimo fotogramma prima che la realtà presenti il conto.
Il confine microscopico tra “è tutto sotto controllo”
e “non lo sarà mai più”.
Ed è questo che rende quell’immagine insopportabile:
mostra un mondo che avrebbe potuto fermarsi un secondo prima.
Perché le vere tragedie non iniziano con il caos.
Iniziano con una festa
in cui nessuno ha paura,
ma tutti sono già esposti.
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E ancora:
🥹💔 Dentro il Constellation nessuno pensava che la notte di Capodanno sarebbe finita così.
Era l’1:30 di notte del 1° gennaio 2026, quel momento sospeso in cui il nuovo anno è appena iniziato e tutto sembra ancora possibile. La musica era alta, l’energia quella tipica delle prime ore dell’anno nuovo, quando brindisi e abbracci si mescolano alla sensazione di essere vivi, insieme.
Poi, all’improvviso, qualcosa cambia.
Le fiamme partono dall’alto.
Da bottiglie con candele che fanno scintille, un dettaglio che fino a pochi secondi prima sembrava solo scenografico. Un gioco di luce, un eccesso pensato per stupire.
“Uno era seduto sulle spalle di un altro, teneva le bottiglie in alto… e ha preso fuoco tutto il condotto di aerazione”, racconta un ragazzo italiano di 16 anni che si trovava all’interno del locale.
È l’attimo in cui il tempo si spezza.
Un secondo prima stai festeggiando l’inizio dell’anno nuovo.
Un secondo dopo senti l’odore acre del fumo e capisci che qualcosa non va.
Dentro un locale affollato, nel cuore della notte di Capodanno, il panico è ancora più pericoloso.
Urla, spintoni, occhi che cercano un’uscita che fino a quel momento nessuno aveva davvero notato.
C’è chi resta paralizzato, chi non capisce subito cosa stia succedendo, chi guarda in alto sperando che qualcuno intervenga.
Il fuoco, però, non aspetta. Non concede tempo. Non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi stava semplicemente festeggiando l’inizio di un nuovo anno.
E poi arriva la domanda che resta impressa, più forte delle fiamme:
“Come hai fatto ad avere la prontezza di scappare?”
La risposta del ragazzo non parla di eroismo.
Non parla di coraggio.
Non parla nemmeno di fortuna.
“Merito degli insegnamenti di mio padre. Mio padre mi ha sempre cresciuto così”.
Una frase semplice.
Eppure potentissima.
Perché in quel momento capisci una cosa fondamentale:
ci sono insegnamenti che restano silenziosi per anni, nascosti nei gesti quotidiani, nelle frasi ripetute mille volte, in quei “stai attento”, “osserva”, “non seguire la massa”, che da ragazzi sembrano noiosi, inutili, esagerati.
E invece no.
Quando arriva il caos, quando tutto intorno si trasforma in confusione, non emergono le parole dette quella notte, ma quelle ascoltate per tutta la vita.
È lì che l’educazione diventa istinto.
È lì che il carattere prende il comando.
Quel padre, probabilmente, a quell’1:30 di notte del 1° gennaio 2026, non era lì.
Non sentiva la musica, non vedeva il fumo, non poteva immaginare cosa stesse succedendo.
Eppure, in qualche modo, era presente.
Nella lucidità del figlio.
Nella scelta di non restare fermo.
Nel capire che non c’era tempo da perdere, nemmeno in una notte che doveva essere solo festa.
Questa storia non parla solo di un incendio scoppiato durante i festeggiamenti di Capodanno.
Parla di responsabilità invisibili.
Di genitori che educano anche quando nessuno li osserva.
Di valori che sembrano piccoli finché non diventano decisivi.
Perché non sempre puoi proteggere tuo figlio con il tuo corpo.
Ma puoi farlo con ciò che gli lasci dentro.
E quella notte, mentre il nuovo anno era appena iniziato nel modo più sbagliato possibile,
un ragazzo è riuscito a trovare l’uscita.
Non perché fosse più forte degli altri.
Ma perché qualcuno, molto prima di quella notte,
gli aveva insegnato come restare lucido quando tutto brucia intorno.”