domenica, agosto 23, 2026

Diritto di parola o di fede? Dal Canada un test per tutti


da Il Corriere della Sera di Marco Ventura

l governo di Ottawa ha appena varato una legge, nota come Bill C-9 , che rende più severe le norme contro chi fomenta l’odio verso specifiche comunità. Nobili gli intenti ma lo scenario è complesso: i dubbi di musulmani ed ebrei, le implicazioni politiche. Una vicenda esemplare

Che cosa deve contare di più? La tua libertà di esprimerti anche se mi sento minacciato da ciò che dici? Oppure il mio diritto di farti tacere perché ciò che dici mi mette in pericolo? Quale parola va censurata perché foriera di discriminazione, abusi, violenza? E quale va tollerata perché non necessariamente seguita dai fatti e perché la libertà d’opinione è talmente preziosa da valere il rischio? L’interrogativo agita da tempo le società liberal-democratiche. L’aggressività veicolata e amplificata dai social ha fatto crescere la sensibilità per la protezione delle persone e delle comunità, soprattutto quando vulnerabili. Ci sentiamo pronti ad accettare limiti maggiori alla libertà d’espressione rispetto alle conquiste del passato. Però ci dividiamo sulla soglia di tolleranza: che cosa è protetto dal diritto di esprimerci? Come individuare e punire la parola che non deve esser detta?

Un test decisivo è rappresentato dal dibattito sul divieto di antisemitismo e di islamofobia: nasce qui la nostra nuova libertà d’espressione. Dallo scorso 18 luglio è in vigore in Canada una legge mirata, recita il titolo, «a proteggere dall’odio le comunità». Il Combatting Hate Act, noto come Bill C-9, rende più severe le norme via via aggiunte al codice penale federale a partire dal 1970 con l’obiettivo di perseguire chi fomenta l’odio contro specifiche comunità. In particolare, è ora punibile anche chi faccia uso di simboli riconducibili a organizzazioni terroristiche e chi impedisca l’accesso a luoghi di culto o intimidisca chi intende accedervi. Soprattutto, è stata rimossa l’esenzione religiosa che proteggeva qualsiasi discorso fondato in buona fede sulla dottrina teologica o sui testi sacri: d’ora in poi, chi «promuove deliberatamente l’odio contro una comunità determinata» non potrà più invocare il superiore diritto alla libertà religiosa.

La comunità islamica canadese conta oggi quasi due milioni di persone. È cresciuta in vent’anni dal 2% al 5% della popolazione complessiva e può salutare nella nuova legge uno strumento di garanzia: anche se il termine non è nel testo normativo, l’islamofobia è infatti inclusa dal Dipartimento di Giustizia tra i fenomeni da contrastare. Sentito da «la Lettura», il portavoce del National Council of Canadian Muslims si dice nondimeno preoccupato dall’impatto della legge. Trentasette anni, cinese di famiglia emigrata non religiosa, convertito all’islam, Steven Zhou teme anzitutto il giro di vite sui simboli. Vi sono gruppi islamisti fuorilegge che brandiscono versetti del Corano d’uso comune. Colpendo chi utilizzi simboli anche soltanto somiglianti a quelli dei jihadisti, come ora consente la legge, si minaccia la quotidianità dei fedeli. È ancor più preoccupato, il portavoce della maggiore organizzazione per i diritti dei musulmani del Canada, dall’abolizione dell’esenzione religiosa che potrebbe incoraggiare denunce fondate sull’ignoranza dell’islam. «Undici musulmani sono stati uccisi negli ultimi dieci anni», ricorda Steven Zhou, e fa notare come il responsabile dell’attentato al Centro islamico di San Diego in California, lo scorso maggio, si sia ispirato agli attacchi contro i musulmani canadesi. L’islamofobia è in vertiginoso aumento, sostiene, e questa legge rischia di risultare inefficace, se non controproducente.

