Forse mai come in questi ultimi anni l’Unione europea si ritrova «accerchiata» da più nemici: dalla Russia, che continua a testare la pazienza di Bruxelles, dall’amministrazione Trump e da una certa destra americana e anche da «figure interne» che vorrebbero che l’Ue si dissolvesse, come l’Urss nel 1991
L'atmosfera delle vacanze, oltre all'accavallarsi dell'attualità, mi induce a proporre ai lettori un nuovo gioco enigmistico nel primo lunedì di agosto.
Trovate i punti in comune tra queste 3 foto...
C'è a stento bisogno di dirlo, ma la prima in alto ha tre giorni e rappresenta l'assalto disperato alle rive di Ceuta, in Spagna, che ha coinvolto 60 mila persone e causato almeno cento morti. La seconda foto ha cinque giorni e mostra il cratere di una decina di metri di diametro aperto nei pressi di Lublino (Polonia orientale), con ogni probabilità da un missile balistico russo. La terza invece è dell'8 dicembre 1991 e cattura l'attimo della dissoluzione dell'Unione sovietica: la firma sull'atto di divorzio da parte dei leader di Russia (Boris Eltsin), Bielorussia (Stanislaŭ Šuškevič) e Ucraina (Leonid Kravčuk), seguito da una lunga cena a base di vodka e da una sauna nella foresta bielorussa di Belaveža.
Fatico a immaginare Giorgia Meloni, il premier spagnolo Pedro Sánchez, il tedesco Friedrich Merz o Ursula von der Leyen in una serata a base di superalcolici con sauna finale. Ma ciò che le tre foto hanno in comune è l'obiettivo: non ci sono mai state tante potenze fuori, né mai tante forze in ascesa all'interno, che vorrebbero per l'Unione europea l'equivalente di quella foto di Belaveža; né ci sono mai state tante azioni di guerra ibrida pensate o almeno utilizzate dall'esterno per un simile scopo. Fra queste sicuramente bisogna contare l'assalto a Ceuta, così come la crescente pressione di atti ostili - missili, droni, propaganda, fondi occulti - che la Russia lancia verso il territorio europeo per saggiare dov'è la nostra linea rossa e fino a quando continueremo a tollerare.
Sì, siamo una superpotenza
Un punto da chiarire è che, malgrado le difficoltà di cui io stesso ho scritto spesso, non bisogna credere alla retorica trumpiana. I numeri raccontano un'altra storia. L'Unione europea resta saldamente una superpotenza economica, l'unica al mondo oltre agli Stati Uniti e alla Cina. A volte davanti agli Stati Uniti o alla Cina. Il grafico sopra, tratto dalla newsletter dell'economista Paul Krugman, mostra che siamo ancora secondi al mondo dopo l'America per dimensioni del prodotto interno lordo espresso in puri e semplici euro o dollari al valore corrente. Il grafico sotto mostra poi come anche il valore aggiunto manifatturiero dell'Unione europea - cioè il valore creato nel prodotto finale della manifattura, dati certi apporti di materie prime e altro - sia secondo al mondo davanti agli Stati Uniti. Se poi si guarda al prodotto interno lordo cosiddetto in "parità di poteri d'acquisto" - cioè parametrato ai prezzi interni, in modo da misurare i volumi prodotti - allora l'Unione europea è praticamente allineata agli Stati Uniti: circa 30 mila miliardi di dollari l'anno di Pil per entrambe, mentre la Cina è molto più in alto.
