sabato, luglio 18, 2026

La «flat tax» per super ricchi stranieri è un successo: ma quanto pesa sulle città?

Dal Corriere della Sera del 7 Luglio 2026 di Fabio Savelli

A Milano i prezzi degli immobili di lusso volano fino a 39 mila euro al metro quadro (+57% dal 2021). L’afflusso di capitali globali e super ricchi alimenta il mercato, ma cresce il timore di una bolla che penalizza anche il ceto medio

Il Fisco potrebbe arrivare a incassare fino a 1,7 miliardi di euro dalle imposte dirette versate dai grandi patrimoni trasferitisi in Italia. È lo scenario stimato da uno studio di Assonime, che colloca questo possibile risultato entro il 2040. L’analisi sottolinea come le variabili in gioco siano numerose. Nel periodo compreso tra il 2017 e il 2040, le compravendite immobiliari riconducibili a questi contribuenti sarebbero pari a circa 16,8 miliardi di euro, con un possibile gettito fiscale associato fino a 1,38 miliardi. Secondo lo studio, la presenza di questi soggetti può generare effetti economici più ampi, tra cui assunzioni di personale, investimenti nel mattone, interventi di ristrutturazione, consumi, apertura di società e stabili organizzazioni in Italia (con relativa tassazione nel Paese), oltre a una domanda costante di servizi professionali qualificati e iniziative di filantropia culturale. 

Come funziona questo regime

Il regime agevolato oggi prevede un’imposta sostitutiva sui redditi esteri pari a 300mila euro annui per chi trasferisce la residenza fiscale in Italia (importo aumentato dal 1° gennaio; in precedenza era di 200mila euro per i nuovi ingressi dal 10 agosto 2024 e di 100mila per quelli antecedenti). Per i familiari inclusi nel regime, il contributo è pari a 50mila euro, ridotto a 25mila per i trasferimenti precedenti al 2026. La flat tax continua, dunque, a registrare un crescente successo, ma alimenta allo stesso tempo anche interrogativi su equità fiscale, trasparenza e compatibilità con i principi costituzionali. Il meccanismo consente a chi trasferisce la residenza fiscale in Italia dopo almeno nove anni all’estero di pagare un’imposta forfettaria sui redditi prodotti fuori dal Paese, sostituendo integralmente l’Irpef ordinaria. Un regime che, di fatto, esclude la tassazione progressiva e non richiede la trasparenza dettagliata dei redditi esteri.

Quanti sono i beneficiari

Nel 2024 i beneficiari sono saliti a 1.923, tra titolari e familiari, contribuendo al gettito con circa 153 milioni di euro. Tuttavia, non è possibile stabilire quanto lo Stato avrebbe incassato applicando il sistema fiscale ordinario, né misurare con precisione il reale vantaggio fiscale concesso ai contribuenti coinvolti. Proprio su questo punto si concentra la Corte dei conti, che solleva criticità rilevanti: il regime «per i super ricchi stranieri» rischia di generare «gravi disparità di trattamento» e potrebbe non essere coerente con il principio costituzionale della contribuzione in base alla capacità contributiva. I magistrati contabili parlano esplicitamente della necessità di verificarne la «effettiva razionalità».

Il rischio di mancati investimenti

Un elemento critico riguarda l’assenza di valutazioni ex post: non esistono analisi sistematiche che dimostrino se la misura abbia realmente attratto investimenti produttivi, come previsto nelle intenzioni originarie. In altre parole, non è chiaro se il beneficio fiscale si traduca in un ritorno economico proporzionato per il Paese. Il regime appare invece sempre più come uno strumento di competizione fiscale internazionale, che attrae soggetti con redditi globali elevati, spesso per ragioni lavorative o personali. Una dinamica che, secondo la Corte, non coincide necessariamente con l’arrivo di nuovi investimenti strutturali nell’economia reale.


I redditi dichiarati da lavoro dipendente

I dati mostrano che meno della metà dei beneficiari produce redditi in Italia e che la maggioranza dei redditi dichiarati deriva da lavoro dipendente. Ciò rafforza l’ipotesi che il sistema attragga soprattutto professionisti e figure altamente mobili, più che investitori di lungo periodo. Il confronto con altri regimi fiscali agevolati – come quello per i lavoratori impatriati o per docenti e ricercatori – evidenzia una forte asimmetria: mentre questi prevedono condizioni più vincolanti e controlli più stringenti, la flat tax per i neo-residenti risulta molto più favorevole e meno condizionata da obblighi di investimento o creazione di valore interno.