Mark Sandler, membro della comunità ebraica, presidente dell’Alliance of Canadians Combatting Antisemitism, concorda con la critica alla rimozione dell’eccezione religiosa. Il settantunenne avvocato di Toronto racconta a «la Lettura» di aver raccomandato alla Commissione Giustizia della House of Commons, quando fu audito, di non togliere la good faith religious expression defence per non allarmare le comunità religiose. Egli diverge tuttavia da Steven Zhou quanto agli effetti. Anche senza l’esenzione, sostiene Mark Sandler, resta estremamente difficile incriminare qualcuno. D’altronde non costituisce reato, precisa il testo legislativo, «screditare, umiliare, ferire o offendere». L’odio penalmente rilevante deve concretarsi in «un’emozione di natura intensa ed estrema» tesa alla «denigrazione e al disprezzo», vilification and detestation nel testo inglese, calomnie et détestation nel testo francese.

Insomma, per Mark Sandler l’asticella resta molto alta. Ci vuole poi sempre l’autorizzazione a procedere del ministro della Giustizia, un requisito sgradito a chi avrebbe voluto un’azione più decisa. A differenza dell’islamofobia, l’antisemitismo è sempre stato menzionato dalla legge e continua a esserlo. Sandler lo ritiene opportuno, a tutela dei quasi 400 mila ebrei canadesi, circa l’1% della popolazione, contro i quali si è registrato il 70% dei crimini d’odio religioso censiti dalla polizia canadese nel 2024.

La nuova legge è ora affidata alle comunità, alla società, alla macchina giudiziaria, alla competizione politica. Nella provincia francofona del Québec prevalgono le politiche anti-religiose della Coalition Avenir Québec. Dal 2019 è battaglia sulla legge provinciale 21 che vieta molte manifestazioni religiose in nome della laïcité. La Corte suprema di Ottawa si pronuncerà a breve sulla costituzionalità di norme difese dal governo del Québec finanche attraverso l’articolo 33 della Carta canadese dei diritti e delle libertà del 1982, che salvaguarda eccezionalmente leggi provinciali in conflitto con i diritti della Carta. Lo scorso febbraio ha soffiato sul fuoco un nuovo intervento legislativo che in nome della laïcité giunge a vietare la preghiera all’aperto. Nell’occasione sono scesi in campo anche i vescovi cattolici del Québec per chiedere, con lo storico appello del 30 marzo, il ritiro del provvedimento.

È questo lo sfondo della nuova legge contro l’odio. Il governo federale a guida progressista l’ha voluta contro le politiche anti-religiose in Québec, ma il Bloc québecois, espressione nazionale del fronte pro laïcité, ha saputo imporre al primo ministro Mark Carney l’abrogazione dell’esenzione religiosa. Le incertezze delle comunità islamiche ed ebraiche sulle ricadute della legge si intrecciano dunque con la negoziazione politica e con la tensione tra pezzi del Paese.

Pur del tutto peculiare, il quadro sintetizza il dilemma delle nostre società, divise tra la difesa delle libertà e il bisogno di disarmare chi predica violenza. Quattro anni fa, proprio di questi giorni, lo scrittore Salman Rushdie veniva gravemente ferito durante una conferenza nello Stato di New York. Il 29 luglio scorso il processo federale si è concluso con la condanna dell’attentatore Hadi Matar, esecutore della sentenza pronunciata dal leader iraniano Khomeini nel 1989 dopo l’uscita del romanzo I versi satanici dell’autore anglo-indiano.

Nasce nelle contraddizioni la nuova libertà d’espressione: tra le paure delle comunità e le strumentalizzazioni dei partiti e dei governi, tra la censura della religione altrui, o della religione in quanto tale, e il bisogno d’una discussione aperta, di un confronto libero, sull’islam, sull’ebraismo, su tutte le fedi

sabato, agosto 22, 2026

LIBRO: "Gli italiani non hanno più voglia di lavorare: (e hanno ragione)" di Charlotte Matteini

 
Almeno una volta alla settimana una nuova voce si leva dalla tv o dai giornali, strepitando una frase che ormai abbiamo sentito fino alla nausea: gli italiani non hanno più voglia di lavorare. Non vogliono sopportare l’impegno, gli orari, le condizioni contrattuali…
Già, ma quali sono davvero queste condizioni?
Sembra che nessuno si sia mai preso la briga di approfondirle, eppure basta poco per accorgersi che molto spesso sono irregolari: precariato diffuso, diritti azzerati, stipendi da fame, montagne di false promesse, e soprattutto scarsissime (per non dire nulle) possibilità di ambire a un futuro sereno e indipendente.