Ma un'altra misura dà l'idea di quanto fuorviante sia la retorica trumpiana sul vecchio continente che riecheggia in questi anni. Dal 2022 la crescita dell'Unione europea è stata del 23%, se misurata per abitante; quella degli Stati Uniti è stata invece solo del 15,4% (secondo dati della Banca mondiale). Pro-capite, cresciamo più noi europei degli americani. Il maggiore tasso di crescita in termini assoluti degli Stati Uniti rispetto all'Unione europea - fra il 2022 e il 2026 è atteso del 9% contro il 4% dell'Unione europea, secondo i dati di Bruxelles - si spiega principalmente con il fatto che in America la popolazione aumenta più in fretta. E ciò a sua volta è dovuto ai maggiori flussi di immigrati, inclusi gli irregolari, durante l'amministrazione di Joe Biden. Era già chiaro almeno dal 2024 e all'epoca ne ho parlato qui. In pratica in questi giorni Donald Trump critica ferocemente il governo spagnolo solo perché Madrid sta gestendo lo stesso fenomeno che si trova alla base della crescita americana da anni: lo stesso che lui osteggia.
Dietro gli attacchi della Casa Bianca in sostanza potrebbe non esserci solo un complesso di superiorità verso noi europei. Non credeteci. C'è anche la forma mentale di Trump. Per lui la vita non è una dinamica di cooperazione e benefici reciproci, ma un gioco a somma zero: perché gli Stati Uniti possano vincere, l'Europa deve necessariamente perdere. Questa del resto è la visione del mondo che gli ha inculcato dall'infanzia suo padre, uno spietato costruttore della jungla del mercato immobiliare newyorkese del secondo dopoguerra (illuminante in proposito il memoir familiare della nipote Mary Trump).
Qui c'è ciò accomuna gli eventi alle frontiere dell'Unione europea in questi giorni, da Lublino lungo la frontiera ucraina allo Stretto di Gibilterra 3.600 chilometri a sud-ovest. Non sapremo mai se l'amministrazione americana era al corrente su Ceuta, se ha dato il suo silenzio-assenso o qualche impulso alle azioni del Marocco. Possiamo solo fare l'elenco degli indizi che creano sospetti. Sappiamo però che la Casa Bianca ha subito cercato di fare di questa crisi migratoria un'arma impropria contro i suoi avversari nell'Unione europea: in questo caso contro il premier di Madrid Pedro Sánchez, colpevole di aver contestato Trump sull'Iran, sulle Big Tech, sulla Nato e colpevole soprattutto di seguire una propria politica dell'attenzione verso la Cina. In questo l'uso politico delle ondate di rifugiati in altri Paesi fatto da Trump ricorda il modo in cui Russia e Bielorussia pressano i migranti contro le frontiere di Polonia e Finlandia: vogliono solo destabilizzare (benché nel caso di Ceuta le responsabilità dell'America siano tutte da dimostrare).
La sostanza è che l’Unione europea non aveva mai contato tanti nemici esterni, che cercano di spingerla alla paralisi e alla frammentazione. Venerdì si è riunito l’Integrated Political Crisis Response, l’organismo di Bruxelles nato per condividere informazioni e decisioni di fronte a eventi gravi. Lì il Servizio esterno della Commissione europea — la squadra di politica estera che collabora con l’intelligence delle capitali e risponde alla vicepresidente Kaja Kallas — ha passato un messaggio ai governi: la corsa dei migranti verso Ceuta è stato un attacco mirato — c'è dunque una regia — ed è stato amplificato dall’esercito digitale russo, che ha fatto rimbalzare sui social media l’eco della crisi. Ha diffuso quella eco all’interno stesso dell’Unione europea, in America Latina, in Africa. Lo scopo politico è sempre lo stesso, hanno riferito i collaboratori di Kallas: alimentare un senso di caos in Europa e approfondire le divisioni.