L’impossibilità di stimare il gettito mancato

Il tema centrale diventa quindi quello dell’equità: a parità di capacità economica globale, due contribuenti possono essere trattati in modo profondamente diverso in base alla residenza fiscale, con un vantaggio significativo per chi rientra nel regime agevolato. Sul piano delle entrate, il sistema garantisce oggi flussi crescenti – circa 469 milioni tra il 2020 e il 2024 – ma resta incerta la valutazione complessiva del suo impatto netto. Non solo per l’impossibilità di stimare il gettito «mancato», ma anche per la difficoltà di contabilizzare eventuali benefici indiretti. 

La concorrenza fiscale tra Paesi europei

C’è poi il problema della concorrenza fiscale tra paesi europei. La Ue è nata con l’obiettivo di avere un grande mercato comune con regole uguali in tutti i paesi. «Queste iniziative invece spingono gli altri Paesi alla corsa al ribasso adottando misure simili. Oggi l’Italia beneficia di scelte che vanno in direzione opposta prese dal Regno Unito - dice Massimo Baldini, professore di Politica Economica nell'Università di Modena e Reggio Emilia - che ha aumentato le imposte sui non residenti».

venerdì, luglio 17, 2026

LIBRO: "In parole povere: I dialetti italiani tra memoria e futuro" di Franco Brevini

 

Quasi metà della popolazione italiana continua a fare riferimento al dialetto, ma sull’argomento persistono equivoci e fraintendimenti. 
Cosa distingue una lingua da un dialetto? 
E perché in dialetto, ancora oggi, alcune cose ci sembrano più autentiche? 
Soprattutto: che ruolo hanno avuto le lingue popolari nello sviluppo della nostra letteratura?

Tra i maggiori studiosi in materia, Franco Brevini risponde a queste e altre fondamentali domande tracciando un profilo teorico e storico del variegato mondo dialettale che anima il nostro paese.

Con un linguaggio chiaro, attraverso esempi e testimonianze che coprono l’intero corso della tradizione italiana, In parole povere si propone di fare finalmente chiarezza, colmando il vuoto che si è spalancato tra gli specialisti e l’opinione pubblica. Un lavoro che mette ordine nell’universo caotico della questione dialettale italiana, segnata da strumentalizzazioni, timidi rilanci e nostalgie disilluse.

L’operazione dell’autore non vuole essere conservatrice, al contrario: si propone di rendere viva la pluralità di voci che contraddistingue il nostro paese, perché «custodirle non significa tornare indietro, ma imparare a dire meglio chi siamo». 
E infatti oggi, in modo inatteso, i dialetti stanno tornando. 
Un revival che si manifesta con nuove energie e in forme diverse: nel rap e nei meme, all’interno dei podcast e su TikTok, a teatro e nel marketing. 

Le nuove generazioni li riscoprono, non più come lingue dell’arretratezza, ma come codici di libertà, ironia, identità. Scegliere di esprimersi in dialetto oggi può voler dire scegliere una lingua non colonizzata, non globale, non piatta.
I dialetti, insomma, sono voci che vengono da lontano, ma che si ostinano a guardare al domani. 
Un futuro per i dialetti è possibile ed è già cominciato.