Sulla scorta dell’attività di denuncia sui suoi articoli e seguitissimi canali social, Charlotte Matteini costruisce un libro che non è solo inchiesta sulla brutale realtà del mercato del lavoro in Italia, ma anche una guida per chiunque si trovi intrappolato nelle maglie burocratiche dei contratti irregolari, o per chi si affaccia ora al mondo del lavoro. Per dimostrare che, se gli italiani non hanno più voglia di lavorare, un motivo ben preciso forse c’è.

venerdì, agosto 21, 2026

MOSTRA: "WERNER BISCHOF. Point of View" fino al 18-10-2026


Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta la mostra Werner Bischof. Point of View, che offre, a 110 anni dalla nascita, un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949, Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954) ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.

L’esposizione si compone di 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets e da un documentario che, con sguardo ancora oggi straordinariamente attuale, raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana.

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni cronologiche che ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Bischof: Svizzera 1932-1944 racconta gli anni della formazione e le prime sperimentazioni; Europa 1945-1950 raccoglie foto che documentano l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, tema che segna profondamente il lavoro e la visione dell’autore; Asia 1949-1953 raccoglie i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina; infine, Nord e Sud America 1953-1954 testimonia l’ultima fase di ricerca di Bischof, con le nuove esplorazioni visive nel continente americano.

Immediatezza e forza espressiva caratterizzano ogni fotografia di Bischof, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti. Tratti distintivi che gli valsero, già all’epoca, il riconoscimento della critica e la definizione, rara per un fotogiornalista, di vero e proprio “artista”. Del resto, Bischof era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista.

WERNER BISCHOF. Point of View – Chiostri di Sant’Eustorgio

giovedì, agosto 20, 2026

LIBRO: "La tempesta perfetta e altre storie sul clima" di Marcello Petitta

 

Scoprire come funzionano il clima e i maggiori eventi climatici è la chiave per comprendere i cambiamenti in corso e le loro conseguenze, come il riscaldamento globale, le tempeste violente, gli incendi persistenti in aree urbane e altri stati atmosferici violenti, sempre più ricorrenti nella nostra attualità. 

Questo libro analizza la fisica del clima attraverso un linguaggio semplice e metafore esemplificative grazie a cui ogni lettore consapevole, con il futuro del pianeta a cuore, potrà immedesimarsi.

mercoledì, agosto 19, 2026

Iran, ricordate la protesta di Ahoo Daryaei in reggiseno?


La studentessa aveva sfidato le regole sul velo spogliandosi in un'università di Teheran. Secondo il «Daily Mail», dopo il ricovero è stata costretta ad accettare una diagnosi psichiatrica e oggi riceve iniezioni mensili di un farmaco utilizzato per trattare la schizofrenia

Diciotto giorni legata a un letto di ospedale psichiatrico. Poi la liberazione, ma a una condizione: accettare l'etichetta di malata mentale. È il destino raccontato da un'amica di Ahoo Daryaei, la studentessa iraniana e madre di due bambini diventata un simbolo della protesta contro l'obbligo del velo dopo essere stata ripresa mentre camminava in biancheria intima all'interno dell’università Azad di Teheran. Un simbolo, quasi come  Mahsa Amini, brutalmente uccisa dalla polizia morale nel 2022. La vicenda, a quasi due anni di distanza, torna a mostrare uno dei meccanismi più inquietanti della repressione iraniana: trasformare la contestazione in una patologia, la disobbedienza in un disturbo, la protesta in qualcosa da curare.

