sabato, agosto 22, 2026

LIBRO: "Gli italiani non hanno più voglia di lavorare: (e hanno ragione)" di Charlotte Matteini

 
Almeno una volta alla settimana una nuova voce si leva dalla tv o dai giornali, strepitando una frase che ormai abbiamo sentito fino alla nausea: gli italiani non hanno più voglia di lavorare. Non vogliono sopportare l’impegno, gli orari, le condizioni contrattuali…
Già, ma quali sono davvero queste condizioni?
Sembra che nessuno si sia mai preso la briga di approfondirle, eppure basta poco per accorgersi che molto spesso sono irregolari: precariato diffuso, diritti azzerati, stipendi da fame, montagne di false promesse, e soprattutto scarsissime (per non dire nulle) possibilità di ambire a un futuro sereno e indipendente.

Sulla scorta dell’attività di denuncia sui suoi articoli e seguitissimi canali social, Charlotte Matteini costruisce un libro che non è solo inchiesta sulla brutale realtà del mercato del lavoro in Italia, ma anche una guida per chiunque si trovi intrappolato nelle maglie burocratiche dei contratti irregolari, o per chi si affaccia ora al mondo del lavoro. Per dimostrare che, se gli italiani non hanno più voglia di lavorare, un motivo ben preciso forse c’è.

venerdì, agosto 21, 2026

MOSTRA: "WERNER BISCHOF. Point of View" fino al 18-10-2026


Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta la mostra Werner Bischof. Point of View, che offre, a 110 anni dalla nascita, un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949, Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954) ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.

L’esposizione si compone di 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets e da un documentario che, con sguardo ancora oggi straordinariamente attuale, raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana.

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni cronologiche che ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Bischof: Svizzera 1932-1944 racconta gli anni della formazione e le prime sperimentazioni; Europa 1945-1950 raccoglie foto che documentano l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, tema che segna profondamente il lavoro e la visione dell’autore; Asia 1949-1953 raccoglie i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina; infine, Nord e Sud America 1953-1954 testimonia l’ultima fase di ricerca di Bischof, con le nuove esplorazioni visive nel continente americano.

Immediatezza e forza espressiva caratterizzano ogni fotografia di Bischof, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti. Tratti distintivi che gli valsero, già all’epoca, il riconoscimento della critica e la definizione, rara per un fotogiornalista, di vero e proprio “artista”. Del resto, Bischof era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista.

WERNER BISCHOF. Point of View – Chiostri di Sant’Eustorgio

giovedì, agosto 20, 2026

LIBRO: "La tempesta perfetta e altre storie sul clima" di Marcello Petitta

 

Scoprire come funzionano il clima e i maggiori eventi climatici è la chiave per comprendere i cambiamenti in corso e le loro conseguenze, come il riscaldamento globale, le tempeste violente, gli incendi persistenti in aree urbane e altri stati atmosferici violenti, sempre più ricorrenti nella nostra attualità. 

Questo libro analizza la fisica del clima attraverso un linguaggio semplice e metafore esemplificative grazie a cui ogni lettore consapevole, con il futuro del pianeta a cuore, potrà immedesimarsi.

mercoledì, agosto 19, 2026

Iran, ricordate la protesta di Ahoo Daryaei in reggiseno?


La studentessa aveva sfidato le regole sul velo spogliandosi in un'università di Teheran. Secondo il «Daily Mail», dopo il ricovero è stata costretta ad accettare una diagnosi psichiatrica e oggi riceve iniezioni mensili di un farmaco utilizzato per trattare la schizofrenia

Diciotto giorni legata a un letto di ospedale psichiatrico. Poi la liberazione, ma a una condizione: accettare l'etichetta di malata mentale. È il destino raccontato da un'amica di Ahoo Daryaei, la studentessa iraniana e madre di due bambini diventata un simbolo della protesta contro l'obbligo del velo dopo essere stata ripresa mentre camminava in biancheria intima all'interno dell’università Azad di Teheran. Un simbolo, quasi come  Mahsa Amini, brutalmente uccisa dalla polizia morale nel 2022. La vicenda, a quasi due anni di distanza, torna a mostrare uno dei meccanismi più inquietanti della repressione iraniana: trasformare la contestazione in una patologia, la disobbedienza in un disturbo, la protesta in qualcosa da curare.