giovedì, luglio 16, 2026

Perché i femminicidi sono in crescita? di Dacia Maraini



dal Corriere della Sera del 6 Luglio 2026

Non sarebbe il caso di interrogarsi più profondamente sul perché di un fenomeno così diffuso e in crescita? Come interpretare questa alzata di aggressività da parte di uomini che hanno amato una donna e poi, quando lei mostra un segno di indipendenza, si trasformano in assassini, a volte uccidendo anche i figli?
Ormai le notizie sui femminicidi passano nell’indifferenza generale, perse fra la piccola cronaca giornaliera quasi fossero avvenimenti accidentali, cui ci stiamo abituando. Ma c’è qualcosa di inquietante in questa crescita di violenze contro le donne. Che non riguarda il nostro Paese, ma tutto il mondo. 
Le notizie che arrivano dall’estero sono allarmanti. L’Onu ci dice che in tutto il mondo ci sono state quest’anno 85.000 donne uccise, una ogni 10 minuti. E sono donne percosse e ammazzate non per strada, non da un estraneo, ma dal proprio marito o compagno. 
Non sarebbe il caso di interrogarsi più profondamente sul perché di un fenomeno così diffuso e in crescita? 
Come interpretare questa alzata di aggressività da parte di uomini che hanno amato una donna e poi, quando lei mostra un segno di indipendenza, si trasformano in assassini, a volte uccidendo anche i figli?
Non si tratta di casi singoli o raptus di follia dovuti ad accidentali crisi familiari, ma di qualcosa che ha una base culturale precisa. 
Potremmo chiamarla una rivolta della più arcaica volontà di potenza che in certi uomini, quelli che identificano la propria virilità con il possesso e il comando, porta alla perdita di ogni controllo. 
Gli uomini saggi, e per fortuna ce ne sono tanti, si adeguano ai cambiamenti anche quando devono accettare la perdita di antichi privilegi. Ma altri, che vedono la propria idea interiore di virilità messa in discussione, preferiscono finire in prigione piuttosto che accettare la libertà di quella che considerano la propria donna. 
Da questo stato di terrore nasce la loro voglia di vendetta, come per dimostrare a se stessi che sono ancora uomini capaci di reazione e di autonomia. 
La vendetta per una rigida anima arcaica è il solo modo che ha un uomo per ricordare a se stesso di essere un padrone, un guerriero capace di affermare la propria superiorità. Si tratta di una vera tragedia della identità, ed è chiaro che con le manette e le proibizioni non si risolve niente. La sola cosa da fare è una educazione primaria al rispetto dell’altro, al concetto della sacralità del corpo umano. 
Il fatto che ancora dopo quasi un secolo dall’Unità d’Italia e dalla creazione della Repubblica non si riesca a inserire nelle scuole una educazione al rispetto dell’altro sia nel campo erotico sentimentale che in quello sociale e politico, fa capire perché il fenomeno del femminicidio possa passare come un delitto qualsiasi da chiamarsi semplicemente omicidio.

mercoledì, luglio 15, 2026

LIBRO: "Anche i figli hanno dei doveri. Per un'educazione all'impegno e alla gratitudine" di Osvaldo Poli

Un saggio brillante, ironico e controcorrente, che propone una nuova via per l'educazione dei figli. Osvaldo Poli non offre ricette magiche, ma restituisce ai genitori la «legittima autorevolezza» di chi sa che un'educazione ferma non è un atto di potere, ma la forma più alta di cura.

La cultura educativa contemporanea ha eretto un tempio ai diritti dei figli: il diritto all'ascolto, alla comprensione incondizionata, al riconoscimento di ogni sussulto emotivo. 
Sembra però essersi smarrita la legge della reciprocità. 
Se l'obbligo dei genitori di accudire e proteggere appare ovvio, un interrogativo urgente resta nell'ombra: qual è il dovere dei figli verso chi li ha messi al mondo? 

Osvaldo Poli, con la consueta lucidità e una buona dose di ironia, riporta al centro del dibattito un'ovvietà dimenticata: anche i figli hanno dei doveri. 
Non si tratta di un nostalgico ritorno a modelli autoritari, ma di un atto necessario per favorire la crescita dei figli, e far sì che non confondano l'amore con il diritto a essere perennemente accontentati. 

Dopo un'analisi che smonta i «virus culturali» del nostro tempo - il disagismo, che assolve ogni comportamento negativo addebitandolo a un disagio interiore, e il determinismo educativo, che addossa la colpa di ogni inciampo del figlio ai genitori - Poli ci invita a esercitare il buonsenso. 

Esigere da parte dei figli uno sforzo o una rinuncia, anche se costa fatica, non è crudeltà, ma l'unica strada per rendere i ragazzi più forti e più liberi. 
I figli non sono perfetti, nascono con un «software preinstallato», un temperamento che il genitore deve imparare a conoscere. 