A ricostruire la storia è il Daily Mail, che ha raccolto le testimonianze di persone vicine alla donna. Secondo quanto riferito al giornale britannico, dopo l'arresto, le autorità avrebbero cercato una spiegazione alternativa alla protesta diventata virale sui social. Il piano, ha raccontato un'amica di Daryaei, sarebbe stato quello di attribuire l'accaduto a problemi psichici: «Poiché un video di lei era diventato virale, dovevano costringerla ad ammettere di essere malata e che questo episodio era dovuto ai suoi problemi mentali», ha riferito la donna. E, secondo la stessa testimonianza, il regime avrebbe esercitato pressioni sulla famiglia per ottenere quella versione. A quel punto sarebbe entrato in scena l'ex marito. L'uomo è stato costretto ad ammettere che Daryaei soffriva di problemi mentali. Solo con questa conferma la studentessa è stata slegata dal letto e liberata dopo 18 giorni di ricovero.

La libertà, però, ha un prezzo ulteriore. Le autorità iraniane le hanno comunicato che da lì in avanti sarebbe stata sorvegliata e che il suo telefono sarebbe stato intercettato. Daryaei ha inoltre da allora l’obbligo di assumere farmaci antipsicotici, con i costi coperti dalla sua assicurazione. La sorveglianza, secondo l'amica citata dal Daily Mail, sarebbe arrivata al punto che i funzionari si sono accorti che la giovane non stava assumendo i farmaci semplicemente osservandola camminare «normalmente»: l'effetto delle medicine avrebbe dovuto renderla visibilmente stordita. Cosa che lei non era per niente. Oggi Daryaei è costretta a ricevere ogni mese iniezioni di flupentixolo, un farmaco utilizzato nel trattamento della schizofrenia. E non è lei a decidere quando e come assumere la terapia: sono i medici a somministrargliela per assicurarsi che venga presa regolarmente.

«La sua famiglia ha detto che è meglio per lei ricevere queste iniezioni con l'etichetta di malata di mente, piuttosto che essere impiccata, messa in prigione o torturata», ha spiegato l'amica. La storia di Daryaei ha così un prima e un dopo. Prima c'è quella scena diventata virale: una giovane donna che, dopo un alterco con i membri della sicurezza dell'università per il velo, si spoglia e attraversa l'area dell'ateneo in biancheria intima. Dopo ci sono il ricovero, la diagnosi, la sorveglianza e le terapie obbligatorie. In mezzo, il tentativo di stabilire chi abbia il controllo sul corpo di una donna: lei, oppure lo Stato.

Daryaei, oggi trentaduenne e studentessa in un'altra università, ha ripensato alla propria protesta anche attraverso questa domanda. «Il punto fondamentale era, prima di tutto, che non le piaceva il modo in cui la tiravano e il modo in cui la trattavano solo per una sciarpa», ha specificato la sua amica al giornale britannico. Quella umiliazione, nella sua lettura, avrebbe trasformato un episodio legato al velo in qualcosa di più grande: «Lasciatemi resistere in un modo che sia all'altezza di quello che mi state facendo passare». E poi il corpo. «L'obiettivo è stato quello di mostrare che lei ha il controllo del proprio corpo, delle proprie scelte».

martedì, agosto 18, 2026

Parole O_Stili: L'Intelligenza Artificiale c'è. Ma si vede?


Dal 2 agosto sono diventate applicabili gran parte delle disposizioni dell'AI Act, il regolamento europeo che disciplina lo sviluppo e l'utilizzo dell'intelligenza artificiale. Tra le novità più importanti c'è un principio tanto semplice quanto necessario: il diritto di sapere quando stiamo interagendo con un sistema di IA o quando un testo, un'immagine, un audio o un video sono stati generati artificialmente. L'obiettivo non è limitare la tecnologia, ma rendere più leggibile un ambiente digitale in cui la sua presenza è ormai sempre più diffusa.
Le notizie degli ultimi giorni mostrano bene quanto questo panorama sia già complesso. Snapchat ha annunciato che penalizzerà i contenuti interamente generati con l’IA per dare più spazio alla creatività umana. Intanto, però, social sempre più popolati da bot, creator virtuali e contenuti pensati per compiacere gli algoritmi rendono quasi plausibile (enfasi sul “quasi”, mi raccomando!) la Dead internet theory: l’idea di piattaforme affollatissime, ma sempre meno abitate da persone reali.
Anche noi utenti contribuiamo a questo ecosistema, spesso senza rendercene conto. Il trend Mini You, che accosta una foto dell’infanzia a una attuale, avrebbe già prodotto circa 40 milioni di immagini potenzialmente utili per studiare il processo di invecchiamento del volto umano. E mentre l’IA impara da ciò che condividiamo, qualcuno ne mette alla prova i limiti: il designer Eric Lu ha creato Ghost Font, una scrittura dinamica leggibile dalle persone ma non dai modelli che analizzano i video fotogramma per fotogramma.
Insomma, la situazione è complessa ed è proprio qui che l’AI Act prova a intervenire, cercando di rendere la presenza dell’Intelligenza Artificiale più visibile e di responsabilizzare chi ne fa uso. 
Fare un uso consapevole, in fondo, significa anche essere in grado di capire quando entra nei nostri feed, quali dati le consegniamo e quali effetti può produrre negli spazi digitali che abitiamo.