A ricostruire la storia è il Daily Mail, che ha raccolto le testimonianze di persone vicine alla donna. Secondo quanto riferito al giornale britannico, dopo l'arresto, le autorità avrebbero cercato una spiegazione alternativa alla protesta diventata virale sui social. Il piano, ha raccontato un'amica di Daryaei, sarebbe stato quello di attribuire l'accaduto a problemi psichici: «Poiché un video di lei era diventato virale, dovevano costringerla ad ammettere di essere malata e che questo episodio era dovuto ai suoi problemi mentali», ha riferito la donna. E, secondo la stessa testimonianza, il regime avrebbe esercitato pressioni sulla famiglia per ottenere quella versione. A quel punto sarebbe entrato in scena l'ex marito. L'uomo è stato costretto ad ammettere che Daryaei soffriva di problemi mentali. Solo con questa conferma la studentessa è stata slegata dal letto e liberata dopo 18 giorni di ricovero.

La libertà, però, ha un prezzo ulteriore. Le autorità iraniane le hanno comunicato che da lì in avanti sarebbe stata sorvegliata e che il suo telefono sarebbe stato intercettato. Daryaei ha inoltre da allora l’obbligo di assumere farmaci antipsicotici, con i costi coperti dalla sua assicurazione. La sorveglianza, secondo l'amica citata dal Daily Mail, sarebbe arrivata al punto che i funzionari si sono accorti che la giovane non stava assumendo i farmaci semplicemente osservandola camminare «normalmente»: l'effetto delle medicine avrebbe dovuto renderla visibilmente stordita. Cosa che lei non era per niente. Oggi Daryaei è costretta a ricevere ogni mese iniezioni di flupentixolo, un farmaco utilizzato nel trattamento della schizofrenia. E non è lei a decidere quando e come assumere la terapia: sono i medici a somministrargliela per assicurarsi che venga presa regolarmente.

«La sua famiglia ha detto che è meglio per lei ricevere queste iniezioni con l'etichetta di malata di mente, piuttosto che essere impiccata, messa in prigione o torturata», ha spiegato l'amica. La storia di Daryaei ha così un prima e un dopo. Prima c'è quella scena diventata virale: una giovane donna che, dopo un alterco con i membri della sicurezza dell'università per il velo, si spoglia e attraversa l'area dell'ateneo in biancheria intima. Dopo ci sono il ricovero, la diagnosi, la sorveglianza e le terapie obbligatorie. In mezzo, il tentativo di stabilire chi abbia il controllo sul corpo di una donna: lei, oppure lo Stato.

Daryaei, oggi trentaduenne e studentessa in un'altra università, ha ripensato alla propria protesta anche attraverso questa domanda. «Il punto fondamentale era, prima di tutto, che non le piaceva il modo in cui la tiravano e il modo in cui la trattavano solo per una sciarpa», ha specificato la sua amica al giornale britannico. Quella umiliazione, nella sua lettura, avrebbe trasformato un episodio legato al velo in qualcosa di più grande: «Lasciatemi resistere in un modo che sia all'altezza di quello che mi state facendo passare». E poi il corpo. «L'obiettivo è stato quello di mostrare che lei ha il controllo del proprio corpo, delle proprie scelte».

martedì, agosto 18, 2026

Parole O_Stili: L'Intelligenza Artificiale c'è. Ma si vede?


Dal 2 agosto sono diventate applicabili gran parte delle disposizioni dell'AI Act, il regolamento europeo che disciplina lo sviluppo e l'utilizzo dell'intelligenza artificiale. Tra le novità più importanti c'è un principio tanto semplice quanto necessario: il diritto di sapere quando stiamo interagendo con un sistema di IA o quando un testo, un'immagine, un audio o un video sono stati generati artificialmente. L'obiettivo non è limitare la tecnologia, ma rendere più leggibile un ambiente digitale in cui la sua presenza è ormai sempre più diffusa.
Le notizie degli ultimi giorni mostrano bene quanto questo panorama sia già complesso. Snapchat ha annunciato che penalizzerà i contenuti interamente generati con l’IA per dare più spazio alla creatività umana. Intanto, però, social sempre più popolati da bot, creator virtuali e contenuti pensati per compiacere gli algoritmi rendono quasi plausibile (enfasi sul “quasi”, mi raccomando!) la Dead internet theory: l’idea di piattaforme affollatissime, ma sempre meno abitate da persone reali.
Anche noi utenti contribuiamo a questo ecosistema, spesso senza rendercene conto. Il trend Mini You, che accosta una foto dell’infanzia a una attuale, avrebbe già prodotto circa 40 milioni di immagini potenzialmente utili per studiare il processo di invecchiamento del volto umano. E mentre l’IA impara da ciò che condividiamo, qualcuno ne mette alla prova i limiti: il designer Eric Lu ha creato Ghost Font, una scrittura dinamica leggibile dalle persone ma non dai modelli che analizzano i video fotogramma per fotogramma.
Insomma, la situazione è complessa ed è proprio qui che l’AI Act prova a intervenire, cercando di rendere la presenza dell’Intelligenza Artificiale più visibile e di responsabilizzare chi ne fa uso. 
Fare un uso consapevole, in fondo, significa anche essere in grado di capire quando entra nei nostri feed, quali dati le consegniamo e quali effetti può produrre negli spazi digitali che abitiamo.