Educare, allora, non significa creare da zero una persona ideale, ma aiutare i ragazzi a diventare la migliore versione di sé, correggendo quei bug del carattere che logorano la vivibilità quotidiana. 
Per questo rimettere al centro la responsabilità del figlio è fondamentale, perché l'amore senza verità si chiama inganno e l'amore senza giustizia diventa debolezza. 

In questo saggio Poli non offre ricette magiche, ma restituisce ai genitori la «legittima autorevolezza» di chi sa che un'educazione ferma non è un atto di potere, ma la forma più alta di cura. 
Perché la felicità di un figlio non risiede in una vita priva di ostacoli, ma nella conquista di un carattere formato, capace di amare e di rendersi amabile. 

Articolo del Corriere della Sera del 5 Luglio 2026:

martedì, luglio 14, 2026

Come tenere a freno l’invidia e la gelosia

 

da L'Internazionale del 3 Luglio 2026 di Anna van den Breemer, de Volkskrant, Paesi Bassi

Il confronto con gli altri può farci provare sentimenti negativi, causando frustrazione e insicurezza. Ma ci aiuta anche a capire cosa desideriamo davvero e quali sono i nostri obiettivi.

Nel film Amadeus (1984) l’ambizioso compositore Antonio Salieri è messo in difficoltà dal suo giovane rivale Wolfgang Amadeus Mozart. Non solo perché compone musica geniale apparentemente senza sforzo, ma anche perché è molto amato dalle donne, racconta Rob Compaijen, docente universitario di filosofia dell’università teologica protestante dei Paesi Bassi, nel suo libro Afgunst. Een filosofie van een pijnlijke emotie (Invidia. Filosofia di un’emozione nociva). 

Oggi questo fenomeno è chiamato anche “sindrome di Salieri”: la frustrazione che nasce quando altri eccellono in qualcosa per cui tu ti stai impegnando moltissimo.

Nessuno parla volentieri di gelosia e invidia. “Le persone si vergognano di provare questo tipo di sentimenti”, dice Karlijn Massar, psicologa sociale all’università di Maastricht. “Li considerano una dimostrazione di insicurezza o del fatto che si guarda con fastidio al successo altrui”.

Anche se sono concetti che spesso vengono confusi tra loro, tra gelosia e invidia c’è una netta differenza. La gelosia sorge soprattutto all’interno delle relazioni: è la paura di perdere qualcuno a favore di un possibile rivale. L’invidia, invece, nasce dal desiderio di avere qualcosa che appartiene a un’altra persona, che sia lo status sociale, il successo, l’aspetto fisico o i beni materiali.

Gli esperti distinguono tra invidia benigna e maligna. 

Nel caso di invidia benigna (benign envy) il successo altrui diventa uno stimolo a migliorarsi. “Si prende l’altro come modello”, spiega la psicologa Pieternel Dijkstra, autrice del libro Jaloezie. Omgaan met jaloerse gevoelens (Gelosia. Come gestire questo sentimento). Per esempio, se un’amica è in ottima forma, può diventare uno stimolo ad allenarsi più spesso.

L’invidia maligna (malicious envy) si spinge oltre: è quando non si vuole che l’altra persona abbia successo. “In questa variante il divario appare impossibile da colmare”, dice Dijkstra. “Per esempio quando un’amica ha un fisico migliore del tuo e tu hai la sensazione che, per quanto possa impegnarti, non riuscirai mai a raggiungere lo stesso risultato”. A quel punto può nascere il desiderio di sminuirla, magari parlando male di lei o minimizzando i suoi successi.

Se un amico è bravo a tennis ma a te quello sport non interessa, probabilmente non proverai invidia. “In quel caso il suo talento non mette in discussione l’immagine che hai di te stesso”.

Segnale d’allarme

Quando si parla di gelosia, invece, si pensa subito a comportamenti manipolatori o a una coppia che litiga a una festa. 

Ma c’è di più: questo sentimento funziona anche come utile segnale d’allarme. “Dal punto di vista evolutivo, ha una funzione importante”, dice Massar. “Serve a proteggere una relazione. Spinge ad agire quando qualcuno percepisce una minaccia dall’esterno”. 

Le persone valutano in modo automatico e inconsapevole i possibili rivali in amore, ha concluso Massar durante il suo dottorato di ricerca. Inoltre, si è visto che le cause scatenanti della gelosia sono diverse per le donne e per gli uomini. In un esperimento, alle donne è stata mostrata per una frazione di secondo una fotografia di un viso femminile, e poi hanno dovuto leggere la descrizione di una scena in cui un uomo e una donna flirtano a una festa.