lunedì, agosto 17, 2026

Per de Coubertin le donne non dovevano correre. La risposta delle italiane

 
da Il Corriere della Sera di Barbara

Quando il barone Pierre de Coubertin rilanciò i Giochi olimpici, aveva già deciso chi doveva correre e chi doveva applaudire. Alle donne riservava la corona d'alloro da posare sul capo dei vincitori, non la pista. Il corpo femminile, sosteneva, apparteneva alla maternità: era riservato al parto, non alla prestazione. La partecipazione — quella frase che la storia gli ha cucito addosso come la più nobile delle medaglie — era, nei fatti, un privilegio maschile. Competere, in generale, una cosa da uomini.

Centotrent'anni dopo, agli Europei di Birmingham, l'Italia che vince porta soprattutto nomi di donna. Nadia Battocletti vola e si ripete: oro nei 5.000 e nei 10.000 metri, prima nella storia a firmare la doppietta in due edizioni continentali consecutive. Sofia Fiorini, ventuno anni, demolisce il record del mondo nella neonata maratona di marcia e stacca le avversarie di minuti, non di secondi. Dariya Derkach, 33 anni e tre operazioni al tendine d'Achille, sale sul gradino più alto del salto triplo — prima italiana mai riuscita nell'impresa in una rassegna outdoor. Larissa Iapichino arriva alla finale del lungo da leader stagionale d'Europa, pronta a giocarsi l'oro. E poi c'è Kelly Doualla, sedici anni, che a Rieti corre i 100 metri in 11"14 e diventa la seconda più veloce nella storia azzurra: un'adolescente che riscrive gli almanacchi mentre fa ancora i compiti.

Sono corpi-mente che non si limitano a vincere: 

esprimono un'idea di forza, di bellezza, di tempo 

— quello lungo di una carriera ricostruita, quello breve di un'esplosione teenager – 

che apre spazi e possibilità

Un’infinita moltiplicazione di spazi e possibilità per ogni ragazza che li guarda e sogna e ci prova. 

Lo sport resta una straordinaria leva per l’equità, la libertà, la partecipazione piena alla vita.

domenica, agosto 16, 2026

L’immane senso di impotenza che proviamo davanti alle atrocità del mondo. Sapere non ci salva e quindi "Che fare?" di Lavinia Marchetti

Zoran Mušič, Nous ne sommes pas les derniers (We are not the last ones)

Qualche notte fa ho chiuso il computer molto tardi. Sullo schermo era rimasto il volto di Ratil Mahmoud Musa Abdullah, otto anni, uccisa mentre dormiva in una tenda ad Al-Mawasi. Poco prima avevo riguardato il filmato di Abderrahim Fakir immobilizzato e lasciato morto e legato sull’asfalto rovente di Bologna, poi sono salita in aereo e le schede sono rimaste aperte, come un accumulo di coscienza. 

Stamani le ho riviste tutte assieme, un mosaico della crudeltà umana a cui si aggiungevano le ossa spezzate di due contadini palestinesi in Cisgiordania e la notizia dei militari italiani mandati nel Golfo dentro una guerra che il governo evita accuratamente di chiamare guerra. Ho spento tutto e riavviato. Non è servito a nulla. 