lunedì, agosto 17, 2026

Per de Coubertin le donne non dovevano correre. La risposta delle italiane

 
da Il Corriere della Sera di Barbara

Quando il barone Pierre de Coubertin rilanciò i Giochi olimpici, aveva già deciso chi doveva correre e chi doveva applaudire. Alle donne riservava la corona d'alloro da posare sul capo dei vincitori, non la pista. Il corpo femminile, sosteneva, apparteneva alla maternità: era riservato al parto, non alla prestazione. La partecipazione — quella frase che la storia gli ha cucito addosso come la più nobile delle medaglie — era, nei fatti, un privilegio maschile. Competere, in generale, una cosa da uomini.

Centotrent'anni dopo, agli Europei di Birmingham, l'Italia che vince porta soprattutto nomi di donna. Nadia Battocletti vola e si ripete: oro nei 5.000 e nei 10.000 metri, prima nella storia a firmare la doppietta in due edizioni continentali consecutive. Sofia Fiorini, ventuno anni, demolisce il record del mondo nella neonata maratona di marcia e stacca le avversarie di minuti, non di secondi. Dariya Derkach, 33 anni e tre operazioni al tendine d'Achille, sale sul gradino più alto del salto triplo — prima italiana mai riuscita nell'impresa in una rassegna outdoor. Larissa Iapichino arriva alla finale del lungo da leader stagionale d'Europa, pronta a giocarsi l'oro. E poi c'è Kelly Doualla, sedici anni, che a Rieti corre i 100 metri in 11"14 e diventa la seconda più veloce nella storia azzurra: un'adolescente che riscrive gli almanacchi mentre fa ancora i compiti.

Sono corpi-mente che non si limitano a vincere: 

esprimono un'idea di forza, di bellezza, di tempo 

— quello lungo di una carriera ricostruita, quello breve di un'esplosione teenager – 

che apre spazi e possibilità

Un’infinita moltiplicazione di spazi e possibilità per ogni ragazza che li guarda e sogna e ci prova. 

Lo sport resta una straordinaria leva per l’equità, la libertà, la partecipazione piena alla vita.

domenica, agosto 16, 2026

L’immane senso di impotenza che proviamo davanti alle atrocità del mondo. Sapere non ci salva e quindi "Che fare?" di Lavinia Marchetti

Zoran Mušič, Nous ne sommes pas les derniers (We are not the last ones)

Qualche notte fa ho chiuso il computer molto tardi. Sullo schermo era rimasto il volto di Ratil Mahmoud Musa Abdullah, otto anni, uccisa mentre dormiva in una tenda ad Al-Mawasi. Poco prima avevo riguardato il filmato di Abderrahim Fakir immobilizzato e lasciato morto e legato sull’asfalto rovente di Bologna, poi sono salita in aereo e le schede sono rimaste aperte, come un accumulo di coscienza. 

Stamani le ho riviste tutte assieme, un mosaico della crudeltà umana a cui si aggiungevano le ossa spezzate di due contadini palestinesi in Cisgiordania e la notizia dei militari italiani mandati nel Golfo dentro una guerra che il governo evita accuratamente di chiamare guerra. Ho spento tutto e riavviato. Non è servito a nulla. 

Vorremmo, quasi tutti noi, riavviare il mondo come fosse un PC pieno di inutili atrocità. Ma poi Ratil continua a essere morta. Fakir continua a chiedere aiuto in un video che ricominciava da capo a beneficio dell’algoritmo. 

Il mondo prosegue senza aspettare che noi riusciamo a comprenderlo ed elaborarlo, perché nel frattempo, oggi, altre atrocità erano lì ad attendermi e siamo sempre lì, a inseguire la prossima atrocità.

Che fare?