Le donne che, senza rendersene conto, avevano visto il viso di una donna attraente, riferivano di aver provato più gelosia rispetto a quelle che avevano visto il volto di una donna meno attraente. Negli uomini, invece, un bel viso maschile non ha provocato alcuna gelosia, ma un fisico muscoloso sì. 

Una leggera forma di gelosia può anche avere un effetto positivo. “È il segno che quella relazione è importante per te”, spiega Massar. Spesso le persone hanno paura che il loro partner le consideri deboli se ammettono di essere gelose. “Mentre parlarne può essere d’aiuto”.

Rovescio della medaglia

“In generale tendiamo a reprimere o mascherare l’invidia perché la giudichiamo severamente”, dice Dijkstra. Ma così finiamo per restarne intrappolati. E inconsciamente rischiamo di assumere un atteggiamento ostile verso quella collega di successo o quell’amico così in forma. “Il primo passo è riconoscere i propri sentimenti”, spiega la psicologa. “Creandogli spazio si può reagire in modo più consapevole”.

La tendenza a paragonarsi agli altri è del tutto naturale, ma bisogna tenere conto di alcune cose. Di solito notiamo soprattutto i successi altrui. “Invece bisogna domandarsi: che cosa ha dovuto fare quella persona per arrivare dove sognava di essere?”, dice Dijkstra. “Magari la tua collega ha ottenuto una promozione lavorando tutti i fine settimana, e così facendo ha mandato in crisi il suo matrimonio”. Quando ci rendiamo conto del rovescio della medaglia, proviamo ancora la stessa invidia?

Chi prende in considerazione solo i traguardi raggiunti dagli altri rischia di allontanarsi dai propri obiettivi, ritrovandosi a desiderare l’auto sportiva del vicino o magari un viaggio intorno al mondo. 

“Invece bisogna riuscire a concentrarsi sul proprio percorso”, dice Dijkstra. 

In psicologia questo fenomeno si chiama confronto temporale: non ci si paragona agli altri, ma a una versione precedente di se stessi. “A che punto ero un anno fa? Che passi avanti ho fatto da allora? E dove voglio arrivare?”. Così si sposta l’attenzione dalla competizione alla crescita personale.

Se conduce all’introspezione, l’invidia non è per forza un sentimento negativo. “Anzi, può motivare le persone a porsi degli obiettivi e a sviluppare le proprie capacità”, dice Massar. “Quando si prova invidia bisogna chiedersi perché una cosa ci tocca tanto”. A volte, chi è invidioso di un collega ha solo bisogno di più riconoscimento. 

“Spesso l’invidia fa emergere una necessità non soddisfatta e, alla fine, dice qualcosa soprattutto sulla persona che la prova”.


lunedì, luglio 13, 2026

LIBRO: "Ogni istante è una vita. Racconti da Gaza al tempo del genocidio" di Susan Abulhawa, Tomaso Montanari (Prefazione), Viola Ardone (Postfazione)


Fazi Editore devolverà il 5% dei proventi del libro al Palestine Writes Literature Festival, dedicato alla promozione della letteratura, dell’arte e della cultura palestinesi.

Nel 2024 Susan Abulhawa, autrice del romanzo Ogni mattina a Jenin, ha organizzato nei campi tenda una serie di laboratori di scrittura con giovani palestinesi sfollati, le cui vite sono state sconvolte dalla violenza, dalla fame, dalla perdita della casa, della famiglia e di ogni forma di normalità. 


Da quell’esperienza nasce questa antologia: diciotto racconti brevi e intensi, scritti durante il genocidio perpetrato da Israele, nei quali la vita reale assume la forza della letteratura. 


Queste storie aprono uno squarcio sull’esistenza a Gaza sotto le bombe. 


Raccontano l’orrore dall’interno, nei gesti della vita quotidiana, nei suoni, negli odori: l’odissea per un buono alimentare, recuperare i propri vestiti dalle macerie, il viaggio in ospedale per partorire, dare un nome a un bambino salvato dalla morte, bere un caffè davanti al mare dopo aver perso tutto.