Vorremmo, quasi tutti noi, riavviare il mondo come fosse un PC pieno di inutili atrocità. Ma poi Ratil continua a essere morta. Fakir continua a chiedere aiuto in un video che ricominciava da capo a beneficio dell’algoritmo. 

Il mondo prosegue senza aspettare che noi riusciamo a comprenderlo ed elaborarlo, perché nel frattempo, oggi, altre atrocità erano lì ad attendermi e siamo sempre lì, a inseguire la prossima atrocità.

Che fare?

Ogni giorno sotto i miei articoli leggo la fatidica domanda: Che cosa possiamo fare? Ho provato a rispondere mille volte. Ci ho scritto molti post in merito. Ma le risposte sono sempre inefficaci, insufficienti. Non convinco nessuno, neanche me stessa. Quella domanda compare sotto le fotografie dei bambini coperti di sangue e riappare dopo l’ennesima casa palestinese demolita. La ritrovo perfino negli articoli sul caldo, quando le temperature trasformano le città in “selettori sociali” dove sarà la povertà a decidere chi vive e chi muore. Chi possiede un condizionatore e chi, specie gli anziani, attraversa la notte con il cuore sotto sforzo sperando di non morire. Dentro questa domanda vivono due facce bipolari della stessa medaglia, da un lato c’è una richiesta politica, di azione possibile, ma dall’altra c’è una stanchezza esistenziale più intima che è anche la mia. Chi legge vorrebbe sapere se l’attenzione prestata a tutto questo serva ancora a qualcosa, o se stiamo soltanto assistendo con maggiore definizione alla nostra irrilevanza. Io non ho alcuna risposta. Non lo so.

Negli ultimi mesi ho scritto quasi ogni giorno. Ho seguito i bombardamenti su Gaza e i pogrom dei coloni, ho studiato la morte di Fakir dentro filmati incompleti e versioni ufficiali di comodo distribuite da chi sa bene che l’attenzione dell’opinione pubblica dura due tre giorni e poi si passa alla prossima indignazione. Nel frattempo il caldo uccide braccianti esposti sotto il sole e uccide anziani poveri in appartamenti di chi non può partire, o non può permettersi un condizionatore, tutto questo mentre la politica europea prepara altre armi spiegandoci che la pace richiede arsenali sempre più grandi. A forza di passare da un documento all’altro ho avvertito una sensazione psicofisica molto precisa. La realtà si allargava e la mia facoltà di raggiungerla diminuiva.

La coscienza

La filosofia, in alcune sue declinazioni, ha descritto la coscienza come una stanza interna dalla quale osserviamo ciò che accade fuori, sensazione/percezione e successiva elaborazione.

....

continua L’immane senso di impotenza che proviamo davanti alle atrocità del mondo.

sabato, agosto 15, 2026

LIBRO: "L'urlo di Miles" di Reno Brandoni

 
L’urlo di Miles è un romanzo breve che intreccia esperienza personale e finzione narrativa per raccontare la fragilità dell’identità artistica quando viene meno la voce, il principale strumento di relazione con il mondo. 
Attraverso la figura di Miles, trombettista segnato da un intervento alle corde vocali e da un errore irreversibile durante la convalescenza, Reno Brandoni costruisce una riflessione intensa sul silenzio, la perdita, la dipendenza, la solitudine e la possibilità di rinascere attraverso la musica. 
La voce che cambia diventa metafora di una trasformazione più profonda: non solo fisica, ma esistenziale. 
Il protagonista attraversa una lunga caduta fatta di isolamento, rabbia e autodistruzione, fino a comprendere che ciò che definisce davvero un musicista non è il timbro della sua voce, ma il centro interiore da cui nasce il suono. 
Con uno stile asciutto, essenziale e introspettivo, il libro racconta il rapporto tra corpo e arte, tra vulnerabilità e creazione, trasformando una crisi personale in una meditazione universale sull’identità e sul significato del fare musica.

venerdì, agosto 14, 2026

ARCI: Che estate stanno vivendo i bambini di Gaza?