Ogni giorno sotto i miei articoli leggo la fatidica domanda: Che cosa possiamo fare? Ho provato a rispondere mille volte. Ci ho scritto molti post in merito. Ma le risposte sono sempre inefficaci, insufficienti. Non convinco nessuno, neanche me stessa. Quella domanda compare sotto le fotografie dei bambini coperti di sangue e riappare dopo l’ennesima casa palestinese demolita. La ritrovo perfino negli articoli sul caldo, quando le temperature trasformano le città in “selettori sociali” dove sarà la povertà a decidere chi vive e chi muore. Chi possiede un condizionatore e chi, specie gli anziani, attraversa la notte con il cuore sotto sforzo sperando di non morire. Dentro questa domanda vivono due facce bipolari della stessa medaglia, da un lato c’è una richiesta politica, di azione possibile, ma dall’altra c’è una stanchezza esistenziale più intima che è anche la mia. Chi legge vorrebbe sapere se l’attenzione prestata a tutto questo serva ancora a qualcosa, o se stiamo soltanto assistendo con maggiore definizione alla nostra irrilevanza. Io non ho alcuna risposta. Non lo so.

Negli ultimi mesi ho scritto quasi ogni giorno. Ho seguito i bombardamenti su Gaza e i pogrom dei coloni, ho studiato la morte di Fakir dentro filmati incompleti e versioni ufficiali di comodo distribuite da chi sa bene che l’attenzione dell’opinione pubblica dura due tre giorni e poi si passa alla prossima indignazione. Nel frattempo il caldo uccide braccianti esposti sotto il sole e uccide anziani poveri in appartamenti di chi non può partire, o non può permettersi un condizionatore, tutto questo mentre la politica europea prepara altre armi spiegandoci che la pace richiede arsenali sempre più grandi. A forza di passare da un documento all’altro ho avvertito una sensazione psicofisica molto precisa. La realtà si allargava e la mia facoltà di raggiungerla diminuiva.

La coscienza

La filosofia, in alcune sue declinazioni, ha descritto la coscienza come una stanza interna dalla quale osserviamo ciò che accade fuori, sensazione/percezione e successiva elaborazione.

....

continua L’immane senso di impotenza che proviamo davanti alle atrocità del mondo.

sabato, agosto 15, 2026

LIBRO: "L'urlo di Miles" di Reno Brandoni

 
L’urlo di Miles è un romanzo breve che intreccia esperienza personale e finzione narrativa per raccontare la fragilità dell’identità artistica quando viene meno la voce, il principale strumento di relazione con il mondo. 
Attraverso la figura di Miles, trombettista segnato da un intervento alle corde vocali e da un errore irreversibile durante la convalescenza, Reno Brandoni costruisce una riflessione intensa sul silenzio, la perdita, la dipendenza, la solitudine e la possibilità di rinascere attraverso la musica. 
La voce che cambia diventa metafora di una trasformazione più profonda: non solo fisica, ma esistenziale. 
Il protagonista attraversa una lunga caduta fatta di isolamento, rabbia e autodistruzione, fino a comprendere che ciò che definisce davvero un musicista non è il timbro della sua voce, ma il centro interiore da cui nasce il suono. 
Con uno stile asciutto, essenziale e introspettivo, il libro racconta il rapporto tra corpo e arte, tra vulnerabilità e creazione, trasformando una crisi personale in una meditazione universale sull’identità e sul significato del fare musica.

venerdì, agosto 14, 2026

ARCI: Che estate stanno vivendo i bambini di Gaza?

 

giovedì, agosto 13, 2026

LIBRO: "Amblimblè. Rime e riti dei giochi di strada" di Piero Dorfles

 

Come si giocava una volta, quando i bambini passavano più tempo in strada e non c'erano a disposizione molti svaghi, tantomeno quelli elettronici e il digitale? 

Piero Dorfles racconta i giochi, che erano soprattutto di gruppo: tana liberatutti, le biglie, dire fare baciare lettera testamento, facciamo che ero, campana, lo schiaffo del soldato, la lippa, rubabandiera, le belle statuine e tanti altri. 
Accanto ad essi, raccoglie le conte che li accompagnavano: filastrocche, poesiole spesso surreali e apparentemente senza significato, ispirate al lavoro, alle fiabe, alla parodia della vita adulta. 

Dorfles riflette su come i giochi collettivi siano fondamentali nella formazione di un individuo: perché insegnano a confrontarsi con gli altri stabilendo regole e rispettandole, in un contesto in cui si è tra pari e le differenze di censo non contano; perché sono strumenti per sviluppare la creatività, la fantasia e anche un senso di indipendenza e responsabilità; perché consentono al bambino di trovare un proprio ruolo e affermare sé stesso. 
Ne risulta l’affresco di un mondo perduto solo in parte, che forse non sarebbe così difficile ritrovare.