Con coraggio, rabbia, amore e – incredibilmente – speranza, queste voci restituiscono dignità, memoria e umanità a un popolo sotto assedio. 
E mostrano come, anche nella devastazione più estrema, raccontare possa diventare un gesto di resistenza.





sabato, luglio 11, 2026

Parole O_Stili: Essere donne nel 2026

l 2026 continua, purtroppo, ad essere un anno orribile per le donne.
In primis per le dichiarazioni di Roberto Vannacci, che nei giorni scorsi è tornato a negare l’esistenza del femminicidio, sostenendo una posizione che ignora il significato stesso della parola. Femminicidio, infatti, non è un sinonimo di omicidio, ma indica l'uccisione di una donna in quanto donna. È un termine introdotto dalla criminologa Diana Russell proprio perché il linguaggio tradizionale non riusciva a descrivere adeguatamente questa forma di violenza.

E poi per la notizia spaventosa arrivata da Milano, dove alcuni dipendenti ATM sono stati sospesi per aver condiviso e commentato in una chat immagini di donne riprese dalle telecamere di sorveglianza dei mezzi pubblici. È difficile non cogliere la gravità della vicenda: dispositivi pensati per garantire la sicurezza delle persone sono stati trasformati in strumenti di violenza, derisione e violazione ai danni di donne di tutte le età, che salivano su un tram convinte di essere tutelate per poi diventare oggetti di osservazione e intrattenimento.
Ancora una volta viene messo in discussione il diritto delle donne a essere riconosciute come persone e non come corpi a disposizione dello sguardo, del giudizio o del controllo maschile. Da un lato, attraverso il tentativo di svuotare di significato una parola che nomina un problema estremamente reale, dall’altro attraverso immagini sottratte, condivise e commentate senza consenso.
Sul caso ATM vogliamo condividere  un’interessante riflessione di Carolina Capria, che osserva come dietro questo e tanti altri episodi si celi un fenomeno più profondo che lega la costruzione di appartenenza e complicità maschili ai corpi delle donne. Riconoscere il filo che lega lo sguardo che umilia, la parola che minimizza e la violenza che colpisce non è un esercizio accademico, ma un atto di responsabilità collettiva che riguarda tutti e tutte noi. Episodi come questi, infatti, non sono eccezioni ma il prodotto specifico della cultura che li rende possibili.
Riflessione: 
Questa cosa ce la ripetiamo da tempo. E sono convinta che gli uomini lo abbiano sempre fatto, solo che adesso grazie alla tecnologia lo vediamo coi nostri occhi. Prima non potevamo saperlo, perché queste situazioni avvenivano in ambienti maschili dai quali le donne erano escluse. Ma gli uomini hanno sempre usato il corpo delle donne per instaurare relazioni tra di loro. Scopano le donne non perché vogliono le donne ma perché vogliono essere idolatrati dagli altri maschi. Gli uomini cercano l'approvazione degli altri maschi attraverso il corpo delle donne. Il loro reale oggetto del desiderio è l'approvazione degli altri maschi. Del resto è facilissimo verificarlo, e pure banale nella sua semplicità, basta riflettere: quando ami qualcuno ne ricerchi l'approvazione. E gli uomini di chi cercano l'approvazione? Delle loro mogli e fidanzate? No, degli altri uomini!! Ecco qua. Noi siamo solo il campo sul quale loro si incontrano. Io ormai (e dirò una cosa provocatoria ma comincio a pensare che sia vera) mi sto convincendo che gli uomini in realtà siano tutti omosessuali, e che il patriarcato sia stato inventato per obbligare gli uomini a stare con le donne, perché altrimenti si scopano solo tra di loro e nessuno fa figli. Perché altrimenti come si spiega questa ossessione maschile per il maschile? Persino da bambini ne sono ossessionati. I ragazzini stanno sempre a misurarsi il pene a vicenda, disegnano cazzi sui banchi, sui muri, nei bagni, hanno questa parola sempre in bocca come intercalare (vi siete mai chiesti perché diciamo "cazzo" per imprecare invece di qualsiasi altra parola?) e addirittura organizzano i sega party. Cioè, ma quando mai noi abbiamo mai fatto una qualsiasi di queste cose? E non dipende dall'educazione,è proprio una fissazione. Che loro hanno sui loro peni, e noi no. Ma non dovremmo essere noi quelle ossessionate dal sesso maschile, se così fosse?!

venerdì, luglio 10, 2026

Una nuova parola: "Astroturfing"

 

Potresti aver già sentito questa espressione perché deriva da un famoso brand americano che produce erba sintetica, AstroTurf appunto.