In questo il cratere di Lublino e gli altri attacchi ibridi russi — i droni sugli aeroporti europei, gli sconfinamenti dello spazio aereo, l'uso stesso dei migranti — sono parte della stessa strategia vecchia ormai più di dieci anni. Attorno a Ceuta si è notata però una novità: per la prima volta, Mosca e un certo universo americano di destra stavano entrambi cercando di sfruttare lo stesso terremoto europeo. Entrambi si sono mossi per esacerbare. Non solo Trump in persona ha subito scaricato sul governo di Madrid le responsabilità; la galassia della destra Usa ha dato rapidamente dato seguito. Elon Musk con i suoi 241 milioni di follower su X ha diffuso un video fatto con l’intelligenza artificiale — immagini stomachevoli, per brutalità e violenza — di un preteso assalto a Ceuta. L’influencer Maga Jack Posobiec, da 3,2 milioni di follower su X, ha iniziato a invocare il ritorno del dittatore Francisco Franco morto nel 1975 (immagine sotto).
Sintomi di frammentazione
Qui non siamo semplicemente di fronte a una crisi migratoria. Fosse solo questo, essa andrebbe comunque messa in prospettiva. Secondo l'agenzia europea Frontex, gli arrivi di irregolari nell'Unione europea sono più che dimezzati dai 380 mila del 2023 ai 178 mila del 2025 e poi sono scesi di un ulteriore 40% nei primi cinque mesi del 2026 (rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso). Non solo. Sia quest'anno che dal 2021 l'Italia ha ricevuto un numero di irregolari costantemente doppio o quasi rispetto alla Spagna; dunque sospendere Schengen e proporre di isolare il governo di Madrid equivale, per l'Italia stessa, a legittimare la sospensione della libera circolazione dei propri cittadini in Europa e il rifiuto di ogni solidarietà da parte degli altri governi quando ci sarà la prossima ondata di sbarchi a Lampedusa. Un prevedibile autogol.
Ma, appunto, questa non è solo una crisi migratoria. È un atto di guerra ibrida contro un Paese europeo, non chiaro nelle origini ma chiaro nelle conseguenze e nel contesto: non si erano mai visti primi tanti attori esterni pronti a sfruttarlo per i propri fini, seminando zizzania in Europa.
Per questo la reazione dell'Italia e degli altri 21 governi che ora mettono Pedro Sánchez sul banco degli imputati - qualunque idea si abbia sulle sue politiche - sembra essa stessa un sintomo di frammentazione dell'Unione europea. Un piccolo passo verso una nostra versione occidentale della dacia di Belaveža, magari senza vodka, saune e cerimonie. Non sarebbe il solo sintomo, per la verità. Un altro è la totale assenza di leadership di Ursula von der Leyen, una presidente della Commissione che pure non smette di accentrare potere e informazioni a Bruxelles: ha volutamente lasciato cadere la sostanza delle raccomandazioni di Mario Draghi per il rilancio dell'economia. Nel frattempo sulla Russia l'Unione europea sembra sempre più spezzarsi in due tronconi: baltici, nordici, polacchi, olandesi e in parte la Germania innovano nella difesa, sviluppano tecnologie e stanno dando forma a un'entità geopolitica e militare ben distinta riconoscibile; altri governi invece non sembrano realmente interessati.
Quanto all'Italia, questo mese ha presentato a Bruxelles un documento riservato in cui - in sostanza - chiede più flessibilità e meno automatismi a Bruxelles nella sorveglianza sul rispetto dello stato di diritto nei singoli Paesi. È possibile che sia solo un riflesso "gollista" del governo di Roma; è certo però che quel documento avrebbe fatto felice un campione dell'illiberalismo come Viktor Orbán. Che un Paese fondatore arrivi a tanto è in sé un ulteriore sintomo di potenziale frammentazione o svuotamento dell'Unione europea. Intanto ci attendono le presidenziali francesi fra nove mesi con Marine Le Pen in testa nei sondaggi, come in Germania lo è l'estrema destra di Alternative für Deutschland.
Mi chiedo a volte se non siamo semplicemente viziati. Diamo talmente per acquisite le conquiste degli ultimi 70 anni, che non pensiamo davvero di poterle perdere.
Non sarebbe la prima volta in Europa che i leader, e le opinioni pubbliche, si muovono come dei sonnambuli.