Ma l’astroturfing di cui parliamo, con l’erba non c’entra nulla, o quasi. 
È una pratica usata nel marketing e in politica per costruire un finto consenso dal basso, in modo da generare fiducia immediata attorno a un’idea o a un prodotto. Ma nel caso dell’astroturfing, il sostegno che sembra spontaneo e autentico è in realtà artificiale, proprio come un prato di erba finta.
Nell’era dei social questo fenomeno ha assunto nuove modalità. Se in origine erano persone vere e proprie ad essere utilizzate come comparse, pagate per costruire un clima favorevole attorno a un dato tema, adesso sono scesi in campo i bot. Un’ulteriore differenza, inoltre, è data dal fatto che non vengono utilizzati per creare consenso positivo ma per promuovere e istigare posizioni estreme, polarizzando le discussioni.
Davanti a temi caldi che stimolano opinioni altamente divisive, come le recenti dichiarazioni di Vannacci in merito al femminicidio, sembra quasi naturale aspettarsi delle reazioni forti da parte del pubblico. Come scrive Ruffino, meno naturale è pensare che il 90% dei commenti al post in questione provenga da profili falsi, di “persone” inesistenti creati per generare reazioni e attirare l’attenzione dell’algoritmo.
Il principio è semplice: l’indignazione genera interazione e più commenti ci sono, più la piattaforma valorizza il contenuto, portandolo in alto senza valutarne l’effettiva sostanza. L’odio diventa così un’esca per alimentare le visualizzazioni. Un meccanismo pericoloso che trascina anche chi osserva: l’illusione che tutto il web sia contro qualcosa o qualcuno spinge ad allinearsi ad un’opinione che sembra essere condivisa da tutti e tutte.

giovedì, luglio 09, 2026

Parole O_Stili: "Il ritorno di Temptation Island"

 

È arrivato quel momento dell’estate che tante persone attendono trepidanti: il ritorno di Temptation Island, il programma italiano che mette alla prova la fiducia tra coppie facendole vivere in due isole separate per qualche settimana, in mezzo a una schiera di tentatori e tentatrici. Da un po’ di anni questo show è un vero e proprio rito estivo, con ascolti alle stelle e una scia di contenuti, tra spezzoni e meme, che nei giorni successivi alla puntata animano la conversazione sui social e non solo. La sua portata è tale che spesso anche chi dice che non guarderebbe mai questo genere di trasmissioni, vuoi o non vuoi, finisce per essere trascinato in questo uragano del trash.

Ma come ha fatto a diventare un fenomeno di questa portata? 
Da un lato, la cosiddetta tv spazzatura è diventata un po’ il pretesto per recuperare un’abitudine che sembrava andato persa, quella di riunirsi per guardare un programma in compagnia e commentare con leggerezza. 
Dall’altro, Temptation Island mette in luce conflitti universali come tradimenti, fragilità e zone d’ombra delle relazioni, puntando sul fascino che inevitabilmente si prova nell’essere testimoni delle debolezze altrui. E funziona, forse proprio perché, in qualche modo, in quelle dinamiche spesso tossiche e disfunzionali riconosciamo il riflesso di situazioni e paure che ci appartengono.

C’è un dato che non andrebbe ignorato, però, e che riguarda le persone che lo seguono: a fronte di un aumento generale degli ascolti, la fascia d’età più interessata è quella più giovane, che include ragazzi e ragazze tra i 15 e i 24 anni. E così, in un momento storico dove lo spazio dedicato all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è pressoché inesistente, Temptation Island diventa uno degli standard di riferimento a disposizione delle nuove generazioni su questi temi, con il rischio che la normalizzazione di tutto ciò che il reality spettacolarizza possa trasformare dinamiche di controllo, gelosia morbosa e stereotipi di genere in modelli relazionali desiderabili, che non sono e non dovrebbero essere mai un esempio.